In questo clima claustrofobico da isolamento domiciliare, con prove in alcuni paesi europei di fascismo prossimo venturo, ho preparato questi brevissimi cenni sull’emigrazione politica clandestina dal Friuli, o che ha visto come protagonisti dei friulani, durante gli anni del fascismo. Emigrazione in uscita dall’Italia ma anche in entrata, durante la seconda guerra mondiale. Molte delle notizie che espongo sono state reperite nel corso di un progetto avviato dall’Aicvas e finanziato dal Ministero della Difesa, e presentate dall’Associazione in occasione del convegno Vie di libertà e di lotta. Le vie di espatrio clandestino dall’Italia durante gli anni della dittatura fascista, tenutosi il 30 novembre 2018 a Gorizia. Gli atti del convegno non sono stati ancora pubblicati.  Qui voglio ricordare alcuni dei risultati di quella ricerca. 

Quali erano i percorsi utilizzati nella nostra regione durante gli anni del regime per uscire clandestinamente dall’Italia? Possiamo ricordarne alcuni, ma i tragitti potevano cambiare sulla base della esperienza e della fantasia delle guide e delle situazioni via via determinate.

Le vie più utilizzate soprattutto dagli antifascisti di Trieste e Gorizia, di tutte le correnti politiche, erano quelle aperte dalle organizzazioni irredentiste slovene (Tigr). Un primo percorso conduceva da Čadrg, a nord est di Tolmino, nell’attuale parco del Tricorno, allora in Italia, sino ai laghi di Bohinj, in Jugoslavia, con un percorso in quota che non sono riuscito ad identificare con precisione e che probabilmente cambiava. Esistono alcune belle testimonianze di antifascisti italiani, comunisti ed anarchici, che hanno utilizzato questo passaggio, da Giorgio Jaksetich (1) a Umberto Tommasini (2). Il secondo era nei pressi di Postumia, probabilmente attraverso la zona della Hrusica, il terzo sulle pendici del monte Jalovec / Gialuz, ad est di Cave del Predil. Le guide, come ha testimoniato uno dei protagonisti di quelle vicende, Dorče Sardoč (3), erano militanti antifascisti sloveni che facevano quel lavoro massacrante e pericoloso gratuitamente e per idealismo (D. Sardoč, L’orma del Tigr, Gorizia, Fondazione Dorče Sardoč –  ZTT – Centro Gasparini, 2006 pp. 66 – 67). Le guardie confinarie jugoslave, quando intercettavano gli esuli, solitamente avevano indicazione di identificarli, rifocillarli ed inviarli verso Lubiana o altre città slovene. Se invece i fuggitivi cadevano in mano alle guardie confinarie italiane, erano incarcerati in base al reato di “tentato espatrio clandestino”.

Monte Jalovec / Gialuz, da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jalovec_northside_MC.jpg

Queste vie si fanno pericolose dal marzo 1937, dopo il patto tra i ministri degli esteri della Italia fascista e della monarchia jugoslava. Da quel momento le guardie confinarie jugoslave non accolgono più gli esuli antifascisti ma li respingono in Italia. Gli antifascisti anche friulani che escono dall’Italia clandestinamente dopo quella data lo fanno in buona parte valicando il confine dal Piemonte o dalla Lombardia verso Francia o Svizzera, talvolta senza guide, dopo aver ricevuto istruzioni sul percorso da seguire.

Nei primi anni Venti si espatriava, secondo Ignazio Silone, allora a servizio della polizia fascista, anche direttamente da Tarvisio. Era di una semplicità sconcertante: dall’osteria presso il confine gli antifascisti aspettavano l’ora del pranzo delle guardie confinarie per svignarsela a piedi verso Arnoldstein (D. Biocca – M. Canali, L’informatore: Silone, i comunisti e la polizia, Milano, Luni Editrice, 2000, pp. 186 – 187). Questa via diventa difficile dopo le relazioni di Silone e dopo il colpo di stato clerico – fascista di Dollfuss del 1933 che rende complicata la presenza di fuoriusciti antifascisti in Austria. Un terzo canale di espatrio era Fiume, dove qualcuno riusciva a passare profittando della distrazione delle guardie confinarie italiane, il canale che divideva la città dalla cittadina di Susak, posta in Jugoslavia. Nappi/Knapič Felice (4), originario di Pola, futuro combattente di Spagna assieme al fratello Antonio, ha descritto bene il tragitto in una testimonianza in via di pubblicazione.

Una volta usciti dall’Italia questi esuli clandestini avevano una serie di “indirizzi” di associazioni e persone da cui potevano ottenere aiuti per proseguire il viaggio attraverso Austria, Svizzera e Francia. La Francia era in quel momento il crocevia dell’antifascismo europeo. Si trattava in ogni modo di un percorso complicato, pieno di rischi ma era un capolavoro di organizzazione che portava clandestinamente gli esuli politici a destinazione attraverso tre o quattro confini.  

Domenico Tomat passeur (5), fotografato in Francia. L’immagine mi è pervenuta da Marco Puppini che a sua volta l’ha avuta dalla famiglia del Tomat..

Quella che vorrei ricordare con queste righe però è anche una straordinaria operazione avviata alla fine del 1942 per inviare, al contrario, una serie di dirigenti comunisti in forma clandestina dalla Francia all’Italia per combattere il fascismo. Molti quadri del partito comunista esuli in Francia si erano trasferiti dal 1939 nel sud, nella zona che dal giugno 1940 diverrà regime collaborazionista di Vichy, poi nel novembre 1942 zona occupata dai tedeschi. Qui operavano con la Resistenza, ma per molti di loro la direttiva era di rientrare in Italia per preparare la futura lotta al regime. Il percorso, attraverso le Alpi Marittime, era stato inizialmente tentato senza successo dal veneto Mario Ferro “Romagnosi”, caduto subito nelle mani della polizia fascista. In seguito aveva provato due volte ad aprire la via un friulano, Amerigo Clocchiatti (6), nato a Tavagnacco (Colugna), ma anch’egli senza successo. Clocchiatti riesce a rientrare in Francia ma le vie che aveva sperimentato si dimostrano impraticabili. L’operazione è infine realizzata da un altro friulano dalla storia straordinaria, Domenico Tomat di Venzone (7), assieme a Giulio Albini (8), originario della Val d’Ossola, boscaiolo e contrabbandiere, e ad un terzo personaggio, probabilmente un bellunese, che non è mai stato sinora identificato. I passaggi iniziano nel dicembre del 1942 e proseguono nell’inverno – primavera del 1943, su percorsi difficilissimi e coperti di neve e ghiaccio.

Tomat era reduce dalla guerra di Spagna, nel corso della quale era stato un abile e valoroso comandante del 1° battaglione della brigata Garibaldi (XII^ Internazionale) e temporaneamente della stessa brigata prima di restare ferito nel marzo 1938. Rientrato in Francia, avendo ottenuto la cittadinanza francese, evita i campi di concentramento ma viene arruolato nell’esercito francese e svolge il suo servizio proprio nella zona delle Alpi Marittime, sul confine con l’Italia, visitando ogni angolo di quelle montagne. In seguito aveva iniziato ad operare con la Resistenza francese a Marsiglia. Ma poi il partito lo aveva incaricato di riuscire ad aprire quella via clandestina con l’Italia che Clocchiatti aveva mancato. Per prima cosa Tomat organizza l’evasione dal campo di Gurs di Giulio Albini, che aveva conosciuto in Spagna, poi assieme iniziano ad esplorare la zona. 

Mont Clapier da: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mont_clapier.jpg

Su questa vicenda non si è scritto niente per diverso tempo, poi all’inizio degli anni Settanta è emerso senza grande rilievo dalle poche testimonianze di alcuni di coloro che erano passati in Italia attraverso quella via. E chi era passato era il vero gruppo dirigente del Partito Comunista italiano, da Antonio Roasio e Celeste Negarville a Giorgio Amendola, Agostino Novella, Felice Platone, Giuliano Pajetta, Anton Ukmar e molti altri. Compreso lo stesso Clocchiatti, che una volta in Italia andrà a fare il commissario della Divisione Nannetti tra Veneto e Friuli. (Vedi A. Clocchiatti, Cammina frut, Milano, Vangelista, 1972, pp. 162 – 164. G. Amendola, Lettere a Milano, Roma, Editori Riuniti, 1973. A. Roasio, Figlio della classe operaia, Milano, Vangelista, 1977, pp. 188 – 192). A queste vicende ha dedicato un opuscolo nel 2004 il competentissimo compagno Giampaolo Giordana (La via del Clapier. Breve storia di un itinerario clandestino, Castellamonte, Edizioni Valados Lusitanos, 2004).

Il percorso aperto da Tomat ed Albini iniziava in territorio francese a Saint Martin – Vésubie. Da qui chi doveva raggiungere l’Italia, in genere due persone, con documenti falsi forniti da un “tecnico” (probabilmente Domenico Manera, che aveva avuto dal partito quell’incarico) assieme a Tomat ed Albini e talvolta a guide francesi raggiungeva una casa contadina a Roquebillière, dove venivano approntati attrezzatura e rifornimenti. Poi la marcia proseguiva lungo le pendici del monte Clapier, massiccio di 3.000 metri di altitudine posto lungo la linea di confine, e proseguiva in territorio italiano con la discesa verso Palanfré terminando a Vernante, in provincia di Cuneo dove le persone “traghettate” venivano ospitate, a pagamento, in casa di una persona fidata, una “donna anziana, gentile, pratica di contrabbandieri” (Clocchiatti, p. 167) ed indirizzate alle loro destinazioni in Italia. La marcia poteva durare anche una settimana, se il tempo cambiava in peggio, su sentieri scoscesi e ghiacciati. Qui abili alpinisti come Tomat ed Albini conducevano politici che non avevano assolutamente esperienza di montagna, talvolta fisicamente deboli per il carcere, le privazioni, la guerra che avevano vissuto, oppure appesantiti e poco avvezzi alla fatica fisica, incoraggiandoli ma anche spingendoli in ogni modo ad andare avanti in caso di stanchezza o di crisi, salvandoli se si mettevano in difficoltà. Lungo il percorso vi erano alcuni rifugi di pastori abbandonati, casermette vuote, ed una casa, a Tetto Coletta, abitata da un’altra anziana e fidata montanara, della famiglia Rizzo, dove riposarsi e rifocillarsi; scatolame e gallette venivano nascoste in luoghi noti solo alle guide. La famiglia di Tetto Coletta non ha mai chiesto compenso per l’attività svolta. Il tutto sotto il naso della milizia confinaria fascista che non è mai riuscita a rendersi conto di quanto avveniva.

Amerigo Clocchiatti, da https://storia.camera.it/deputato/amerigo-clocchiatti-19111208

Quasi una “leggenda metropolitana” il racconto di quanti scivolavano pericolosamente sul ghiaccio verso un precipizio e venivano bloccati dalla picozza piantata da Tomat o Albini senza grossi scrupoli tra le gambe dei malcapitati cozzando dolorosamente sui genitali. Durissime erano state le osservazioni di Tomat contro il futuro deputato della Costituente e sindaco di Torino (Negarville), evidentemente affaticato e indebolito, che aveva bevuto in poco tempo la riserva di liquore destinata a tutto il gruppo. Lo stesso Negarville, dopo sei giorni di marcia, sfinito, aveva ordinato a Tomat di fermarsi, ma lui aveva risposto “Caro Negarville, tu sei responsabile del lavoro politico ma io sono responsabile di farti arrivare in Italia. Quindi sono io in questo caso che decido” (Roasio, p. 192). Le gerarchie di partito in quei momenti non avevano valore. Una volta in Italia, una parte dei “traghettati” attraverso il Clapier formerà il Centro Interno del PCI e darà un grande contributo alla Resistenza.

Tutti i viaggi condotti da Tomat ed Albini sono stati portati a termine senza incidenti, senza che la milizia fascista si accorgesse di niente, senza che alcuno dei “passeggeri” rimanesse infortunato o peggio. Alla fine del 1943 i due verranno spostati su ordine del partito in Svizzera, dalla Svizzera Tomat rientrerà in Italia andando a fare il partigiano in Valtellina. Clocchiatti ricorda un poco tristemente nella sua autobiografia che Tomat avrebbe potuto raccontare una serie di storie straordinarie in merito a queste vicende; storie che purtroppo oggi sono perse per sempre.

Marco Puppini

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1- Giorgio Jaksetich, anche Jaksetic, figlio di Antonio, era nato a Trieste il 16 luglio 1901, ed era un maestro elementare. Spostatosi a Parigi, diventò membro della segreteria dei Gruppi comunisti della regione parigina e fu anche membro del Comitato pro- Spagna. Quindi nel 1937 entrò in territorio spagnolo per consegnare dei doni a nome di detto Comitato e si unì alle Brigate Internazionali, dove, con il grado di tenente, fece parte della compagnia di Comando della Brigata Garibaldi. Uscì dalla Spagna nel 1939, fu internato, in Francia, a St. Cyprien, Gurs   e Vernet. Quindi fu tradotto in Italia, dove fu inviato al confino a Ventotene (www.antifascistispagna.it/?page_id=1843&ricerca=3152) e da qui al campo 97 a Renicci. Quindi aderì alla Resistenza, e, con nome di battaglia Adriano, risulta inquadrato sia nelle brigate d’assalto Trieste, che si adoperò a creare, sia nella Fratelli Fontanot, svolgendo il ruolo di ufficiale di collegamento tra queste ed il comando generale sloveno. (http://www.stampaclandestina.it/?page_id=116&ricerca=266; http://www.antifascistispagna.it/wp-content/uploads/2016/10/Q3-Dalla-Spagna-alla-Resistenza.pdf, p. 22). Nel dopoguerra continuò la sua attività all’ interno del Partito Comunista, e, nel 1946 dirigeva, sempre a Trieste, il giornale “Il comunista”. (https://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/giorgio-jaksetich-director-of-the-morning-review-called-the-news-photo/50872133).

2- Umberto Tommasini era nato a Vivaro il 9 marzo 1896 e, quando lui ed i fratelli rimasero orfani di madre, si spostarono a vivere a Trieste, dove il padre lavorava. Anche Umberto iniziò a lavorare già nel 1909 come apprendista fabbro, parallelamente incominciò a frequentare scuole serali e domenicali, e nello stesso anno scese in piazza per protestare contro la fucilazione del pensatore anarchico spagnolo Francisco Ferrer Guardia. Partecipò quindi alla prima guerra mondiale, ma, dopo la disfatta di Caporetto, fu preso prigioniero dagli austriaci, e quindi liberato a fine guerra. Ritornato a Trieste ed al lavoro di fabbro, sposò le idee anarchiche grazie ai suoi fratelli, e, successivamente, partecipò alle lotte per contrastare l’avanzata del fascismo, e venne arrestato per la prima volta, finendo poi, nel 1926, confinato a Ponza e Ustica. Nel 1932, dopo aver terminato 6 anni di confino, rientrò a Trieste, ma poi decise di espatriare clandestinamente ed attraverso le montagne in Jugoslavia, per poi passare attraverso Austria e Svizzera in Francia. Nel 1936 si trovava in Spagna con la colonna Ascaso, ma poi rientrò a Parigi dove progettò con altri un attacco alle navi franchiste prima, ed uno a Mussolini poi, ambedue non portati a termine. Nel 1939 fu arrestato dai francesi e internato a Le Vernet, e il 24 gennaio 1941 fu consegnato alla polizia fascista italiana che lo mandò al confino a Ventotene. Quindi passò a Renicci, dove rimase fino a fine guerra. Nel dopoguerra ritornò a Trieste, dove fondò con altri il gruppo anarchico Germinal. Nel 1954 fu arrestato dal Governo Militare Alleato perché distribuiva volantini alle forze dell’ordine, nel 1968 fu un riferimento per molti giovani, dal 1971 al 1979 diresse il periodico “Umanità Nuova”. È morto a Vivaro, dove era nato, il 22 agosto 1980. (https://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Tommasini).      

3-  Dorče Sardoč  era nato a Slivno, in comune di Duino Aurisina l’11 settembre 1898, ed è morto, ivi,  il 17 giugno 1988. Dopo aver frequentato qualche anno liceo, nel 1917 fu arruolato dall’esercito austriaco e, come soldato, comparve due volte davanti al tribunale militare. Finita la guerra, si portò a Podgraie dove viveva il fratello, e con lo stesso ed altri giovani fu arrestato per aver cantato una canzone proibita nella locale osteria. E per questo fu denunciato e scontò 6 mesi di prigione. Dopo tale fatto riparò a Lubiana, dove terminò il liceo continuando poi gli studi a Praga, Berlino e Zagabria, laureandosi in medicina a Graz nel 1924 e specializzandosi in odontoiatria a Vienna nel 1925.  Quindi rifiutò un lavoro presso la Clinica dell’Università di Vienna, aprì una sua clinica dentale a Trieste nel 1926, si dedicò alla vita politica e, nel 1927, fu tra i fondatori dell’organizzazione illegale TIGR, che si sviluppò nel Friuli Venezia Giulia all’interno del movimento politico liberal-popolare, e che prendeva il suo nome dalle iniziali di Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka (Fiume) richiamando l’obiettivo del movimento: la liberazione di questi luoghi dal giogo della dittatura fascista. Nel 1928 fu arrestato e condannato a 5 anni di confino nell’isola di Lipari e fu graziato nel dicembre del 1932. Fu pure co-fondatore e membro, dal 1932 al 1938, del Comitato di Trieste, che organizzò e collegò attività illegali per la conservazione nazionale delle coste slovene, e allo stesso tempo lavorò nel TIGR. All’inizio della seconda guerra mondiale, fu confinato a Grado e, nel giugno del 1940, fu condannato al carcere e quindi a morte il 2 dicembre 1941 dal Tribunale Speciale, ma fu graziato. Quindi rimase recluso fino al settembre 1943 sull’isola di Santo Stefano nelle isole Pontine. Liberato dopo la capitolazione dell’Italia, lavorò con gli alleati a Palermo, Roma ed in Algeria, Nel dicembre 1944, partecipò a una riunione di sostenitori della libera Slovenia, ma non si unì a loro. Dopo la fine della seconda guerra mondiale tornò a Trieste, ma si ritirò dalla vita pubblica e politica. Nel 1970 lasciò il suo lavoro professionale e si trasferì a Gorizia, dove divenne membro del Club of Old Gorizia Students. Dal 1980 al 20 novembre 1980, nella sezione degli “Incontri del giovedì” , ha raccontato i suoi ricordi a Radio Trieste, ed ha pubblicato il libro The Tiger’s Trail: Testimonianza sulla ribellione delle popolazioni costiere sotto il fascismo . (https://sl.wikipedia.org/wiki/Dorče Sardoč).  Il volume citato da Marco Puppini è invece: D. Sardoč, L’orma del Tigr, Gorizia, Fondazione Dorče Sardoč –  ZTT – Centro Gasparini, 2006.

4 – Felice Knapic italianizzato Nappi, era figlio di Antonio e Tauz Oliva, ed era nato a Pola il 9 febbraio 1908. Dopo il servizio militare nella marina, espatriò in Francia e si stabilì a Belfort, quindi si spostò in Svizzera, a Basilea, dove si trovava anche il fratello Antonio per svolgere attività politica comunista ma, dopo alcuni incidenti con fascisti, ritornò in Francia. Però dopo il 6 ottobre 1934, quando il re di Jugoslavia Alessandro I fu ucciso a Marsiglia, la polizia francese lo arrestò e lo rispedì in Svizzera. Quindi il Partito Comunista lo inviò in Urss a frequentare la scuola leninista. Quindi nel 1936 si recò in Spagna per lottare con le Brigate Internazionali dove fu capitano tankista. Uscì dalla Spagna nel 1939, entrò illegalmente in Francia ma riuscì ad evitare l’internamento in un campo di concentramento. Quindi il Partito Comunista lo inviò a Calais a tenere una scuola politica. Nel 1940 passò in Svizzera e chiese asilo politico. Qui subì una grossa operazione allo stomaco e rimase fino alla fine della guerra.  Quindi rientrò in territorio jugoslavo dove svolse attività come ufficiale riservista dell’esercito jugoslavo. Morì a Pola forse nel 1975. (http://parridigit.istitutoparri.eu/fondi.aspx?key=dettaglio&fondo=41&PERSONA=10458&from=ricerca&rec_id=12844&cp=0; scheda dettatami al telefono il 3 aprile 2020 da Marco Puppini; citato anche in: Slovencj v Španski državljanki vojni, Gli Sloveni nella guerra civile spagnola, p. 87, leggibile online in: https://issuu.com/zb-koper/docs/spanski-borci/88).

5 – Sul termine “passeur”. Marco Puppini mi ha detto che a suo avviso non si può per queste persone della Resistenza, che rischiarono la vita per un ideale, utilizzare il termine “passeur” che ora viene usato per definire i traghettatori di migranti. Ma detto termine è esattamente quello che indica il tipo di lavoro che persone come il Tomat facevano, e che, in precedenza, fece chi accompagnò quelli in fuga dalla Spagna, diventata franchista, verso la Francia, e ben prima delle attuali migrazioni. “Passeur” significa in francese traghettatore e pure colui che accompagna uomini in fuga da un luogo all’altro attraverso percorsi insidiosi. «Il lavoro dei passeurs era pieno d’insidie, oltre alle condizioni atmosferiche che in montagna potevano peggiorare in ogni momento occorreva fare i conti con le guardie di frontiera» e con mille pericoli, si può leggere su: https://it.wikipedia.org/wiki/Anarchici_e_Resistenza_in_Francia. In italiano “passeur” si traduce con “passatore” che vuol dire appunto traghettatore ma anche “guida alpina che presta il proprio aiuto nell’espatrio clandestino” (https://dizionari.repubblica.it/Italiano/P/passatore.html). 

6 – Amerigo Clocchiatti era nato a Colugno nel 1911 ed è morto ad Alzate Brianza nel 1994. Operaio, fu deferito al Tribunale speciale per la sua attività antifascista ed emigrò in Francia nel 1930. Rientrato in Italia nel 1932, divenne segretario del Pci clandestino a Udine, ma, nel 1933, dovette di nuovo riparare in Francia. Da qui fu mandato alla scuola leninista di Mosca e, allo scoppio della guerra, entrò a far parte della resistenza francese. Ritornato clandestinamente in Italia nel 1942, contribuì alla riorganizzazione del Partito comunista. Dopo l’8 settembre venne incaricato di organizzare i Gap e le formazioni partigiane in Veneto e in Friuli; dall’aprile al novembre 1944 ricoprì la carica di commissario politico della divisione Garibaldi Nannetti; dal novembre 1944 al marzo 1945 fece parte nel Comando milanese del Cvl; in seguito, fino alla liberazione, operò nel Triumvirato insurrezionale del Nord Emilia. Dopo la guerra fu segretario della Federazione comunista di Padova e poi della Federazione di Piacenza ed infine venne eletto deputato nella seconda e terza legislatura. (http://beniculturali.ilc.cnr.it:8080/Isis/servlet/Isis?Conf=/usr/local/IsisGas/InsmliConf/Insmli.sys6.file&Obj=@Insmlid.pft&Opt=search&Type=Doc&Field0=E00/00010/00/00/00000/000/000).

7 – Domenico Tomat era nato a Venzone, (Ud) il 28 agosto nel 1903. Muratore e militante comunista, espatriò clandestinamente in Francia dopo l’avvento del fascismo, sistemandosi a Troyes ed a Parigi. Volontario in Spagna dall’autunno del 1936, fece parte del 2° battaglione della Brigata Garibaldi e quindi della XII Brigata Internazionale, con il ruolo di capitano comandante di un battaglione, di maggiore, ed infine di comandante interinale di Brigata. Ferito a Caspe nel marzo 1938, fu costretto a spostarsi in Francia nel luglio dello stesso anno. Mobilitato all’inizio della seconda guerra mondiale, fu operativo con la “armée Française”, dal giugno 1940, sulle Alpi Marittime. Dopo la sconfitta dell’Esercito Francese, nascose le armi, e quindi iniziò a fare l’accompagnatore per conto del Partito Comunista e della Resistenza francese. Quindi, nell’ estate del 1944, rientrò in Italia ove fu attivo nella Garibaldi in Valtellina, come commissario politico. Quindi rientrò a Venzone «per regolare i conti con i fascisti del posto che si erano accaniti sui suoi familiari», e quindi fece ritorno in Francia. Condannato in contumacia, non fu mai arrestato perché cittadino francese. È deceduto a Les Pennes Mirabeu, nei pressi di Marsiglia nel 1985. (Gianpaolo Giordana, La breve via del Clapier. Breve storia di un itinerario clandestino. Dirigenti e militanti del PCI dalla Francia all’Italia attraverso le Alpi Marittime (autunno 1942- estate 1944), ed. Valados Usitanos, scaricabile in pdf da: http://www.alpcub.com/VALADOS_VIA_GIORDANA.pdf, pp. 13-14). Marco Puppini parla di Domenico Tomat anche nel suo, da me pubblicato, leggibile in: http://www.nonsolocarnia.info/marco-puppini-quel-18-febbraio-1923-giorno-di-elezioni-a-venzone-mentre-il-fascismo-prendeva-il-potere. Per la resistenza francese e a Marsiglia vedi anche il mio: “Nazisti e collaborazionisti a Marsiglia, culla della resistenza: la distruzione del Porto Vecchio e l’evacuazione ed internamento dei suoi abitanti, un crimine contro l’umanità”, in: nonsolocarnia.info e per quella francese, che aveva modalità più gappiste che da esercito di liberazione, cfr. pure il mio: “Seconda Guerra Mondiale. Friuli e Carnia in Ozak, Bretagna nella Francia occupata: Terre diverse, esperienze similari”.

8 – Giulio Albini era figlio di Rocco e Guenza Caterina, era nato il 25 ottobre 1899, a Premia (Novara), e ivi morì il 27 gennaio 1964. Era di mestiere un  boscaiolo, ed utilizzava il nome di battaglia ‘Valente’. Accorso in Spagna fra i volontari, fu arruolato nelle Brigate Internazionali nel luglio 1937: Brigata Garibaldi 2° Battaglione, compagnia mitraglieri. Dopo la caduta di Barcellona, appartenne alla XV B.I.. Nel 1938 fu ferito sul fronte dell’Ebro. Uscito dalla Spagna nel 1939, fu internato, in Francia, nel campo di Gurs, e quindi fu arruolato nelle Compagnie di Lavoro per il Fronte francese. In seguito alla disfatta dell’esercito francese, disertò, e nel febbraio 1944 rientrò in Italia. Quindi fu partigiano nella 4^ Brigata Val d’Ossola e nella 115^ Brigata Suza. È morto nel 1964.  (http://www.antifascistispagna.it/?page_id=758&ricerca=36 e http://www.antifascistispagna.it/?page_id=1843&ricerca=32,Gianpaolo Giordana, op. cit., p. 12).

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Inserito e impaginato con foto da Laura Matelada Puppini. Note di Laura Matelda Puppini. L’ immagine che accompagna l’articolo è tratta dalla copertina del volume di Gianpaolo Giordana,  in: http://www.aicvas.org/2012/09/14/la-via-del-clapier/. LMP.

 

 

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