Anna Umberta Squecco Plozzer era mia nonna, una nonna molto buona con cui sono cresciuta, di cui mi ricordo che pensava a tutti, che da piccolissima mi permetteva di scaldarmi le manine ghiacciate tra i suoi seni, che aveva sempre qualche mentina colorata per me e per Marco, il mio gemello, che indossava, all’uso antico, sempre in casa un grembiule dalle ampie tasche. Fino al 1917 e subito dopo la fine della prima guerra mondiale, Anna era vissuta a Cavazzo Carnico, ove era nata in casa, come avveniva allora, il 5 novembre 1900. Anna abitava, da bambina, in Borgo Poscolle, in una casa che la nonna, anch’essa di nome Anna, aveva lasciato a Laura sua madre, rovinatasi con i terremoti del 1976, e sostituita da una casetta prefabbricata. 

Questa intervista è stata fatta da me e da Alido Candido, mio marito, il 24 aprile 1978, quarant’anni fa. Erano presenti pure i miei genitori: la dott. Maria Adriana Plozzer, laureatasi presso l’Università di Padova ed insegnante di lettere, ed il dott. Geremia Puppini, laureatosi a Firenze ed ispettore scolastico. Essa verrà pubblicata, per la sua lunghezza, in due parti.

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Vediamo ora insieme cosa mi ha raccontato.

Anna bambina e ragazza, fino al conseguimento del diploma di maestra.

Laura chiede a ‘nonna Anna’ informazioni sulla sua famiglia, sui bisnonni Laura Zanini e Giobatta Squecco.

Anna: «Cosa vuoi che ti racconti di particolare? Vivevamo anche noi come tutti nei paesi. Mio padre, quando ero bambina e ragazzina, partiva l’indomani di San Giuseppe per andare in Baviera a lavorare, come andavano gli operai del paese, lasciando a casa le donne, che li accompagnavano fin sullo stradone al di là del Tagliamento, portando loro la valigia con il gerlo. Raggiunto lo stradone, la scaricavano e gli uomini la prendevano e salivano sulla carrozza che li portava sino a Stazione per la Carnia dove c’era il treno che li avrebbe condotti lontano.
Poi le donne ritornavano a casa dove dovevano accudire ai figli ed alla stalla, lavorare la campagna, e rimanere sole fino al rientro del loro uomo, in autunno, verso i Santi. Non tutti però andavano a lavorare in Germania: vi era chi si recava in Austria, chi in Serbia od in Croazia, chi in Romania o in Bulgaria, ma sempre all’estero. Ed all’ estero andavano, con i padri, anche i figli adolescenti, ad imparare il mestiere.

Prima di emigrare, però, da bambini andavano a scuola, e mio padre mi ha raccontato che, inizialmente, c’era a Cavazzo un prete che faceva scuola, fino alla terza elementare. Poi, in genere, i ragazzi di Cavazzo raggiungevano Cividale, dove si trovano delle fabbriche tessili, e dove venivano impiegati per caricare le spolette che poi dovevano essere poste sui telai. In cambio ricevevano un po’ di polenta, mentre dovevano portarsi da casa il formaggio. Insomma la vita di questi ragazzini era fatta da lavorare, lavorare  tante ore al giorno, dormire poco, mangiare male e patire, finchè raggiungevano l’età, mi pare i quattordici anni, per unirsi ai muratori ed andare ad imparare il mestiere all’estero.

Questo però accadeva prima del Novecento, e l’ho sentito narrare, perché poi è stata istituita la scuola elementare, che era obbligatoria, mentre in precedenza non so se tutti andassero a scuola ed imparassero a leggere e scrivere.

I fratelli Squecco, di ‘chei di Squeta’, di cui faceva parte Tita, padre di Anna Squecco.  Da sinistra guardando la foto: Tita, Pieri, Mabil, Vigi, Colo’ Jacum, fotografati a Sonthofen di Immenstadt im Allgäu  – Baviera  – Germania. L’immagine è stata scattata nel Photographische Ateliers von F. (forse Fritz ndr) Heimhuber, a Sonthofen di Immenstadt. Detto studio fotografico funzionò nella cittadina tedesca probabilmente dal 1877 al 1963.

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Dopo l’istituzione della scuola statale, tutti dovevano frequentare sino alla terza elementare, sia i bambini che le bambine, e io credo che a Cavazzo quest’obbligo sia stato rispettato. Se poi uno non riusciva ad imparare a leggere e scrivere, voleva dire che era un povero diavolo, che non aveva la testa neppure per questo …

Vi erano, a Cavazzo, un maestro elementare per i maschi ed una maestra per le femmine, e le classi erano allora molto numerose, tanto che un maestro poteva avere anche una settantina di scolari. La maestra era mia zia Maria Zanini, ed aveva circa una settantina di alunne, che formavano una pluriclasse con prima, seconda e terza. Ed io non so come facesse a svolgere il programma per tutte, eppure lo faceva, e so che insegnava a tutte le bambine a cucire, e così anche a me. Infatti, due giorni alla settimana, venivano messe due panche, in fondo all’aula, ed a quelle che frequentavano la seconda e la terza mia zia insegnava il cucito ed il ricamo. La prima cosa che si apprendeva era il punto in croce, ed a fare l’alfabeto a punto in croce, poi si passava ad apprendere il punto erba, poi si iniziava a fare una federa, ed infine, le più grandicelle imparavano a fare una camicia. Allora non è come ora, e tutte le ragazze e le donne indossavano una camicia, e la facevano a mano.  Non così invece per i vestiti, che venivano confezionati dalle due o tre sarte che c’erano in paese, a cui si portava la stoffa comperata in negozio. Poteva però succedere anche a Cavazzo che da un vestito grande della madre si ricavasse uno piccolo per la figlia, o che da un vestito vecchio si ricavasse uno nuovo, questo si sa … A noi li faceva una mia zia.

 

La maestra Maria Zanini

Comunque erano ben pochi quelli che continuavano a studiare: e abbiamo proseguito gli studi, a Cavazzo Carnico, in tre: io, un’altra ragazza, ed un ragazzo. Non era usuale, allora, far studiare, le donne. Inoltre si faceva studiare una ragazza solo se dimostrava di essere intelligente e di avere capacità, altrimenti dicevano che erano soldi sprecati. Infatti dopo la terza elementare, per fare la quarta e la quinta bisognava spostarsi giornalmente a Tolmezzo o andare in collegio od in pensione, e non era spesa da poco.  Ma si poteva anche, successivamente però, fare solo la quarta elementare, e poi fare direttamente l’esame di ammissione per passare alla scuola media. Ma io ho frequentato l’istituto tecnico inferiore, che dipendeva dall’Istituto commerciale Zanon di Udine.

So, però, che c’erano operai che leggevano libri e cercavano di aumentare la loro cultura. Per esempio io ho trovato valige di libri, per lo più romanzi, di mio padre … Ma la mia famiglia era un caso particolare, ed a casa di mia nonna Anna, quando ero bambina, arrivava ogni giorno il ‘Corriere della Sera’, e settimanalmente la ‘ Domenica del Corriere’. Ed anch’io, ragazzina, di nascosto, cercavo libri da leggere, finché, un giorno, uno dei miei zii mi ha trovato che stavo leggendo un libro che non era adatto a me. Ma non mi ha dato uno scappellotto, perché ha capito che non lo avevo preso apposta, solo in famiglia si sono tutti arrabbiati con me.

Io avevo più zii materni che vivevano a Cavazzo Carnico. Mio zio Antonio Zanini era maresciallo dei carabinieri ed ha prestato servizio, fino al congedo, in Calabria, e quindi è rientrato in paese. Zio Girolamo Zanini era contabile a Gemona presso la fabbrica tessile Stroili, zio Giacomo Zanini lavorava la campagna e, successivamente, è diventato segretario della latteria sociale di Cavazzo. Lo zio Francesco, invece, ha lavorato all’estero molti anni, ed è rientrato solo quando è scoppiata la prima guerra mondiale.

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Ma, per ritornare a me, dopo aver frequentato a Tolmezzo l’Istituto Tecnico Inferiore, ho sostenuto gli esami integrativi ad Udine, e quindi ho iniziato a frequentare, più o meno quando è scoppiata la guerra del ’15-‘18, a San Pietro al Natisone le scuole normali, cioè le magistrali che allora si chiamavano così. Ma poi, nel 1917, ho dovuto scappare ed andare profuga in Liguria, ad Oneglia, ove ho finito le scuole normali e mi sono diplomata maestra».

Anna Umberta Squecco ritratta nel suo studio da Umberto Antonelli- Enemonzo.

Quindi Anna rientrò in Carnia, e cercò di occuparsi come maestra, anche se non era facile.

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Maestra a Cleulis.

«Appena diplomata maestra, fui mandata, con Elsa, a Cleulis. Era appena finita la guerra e lassù non si trovava una stanza per alloggiare e non si trovava niente da mangiare. Mi ricordo che è venuto ad accompagnarci il Direttore Didattico di Paluzza. Ed egli ha cercato per noi un alloggio. E cerca qui, cerca là, finalmente ha trovato una stanza di proprietà di una famiglia. Ma era un locale che si trovava un metro e mezzo sotto terra.
Comunque ci siamo adattate, rassegnate, perché non vi erano alternative, e la padrona ha messo lì un letto per noi. Ma il letto era così alto che per salire si doveva prendere una sedia, e quando si era nel letto si toccava, con la testa, quasi il soffitto.
Quindi hanno portato nella stanza uno di quei fornelletti da campo che usavano i soldati durante la guerra, ma il problema era che non avevamo nulla da cucinare né da mangiare.

Allora, la prima sera, la padrona, che abitava nei paraggi, ci ha proposto di acquistare da lei due patate ed un po’ di latte. E così abbiamo fatto.
Quindi il Direttore Didattico ci ha detto che l’indomani una di noi due si sarebbe recata alla scuola per le iscrizioni degli alunni, mentre l’altra si sarebbe recata a Paluzza a prendere qualcosa per mangiare, perché, ha aggiunto «non potete vivere senza mangiare».
Così io ho lasciato che la mia compagna andasse a fare la spesa, perchè pensavo fosse più abituata di me, ed io sono andata a fare le iscrizioni. Poi è iniziata l’attività scolastica. Ed io insegnavo in un’aula posta in canonica, e lei in un’aula posta in una casa.
Ed a Cleulis siamo state tre mesi.

Passati i tre mesi, ci hanno detto che dovevamo cambiare destinazione: che io ero stata destinata a Sauris, e la mia povera collega a Val di Lauco. Io non ero mai stata a Sauris, Lei non aveva mai visto Val di Lauco, e non era abituata a dormire da sola. Così, arrivata in Val di Lauco accompagnata dalla madre, è subito ritornata indietro rinunciando al lavoro, perché non se l’è sentita di stare lassù.

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Verso Sauris di Sopra, luogo del nuovo incarico come maestra.

Io, invece, ho raggiunto Ampezzo con mia madre, e giunte ivi, ci è stato detto che, per raggiungere Sauris, bisognava spingersi sino alla cima del monte Pura, e quindi scendere alla località La Maina, per poi risalire ancora ed infine ridiscendere a Sauris di Sotto e da qui portarsi a Sauris di Sopra, dove c’era la scuola. E c’era la neve.
Allora mia madre Laura mi ha detto: «Se si deve andare tanto su e poi scender giù e poi salire ancora e poi ancora scendere, è meglio che tu torni a casa, che non moriremo di fame se perdi questo lavoro».
Ma io ero testarda, e volevo andare a Sauris a tutti i costi.
Vista la mia determinazione, un signore ci consigliò, se avevamo coraggio, di salire sino al passo Pura con la teleferica con cui trasportavano la legna.  Mia madre non era convinta di utilizzare quel mezzo, ma io l’ho guardata e ho detto: «Sì, sì, andiamo con la teleferica!».
Così siamo andate fin sotto il monte Pura, e lì c’era una specie di barchetta legata sotto due grossi tronchi d’albero. E così siamo entrate in questa specie di barchetta, e siamo salite su, su, su, finchè siamo arrivate in cima al Pura.
Lassù c’era anche allora un’osteria e siamo entrate a chiedere informazioni. Lì ci hanno mostrato dove dovevamo ancora salire e poi scendere, e poi nuovamente salire.
E io pensato: «Orcocan, c’è ancora un bel po’ di strada da fare!». Ma poi mi sono fatta coraggio.

All’osteria c’era un ragazzo che avrà avuto quattordici anni, che ci ha chiesto dove dovevamo andare. «A Sauris di Sopra» – dico io.
E quello, stupito: «È mica la nuova maestra, Lei?». E io: «Sì, sono la maestra».
«Ma a è une frute, iei, no una maestra!».  E io, durissima: «Eppure io sono la maestra. E frute o non frute, come si fa ad andare sino a Sauris di Sopra?». Ed allora il ragazzo mi dice: «Io ho una slitta, e, percorrendo un sentiero, posso portarvi sino a La Maina, e poi vedrà come fare per proseguire».
Così io e mia madre siamo salite sulla slitta, e giù, sino a La Maina, con la neve che ci passava sopra la testa!

E a La Maina abbiamo infine trovato un albergo dove abbiamo passato la notte. Ma faceva tanto freddo in quella camera, tanto freddo, ed io non ero abituata ad un freddo così intenso.
Comunque l’indomani ci siamo alzate ed abbiamo raggiunto Sauris di Sotto, dove dovevo presentarmi dal Sindaco, che poi mi ha fatto accompagnare a Sauris di Sopra, dove si trovava la scuola.

Anna Umberta Squecco a Sauris.

 La vita a Sauris.

 A Sauris facevano le scorte di alimentari per tutto l’inverno prima che venissero freddo e neve. E scendevano ad Ampezzo, in autunno, a vendere burro e formaggio, e per acquistare farina da polenta, riso, pasta, grano, e tutto quello che accorreva, in modo che, se il paese fosse rimasto isolato per qualche giorno, nessuno sarebbe morto di fame.
E quindi i commercianti di Ampezzo vendevano, a loro volta, il burro ed il formaggio, in particolare quello salato, acquistati dai saurani ad altri, e si diceva che questi prodotti raggiungessero anche i mercati veneziani.
Ed i saurani acquistavano e vendevano in prevalenza ad Ampezzo, mentre invece non commerciavano con Sappada. Non devi guardare cosa faceva tuo nonno Emidio (conosciuto a Sauris da Anna proprio mentre faceva la maestra a Sauris di Sopra, e quindi diventato suo marito ndr), perché lui si recava a Sappada a trovare un suo zio materno, don Emidio Troiero, che era lì sacerdote.

Comunque i saurani facevano una vita grama, perché lavorare era pesante, e l’inverno lungo. Ma quando sono andata io a Sauris (forse nel 1920 o 1921 ndr) le strade restavano chiuse e il paese isolato solo per due o tre giorni. Forse prima della guerra sarà stato peggio, ma dopo la guerra era già diverso.
In comune di Sauris gli uomini in genere non emigravano, ma erano contadini. C’era sì qualcuno che cercava lavoro all’estero, ma i più vivevano con l’allevamento del bestiame. E anche le donne facevano le contadine, a fianco degli uomini. A Sauris erano molto attaccati alla terra, e le donne non dovevano, come negli altri paesi, sobbarcarsi tutti i lavori anche pesanti, di qualsiasi tipo, dopo la partenza dei mariti, ma avevano l’aiuto degli uomini di famiglia.

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E a Sauris coltivavano il lino, che poi filavano e tessevano, e con cui facevano la biancheria, le lenzuola ed anche il corredo per le ragazze, ed ogni casa aveva il suo campetto di lino. A Cavazzo coltivavano invece canapa, ma non lino. Ed a Sauris coltivavano, per uso alimentare, orzo e patate.

Io abitavo, allora, presso una famiglia, a pensione, e la mattina a me davano caffè e latte, mentre loro, la mattina, facevano, per sé, una bella terrina di gjuf, con la farina ma senza zucca, insomma una specie di polentina, e sopra ci mettevano o un po’ di burro o un po’ di ‘roba’ di maiale fritta nel grasso, o lo mangiavano con il latte. Inoltre qualche volta facevano, sempre per mangiarla al mattino, anche quella che noi chiamavamo ‘zuppa spartana’, con la farina rosolata nel burro fuso (detta anche, in friulano, ‘brut brusat’ ndr).
A mezzogiorno i saurani facevano la polenta che consumavano con formaggio o frico, o con un po’di carne della loro. Infatti le famiglie allevavano molti animali, e quando uccidevano delle bestie non le vendevano tutte, ma ne tenevano una per sé.  E c’erano famiglie che avevano mucche, vitelli, pecore, e tutte avevano il maiale. E poi andavano, d’estate, a far fieno in montagna anche per l’inverno, come dovunque in Carnia.
E mi ricordo pure che, nella famiglia che mi ospitava, si mangiava carne e si beveva vino, insomma si facevano pasti speciali a Carnevale, mentre d’inverno si mangiavano minestra e patate. Ma a Sauris si consumavano pasti speciali anche il giorno del Santo del paese. A Sauris di Sotto si venerava San Osvaldo ma si festeggiava anche l’Assunta, a Sauris di Sopra San Lorenzo, che io mi ricordi. Nei giorni dei Santi Patroni e della Madonna d’agosto in alcune famiglie facevano i crostoli, mentre in casa di Floreano Plozzer e Maria Elisabetta, genitori di tuo nonno, si apriva il prosciutto crudo affumicato fatto con la carne del loro maiale, e ti garantisco che era proprio buono!
Ed anche a Sauris i giovani usavano talvolta andare a ballare, come a Cavazzo, ove però ogni occasione era buona per organizzare un ballo.

Per quanto riguarda la famiglia di tuo nonno Emidio detta di Sbaltn, essa era imparentata con l’unico ceppo di Plozzer trasferitosi da Sauris di Sotto a Sauris di Sopra, quello di Tobia e Lorenzo, ed aveva in famiglia dei sacerdoti, come la famiglia di Maria Elisabetta Troiero, (detta Trougars) tua bisnonna. Questa poi, essendo morti suo cognato Giuseppe e la moglie, aveva preso con sé anche i figli di questi: Giovanni Battista, poi diventato prete, Osvaldo, Anastasia, Arcangela e Tommaso, e certe volte li trattava, secondo quanto narrava tuo nonno, meglio dei figli, in quei tempi miseria, quando Floreano e Maria Elisabetta vivevano di agricoltura ed allevamento».

 

La famiglia di Floreano Plozzer (Sbaltn) e Maria Elisabetta Troiero (Trougars – della fontana) ritratti nel 1907 circa. Seduti i genitori con in mezzo la piccola Agnese. Dietro, da sinistra a destra guardando, i loro figli: Emidio (Midio), mio nonno, Giuseppe (Heppe), caduto nella prima guerra mondiale e sepolto al tempio Ossario di Timau, Anna Maria (Miele), Giovanna. Forse Agnese morì di spagnola nel 1918.  Manca Augusta che poi sposerà Agostino Domini.

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 Laura chiede se anche a Sauris i soldi della famiglia venivano gestiti dal vecchio di casa, che li distribuiva ai figli, alle nuore.

Anna: «Non lo so, perché ognuno aveva la sua famiglia. Comunque poteva anche amministrare il vecchio, ma non dava certamente molto ai figli, alle figlie, alle nuore, perché io mi ricordo che c’erano quelle povere donne, la moglie e tre figlie, che facevano parte della famiglia dove abitavo, che se volevano comperarsi un grembiule dovevano allevare galline e vendere le uova. E facevano fatica anche ad avere i soldi per comperare un vestito.

Invece ti posso dire che a Sauris e a Mediis, come credo nel resto della Carnia, le famiglie ci tenevano a che i bambini frequentassero la scuola, e nessun genitore, quando insegnavo a Sauris di Sopra, dopo la fine della prima guerra mondiale, è mai venuto a prendere un figlio per portarlo a casa ad aiutare nel lavoro. E guai se i bambini non ubbidivano alla maestra e non facevano bene a scuola! Ci tenevano moltissimo al fatto che imparassero a leggere e scrivere».

Laura chiede come faceva ad insegnare la lingua italiana se i bambini parlavano un dialetto tedesco.

«Come vuoi che facessi? Mi arrangiavo! Quei piccoli della prima non sapevano una parola di italiano, e allora all’inizio dovevo portare un oggetto a scuola, chiedere a loro come si chiamava nella loro lingua, e poi dire come si chiamava in italiano.  E quindi chiedevo ai bimbi di ripetere il nome italiano. E così con tutti gli oggetti, finchè imparavano. Ma si doveva avere molto materiale didattico e pazienza per insegnare in questo modo, ma devo dire che gli scolari saurani erano bambini svegli, che imparavano subito. E quando dicevano qualcosa che non capivo chiedevo ai più grandicelli, a quelli della terza, di tradurmelo, di fare da interpreti, per poi spiegare ai più piccoli. Ma anche a Sauris, allora, morivano molti bambini, come del resto un po’ dappertutto, in particolare quando scoppiavano epidemie di una qualche malattia infantile.

Casa Plozzer a Sauris di sotto, ove abitava la famiglia di Floreano.

 

Fin qui la prima parte del racconto di Anna, che sposerà, nel 1923, Emidio Plozzer, spostandosi poi con il marito a Mediis e quindi a Tolmezzo, e che continuerà con la narrazione di ulteriori aspetti di vita familiare e Cavazzina, alla prossima puntata.

Laura Matelda Puppini

Le fotografie presenti nel testo fanno parte dell’Archivio Plozzer e sono di proprietà di mia madre, la dott. Maria Adriana Plozzer, sono state scannerizzate con uno scanner Epson ed elaborate da me, da stampe in b/n tranne la prima. L’ immagine che correda l’articolo è quella che ritrae Anna Umberta Squecco a Sauris. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

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