Leggo, con vera sorpresa ed indignazione, la proposta di Giuliano Poletti, secondo wikipedia perito agrario, presidente nazionale Legacoop, ex- P.c.i., mio coetaneo, ora Ministro del lavoro e delle politiche sociali, detto anche, correntemente, del  Welfare, nel governo Renzi, di uscire dal pagamento orario del lavoro. (Salvatore Cannavò, L’ultima di Poletti: l’ora di lavoro è roba vecchia, in: Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2015).

Forse il Ministro, udite, udite,  del Welfare (e notate che welfare significa benessere) pensa di reintrodurre la paga del lavoratore sulla base del numero di unità prodotte? Perché o si paga ad orario o a prodotto, non conosco altro modo. Andremo a finire in Italia con tutti paragonati, per contratto, (ammesso che il Governo non ci tolga anche questo), ai vecchi venditori porta a porta, con le peggiori condizioni del settore commercio, quasi nuovi “Vu cumprà”, si fa per dire?
Vuole detto Ministro, precarizzare ancor di più il lavoro giovanile, per far risparmiare i potenti industriali della Leopolda,  amati “dall’uomo solo al comando”, definizione utilizzata per Matteo Renzi (Marco Damilano, La storica notte del terremoto Matteo Renzi Un uomo solo al comando, in: L’Espresso, 26 maggio 2014) e da me condivisa, per contrarre ancor di più il mercato, condurre inesorabilmente verso una stagnazione recessiva stabile, peggiorare la vita del popolo italiano, già indecorosa per moltissimi, limitare ancor di più le famiglie e la possibilità di far figli, ecc., far aumentare il disagio sociale, la stanchezza, e l’ angoscia della mancata stabilità economica, che volge alla malattia mentale ed a condizioni di vita pessime?

E dato che si parla di lavoro, mi sto chiedendo che idea abbia dell’organizzazione del lavoro Matteo Renzi. Ha mai letto i testi sul taylorismo e sui limiti dello stesso? Date le sue scelte, dovrebbe conoscere detto modello organizzativo del lavoro, che ebbe origine alla fine del 1800, e iniziò ad esser applicato ai primi del Novecento, negli U.S.A., in un preciso momento storico, quando iniziarono a svilupparsi le grandi fabbriche con produzione di massa e con la comparsa dell’operaio generico. (Cfr. Antonio Grisolia, Critiche al taylorismo/fordismo, in: http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=3&id=477).

  • IL TAYLORISMO ED IL FORDISMO.

Frederick Winslow Taylor, ingegnere meccanico, alla fine Ottocento, iniziò a studiare, da imprenditore, il modo migliore, a suo avviso, per gestire il lavoro in fabbrica. La sua ipotesi consisteva essenzialmente nel supporre l’esistenza di un “unico miglior modo” (“one best way”) per compiere una qualsiasi operazione produttiva. Pertanto approntò un metodo che prevedeva lo studio accurato dei singoli movimenti del lavoratore per poter ottimizzare il tempo di lavoro, programmando l’esatta serie dei movimenti ed il tempo necessario per svolgere ciascuno di essi, ed una possibile via per compierli in modo più veloce. Inoltre la sua organizzazione del lavoro prevedeva alcune figure basilari come: l’addetto agli ordini di lavoro e ai cicli; l’addetto alle schede di istruzione; l’addetto ai tempi e ai costi; il caposquadra; l’addetto alla velocità di esecuzione;l’ addetto alla manutenzione; l’ispettore; l’addetto ai rapporti disciplinari.
La strada tracciata da Taylor venne applicata e sviluppata da Henry Ford,che la attuò, per primo, in un’industria, la casa automobilistica Ford, con una concezione dei rapporti di organizzazione nota come fordismo. (Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Frederick_Taylor).

«Con l’andar del tempo il termine taylorismo ha assunto un significato più vasto e ha preso a indicare tutti gli aspetti di un lavoro, sia manuale che impiegatizio, organizzato secondo criteri ripetitivi, parcellari e standardizzati, dove la mancanza di discrezionalità e di contenuti intelligenti è vista come una condizione necessaria per ottenere una resa produttiva più intensa e uniforme. In questo senso l’uso comune del termine taylorismo ha un significato intrinsecamente ambivalente, perché evoca l’idea che l’efficienza non possa essere ottenuta che a prezzo della ripetitività normalmente imposta per via gerarchico-burocratica. (…). Verso la fine del XIX secolo il progresso tecnico consentiva ormai una produzione di massa. Macchinari sempre più veloci e potenti permettevano di progredire lungo due dimensioni tipiche dell’industria moderna: la standardizzazione dei prodotti e dei processi produttivi e la specializzazione delle macchine utensili. Le cosiddette macchine polivalenti universali manovrate da operai di mestiere, che avevano trionfato per tutto il XIX secolo, lasciavano sempre più spazio alle macchine specializzate e monovalenti […].» (http://www.treccani.it/enciclopedia/taylorismo).
Questa evoluzione tecnica poneva le basi per un profondo cambiamento del lavoro operaio: i lavoratori specializzati servivano sempre meno lasciando il posto a operai dequalificati, che avevano il semplice compito di caricare e scaricare i pezzi sulle macchine, mentre la manutenzione di queste veniva affidata a ristrette squadre di operai specializzati. Questa rivoluzione consentì di aumentare enormemente la produzione, ma anche di ridurre il costo del lavoro, data la minore qualificazione professionale degli addetti alle macchine. (Ivi).

Il progresso tecnologico si accompagnava a un altro importante fenomeno, la progressiva crescita delle dimensioni quantitative delle fabbriche. (…). Negli stabilimenti troppo grandi per poter essere controllati direttamente dal padrone, tutto il potere era delegato ai capireparto, scelti più con il criterio della fedeltà che con quello della competenza». (http://www.treccani.it/enciclopedia/taylorismo).
Daniel Nelson parla di “impero dei capireparto”, il cui potere, secondo Sanford M. Jacoby, veniva attuato attraverso “controllo stretto, abuso, irriverenza e minacce”. «La nota dominante del drive system era di ispirare nell’operaio reverenza e paura del management, e quindi trarre vantaggio da quella paura per ottenere una maggiore produzione». (http://www.treccani.it/enciclopedia/taylorismo)

«Oltre allo strapotere dei capireparto, molto diffusa nelle fabbriche era la figura dei ‘contrattisti’, operai qualificati che lavoravano nelle officine con il duplice ruolo di dipendenti e di piccoli imprenditori. Stabilita una paga globale del contrattista per un certo periodo, questi assumeva altro personale – compresi propri familiari – a cui pagava parte del salario globale ottenuto dall’impresa. Si sviluppava così un sistema doppio di sfruttamento, dell’impresa nei confronti dei contrattisti e di questi ultimi nei confronti dei propri collaboratori. Toccava dunque anche ai contrattisti escogitare soluzioni tecniche e organizzative per abbassare i costi». (Ivi). Vuole proporre nuovi contrattisti, il Ministro Poletti? Spero proprio di no.

I risultati di detti metodi di lavoro si fecero ben presto sentire sul «capitale umano»: la stanchezza provocava un numero maggiore di errori; il controllo e la tempistica creavano ansia e paradossalmente sbagli, la paura di sbagliare ne creava ulteriori, la demotivazione e ripetitività portavano a disaffezione, le malattie aumentarono, fino ai numerosi licenziamenti anche volontari, con impossibilità di lavorare e mantenere la famiglia. La critica umanistica mise in risalto la mancanza totale di attenzione verso il fattore umano, nei suoi aspetti fisiologici e psicologici, la trascuranza degli effetti alienanti e frustranti sulla psiche dovuti a lavori privi di contenuto e intelligenza parcellizzati e standardizzati, monotoni. Le condizioni di vita  peggioravano, il cottimo sfiniva. Grazie a ricerche ed esperimenti in fabbrica, gli studiosi Mayo e Dikson sottolinearono come la produttività di impresa aumentasse se venivano cambiate delle peculiarità del taylorismo in favore delle risorse umane, ad esempio creando relazioni amichevoli tra lavoratori, favorendo i gruppi informali, mutando le forme di supervisione del lavoratore, introducendo pause lavorative ed incentivi economici legati alla produttività di gruppo. (Antonio Grisolia, op. cit.).
Che vuol fare il Governo Renzi? Tornare alla fine Ottocento, primi Novecento?

  • IL TOYOTISMO.

Quindi si giunse al toyotismo, metodo applicato presso la giapponese Toyota, basato sul principio del “Just in time” ovvero sulla concezione di produrre nel momento stesso in cui arriva la domanda, evitando di creare scorte eccessive, che implicano maggiori spazi, maggiori movimenti di materiali e un numero maggiore di lavoratori, più apparati informativi e tecnologici. (https://it.wikipedia.org/wiki/Toyota_Production_System). Il toyotismo giapponese caratterizzò l’industria sino agli anni ’80, ed era attento ad alcuni aspetti relativi al lavoro di gruppo, rispetto al taylorismo. Nel toyotismo l’opinione di gruppo viene considerata della massima importanza ed impedisce al singolo di violare le norme di comportamento, tese al raggiungimento degli obiettivi, ma implicache  il lavoratore licenziato riceva l’ostracismo dei compagni che vedono compromessi i loro obiettivi produttivi. (Cfr. Massimo Remondini, L’organizzazione del lavoro dal taylorismo al toyotismo, http://web.tiscali.it/remondini/massimo/organizzazione_lavoro.htm). In sintesi al ludibrio del caporeparto si sostituisce quello ben più potente del gruppo, del microcosmo sociale.
Il toyotismo, inoltre, rimane sempre legato ad una razionalizzazione dei movimenti produttivi dei lavoratori, e funzionale alla produzione necessaria ed indispensabile, in base alla richiesta di mercato.

  • IL SISTEMA  “WAL MART”.

«Il sistema Wal-Mart rappresenta – secondo Mario Sacchi  – il prodotto della più perfetta combinazione di taylorismo, fordismo e toyotismo e perciò della più “razionale” spremitura del lavoro vivo finora realizzata.
Dal taylorismo Wall-Mart ha preso la parcellizzazione estrema dei compiti di lavoro e l’ossessione per la misurazione dei tempi delle singole operazioni lavorative. Dal toyotismo ha preso e implementato il principio dello just in time, che utilizza per tagliare gli sprechi di tempo, di scorte di magazzino e di personale. Dal toyotismo e dal fordismo ha preso l’assoluta ostilità per il sindacato, bandito in ognuno dei suoi stabilimenti. Negli ipermercati Wal-Mart i salari medi sono di 11.700 dollari l’anno, di 2.000 dollari inferiori alla soglia di povertà e del 25% inferiori ai salari medi degli altri ipermercati; non pochi tra i lavoratori della Wal-Mart sono costretti a ricorrere ai buoni pasto per mangiare e agli ostelli per i poveri per dormire, il 72% dei lavoratori non ha assistenza sanitaria, e i lavoratori che l’hanno devono pagare 75 dollari al mese per un’assicurazione che non rimborsa le spese per i medicinali, in una situazione dove è si obbligati a scegliere “se mangiare o curare i figli”. Per non dire che più del 50% dei lavoratori è impiegato part-time e il turnover è al 40%, così da tagliare i costi della pensione e la sanità per la gran parte dei lavoratori; in 31 stati degli USA Wal-Mart è stato denunciato per non aver pagato gli straordinari ai propri dipendenti: gli addetti alle pulizie degli stabilimenti Wal-Mart sono spesso lavoratori immigrati senza permesso di soggiorno, chiusi a chiave nello stabilimento durante il turno di notte e impossibilitati a uscire anche se malati; i manager sono istruiti a contrastare l’organizzazione sindacale al punto che quando un piccolo reparto del Texas è riuscito a organizzarsi sindacalmente, Wal-Mart ha chiuso l’intero supermercato: o che sono circa 30.000 gli agenti incaricati di sorvegliare e pedinare i lavoratori dei grandi magazzini per assicurarsi che nessuno abbia contatti con il sindacato. Turni folli, straordinari non pagati repressione sistematica è questa la filosofia che ispira il sistema Wal-Mart.
Ma Wal-Mart non applica i principi tayloristi, fordisti e toyotisti solo nei suoi ipermercati. Wal-Mart impone indirettamente gli stessi principi anche nelle fabbriche dei suoi fornitori. Wal-Mart impone ai propri fornitori di ridurre di continuo i prezzi di vendita della loro merce. Attraverso la politica dei prezzi bassi Wal-Mart diffonde così i principi tayloristi, fordisti e toyotisti nelle fabbriche di tutto il mondo, ove il capitale industriale, in modo particolare quello delle piccole e piccolissime imprese è costretto a tagliare il costo del lavoro al fine di rimanere sulla non piccola sezione di mercato controllata dal Wal-Mart». (Mario Sacchi, L’organizzazione del lavoro capitalista e il malessere dei lavoratori, in: http://www.webalice.it/mario.gangarossa/sottolebandieredelmarxismo_identita/2010_05
Sono queste le teorie sull’organizzazione del lavoro sposate da Matteo Renzi, dal suo governo, dal Partito Democratico, trasformatosi di botto nel «Partito della nazione, partito Leopolda o semplicemente ‘Partito Democratico new look’»? (http://www.huffingtonpost.it/2014/10/21/matteo-renzi-partito-nazione_n_6022820.html) Ma allora, il governo che funzione ha, rispetto ai cittadini? Di trasformarli in Sotàns? Di aiutare quelli della Leopolda? Non lo so. Chiediamocelo.

  • PROBLEMI ATTUALI DI CITTADINI E FAMIGLIE DOVUTI ALL’ ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO E LORO RISVOLTI SOCIALI.

Prendo la riflessione su questi aspetti da: “Comitato delle Pari Opportunità – Università Cattolica Sacro Cuore, Lavorare sul lavoro, La definizione del Sé tra famiglia, lavoro e buone pratiche aziendali, intervento di S. E. Mons. Claudio Giuliadori, Assistente Ecclesiastico Generale UCSC, Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali, in: Famiglia e lavoro nella dottrina della Chiesa, in: www.unicatt.it/Intervento_-_Lavorare_sul_lavoro_2-X-2014.docx).
Così  scrive Mons. Claudio Giuliadori: «Volendo […] dare un piccolo apporto ai lavori mi permetto di presentare alcune riflessioni che spero possano essere utili al confronto odierno nella prospettiva delineata dal suggestivo titolo “Lavorare sul lavoro. La definizione del sé tra famiglia, lavoro e buone pratiche aziendali”. Vorrei subito evidenziare come questo tema sia di grande attualità sia per le difficoltà che stiamo vivendo a livello sociale nel nostro Paese proprio sul versante della famiglia e del lavoro sia per il cammino ecclesiale che ci vede prossimi all’apertura del Sinodo dei Vescovi sul tema della famiglia […].Anche se la pubblicistica ha dato voce solo ad alcuni aspetti legati alla disciplina ecclesiastica di fronte a situazioni particolari, in realtà il Sinodo vuole essere un momento di riflessione, di verifica e di progettazione su tutti gli aspetti della vita familiare inclusa la dimensione sociale, come si evince dallo stesso Instrumentum Laboris che non tralascia di toccare anche alcune questioni sociali, tra cui anche il rapporto tra lavoro e famiglia. Ben due paragrafi sono dedicati alla questione dell’incidenza dell’attività lavorativa sulla famiglia. In questi due passaggi, brevi ma quanto mai densi, troviamo elencate tutte le principali problematiche che emergono all’interno di questa relazione essenziale per la vita delle persone ma non facile da armonizzare. Può essere utile rileggerli […]. (…).

Nelle risposte è unanime il riferimento all’impatto dell’attività lavorativa sugli equilibri familiari. In primo luogo, si registra la difficoltà di organizzare la vita familiare comune nel contesto di una incidenza dominante del lavoro, che esige dalla famiglia sempre più flessibilità. I ritmi di lavoro sono intensi e in certi casi estenuanti; gli orari spesso troppo lunghi, talvolta si estendono anche alla domenica: tutto questo ostacola la possibilità di stare insieme. A causa di una vita sempre più convulsa, i momenti di pace ed intimità familiare diventano rari. In alcune aree geografiche, viene evidenziato il prezzo pagato dalla famiglia alla crescita e allo sviluppo economico, cui si aggiunge la ripercussione ben più vasta degli effetti prodotti dalla crisi economica e dall’instabilità del mercato del lavoro. La crescente precarietà lavorativa, unitamente alla crescita della disoccupazione e alla conseguente necessità di spostamenti sempre più lunghi per lavorare, hanno ricadute pesanti sulla vita familiare, producendo tra l’altro un allentamento delle relazioni, un progressivo isolamento delle persone con conseguente crescita di ansia. (Sinodo Straordinario, Instrumentum laboris, nn. 70-71).
(…).
Al cuore della Rerum novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891, troviamo infatti proprio il tema del rapporto tra capitale e lavoro ma declinato a partire dal bene primario e superiore della famiglia. Leone XIII in modo profetico, parla di salario legato alle necessità personali e della famiglia (cf nn. 9-11.35). Una società che non ama la vita e la famiglia e non lavora per esse, promuovendo un sistema davvero basato sulla sussidiarietà, è una società che in realtà ha in odio se stessa e costruisce, inesorabilmente, giorno dopo giorno, la sua estinzione. (…). Il crollo demografico che pesa come un macigno sul futuro dell’Italia – e che tanto incide anche sul sistema economico -, non è una fatalità, come ben dimostrato dalle scelte di tanti altri paesi europei, ma l’esito di precise e ottuse scelte politiche, nell’ambito dell’organizzazione del lavoro e nel sistema dei servizi. (…).
Per superare la mentalità individualista, oggi diffusa, si richiede un concreto impegno di solidarietà e di carità, il quale inizia all’interno della famiglia col mutuo sostegno degli sposi e, poi, con la cura che le generazioni si prendono l’una dell’altra. In tal modo la famiglia si qualifica come comunità di lavoro e di solidarietà. Accade, però, che quando la famiglia decide di corrispondere pienamente alla propria vocazione, si può trovare priva dell’appoggio necessario da parte dello Stato e non dispone di risorse sufficienti. È urgente promuovere non solo politiche per la famiglia, ma anche politiche sociali, che abbiano come principale obiettivo la famiglia stessa, aiutandola, mediante l’assegnazione di adeguate risorse e di efficienti strumenti di sostegno, sia nell’educazione dei figli sia nella cura degli anziani, evitando il loro allontanamento dal nucleo familiare e rinsaldando i rapporti tra le generazioni.
La famiglia, quindi, non può restare estranea all’organizzazione del lavoro e della vita sociale. Deve rientrare, sotto molteplici punti di vista, tra i criteri che guidano le scelte politiche, economiche e sociali del Paese. Questo attendono milioni di famiglie in Italia e questo è quanto si richiede, non da oggi, ai politici, agli imprenditori, ai sindacati e a tutte le forze sociali più sensibili e responsabili». Come non condividere? 

  • ED INTANTO IN ITALIA …

E per rendersi conto di come siamo caduti in basso, e come siamo lontani dalla salvaguardia delle persone e dei nuclei familiari, basta leggere il sito di Radio Studio Nord o il Messaggero Veneto del 28 novembre 2015, che ci informano come possa capitare che manchi persino benzina sufficiente ai mezzi di soccorso dell’ospedale di Gemona, al momento della ricarica delle tessere, tanto che alcuni operatori hanno anticipato in proprio, (“Tessere carburanti a secco, gli operatori anticipano i pieni di benzina per i mezzi”, in:http://news.rsn.it/41411-2/) mentre Matteo Renzi si è fatto approntare un nuovo aereo di rappresentanza, e vola qui e là …( Paola Saliani, Voli di Stato: per il nuovo aereo di Renzi spenderemo 75 milioni più che per gli asili nido, in Il Fatto Quotidiano, 14 settembre 2015). Pensiamo a quale democrazia si prospetta, a quale diritto al lavoro ed a farsi una famiglia, pensiamoci.

E per terminare leggiamo che succede già in Italia a lavoratori stranieri, schiavizzati, ed a donne usate nel lavoro ed abusate, coercitivamente, nel corpo, se vogliono guadagnare qualcosa in condizioni non oltre il pessimo. Tutti gli adulti dovrebbero leggere l’ ultimo numero di Left, e quegli articoli: Marco Omizzolo, Due volte schiave del padrone caporale, Raffaele Lupoli, Depistaggi o negazionismo?, Marco Omizzolo, Ritmi infernali e nessuno scrupolo, “Subiscono veri e propri ricatti sessuali”, Donatella Coccoli, Maremma che rete di sfruttatori, Ilaria Giupponi, Perché dico no alla manodopera irregolare, Ilaria Giupponi, Non possiamo abbandonarli, (Gli articoli sono pubblicati in: Left, 28 novembre 2015, pp. 23-33).  Se si vuole accondiscendere solo ai padroni, senza mediazione sociale ed sindacale, noi italiani possiamo finire così. Migrate, giovani, migrate, unitevi ai siriani nella ricerca di un mondo migliore, qui “potrebbe non tirar aria buona”. 

Preciso che sto cercando solo di capire che vuole fare questo Governo, che teorie lo muovano, ammesso che ne abbia, che posso errare e che non intendo offendere nessuno, ma solo esprimere il mio parere, come posso e riesco, in scienza e coscienza.

Laura Matelda Puppini

L’immagine è stata presa, solo per questo uso, da: http://www.panorama.it/cultura/libri/vita-charlie-chaplin-immagini/. Non è evidenziato che si debba richiedere permesso per uso di questo tipo, precisando la fonte. Laura Matelda Puppini

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