Mi trovavo stamane a Loneriacco di Tarcento, su invito di Ottavio De Monte, presidente della locale sezione Anpi, che ringrazio, per ricordare quattro partigiani, di cui il più giovane aveva 17 anni, che scelsero subito di combattere i nazisti, finendo fucilati per la nostra libertà. Era il mese di dicembre 1943, e faceva freddo, quando furono presi e poi fucilati. Rinaldo Bobbera dormiva, quando vennero a prelevarlo; Ernesto Negro stava accudendo il bestiame nella stalla, quando i nazisti irruppero in casa sua; Roberto Italo Aizza, di Terzo di Aquileia e Pasquale Cericco Pascolo furono invece catturati a Zomeais. (1).  Ma passo ora a proporre qui le parole con cui ho ricordato la nascita della resistenza militare organizzata in Friuli, la prima in Italia da quello che si sa, ed i quattro partigiani che persero la vita per cacciare il nazista invasore e per l’avvento della democrazia.  

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«Amici, compagni, persone che hanno voluto partecipare a questo evento,

ci troviamo qui, a Loneriacco di Tarcento per ricordare 4 uomini che morirono per mano nazista, nel corso di una guerra durissima ed all’indomani dell’invasione tedesca dell’Italia.

Dopo l’8 settembre 1943, le forze armate, senza più i vertici, con il Re e Badoglio fuggiti al Sud, per porsi sotto le ali protettrici degli anglo -americani già sbarcati, nel luglio 1943 in Sicilia, erano allo sbando e ben ci descrive il militare italiano Bruno Cacitti, poi il partigiano osovano Lena, l’angoscia di quei momenti.

«Senti, bambina: ci siamo trovati, il vot di …di settembre quarantatrei, abbandonati, soldati abbandonati: i capi, il re, Badoglio, andati al Sud, […] … e noi altri ci siamo trovati in un mare di fango. Per salvarci abbiamo dovuto andare in montagna. Se non si andava, ci aspettavano i lager tedeschi. Basta. Non fu una questione politica. Siamo scappati perché ci hanno abbandonato i capi – chiuso.

Ma come si fa? Loro scappano, e noi … Ci hanno messo in una condizione … Ma benedetto Dio, noi eravamo soldati, che vergogna! È stata la ritirata di Caporetto … Ci hanno lasciato in un mare di fango e di guai, abbandonati. Io avevo con me calabresi, avevo con me soldati della Bassa Italia … erano soldati con me … E cosa si poteva fare? Poi dopo …. Per l’amor di Dio, per l’amor di Dio ….
E siamo rimasti noi, semplici soldati … I capi son scappati per salvarsi ci han abbandonati, e basta… E la gente era tutta con noi quando ha visto quello sfacelo.

Io mi trovavo a Nimis quando ho sentito per radio che dovevamo voltare il fucile contro i tedeschi. E cosa avrei dovuto fare se non andare a dormire negli stavoli? Per salvarci abbiamo dovuto andare in montagna. Se non si andava, ci aspettavano i lager tedeschi. Basta. Non fu una questione politica. Siamo scappati perché ci hanno abbandonato i capi – chiuso. E noi siamo andati su, sul “Dobis”, a dormire negli stavoli, e le povere donne di Caneva ci portavano su da mangiare». (2).

Cito spesso questo pezzo, perché è vivido nella rappresentazione di quel momento.

Mario Foschiani, Guerra. Uno dei primi garibaldini del btg. Friuli, di cui era commissario politico. Allora i battaglioni erano formati da pochissimi uomini. (Foto da https://www.deportatibrescia.it/formazione/divisione-garibaldi-udine-mario-foschiani/).

Tra Tarcento e Cividale nascono, dopo l’8 settembre, i primi nuclei di resistenti.

Prima dell’armistizio, molti ufficiali e soldati si trovavano nei territori della penisola Jugoslava occupati dai nazifascisti con l’invasione lampo dell’aprile 1941, o nei pressi del confine orientale tra le file di coloro che dovevano dare la caccia ai partigiani o presidiare i territori, armi in pugno, in nome del re Vittorio Emanuele III e di Mussolini, che subito dopo l’8 settembre fu prelevato dai nazisti dalla sua prigione sul Gran Sasso e portato da Hitler a prendere ordini. Così subito dopo nacque la Repubblica Sociale Italiana, stato fantoccio in mano tedesca.

L’ 8 settembre 1943 vi era già stato, però, per le truppe oltre il confine d’Italia o nei pressi, l’ordine di rientrare in Patria, come ci ricorda Elio Martinis di Ampezzo, il partigiano Furore:

«Il 3 o 4 settembre 1943 mi trovavo, come militare, a Piedicolle, Podbrdo. E, in quei giorni, io ed i miei compagni abbiamo, come da ordini ricevuti, raggiunto Tolmino dove ci aspettavano dei camion, che ci hanno caricato e ci hanno portato nella zona del bivio di Tarcento. Ed allora sentii qualcuno che diceva che colonne di tedeschi si stavano muovendo verso l’Italia per occuparla.
E lì siamo rimasti fino all’ 8 settembre 1943, e questo me lo ricorderò sempre. Ma non avevamo molto da fare, e così ci siamo spidocchiati.

Ci trovavamo quindi, per esser precisi, tra Artegna e Tarcento, nei pressi del cimitero, la sera dell’8 settembre 1943. Ed io sono andato a lavare la gamella alla fontanella del casello ferroviario, e lì ho sentito, alla radio che avevano in casa, che c’era stato l’armistizio. A questo punto sono tornato indietro, e successivamente ci hanno fatto disfare il campo e via… E siamo andati a Qualso. E per la strada abbiamo incontrato gente e militari che scappavano, che andavano a casa, che avevano saputo forse prima di noi dell’armistizio. E così anche io ed altri 4 o 5 miei amici abbiamo deciso di andare a casa, di fare come loro». (3).

Così nella zona a nord di Tarcento si vanno ammassando militari ed ufficiali italiani che non sanno cosa fare, ma che capiscono, in un modo o nell’altro, che i nazisti stanno occupando l’Italia. Alcuni, ben pochi però, non lasciano le armi, non si consegnano al vecchio alleato ora diventato nemico, ma iniziano ad organizzarsi in loco, mentre molti cercano di raggiugere i loro paesi per svernare fuori casa per poi ricomparire, ma sui monti.

Tra questi militari del fu R.E. I., troviamo nomi noti, diventati poi elementi chiave della Resistenza, Mario Candotti Barbatoni, ufficiale che ha fatto ‘la Grecia e la Russia’, poi comandante della Garibaldi/Carnia, Romano Zoffo Livio, ufficiale effettivo del R.E.I., poi comandante del battaglione osovano ‘Carnia’, che si trova a Porzus, i fratelli Commessatti, i fratelli Dell’Armi, Gastone Valente (Enea) ucciso a Topli Uorch da mano amica, Manlio Cencig Mario, Gian Carlo Chiussi Paolo, ed inizialmente lo stesso Renato Del Din, Anselmo. (4) .

Vennero così a formarsi, nella zona compresa tra Tarcento e Cividale, culla della resistenza friulana, i primi nuclei di militari che volevano resistere e, nella confusione seguita all’8 settembre, cercavano di raccogliere armi e munizioni, e tra questi ricordo: la banda di Subit, la banda della Bernadia, la banda di Flaipano e Montenars, spazzata via dal grande rastrellamento del 13 dicembre 1943, la banda di Attimis ed altre ancora, a cui via via si unirono ulteriori sbandati dal Regio Esercito Italiano. (5). La scelta, per i militari, era obbligata: o alla macchia, o con i nazisti o nei campi di concentramento tedeschi.

Ma in zona giunsero anche i garibaldini, già organizzati in battaglioni.

Nell’autunno 1942 il P.C.I. friulano prese contatto, attraverso Mario Lizzero Andrea, con la resistenza slovena, per cercare di costruire solidi contatti finalizzati allo scambio di informazioni ed all’aiuto concreto. Quindi, nel marzo 1943, si formò il “Distaccamento Garibaldi”, il primo gruppo partigiano d’Italia, formato da 15 uomini (6) e comandato da Mario Karis, Maxs, operaio comunista di Trieste. Subito dopo l’8 settembre1943, mentre nel goriziano si costituiva la ‘Brigata Proletaria’, nella zona operativa del ‘Distaccamento Garibaldi’ incominciarono ad affluire gruppi di antifascisti, spesso comunisti, operai, contadini, vecchi antifascisti, che diedero vita ad un altro battaglione  partigiano: il ‘Friuli’ comandato da Giacinto Calligaris, Enrico, e con commissario Mario Foschiani, Guerra, mentre il distaccamento ‘Garibaldi’ si trasformò nel battaglione ‘Garibaldi’, comandato da Mario Modotti Tribuno e con Maxs come commissario.  Esso, secondo Colonnello, era formato da 10 cormonesi, venti monfalconesi e 12 uomini del vecchio distaccamento ‘Garibaldi’, essendone già morti tre. (7).

Nella seconda metà di ottobre del 1943, le forze garibaldine aumentarono e si vennero creando nuovi battaglioni, che erano così locati: il btg. ‘Friuli’ si trovava a Canebola; il neonato ‘Pisacane’, formato, per lo più, da italiani già operativi in battaglioni misti italiani- sloveni o solo sloveni, il cui comando fu assunto da Giannino Bosi Battisti e con commissario Boris, Amelio Colussi, a Lusevera; il ‘Matteotti’, con commissario Pio I era locato sul Bernadia; il ‘Garibaldi’ in Val Venzonassa; il ‘Mazzini’, formatosi a metà ottobre ’43, sul Collio. Esso era composto da 45 uomini, di cui 12 ancora privi di armi, e da due donne, inizialmente fu comandato da Filzi, un Vidoni di Udine studente in medicina, quindi da Mario Fantini Sasso, prima vice- comandante, ed ebbe sempre Giovanni Padoan Vanni, come commissario. Infine, il 17 ottobre 1943 fu creata la prima Brigata ‘Garibaldi Friuli’, comandata da Enrico e con Commissario politico Mario Lizzero, Andrea. (8).

A sinistra guardando, Manlio Cencig, Mario in compagnia di don Aldo Moretti, Lino. (http://www.partigianiosoppo.it/easyne2/Fotografie/foto-di-gruppo-dei-capitani-dellosoppo-da-sinistra-a-destra-candido-grassi-detto-verdi-g-b-caron-1732.aspx).

Il btg. Giustizia e Libertà Rosselli ed il gruppo di Attimis.

Verso la metà di settembre, mentre i nazisti penetravano sempre di più in Friuli, occupandolo, due gruppi di resistenti, guidati da ufficiali azionisti, si formavano a Savorgnano del Torre ed a Campeglio, nei pressi di Faedis, e si unificavano quindi a Subit, dove davano vita al gruppo di Subit, poi Battaglione ‘Giustizia e Libertà Rosselli’, formato da 40 – 70 combattenti, comandato da Carlo Commessatti, Spartaco ed avente come vice-comandante Alberto Cosattini, Cosimo, e come commissario e responsabile politico il carnico Fermo Solari, allora Sergio, del comitato antifascista udinese. (9).

Nel frattempo, si era creato pure il gruppo autonomo di Attimis, guidato da Manlio Cencig Mario, ufficiale appena rientrato dalla Croazia, poi alla guida della intera Divisione Osoppo. Ma molti di quelli che facevano parte di questo gruppo erano del luogo, ed attendevano normalmente al proprio lavoro ma, ogniqualvolta se ne presentava l’occasione, fornivano aiuto, collaborazione ed una sicura base d’appoggio per azioni, talvolta anche molto rischiose, di sabotaggio. E pure il gruppo ‘Giustizia e Libertà’ aveva un nucleo di sabotatori, che compirono diverse azioni pericolose e d’effetto, che rimase in montagna ed attivo anche l’inverno 1943-1944, sotto la guida di Manlio Cencig. (10).

Contatti ed azioni comuni tra Il B.tg. G. L. Rosselli, ed i garibaldini, e la massiccia risposta nemica.

Era tempo, per i gruppi partigiani presenti su quel territorio, di fare lotta comune, e il comandante del G.L.  ‘Rosselli’ Carlo Commessatti, con Fermo Solari al fianco, e Giacinto Calligaris Enrico, comandante della neonata Brigata ‘Friuli’ si mossero in tal senso, pur non giungendo mai ad un comando unico. Però si pervenne comunque ad una “unificazione operativa”, ma senza arrivare ad una fusione delle formazioni che «rimasero diversificate nelle denominazioni e anche nella stessa dislocazione degli uomini: a Calla, (frazione di Pulfero n.d.r.)  i giellisti, a Zapotoc (sempre in comune di Pulfero n.d.r.) i garibaldini» (11).

Nel frattempo, però, nazisti e fascisti continuavano ad avanzare, e si insediavano nei centri nevralgici e più grossi della zona: Cividale, Faedis, Tarcento, Vedronza, Gemona, Venzone, Ospedaletto, Canale, Plava, Gradisca, Cormons, Mossa e Capriva, creando dei loro presidi dotati pure di armi pesanti. (12).  Ma raggiunsero anche Masarolis e Robedischis, e trasformarono Tarcento nella loro roccaforte. Ed iniziarono così gli attacchi ai gruppi di banditi, con l’utilizzo pure di armi pesanti. Ed il 6 ottobre 1943, cadde il primo partigiano della zona: l’operaio cividalese Anselmo Calderini, Elmo, garibaldino. (13). Non solo: essendo andate a buon fine diverse azioni di sabotaggio a linee telefoniche, telegrafiche, elettriche, sia garibaldine che gielline, o compiute in forma congiunta, che costrinsero pure i nazisti a presidiare la locale centrale, il Comando tedesco decise che ciascun cittadino, occupato o no che fosse, dal quindicesimo al sessantesimo anno di età, era obbligato, con responsabilità diretta e pena gravissime sanzioni, fucilazione compresa, a vigilare affinché non si verificassero sabotaggi su un determinato tratto di linea. E questo anche di notte, con turni di quattro ore consecutive per cinque giorni di fila. (14).

Da quello che si sa, le popolazioni non accettarono inizialmente di buon grado il movimento partigiano, che era una novità e che faceva ripiombare, dopo il sogno della fine della guerra e del fascismo, cullato dopo il 25 luglio, nell’incubo bellico, né a Subit, dove i giellini di Giustizia e Libertà furono categoricamente inviatati ad andarsene da un’altra parte, né a Monteprato, dove avvennero incidenti fra giovani del luogo e i garibaldini, causati dai primi. (15). Il problema era dato anche dal cibo che, in quei piccoli paesi, non bastava per nessuno, ma il btg. Rosselli riuscì a impossessarsi di un camion pieno di farina, destinata ai tedeschi, che fu distribuita anche alla popolazione (16), guadagnandosi la sua riconoscenza.

E, lentamente, i rapporti tra partigiani e popolazioni migliorarono ma, nel contempo, i tedeschi si organizzarono nei centri presidiati, creando pure una rete locale di informatori e spie. Fra questi la memorialistica cita pure il prete di Lusevera, Luigi Collino, salvato da sentenza partigiana di morte dal Vescovo di Udine, e mandato in clausura. (17).  

«I nemici hanno ormai intessuto – si legge su: ”Guerra di popolo”, la loro rete di relazioni, di accordi, di collaborazioni. Hanno trovato ai loro piedi ufficiali e pubblici funzionari pavidi ed incoscienti, industriali e speculatori pavidi e corrotti e gli ignobili sgherri del gerarcume fascista, hanno edificato quel complesso strumento di dominio, di guerra e di rapina cui era indispensabile l’opera di traditori locali, senza la quale nessuna forza straniera avrebbe potuto reggersi, in un paese dove l’intero popolo le era avverso […]».  (18).

                  

I grandi rastrellamenti e la fine della prima esperienza operativa partigiana sia G.L. che garibaldina.           

Da fine ottobre a novembre 1943, la situazione diventa veramente difficile per i primi partigiani del Friuli. Attacchi nemici e delazioni li mettono in difficoltà, mentre l’inverno avanza. Il 13 e 14 novembre, i nazifascisti attaccano il btg. ‘Matteotti’ ed un btg. sloveno locato in zona; il ‘Friuli’, colpito dal grande rastrellamento del 28 ottobre 1943, il che, però non gli impedisce di far saltare la galleria di Moggio Udinese, è costretto a spostarsi, portandosi tra Faedis e Cividale, e qui viene nuovamente e pesantemente attaccato, il 18 novembre 1943. Infine, tra il 21 novembre ed il primo dicembre dello stesso anno, avviene un altro grande rastrellamento nazifascista nella zona, che sfianca la resistenza (19), formata da uomini poco vestiti per il clima sopraggiunto, e forse anche poco e male armati per far fronte al nemico.

«I pochi indumenti che ognuno indossava, le scarpe specialmente, erano stati ridotti agli estremi da quell’eccezionale genere di vita; dalle lunghe marce sulle rocce, dalla permanenza nell’acqua e nel fango, dai combattimenti, dalle notti all’addiaccio, dal maneggio costante delle armi, dallo strisciare e dall’insinuarsi ove più selvaggi erano il terreno e la vegetazione, dalle corse oltre alle siepi, ai fili spinati, ai muri» (20).

«Mancavano le scarpe e bisognava camminare nella neve; mancavano i viveri e i battaglioni erano continuamente in azione, impegnati dal nemico su tutti i punti dello schieramento. Mancava tutto. Sempre più numerosi, i combattenti venivano colpiti da malattie determinate dal freddo e dall’ insufficienza del nutrimento e del riposo. I feriti e i malati non si potevano ricoverare per mancanza di locali e per la poca comprensione da parte della popolazione terrorizzata dal nemico». (21).  E nessuno sapeva dove creare depositi per nascondere cibo ed armi, mentre spesso le comunicazioni non erano possibili, e spesso nessuno conosceva la sorte di alcuni compagni di lotta. (22). Non solo: si ha notizia che il 10 novembre 1943, veivoli nemici avevano avevo sorvolato la zona gettando manifestini invitanti alla resa. (23).

«Anche le condizioni di esistenza erano venute mutando in diversi dei loro aspetti. Le prime nevi già cadevano, i rifornimenti si facevano più difficili, la vegetazione si diradava, non si potevano più compiere particolari operazioni di giorno, non si poteva più passare la notte sul terreno nudo, o accontentarsi di avere addosso un paio di calzoni e una giubba militare». (24).

Il racconto analitico dei giorni del grande rastrellamento, si trova su Ferdinando Mautino, (a cura di), op. cit., pp. 50- 52, e ivi vi è anche notizia di case incendiate a Nimis per rappresaglia.

Ci sono partigiani che fisicamente non reggono alla situazione creatasi, mancano organizzazione e sussistenza, sul Collio il Mazzini viene pure lui attaccato, ed infine Enrico, Giacinto Calligaris, che guida la Brigata ‘Garibaldi Friuli’ decide, il 30 novembre 1943, di scioglierla, in modo da poterla poi ricostruire in altra zona. (25). Ma non tutti seguono gli ordini. Per esempio il ‘Mazzini’ comandato in quel momento da Mario Fantini, Sasso, commissario politico Vanni, Giovanni Padoan e composto da 48 uomini, rimane in piedi, invitando però chi non si sentisse di continuare la lotta ad andarsene, ed accettando invece, elementi determinati a portarla avanti. (26). Così alcuni partigiani provenienti dalla Brigata disciolta, si uniscono ad esso o si spostano verso la destra Tagliamento, mentre altri uomini sempre dei battaglioni della Brigata Garibaldi ‘Friuli’ numericamente però, bisogna ricordarlo, formati da pochi uomini, si uniscono a formare un unico btg. ‘Friuli’, composto da una cinquantina di partigiani, che si ritira a svernare sul monte Cjaurlec, in attesa della primavera, quando la brg. Garibaldi si riorganizzerà. (27).

Un altro grande rastrellamento interessò la zona locata tra Tarcento e Cividale, e fu quello del 13 dicembre 1943, che finì di distruggere la prima resistenza in Friuli, ma qui voglio riallacciarmi alla storia dei quattro, uccisi da i tedeschi, che ricordiamo oggi.

Essi sono:

Roberto Italo Aizza – di Aizza Maria.  Operaio.  Partigiano della Garibaldi Friuli.  Nome di battaglia Walter. Nato e residente a Terzo di Aquileia.  Nato il 12- 6- 1916.  Morto il 13/12/1943.  Fucilato da ff. tedesche a Tarcento, ivi tumulato. 

Rinaldo Bobberadi Bobbera Maria. Manovale. Partigiano della Garibaldi Friuli. Nato e residente a Lusevera. celibe.  Nato il 5/10/1921.  Morto il 15/12/1943. Ucciso da ff. tedesche a Villafredda di Tarcento, ivi tumulato.

Pasquale Cericco Pascolo  –  di Giuseppe e Sgiarovello Lucia – Commerciante.  Partigiano della “Banda preosovana Attimis”. Nato e residente ad Attimis-Forame, coniugato. Nato il 24/4/1905. Morto il 15/12/1943. Ucciso da ff. tedesche a Loneriacco (Tarcento), tumulato a Forame di Attimis.

­­­­­­­­­­­­­Ernesto Negro  – di Tarcisio e Sturma ElviraNato e residente a Nimis, celibe. – Nato il 30-1-1926. Partigiano della “Banda preosovana Attimis”. Morto il 15-12-43. Ucciso da ff. tedesche a Loneriacco, tumulato a Chialminis. (28).

Anche se due luoghi e una data, come qui riportati, non coincidono con quanto ricordato, e cioè che i quattro partigiani furono uccisi tutti a Leonariacco, poco importa. Infatti per Aizza poteva esser stato solo segnato il Comune in cui il fatto avvenne, e cioè Tarcento, e Villafredda confina con Loneriacco.  

Rinaldo Bobbera. Foto dalla lapide. (Da Sandrino Cos, op. cit., p. 102). Questa è l’unica fotografia che ho reperito dei 4 partigiani qui ricordati.

Sandrino Cos, già direttore didattico a Tarcento, ha riportato, con parole sue, nel senso che non vi è registrazione e che il testo pare romanzato, una lunga testimonianza sul Bòbbera, e due più brevi su Aizza e Negro, mentre di Cerrico Pascolo sappiamo ben poco.

Se però le informazioni, come in questo caso, provengono dalla famiglia, bisogna ricordare che spesso le donne di casa nulla sapevano su cosa facessero i loro uomini, in particolare una sorella ma anche una madre, perché venivano tenute all’oscuro per non metterle in pericolo. Ed anche se una madre intuiva, non avrebbe chiesto nulla e non lo avrebbe detto a nessuno, per non far finir male e sotto tortura tutta la famiglia. Infine, nel secondo dopoguerra, pareva un disonore che un fratello, uno sposo, un congiunto fosse stato partigiano garibaldino, “di quelli che solo uccidevano e rubavano” e quindi si diffuse l’idea che vi fossero stati errori nel definire l’uno o l’altro partigiano della Garibaldi, essendo stati gli stessi demonizzati, essendo andati perduti o volontariamente celati i contesti, e temendo che il riconoscerlo avrebbe, magari, potuto creare problemi alla famiglia. Inoltre alcuni intervistati potrebbero esser stati condizionati dalla loro visione della vita. I parenti di D. V. preferivano non parlare di fatti così lontani nel tempo, e la sorella Miriam di Rinaldo Bòbbera si nega a Cos per molto tempo. E poi ci sono interviste a persone anziane, che molto hanno sentito poi, e che hanno magari interpretato poi …  perché succede anche così.   

E spesso abbiamo solo scarne informazioni su coloro che, partigiani in montagna o operativi nella resistenza sul terreno, vennero torturati ed uccisi nella guerra di Liberazione, e neppure si può descrivere lo strazio delle famiglie, trascinate da nazisti e fascisti, e da chi con loro si ingrassò, in una guerra che, come ogni guerra, fu piena di terrore orrore, fame, freddo, vita segregata e senza potersi fidare di nessuno, perché prosperavano un po’ dovunque spie anche per denaro, collaborazionisti e fascisti.

Sui quattro ricordati qui, a Loneriacco, sappiamo che Aizza e Bobbera erano operai e partigiani, ed il primo aveva 23 anni, il secondo ne aveva 27 quando fu giustiziato, di Cerrico Pascolo sappiamo che era, invece, commerciante, ed era il più anziano dei quattro, avendo già 38 anni, mentre di Negro Ernesto sappiamo che era giovanissimo, ed aveva solo 17 anni, se la data di nascita è corretta.

L’atto di morte di Àizza Roberto Italo, gentilmente fornitomi dall’ Anpi provinciale, ci narra di un partigiano con nome di battaglia Valter, nato a San Martino di Terzo di Aquileia il 12 giugno 1916, e domiciliato a Terzo di Aquileia, facente parte del battaglione ‘Pisacane’, e che era stato fucilato dai nazisti in località S. Maria Maddalena di Tarcento il 13/12/1943, dopo esser stato catturato dagli stessi l’11 dello stesso mese. Per lo stesso documento l’Aizza risulta esser stato tumulato nel cimitero di Tarcento.  Questo atto di morte è però datato 4 dicembre 1962, e quindi è stato redatto, pare, a distanza di anni dagli avvenimenti, ma potrebbe essere fedele, o è stato battuto a macchina in tale data.

Un altro documento, sempre presente in archivio Anpi Udine, ci precisa che l’Aizza era, nel btg. Pisacane, comandante di compagnia, ma ci narra che il giovane fu fucilato l’11 dicembre 1943, che era sposato e che, prima dell’8 settembre 1943, faceva parte dell’Aeronautica, non si sa se come militare pilota o nel servizio a terra ed era di stanza a Forlì.

Comunque che il giovane sia stato giustiziato perché partigiano dai nazisti l’11 o il 13 o il 15 dicembre1943, poco importa, perché quello che è importante è che fu ucciso dai nazisti occupanti mentre lottava per la libertà della sua e nostra Patria.

Per quanto riguarda Rinaldo Bòbbera, nato il 5 ottobre 1921, sappiamo, da quanto narrato dalla sorella, che abitava a Lusevera con la madre ed i fratelli, ma anche che era fidanzato ed aspettava un bimbo; che era già stato militare in Grecia e Russia e che, in ogni caso, non voleva aderire all’ R.S.I., a riprova che molti ex militari ed appartenenti alle disciolte forze armate erano diventati antifascisti, non sopportando più quelli del Terzo Reich e di Mussolini, i loro modi, le loro barbarie, le loro angherie, le loro ingiustizie, e volendo una Italia libera dalla tirannide nazifascista. Potrebbe esser stato prelevato in casa anche se partigiano garibaldino, in quanto la Brigata ‘Friuli ‘era stata sciolta e, essendo da poco rientrato a Lusevera, avrebbe potuto esser stato vittima di una spiata del prete don Luigi Collino, anche perché i nazisti non prelevavano nessuno in casa senza avere informazioni certe da qualche paesano.  Ma però, ad onor del vero, non sarebbero servite spiate a condurlo davanti ad un plotone di esecuzione nazista se, come racconta la sorella, egli non si era presentato ad una adunata dei maschi del paese voluta dai nazisti occupanti, ed era in loco. (29). Ma per me non tutto quello che è stato riportato da Sandrino Cos, non solo sul Bòbbera, quadra o pare verosimile, tenuto conto dei contesti. 

Infatti secondo un documento dell’Anpi provinciale, ed anche secondo quanto riportato sui volumi dell’Ifsml, Rinaldo Bòbbera fu partigiano garibaldino dal 25 ottobre 1943 al 15 dicembre 1943, quando fu giustiziato dai tedeschi a Villafredda di Tarcento.

Inoltre Sandrino Cos riporta pure che anche la madre di Rinaldo, Maria Bòbbera, alla fine della zona libera, fu accusata dai tedeschi di aver procurato tessere annonarie false ai partigiani, ma incredibilmente non fu né torturata né messa al muro. Ma questo perché, forse, semplicemente, si appurò che non era vero.  La fonte anche per queste informazioni risulta la sorella del Bobbera e figlia di Maria, la cui testimonianza, come riportata dal Cos, appare ben poco chiara. (30). Ma poi perché quel titolo: “Una donna che sapeva troppo”, per dirci che Maria Bòbbera fu fermata dopo, presumibilmente, una delazione, imprigionata in attesa di successivi accertamenti, ed infine rilasciata?

Il diciasettenne Ernesto Negro, della banda di Attimis, “strappato barbaramente dalla ferocia nazifascista all’affetto dei suoi cari”, come si legge sulla lapide. (Foto della lapide con l’immagine da Ottavio De Monte, presidente Anpi Tarcento).

Relativamente al diciasettenne Ernesto Negro, Sandrino Cos riporta, dalla sorella, che neppure lui era partigiano o aiutava i partigiani, ma che i nazisti, anche questa volta, come nel caso del Bòbbera, si erano sbagliati. Era cattolico, perché aveva preventivato di andare alla messa delle 10, quella domenica, non alla mattutina, perché egli accudiva le bestie nella stalla. Era in corso un rastrellamento nazifascista, ed improvvisamente comparì un soldato nazista che, ritenendolo un partigiano, gli puntò il fucile dicendo che lo avrebbe ucciso, non si sa perché dato che vi erano verosimilmente altri uomini e giovanetti in paese, ma può darsi dimostrasse più della sua età. Quindi il soldato passò al setaccio tutta la casa, senza trovare partigiano alcuno, e quindi vuol dire che in giro ce n’erano, e non era poi tutto così idilliaco, ma poi vide un nascondiglio nel pavimento, ed all’ interno trovò della corda da miccia. Invano Ernesto disse che era inutilizzabile. Quindi con gli altri uomini del borgo fu portato lungo la strada che conduce alla località Tamar, in attesa che finisse il rastrellamento, e sin qui nulla di strano. Nel pomeriggio tutti gli uomini validi furono condotti a Tarcento e trattenuti presso la caserma di Oltretorre, in attesa di accertamenti su ciascuno. Due giorni dopo tutti tornarono a casa tranne Ernesto Negro, che fu condannato a morte e giustiziato. (30). E questo pone più di un problema. Perché? Per un pezzo di miccia bagnata? Non credo proprio. O i nazifascisti avevano avuto altre informazioni su di lui? Anche Giovanni Marzona, in fin dei conti, aveva iniziato a collaborare con la resistenza sul terreno a 17 anni. (31). E per chi ha redatto la sua scheda per l’Ifsml, Ernesto Negro era un appartenente alla banda preosovana di Attimis, comandata da Manlio Cencig, i cui componenti compivano azioni e poi rientravano al loro lavoro quotidiano.

Poi vi è Tranquilla Bòbbera, di Pietro e Sinicco Regina, casalinga, nubile, partigiana della Garibaldi ‘Natisone’ Brg. Picelli, nata a Lusevera il 17 luglio 1897, partigiana della prima ora, cioè dal 30 settembre 1943, e morta il 19 agosto 1944, uccisa a Cassacco o a Segnacco da ff. tedesche e tumulata a Lusevera. (32) Questa partigiana risulta un vero mistero. Infatti quello che narra Sandrino Cos (33) non corrisponde a quanto riportato da altre fonti. Ma come già scritto ci sono dei problemi nelle interviste di Cos, e da esse pare che nessuno sia stato un vero e proprio partigiano. Ma questo potrebbe dipendere da trasmissioni di conoscenze su persone frammentarie, senza averne la chiave di lettura o di insieme e dai limiti della testimonainze orali. (34). E l’ho citata solo perchè, secondo Cos, era morta alla fine del 1943 ma non è vero.

Di più su questi giovani e su Tranquilla, che ho inserito qui con il permesso di Ottavio De Monte, per ora, io non so, ma il ricordo del loro sacrificio deve tenere alta, in queste terre martoriate, la fiamma dell’antifascismo e la memoria di tutti i partigiani e i civili operativi sul terreno che furono torturati ed assassinati per la nostra libertà dal nazismo e dal fascismo e che portarono in Italia la Repubblica, la Costituzione, la Democrazia, la Pace.   

Laura Matelda Puppini

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Note.

(1) Questo secondo: Sandrino Cos, Sfascio, vol. 1, Aviani Aviani ed., 2014, pp. 98-99, pp. 109 – 110, p 93.

(2) http://www.nonsolocarnia.info/uomini-che-scrissero-la-storia-della-democrazia-bruno-cacitti-lena-osovano-perche-resti-memoria/.

(3) http://www.nonsolocarnia.info/uomini-che-scrissero-la-storia-della-democrazia-elio-martinis-furore-si-racconta/.

(4) Tiziano Sguazzero, Il contributo azionista alla lotta di liberazione in Friuli, in: Storia contemporanea in Friuli, ed. a cura I.F.S.M.L. n.8, 1977, pp. 150-156.

(5) don Aldo Moretti, Le formazioni ‘Osoppo’ in ‘Rassegna di Storia Contemporanea, 1972, NN. 1-2, PP. non numerate ma verosimilmente 224 – 225.

(6) Angelo Giovanni Colonnello, Friuli Venezia Giulia, zone jugoslave, guerra di Liberazione, Ud, 1965, p. 32.

(7) Ivi, p. 29 e pp. 32. Alberto Buvoli, Il partigiano Battisti, IL Poligrafo, On, 1995, pp. 23-24. Ferdinando Mautino, (a cura di), Guerra di popolo, storia delle formazioni garibaldine friulane, – Un manoscritto del 1945 – 1946, Feltrinelli, 1981, p. 33.

(8) Angelo Giovanni Colonnello, op. cit., 32 – 34 e Ferdinando Mautino, (a cura di), Guerra di popolo, op. cit., p. 33, p. 38 e p. 42.

(9) Tiziano Sguazzero, op. cit. pp. 155 – 156.

(10) Ivi, p. 158. Per la banda di Attimis, guidata da Manlio Cencig, pur se è un testo direi un po’agiografico, cfr. pure: Attimis, Patria della Osoppo, a cura dell’A.P.O., 1975. Per la permanenza in montagna del gruppo guastatori G.L. sotto la guida di Manlio Cencig, cfr. Tiziano Sguazzero, op. cit. p. 168.

(11) Tiziano Sguazzero, op. cit. p. 160.

(12) Ferdinando Mautino, (a cura di), op. cit., p. 42.

(13) Tiziano Sguazzero, op. cit. p. 161 e Angelo Giovanni Colonnello, op. cit., p. 34.

(14) Angelo Giovanni Colonnello, op. cit., p. 30.

(15) Tiziano Sguazzero, op. cit. p, p. 159 e Ferdinando Mautino, (a cura di), op. cit., p. 43.

(16) Tiziano Sguazzero, op. cit. p. 161.

(17) Laura Matelda Puppini, Elda Turchetti. Ricostruzione possibile della storia di una spia paesana, poi partigiana, uccisa a Porzus, nota n. 25, da Giovanni Padoan (Vanni) Abbiamo lottato insieme”, Del Bianco ed., 1966, pp. 100-101. Cfr. pure: Sandrino Cos, “Sfascio. Testimonianze dopo l’8 settembre 1943, vol. 1- Carnia e Val Torre, Aviani Aviani ed. 2014, p. 96 e 103.

(18) Ferdinando Mautino, (a cura di), op. cit., p. 47.

(19) Ibidem.

(20) Ivi, p. 50.

(21) Ibidem

(22) Ivi, p. 44.

(23) Ivi, p. 45.

(24) Ivi, p. 49.

(25) Ivi, p. 52.

(26) Ivi, pp. 52-53.

(27) Ibidem

(28) AA. VV. – a cura dell’I.F.S.M.L., Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della regione Friuli-Venezia Giulia nella seconda guerra mondiale, Udine, Ifsml, provincia di Udine, 2 tomi, 1987.

(29) Sandrino Cos, op. cit., pp. 95-104. Per il non presentarsi del Bobbera alla chiamata nazista e per il suo non voler aderire all’R.S.I., cfr. sempre Sandrino Cos, p. 97.

(30) Ivi, p. 111 – 113.

(31) Ivi, pp. 109 – 111.

(32) http://www.nonsolocarnia.info/giovanni-marzona-io-giovanissimo-partigiano-osovano-del-btg-carnia-intervista-di-l-m-puppini/.

(33) AA.VV. – a cura dell’I.F.S.M.L., Caduti, op. cit. e documento da Archivio Anpi, dove ella compare come una partigiana del battaglione d’assalto Picelli – Tagliamento.

(34) Sandrino Cos, op. cit., pp. 107-108.

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L’ immagine che accompagna il testo è quella dell’invito alla manifestazione. Se riuscirò ad avere le foto degli altri partigiani qui ricordati, sostituirò quelle già poste, tranne quella del Bobbera, con le loro o le aggiungerò. Ringrazio Patrick Del Negro dell’Anpi Udine per la documentazione fornitami. Laura Matelda Puppini. 

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