Ho chiesto a Mario Di Gallo, dottore forestale, di poter mettere come articolo un suo commento al mio “Discorsi vecchi per l’alluvione nuovo, ed alcune considerazioni sugli interventi in Carnia e bellunese”, perchè mi pare egli faccia un discorso davvero interessante. Il dott. Di Gallo prende spunto dal testo da me citato, intitolato: “Sistemazioni idraulico-forestali dei corsi d’acqua a carattere torrentizio”, del  prof. Ing. Antonino Cancelliere, del Dipartimento di Ingegneria civile ed ambientale dell’Università di Catania, per fare delle considerazioni puntuali nel merito delle sistemazioni idraulico forestali, che propongo alla vostra attenzione, chiedendomi perchè nessuno abbia mai pensato a “mettere in sicurezza”, come ha detto Riccardo Riccardi, il territorio della Carnia. Laura Matelda Puppini 
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«Mi permetto solo un breve commento relativo alle sistemazioni idraulico forestali. Il testo citato del prof. Cancelliere riprende nozioni di idraulica applicata classiche e ben note fino agli anni ’80. Per fortuna con l’introduzione dell’ingegneria naturalistica siamo andati ben oltre e in modo virtuoso almeno per quanto riguarda questa Regione fino agli anni 2000 (la buona ingegneria naturalistica scompare e si integra perfettamente nel paesaggio dopo un paio di anni, le opere d’arte in cemento invece no, ergo: quello che appare di più paga in termini economici e di voti …). Le sistemazioni classiche, che mantengono comunque la loro validità, si sono fatte prendere la mano dai “cementieri” che pian piano hanno fatto riempire di cemento anche opere di difesa longitudinale, come le scogliere a secco, che garantivano la “filtrabilità” e la flessibilità adattandosi ai naturali movimenti delle sponde fluviali. Ma questi sono dettagli tecnici. Ciò che ancora non si vuole capire è che da decenni abbiamo rubato (e continueremo a rubare: vedi sistemazioni in Valcanale e Canal del Ferro dopo l’alluvione 2003)) lo spazio agli alvei canalizzandoli, costringendo le portate di piena a correre sempre più veloci, con più trasporto solido, con pelo d’acqua sempre più alto. La conseguenza è un impatto tremendo di masse fluide (acqua e detriti) su spalle e pile di ponti mal progettati o mal mantenuti (che riducono la sezione di portata), su argini deboli e bassi e presso strettoie (erosioni e allagamenti). E allora non resta che restituire agli alvei la loro più ampia sezione, eliminando opere idrauliche inutili, ri-naturando il fondo dei torrenti montani eliminando le briglie e soglie (risultate in certi casi superflue) con il riposizionamento delle grandi pietre (spesso asportate a fini commerciali), aumentando quindi la scabrosità del fondo, allungando il percorso delle acque e ricostituendo le naturali “casse di espansione” di fiumi e torrenti. Lo scopo è quello di rallentare più possibile il flusso delle acque verso le aste principali, diluendo così le portate in tempi più lunghi ed evitando le esondazioni in pianura (Leonardo da Vinci aveva realizzato un simile modello di riduzione delle portate già alla sua epoca). Non è fanta-idraulica questa, in Svizzera la ri-naturazione degli alvei è una realtà da decine di anni. Ma purtroppo i nostri amministratori dimostrano di non avere le idee molto chiare in questo senso: pare infatti che “la pulizia degli alvei dei fiumi dalla folta vegetazione che fa da barriera al deflusso delle acque verso valle” (Assessore Roberti al Ministro Costa, su “notizie dalla giunta” in sito FVG del 9/11/2018). Ma su questo, sono sicuro, anche il prof. Cancelliere avrebbe molto da ridire.

Mario Di Gallo, dottore forestale».

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L’immagine che correda l’articolo è quella che illustra il testo “Ingegneria naturalistica”, che si trova sul sito dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Ispra. (http://www.isprambiente.gov.it/it/temi/suolo-e-territorio/ingegneria-naturalistica). Laura Matelda Puppini

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