Gentilissimo Barbacetto, oggi 26 marzo 2020, nel suo pezzo su “Il Fatto Quotidiano”, intitolato: “Lombardia e virus, una disastrosa reazione politica”, Lei si chiedeva, rispetto all’emergenza Covid-19, «Come è stata affrontata dal sistema sanitario e dalla politica che ha il compito di proteggere i cittadini?” e vorrei darLe subito una risposta: come all’età della pietra, senza se e senza ma, secondo me. Ed ora spiego il perché di questa mia affermazione.   

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Il 24 agosto 2016, un tremendo terremoto colpiva Lazio, Marche ed Umbria, ed improvvisamente la politica, i giornali tutti si risvegliavano con gli occhi sbarrati “C’è stato un grande terremoto in Italia centrale!» E via a parlare delle catastrofi naturali che improvvisamente colpiscono il paese, dei mezzi di soccorso che non possono atterrare, quando però uno di quei muli utilizzati dai nostri alpini o un asino di quelli di cui si servivano i contadini sarebbe potuto passare per sentieri stretti e montuosi, e via dicendo.

Ed allora, nel mio: “Il terremoto in Lazio Marche ed Umbria. Il prevedibile e la messa in sicurezza degli abitati. Ma … Per quei morti nel 2016”, pubblicato su www.nonsolocarnia.info il 25 agosto 2016 e aggiornato il giorno seguente con alcune considerazioni da Il Fatto Quotidiano, prima non presenti, così scrivevo: «Ci sono cose che ti fanno riflettere. Non sappiamo ancora il numero dei morti nel terremoto di ieri, 24 agosto, al mattino, ma una domanda sorge spontanea: possibile che nessuno potesse prevedere un ulteriore forte terremoto visto l’aumentare delle scosse in zona? Inoltre perché non si sono messe in sicurezza le abitazioni ed i paesi, data l’alta sismicità del territorio? Mistero». E continuavo elencando tutte le scosse e scossette che si erano presentate in quella zona dal 24 marzo fino al 15 luglio dello stesso anno, e nel 2013 non era andata molto meglio, e, poi, riportavo da: https://ingvterremoti.wordpress.com/2013/03/24/sequenza-sismica-tra-le-province-di-perugia-e-pesaro-urbino/ questa considerazione: «Questo settore dell’Appennino umbro-marchigiano rappresenta un laboratorio naturale per lo studio della sismicità. Diversi progetti finanziati negli ultimi anni dal Ministero della Ricerca, dal Dipartimento della Protezione Civile e dall’Unione Europea e coordinati dall’INGV hanno fatto di questa regione una delle aree di studio dei terremoti più importante a livello internazionale. Per maggior dettagli si veda il sito del cosiddetto TABOO (The Alto-tiberina near-fault Observatory).”

E infine mi chiedevo: «Cosa hanno fatto i governi precedenti e l’attuale per mettere in sicurezza le abitazioni e le persone del territorio? NULLA DI NULLA. E per cortesia nel 2016, non parlateci di evento imprevedibile, con questa situazione, nè che non si poteva far nulla. Quelle case potevano non crollare, ma … Ma? Potrà il governo rispondere su quanto?»

Quindi aggiungevo alcune considerazioni di Marco Travaglio, dal suo “Consigli inutili”, Il Fatto Quotidiano 26 agosto 2016, come quella che  se non si possono prevenire i terremoti si possono prevenire i danni, mettendo in sicurezza abitazioni e paesi, e che i soldi si possono trovare, per esempio rinunciando alle grandi opere come il ponte sullo stretto, (che fa l’altro sorgerebbe su una faglia sismica), la Orte- Mestre, rinunciando alle Olimpiadi, alla Tav Torino Lione, e via dicendo. Alla fine riprendevo questa considerazione di Marco Maroni, sempre dallo stesso numero di: Il Fatto Quotidiano: «bastano 13 miliardi per evitare la conta dei morti per sismi, e sinora sismi e ricostruzione sono costati all’Italia ben 150 miliardi, oltre il bagaglio di vite umane ed i feriti.» (Marco Maroni, Edifici più sicuri: 13 miliardi per evitare la conta dei morti, in: Il Fatto Quotidiano, 26 agosto 2016).

Era quel terremoto prevedibile? Sì. Si è fatto qualcosa per contenerne gli effetti negativi? No. Nessuno pare avesse allora, ed ha ora, progettato un piano organico di intervento per terremoto di una certa entità in zona rossa, ma neppure gialla, nessuno studio programmatico, pare nulla di nulla. In compenso questi disastri ritenuti sempre imprevedibili ed eccezionali, permettono ai politici ancora di parlare, parlare, spesso con poco costrutto, a tanti di appellarsi al buon cuore nazionale, ai più di dire convinti che “Ce la faremo” non si sa però a quale prezzo di vite umane ed economico.

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E veniamo all’oggi. Siamo nel mondo della globalizzazione, ove è già accaduto che animali si siano inseriti qui e là su aerei e siano stati per finire o siano finiti da una parte all’altra del pianeta. (Cfr. per esempio: https://www.mondofox.it/2018/09/27/serpenti-usano-aerei/).

E allora come volete che anche un virus non possa attaccare una persona e spostarsi, attraverso la stessa, in aereo, o in treno e via dicendo? Inoltre questo non è il primo virus di questo tipo che allerta l’Oms. Perché «Il nuovo virus appartiene alla vasta famiglia dei coronavirus, la stessa di cui fanno parte il comune raffreddore ma anche le ben più insidiose SARS e MERS (una malattia epidemica diffusa in Medio Oriente sin dal 2012). In particolare, il nuovo coronavirus ha una affinità genetica stretta con il patogeno vettore della SARS, circostanza che motiva la sua denominazione ufficiale». (https://www.unicef.it/doc/9658/coronavirus-e-rischi-per-infanzia-cose-da-sapere.htm).

Inoltre «Il 30 gennaio, a seguito del verificarsi di nuovi contagi in diverse regioni del pianeta, l’OMS ha dichiarato l’epidemia da coronavirus una “emergenza sanitaria globale” (Public Health Emergency of International Concern – PHEIC). Nonostante la terminologia, la dichiarazione di emergenza globale non va considerata come un aggravamento particolare della situazione (che era già stata classificata come “allarme elevato” il 27 gennaio) e non costituisce un evento straordinario: dal 2009 a oggi sono state ben 6 le dichiarazioni di emergenza globale dell’OMS». (Ivi).

E dato che il rischio di pandemia mondiale si era già presentato, lo stato italiano aveva già approntato un “Piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale” ed esistevano pure già i suoi figli, cioè i “Piani pandemici regionali”, di cui l’Italia si era dotata già nel 2003, (Marco Palombi, I piani pandemici c’erano: nessuno, però, li ha seguiti” “Il Fatto Quotidiano di oggi, 22 marzo 2020).dopo la suina che non mi ricordo se seguisse o precedesse l’aviaria, e chissà perchè questi virus, della stessa categoria, diciamo così, sono stati definiti con riferimento ad animali, se non si fossero ipotizzati gli stessi come veicoli di trasmissione.
E detti piani prevedevano, senza attendere che l’epidemia scoppiasse, la dotazione di dispositivi di protezione individuale per il personale sanitario, il controllo dei sistemi di sanificazione e disinfezione, l’individuazione di appropriati percorsi per malati e sospetti tali, la predisposizione di appropriate misure di controllo della trasmissione dell’ influenza pandemica in ambito ospedaliero, il censimento dei posti letto in isolamento, delle stanze in pressione negativa, dei dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti (leggasi respiratori ed altro) in modo da acquistarne se fossero carenti, ed altro ancora. (Marco Palombi, op. cit.).  Ma poi …. ma poi?

Ma  pare che ora la società italiana ed i mezzi di informazione di massa abbiano preso coscienza di problematiche che erano note da un pezzo ed ipotizzabili, come appunto quella che una virosi anche nuova può diffondersi, in una società globalizzata, nel mondo intero, che i virus possono mutare, che forse sulla sopravvivenza dei virus, la formazione di nuovi, ecc. ecc. può giocare un ruolo anche il mutamento climatico, che è pur esso mondiale, solo con l’arrivo del coronavirus, che però non è uno tsunami. Ma cosa vuoi che sia, gli aspetti importanti per la società sono i tweet, i cip cip dei politici, gli andamenti dei titoli azionari e gli accordi commerciali, il pil e cosa dice e detta Confindustria.

Ma ritorniamo indietro di qualche settimana, di un paio di mesi., ricordando che il 30 gennaio 2020 l’Oms aveva già decretato l’allerta mondiale per il virus, ed attendeva solo di vedere se si sarebbe diffuso anche sul territorio africano per dichiarare la pandemia globale, ed anche le nostre italiche tv non facevano altro che parlare della città cinese di Wuhan. Orbene: la sottovalutazione del rischio e l’incapacità organizzativa, sottolineati pure da Davide Milosa e Maddalena Oliva nel loro “Lombardia contro Covid-19: i dieci errori della Regione, in Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2020, e già fatti presenti da me nel mio “Il coronavirus piomba su di una Italia impreparata, con una sanità falcidiata ed in altro affaccendata”, pubblicato su www.nonsolocarnia.info il 26 febbraio 2020, (http://www.nonsolocarnia.info/il-coronavirus-piomba-su-di-una-italia-impreparata-con-una-sanita-falcidiata-ed-in-altro-affaccendata/), sono sotto gli occhi di tutti.  

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Non è vero però che dal 30 gennaio non si sia fatto nulla, almeno secondo Davide Milosa e Maddalena Oliva, op. cit., si sono fatti incontri a Roma, ove si illustravano le possibilità del virus di diffondersi, si è messo in luce che le terapie intensive avevano talmente pochi posti letto, personale ecc. ecc. «che sarebbero andate sotto stress» (Ivi), senza che la Siaarti avesse avuto ancora la brillante idea di lasciar fuori dalle stesse i vecchi, ma fino al 20 febbraio si è deciso di fatto ben poco. (Ivi). Poi la corsa all’ospedalizzazione, le incertezze, la mancata programmazione di un intervento adeguato per arginare il contagio e monitorare il suo andamento a livello territoriale, e via dicendo, e medici e infermieri mandati allo sbaraglio senza protezioni adeguate, ma questi ultimi, in qualche caso, pare anche senza preparazione adeguata, che si riduce ad una chiacchierata della durata di mezza mattina se si crede ad una lettera, firmata da Maurizio Migliaccio, intitolata “troppi infermieri precari, altro che eccellenza sanitaria, in Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2020. E, sempre secondo la stessa fonte, si vedono «giovani infermieri in prima linea (pronti soccorsi, reparti Covid-19 e terapie intensive) a quattro soldi».

Ma, penso io, vi ricordate quando i nostri manager guru, cercavano la via, per spendere di meno, di assoldare persino infermieri di pronto soccorso su rombanti moto, dal privato? È accaduto a Trieste. Chi li aveva preparati?  Dio solo lo sa, ma l’azienda fornitrice garantiva che era personale formato, ci mancherebbe, e costavano poco e forse cercavano una scorciatoia per il posto fisso, un domani.  Ma vi rendete conto in che situazione è precipitata la sanità italiana? Ma vi rendete conto che ora sono magari quei politici sprovveduti, che stanno a capo di giunte regionali taglia-tutto, peggio dei disboscatori dell’Amazzonia, e che magari invocano i lanciafiamme, a parlare di tragedia, (Antonio Averaimo, la denuncia di De Luca: a un passo dalla tragedia, in Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2020) a fare comunicati, a inviare lettere a Conte, che poveraccio deve sentire anche Salvini, quando Salvini non ha mai accettato critiche da nessuno, ed in cui gli unici a avere i nervi saldi sono, pare, i molti italiani rinserrati in casa e senza sanità ordinaria e servizi sanitari, che resistono e resistono?

Ma per tornare a Gianni Barbacetto, alla sua domanda su come è stata affrontata dal sistema sanitario e dalla politica questa emergenza Le rispondo che, per me, è stata affrontata come si fosse all’età della pietra.

Perché era allora che, non sapendo nulla e credendo solo agli dei favorevoli od avversi, gli uomini e le donne si trovavano travolti da eventi a loro sconosciuti, fosse la terra che tremava sotto i loro piedi od un virus che tutti uccideva, e si prodigavano in sacrifici e rituali per cercare di fermare il flagello. Ma d’altro lato traevano consiglio dalla loro esperienza, non mangiavano più il fungo velenoso e trasmettevano ai figli di non mangiarlo, circondavano i villaggi con staccionate per evitare che le belve si avvicinassero troppo all’abitato ed accendevano fuochi per allontanarle, dopo aver sperimentato qualche brutto incontro, e ripetevano quei riti, imparati dagli anziani, che pensavano fossero favorevoli al fermare le avversità, per esempio facevano la danza della pioggia quando imperversava la siccità. Inoltre, successivamente, i nostri avi avevano imparato a isolare chi aveva una malattia contagiosa, anche fuori dalla città, a segnare le case degli infetti, ed i medici erano dotati di maschere se visitavano un “appestato”.

Ora non possiamo, nel 2020, essere travolti per non saper programmare, progettare, fare tesoro delle conoscenze acquisite, ed informarci in tempi brevi, per aver messo il Dio soldo al primo piano, per sposare ancora quella politica dell’eccezionalità di ogni evento prevedibile e previsto, che ci sta per travolgere mentre i nostri politici parlano del nulla, dimentichi dei piani già scritti per l’intervento in caso di virosi. Non possiamo consegnare ai nostri figli e nipoti un mondo siffatto.

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E concludo con due righe da: Sonia Shat, Da dove vengono i coronavirus? Contro le pandemie, l’ecologia, in: Le Monde Diplomatique, Marzo 2020.

Cosa ci racconta la nota giornalista in questo suo pezzo? Che un tempo c’erano le foreste, c’erano degli habitat per animali che concorrevano sì all’equilibrio ecologico, ma che non dovevano vivere a stretto contatto con l’uomo. Ma se è vero che molti animali son portatori di coronavirus, è anche vero che detti virus a loro non fanno nulla, e che se stanno dove Dio li ha posti, all’uomo non accade nulla. Ma allora perché «dal 1940, centinaia di microbi patogeni sono comparsi e riapparsi in aree in cui, in alcuni casi, non si erano mai visti prima»? Non a causa della fauna selvaggia in sé, che resterebbe volentieri dove è sempre rimasta se le fosse concesso, ma dell’uomo, che deforesta, cementifica, riduce per esempio in America il numero degli opossum, che sono fondamentali per far in modo che le zecche non aumentino troppo di numero, e via dicendo. Ma ora, grazie alla nostra sconsideratezza, gli animali sono costretti a vivere in spazi ristretti intorno alle abitazioni umane, ed i virus raggiungono l’uomo, che non è preparato ad esserne un ospitante senza avere grossi problemi. E così è accaduto anche per l’Hiv, per ebola, per la suina, l’aviaria, ecc. ecc.. Poi ci sono gli allevamenti intensivi, i cui liquami, concentrati in poco spazio, fanno da ottimo brodo di cultura per virus e batteri di diverso tipo.
E se è vero che, come dice l’epidemiologo Larry Brillant, citato sempre da Sonia Shah, «focolai di virus sono inevitabili, le epidemie no», è anche vero che se non cambiamo le nostre politiche di sconvolgimento della madre terra, questo sarà solo l’inizio.

Senza offesa per alcuno, solo per scrivere due pensieri ulteriori, in questo periodo di immobilismo fisico ma che non deve essere del pensiero, e chiedendo subito scusa a chi si potesse sentire dispiaciuto da questo mio, e se erro correggetemi. Laura Matelda Puppini

L’immagine che accompagna l’articolo è sempre la stessa che ho utilizzato le altre volte per articoli sul coronavirus, elaborata in altro colore. LMP.

 

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