Nel febbraio 2015 pubblicavo, sempre su www.nonsolocarnia.info, il mio: “Sull’uso politico della storia”, a cui rinvio. Allora riprendevo un pensiero di Fulvio Conti, docente di storia contemporanea all’Università di Firenze, dal suo: Massoneria e religioni civili, Il Mulino, 2008, p.8:
« […] la tendenza delle forze politiche a costruire la propria legittimazione e la delegittimazione degli avversari attraverso la rilettura, spesso distorta e strumentale, del passato (il Risorgimento, il fascismo, la Resistenza, ecc.) ha dato luogo ad un forte uso pubblico della storia. (…).»

Ed aggiungevo che, a mio avviso, questo uso pubblico veniva posto in essere, per esempio, nel caso della giornata del ricordo da gruppi politici e politicizzati anche come attacco a qualsiasi studioso non volesse piegarsi ai loro dictat, presentando uno strano concetto della democrazia. Inoltre revisionismo, scarsa conoscenza della metodologia storica, ma anche opportune alleanze per fini elettorali, (cfr. quella del 2006 fra Forza Italia e l’estrema destra) portavano tutta un’area a leggere i fatti storici in modo simil fascista, divulgandoli.

Ma vediamo insieme cosa accadde nel 2006, come descritto e commentato da Andrea Colombo nel suo: Azzurri in tinta nera. Accordo tra Berlusconi e il cartello fascista. Con in più l’ospitalità nelle liste di Forza Italia, in: il manifesto 18 febbraio 2006.

«Perentorio: “Sul razzismo e antisemitismo non si tratta”. Indignato: “Non accettiamo lezioni di democrazia da nessuno”. Parola di Silvio Berlusconi, che subito dopo la nobile sparata, illustra felice, in apposita conferenza stampa, il risultato delle trattative con gli antisemiti dei gruppi conclamatamente fascisti, la Forza nuova di Roberto Fiore e il Fronte nazionale di Adriano Tilgher, sotto l’egida […] di Alessandra Mussolini.

Risultato della “non- trattativa”: i gruppi che sarebbe sbagliato definire neofascisti solo perché, come afferma orgoglioso (e onesto) Tilgher: “A me i ‘neo’ non piacciono” sono da ieri parte integrante della Casa delle Libertà. I capibastone non figureranno nelle liste, tanto per dare un contentino ai gonzi, ma al loro posto ci saranno cloni in camicia nera che la pensano esattamente allo stesso modo». (Andrea Colombo, cit).

Ed uno dei problemi che si ponevano allora era quello del diritto di tribuna per Alessandra Mussolini ed fascisti, cioè del diritto ad avere almeno una minima voce in capitolo, anche se privi di rappresentanza parlamentare, in ipotesi che non avessero potuto portare a casa quel 2% a cui aspiravano. Ed ecco allora Alternativa sociale, formata da Forza Nuova di Roberto Fiore, Fronte Sociale Nazionale di Adriano Tilgher, Libertà di Azione di Alessandra Mussolini, chiedere quattro posti anche nelle liste azzurre, cioè quelle di Forza Italia, ottenendoli. (Ivi).

E non basta. I fascisti iniziavano, allora, pure ad avere spazio in televisione per parlare di storia. «I fascisti, intanto, il diritto di tribuna se lo prendono subito, in televisione, – scrive Colombo – e non è che vadano tanto per il sottile. Del cavaliere se ne fregano, delle sue simpatie atlantiche pure. Da Matrix Fiore disserta di storia: “Col senno di poi bisogna dire che nel ’43-45 gli angloamericani non erano dalla parte giusta”. Poco male – commenta Colombo – i voti non puzzano». Il neofascista Roberto Fiore riusciva, così, a raggiungere la tv, canale 5, ove dichiarava che ogni programma elettorale è più importante delle persone, e che comunque loro, di ideali fascisti, con l’accordo elettorale non avevano «rinunciato a nulla del loro patrimonio culturale». (Ivi).

Probabilmente questa precisazione dipendeva da quanto accaduto nel 2003, quando era sorta Alternativa Sociale da una spaccatura di Alleanza Nazionale, a causa del fatto che detto partito aveva riconosciuto degli errori dei nazisti e fascisti verso Israele, a seguito della visita in questo Stato di Gianfranco Fini. (https://it.wikipedia.org/wiki/Alternativa_Sociale).

Silvio Berlusconi, però, non sembrava interessato, allora, ad aspetti culturali, puntando unicamente ai voti dell’elettorato fascista, pochi forse, ma che avrebbero potuto rivelarsi determinanti, mentre pare, sempre dall’articolo di Andrea Colombo citato, che l’alleanza con i neofascisti avesse creato perplessità non solo in Alleanza Nazionale ma pure in alcune singole personalità quali Giuseppe Pisanu, prima democristiano.

Quanto narrato dall’articolo finisce qui, ma quanto ha influenzato la rilettura in senso revisionistico, si usa dire, ma forse più appropriatamente in ottica fascista della storia resistenziale questo accordo politico, come tanti altri aspetti politici?  Chiediamocelo.

Ma il revisionismo storico non nacque allora, di quanto dobbiamo darne atto.

Il 25 ottobre 2003, su La Repubblica, Simonetta Fiori intitolava un suo lungo articolo: “Se i vincitori riscrivono la storia”, (ma il concetto di riscrivere la storia si deve intendere in senso lato e non letterale) dedicato al Salone del libro storico, a Roma, relativo alle pubblicazione di volumi riguardanti la storia dal 1943 al 2003. E già qui, dico io, vi è un grosso errore storiografico, perché non si sa che motivi ci fossero per iniziare dal 1943, se non il richiamo numerico.

Ma poi detto mistero veniva svelato.

L’ articolo si sofferma su questa data in particolare, dicendo che «da qualche anno in Italia si va edificando una nuova “vulgata”, di segno rovesciato rispetto alla cosiddetta “vulgata antifascista”». (Simonetta Fiori, cit.). L’uso del termine “vulgata” qui appare improprio, ma comunque credo si debba intendere come “nuovo modo di leggere la storia”, non in chiave antifascista, ma pare fascista, dando voce ai vinti, ritenuti qui i fascisti, e non ai vincitori, ritenuti qui i partigiani. Ed anche questo è modo di leggere la storia errato, in bianco e nero, privandolo della sua complessità. Il problema però è che, come scrive Simonetta Fiori, la rivisitazione della storia resistenziale dal punto di vista fascista si trovava già allora «con toni più o meno ecumenici e suadenti, su quotidiani, settimanali, riviste, libri, programmi televisivi. Con mutamenti rilevanti sul piano del senso comune» (Ivi), e credo si trovi spesso ancor’oggi.

Al centro di questa vecchia/nuova narrazione dei fatti il comunismo, che gli studenti intervistati nel corso di uno degli incontri programmati, asserivano con certezza aver comandato in Italia per circa 20 anni, facendo sorridere alcuni, ma non noi, che vorremmo sapere quale università avesse preparato i loro docenti di storia. Ma, per loro fortuna, in quella sede si muoveva, a difesa della affermazione degli studenti, non si capisce bene su che fonti informative, Antonio Polito, direttore del Riformista.

Infine Giuseppe Laterza precisava, senza soffermarsi poi molto sulla polemica tra revisionisti ed antirevisionisti, a suo avviso al centro del dibattito, che non era in campo una «diversa interpretazione storiografica» ma si trattava «di una discussione totalmente politica», che ruotava intorno alla domanda se non si dovesse uscire «dalla lunga fase di storia repubblicana fondata sull’antifascismo». (Ivi).

Quindi prendeva la parola il nuovo vate della storiografia da allora da più parti accreditata, non paziente storico ma giornalista, Paolo Mieli, che parlava degli intrecci, non si sa se passati od allora presenti, tra storia e politica.

Ed intanto la storia del movimento resistenziale ed antifascista veniva ricondotta ad una lettura in chiave di partiti, quando non esistevano ancora di fatto se non al sud, e men che meno come fenomeno di massa, limitandosi a pochissimi rappresentanti, e si perdevano i contesti. Secondo Mieli, poi, più ci si allontanava dai fatti più si sarebbe riusciti ad averne una idea fredda, rispetto alle passioni politiche immediate, (Ivi) che non so quali fossero per le migliaia di partigiani, se non quelle di vedere cacciati i tedeschi ed i loro servi fascisti repubblicani, e sventolare nuovamente, in Ozak e Olav, la bandiera italiana (Cfr. anche articoli dal giornale garibaldino Carnia libera, di prossima pubblicazione su www.nonsolocarnia.info).

Non mancavano infine, nell’incontro citato, accenni all’opera del giornalista Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, vendutissimo. E si negava, allora, la possibilità di scrivere una storia condivisa, mentre non è possibile avere, come dice spesso Andrea Zannini, una memoria condivisa, ma la storia non ha diverse chiavi di lettura. E il commento posto alla foto del Duce, che correda l’articolo dice: «La discussione è tutta politica e ruota intorno all’ antifascismo». (Ivi). Più chiaro di così … Insomma pare si sia allora iniziato a scrivere la storia resistenziale senza il pregresso, ed immedesimandosi nei fascisti, senza però ben conoscerli.  

Per quanto riguarda Paolo Mieli, giornalista e saggista, prima di Potere Operaio, e quindi figlio di militanza politica, poi però fautore “di toni moderati” e direttore di testate, (https://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Mieli) sentite un po’ cosa affermava nel 2014, (Francesco Benigno, La cartina di tornasole, L’Unità 3/1/2014) relativamente agli storici che cercano i fatti: «Il superamento del secolo delle grandi passioni ideologiche, il Novecento, ha inferto, osserva Mieli, colpi esiziali al ruolo degli storici, smarriti di fronte allo sbriciolamento degli schemi  interpretativi che sostenevano tradizionalmente le grandi narrazioni e costretti, per altro verso, a fronteggiare le nuove ed inaudite pretese della memoria storica». Già nel 2014 avevo letto allibita queste righe, chiedendomi chi fossero gli storici innominati di cui Mieli stava parlando, se pensasse, tanto per fare un nome, che Enzo Collotti potesse esser stato turbato dal mare di opinioni in chiave fascista che riempivano, pare dal 2000, ma non è così, la saggistica romanzata ed opinionista, piena di buoni e cattivissimi, tanto da smarrirsi. E così per altri storici che conosco. Inoltre dopo aver sostenuto che essendo lontani dai fatti si poteva averne una idea maggiormente distaccata (notate che non parla di documentazione, fonti, ma di idee più o meno distaccate) Mieli diventava qui il paladino dell’ultima verità che doveva superare la logica delle appartenenze par di capire di partito. Ma non consta che storici come Teodoro Sala, Enzo Collotti ed altri avessero inteso, nel fare il loro mestiere, noioso e certosino, ma svolto con passione e rigore, puntare ad una scrittura politica della storia. E ciò che si afferma bisogna dimostrarlo, è troppo semplice generalizzare buttando il sasso per poi togliere la mano. In compenso Paolo Mieli, mentre sentenziava sugli storici, si dava da fare per dare visibilità ad Italo Balbo, ignorando Francesco De Pinedo (http://www.huffingtonpost.it/2014/07/28/italo-balbo-trasvolata-atlantica-mostra-mari-e-cieli-di-balbo_n_5625884.html, e cfr. i miei: “Tra terra e cielo. Francesco De Pinedo, il primo re dei voli transoceanici, ai tempi del fascismo”, e “Ancora su Francesco De Pinedo il trasvolatore di continenti ed oceani, the Lord of distances, ed Italo Balbo: come la politica fa la differenza”, in www.nonsolocarnia.info), le cui gesta tutti in Italia dovrebbero conoscere.

E proprio per suffragare quella lettura in chiave partitica della resistenza, si continuava e si continua a puntare sulla storia di singoli personaggi politicamente schierati, come anche il culto della personalità vuole: per la Carnia Aulo Magrini, Andrea Pellizzari, Mario Foschiani, altri due o tre, su oltre 500 garibaldini carnici e centinaia forse di osovani (non ho ancora fatto una ricerca precisa nel merito) fino a scriverne tutto ed il contrario di tutto, opponendoli a quattro osovani, ritenuti per lo più clericali e non si sa perché autonomi, dato che dipendevano dal C.V.L. e rischiando, così, di connotare in modo errato il grande contributo della formazione Osoppo alla guerra di Liberazione. Inoltre ai cento anni di Romano Marchetti ho letto, sul Messaggero Veneto, la nuova dell’osovano senza armi, passata per buona. «Lo chiamavano il partigiano senza pistola perché lui, l’osovano divoratore di libri, si concedeva altre “armi”» – scrive Domenico Pecile nel suo: Il secolo memorabile di Romano Marchetti l’anima della Carnia, in Messaggero Veneto, 27 gennaio 2013, inventandosi di sana pianta una definizione di Romano Marchetti mai da me sentita prima ed ignota anche allo stesso, ed un mito romantico inesistente. E con un libro appresso non girava solo Marchetti, in epoca resistenziale, per essere onesti. E giravano armati eccome gli osovani, anche Marchetti, sparavano, uccidevano, facevano processi partigiani, gli osovani, ma poi …   Non ho citato ancora, qui, fra i personaggi romanzati e politicizzati senza sapere se lo fosse davvero, Mirko, che dalla testimonianza di Italo Mestre, Diego, che ben lo conosceva, era in Italia non da partigiano comunista, ma essendo stato internato dai fascisti invasori della Jugoslavia in un campo di concentramento italiano vicino a Padova, essendo forse un militare. Era poi stato liberato da un gruppo gappista padovano dopo l’8 settembre 1943, e si era aggregato ad altri nel tentativo di raggiungere la Carnia perché voleva ritornare a casa. (Testimonianza di Italo Mestre, Diego, (c/o Ifsml, busta X fasc. 6), Ma non vi riuscì. E così restò in Carnia come comandante del btg. Friuli, prendendo il nome di battaglia Mirko, morendo qui, senza aver dimostrato da che si sa, poi il desiderio di ritornare nella sua terra d’origine, pur essendovi costretto da regole internazionali. E si scambia per notizia di rilievo il fatto che Mirko e Katia fossero sposati o meno, quando poteva forse interessare alla famiglia di Katia, ma non a noi.

Nel contempo la lettura revisionista della storia veniva alimentata dalle destre in particolare, e da organizzazioni giuliane dalmate, con l’amplificazione “politica” e mediatica delle uccisioni e dei morti per carcerazione in campo di concentramento da parte degli sloveni e jugoslavi nel 1943 e 1945, di italiani fascisti od identificati con gli stessi, peraltro reali, (ma ciò accadde anche per un numero ben più rilevante di tedeschi, e per slavi collaborazionisti ecc.) portando ad una massiccia revisione della memoria, ed ad una lettura alterata delle realtà storica, criminalizzando gli sloveni, in ogni caso vissuti solo come comunisti e mai come nazionalisti, dimenticando i fascisti, vissuti solo come italiani, dimenticando il pregresso, ed ingigantendo a dismisura la valenza della storia di Trieste e della Venezia Giulia a fine guerra, fino quasi a compiere una azione di transfert dalla storia della comune guerra europea al nazismo alla storia del dopoguerra al confine orientale d’Italia. Ed il tragico è stato che il centro sinistra ha spesso, non sapendo, sostenuto letture alterate, e non analisi storiche serie e provate, quasi valesse veramente la tesi che non vi è scienza storica ma solo opinions. 

Scrive Marco Travaglio nel suo: La scomparsa dei fatti, il Saggiatore 2007, (libro che consiglio a tutti per la sua attualità) che ormai nel giornalismo si è giunti ad un principio che sancisce il “Niente fatti, solo opinioni. I primi non devono disturbare le seconde. Senza fatti si può sostenere tutto ed il contrario di tutto». (p. 9 non numerata). Così si può scrivere su di un argomento senza studiarlo, senza far fatica, «galleggiando, barcamenandosi, slalomando». (Ibid.).  Così si è giunti, sempre secondo Travaglio, al «trionfo del relativismo […] informativo»(Ivi, p. 12) ed ad una informazione che invece che cercare e verificare fonti, scambia per notizie le opinioni del/dei politico/politici  di turno su di un aspetto o l’altro, (Ivi p. 50) anche in ambito storico dico io, giungendo ad una specie di esasperazione dei punti di vista. (Ivi, p. 51). Inoltre va a finire che singoli personaggi captano l’attenzione, piuttosto che contesti e fatti. Ed anche attraverso l’uso smodato ed improprio delle fonti orali per scrivere di storia generale, si è andata potenziando, in ambito storico resistenziale, quell’opinionite che Marco Travaglio sostiene essere ormai diffusa in ambito giornalistico (Ivi, p. 56), che cancella ricerca ed analisi, confronto delle fonti, collegamento di aspetti, e metodo scientifico di procedere. La politica, poi, spesso accredita degli esperti, non si sa su che base identificati, che vengono chiamati a parlare, senza dire le loro fonti, a radio, tv, e dilaga la confusione tra analisi di un fatto e commento. (Ivi, p. 58).

 Infine l’ultima trovata che è la legge sul negazionismo. (http://www.altalex.com/documents/news/2016/06/30/negazionismo-in-gazzetta-la-nuova-legge). Ma che senso ha, in mezzo fra l’altro ad un mare di opinionismo, sancire per legge un fatto come verità, e punire dal punto di vista giuridico i trasgressori, quando ben altri soggetti, con ben altre colpe, restano fuori dalle galere? Chi non sa dovrebbe venir spedito ad un corso informativo, mentre i docenti dei ragazzi che dicevano che in Italia vi erano stati 20 anni di governi comunisti avrebbero dovuto venir licenziati. E la legge sul negazionismo per fortuna per alcuni non è retroattiva. Infatti che ne sarebbe stato di Alessandra Mussolini, Roberto Fiore e Adriano Tilgher? Chiediamocelo. Forse nello specifico rischiano più gli allievi dei maestri.

Laura Matelda Puppini

 

 

 

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