Se Paolo Strazzolini e pochi altri non amassero così visceralmente la figura di Elda Turchetti tanto da proporre, come si legge in: https://www.estoriafestival.it/event/tra-storia-e-memoria-raccontare-elda-turchetti-nei-fatti-di-porzus/, una visione romanzata della sua vita da lanciare in grande stile a ‘èstoria’, tramite uno spettacolo teatrale ed un libro su di lei, che però non so se debbano ancora uscire, non mi occuperei di una spia per i nazisti che finì uccisa alle malghe di Topli Uorch con Bolla Francesco De Gregori ed Enea Gastone Valente, e di cui poco si sa, ma credo pure non ci sia molto da sapere.

E, che ce la raccontino in un modo o che ce la raccontino in un altro, alle malghe furono uccise solo tre persone, sia per Marco Cesselli (1) sia per gli intervistati poi da Enrico Mengotti (2), che furono pure fra i testimoni sentiti ai processi per i fatti accaduti a Topli Uorch (3), erroneamente detti di ‘Porzûs’, forse perché suonava meglio.  

Ed i processi per l’eccidio di Porzûs  furono anche un affare mediatico e politico, ove i giudici, con la Dc già al potere, con molti fascisti che occupavano i posti di prima, con la guerra fredda in corso, con il comunismo visto come male assoluto anche quando molti socialisti e comunisti volevano solo pane e lavoro per tutti e più giustizia sociale, con Gladio ‘e le altre’ armate, cercarono di capire qualcosa fra mille testimoni ‘oculari’ che, ad anni di distanza, potevano non ricordare bene o pasticciare, avere paura, esser stati imbeccati, sperare di cavarsela in qualche modo, mentre Giacca non fu mai ascoltato ed interrogato.

Ma la difficoltà reale che trovarono i giudici dipese anche dal fatto che si unirono due aspetti da valutare in questi processi: la strage di Topli Uorch e Bosco Romagno ed uno caro alla Dc ed alle destre, ma surrettizio: e cioè se la Natisone fosse rea di alto tradimento per essersi spostata, dopo la ritirata dalla Zona Libera del Friuli Orientale, con i suoi uomini affamati e laceri, nella Zona Libera del Litorale Sloveno, passando l’Isonzo la notte di Natale e quindi oltre un mese dopo il Proclama Alexander, datato 13 novembre 1944. Ed era, giova qui ricordarlo, la Zona Libera del Litorale Sloveno territorio prima Ozak, come lo era prima e ritornò poi, anche il territorio della Zona libera della Carnia e dello Spilimberghese, e lì i partigiani della Natisone avrebbero trovato qualcosa da mangiare e qualche vestito (4), oltre che la possibilità di poter rimanere operativi, non accettando il proclama Alexander. Infatti questo invito alla tregua non era stato fatto proprio dai Garibaldini, e pose a tutti non pochi problemi.

E quanto costruito intorno a ed attraverso questi processi ha inquinato la comprensione della resistenza in Ozak, ha reso spavaldi gli scrittori di romanzi e di favole, a scapito degli storici che tentano di cercare la verità pur con fatica (5). E si parlò in questi processi anche di Elda Turchetti.

                                                                                                 

Ma per ritornare alla strage di Topli Uorch, alle malghe, come ho già scritto,  furono uccise solo tre persone, pertanto se vogliamo proprio essere precisi, si dovrebbe togliere la targa esistente e porre lì quella con soli tre nomi, indipendentemente dal motivo per cui la Turchetti si trovava in quel luogo: il suo, quello di Bolla e quello di Enea, perché gli altri furono uccisi poi ed in altro luogo, ma quando non si sa: però c’è chi disse che ebbe l’impressione che il 9 febbraio 1945 fosse tutto finito. (6).  Ma in questo articolo non intendo trattare del plurimo omicidio alle malghe, ma solo della Turchetti, prendendo in esame la documentazione già pubblicata, ma riservandomi, ove e quando possibile, di visionare gli originali.

Ci sono già ricostruzioni più che fantasiose su Elda Turchetti.

Inizio dicendo che vi sono già ricostruzioni fantasiose della storia di Elda Turchetti. Infatti sul sito: http://www.identitanazionale.it/stco_5002.php, curato dall’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale’, a me completamente sconosciuto, compare un articolo di tale Paolo Deotto intitolato “Strage di Porzûs un ombra cupa sulla Resistenza”, forse l’ennesimo, in cui si legge: «Più interessante, dal punto di vista sostanziale, ci sembra la vicenda di Elda Turchetti. Questa ragazza di Pagnacco, paese dove i tedeschi avevano depositi di carburante, viene segnalata da Radio Londra — probabilmente su analoga segnalazione del «maggiore Nicholson» — come spia al soldo dei nazisti. Spaventata, si rivolge a un amico partigiano garibaldino per protestare la propria innocenza. Questi l’accompagna da Mario Toffanin, Giacca, comandante dei GAP di Udine, che si comporta in modo decisamente strano. Se fosse stato sicuro che la Turchetti era una spia Giacca l’avrebbe senza dubbio uccisa; nel dubbio, l’avrebbe dovuta consegnare al proprio comando per gli accertamenti. Invece Elda Turchetti viene consegnata da Giacca a Tullio Bonitti, capo della polizia interna della Osoppo, che a sua volta conduce la ragazza a Porzûs. Perché una sospetta spia veniva consegnata proprio alla formazione più volte accusata di mantenere ambigui rapporti col nemico? Ci fu chi disse che la Turchetti venne consegnata alla Osoppo per fare realmente la spia, per conto di Giacca contro la Osoppo. Difficile sapere la verità, perché la Turchetti fu uccisa a Porzûs.  (…). L’irruzione alle malghe non aveva portato alcuna prova del “tradimento” della Osoppo, salvo la presenza in luogo della Turchetti, ma vedevamo prima che era stato lo stesso Giacca a consegnare la presunta spia agli osovani».

Quello che è ulteriormente interessante è che Paolo Deotto cita come fonti per tutto il suo lungo articolo, pure pieno di strafalcioni, i seguenti volumi: Marco Cesselli, Porzûs, due volti della Resistenza, Ed. La Pietra, Milano 1975; Alessandra Kersevan, Porzûs, dialoghi sopra un processo da rifare, Ed. Kappa Vu, Udine 1997; Indro Montanelli e Mario Cervi, L’Italia della guerra civile, Rizzoli, Milano 1983; Giampaolo Pansa, L’esercito di Salò, Mondadori, Milano 1970.

Ora vi garantisco che ho letto i volumi citati di Marco Cesselli e di Alessandra Kersevan, e non ho trovato una riga sulla vicenda della Turchetti che avvalorasse l’ipotesi che ella fosse stata consegnata a Giacca il quale l’aveva passata a Bolla per spiarlo, che non si trova neppure nei processi per i fatti di Porzûs. E Paolo Deotto non cita, invece, una intervista di Alberto Bobbio a don Lino, nato nel 1909, e che, al momento dell’intervista aveva quasi 90 anni e poteva ricordar male o dar sfogo a sue ipotesi personali, unico ad aver proposto detta tesi insostenibile, pubblicata su Famiglia Cristiana nel n. 36 del 10 settembre 1997 in un articolo intitolato: “La strage di Porzus, la verità del partigiano Lino”. Ma la ricostruzione storica non ama romanzi, fantasie, opinioni personali senza fondamento alcuno e gossip, che possono, tra l’altro, venir prodotti ed utilizzati a fine politico.  

Ma è assurdo pure definire la Turchetti solo una partigiana…  come si legge nel sito: https://biblio.toscana.it/argomento/Elda Turchetti.

Così si legge su detto sito:  «Elda Turchetti, nome di battaglia “Livia” (Povoletto, 21 dicembre 1923 – Topli Uork, 7 febbraio 1945), è stata un’operaia e partigiana italiana. Vittima dell’eccidio di Porzûs, attorno alla sua figura si sono sviluppate per decenni delle polemiche giornalistiche, politiche e storiografiche. Solo a partire dagli anni novanta la sua vicenda è stata ricostruita in modo più approfondito».

Ora non è chiaro da chi sia stata ricostruita, negli anni Novanta, in modo approfondito la storia della Turchetti come solo partigiana mentre, nel complesso, essa è di una banalità palese.

Quindi testi sulla Turchetti romanzati non mancano, e non serve aggiungerne uno ulteriore. Però su Èstoria si legge che la Regione Fvg ha già finanziato il progetto di Elisa Menon attrice ed autrice, di Paolo Strazzolini ricercatore storico, di Giovanni Aviani Fulvio editore (sic!), «di valorizzazione della memoria storica ed etnografica sulla vita di Elda Turchetti, unica donna coinvolta nei tragici fatti dell’eccidio di Porzûs (febbraio 1945). Il progetto […] prevede la pubblicazione di un volume e il debutto di uno spettacolo teatrale per ripercorrere le vicende controverse della vita della protagonista in una chiave umana e non ideologica». (7). Ma chi era la Turchetti?

Elda Turchetti. Spia per i tedeschi.

Che la Turchetti fosse una spia è assodato: sul Bollettino CINPRO (Centro Informazioni Provinciale) n. 9 del 28 agosto 1944, dopo altre notizie di informazione bellica, ritroviamo la voce: “Elenco delle spie e dei sospetti”, e fra questi vi è Turchetti Elda «abitante a Pagnacco, impiegata della fonderia Broili di Udine – spia e corriere dei tedeschi. Potrebbe essere la stessa persona che si fa chiamare Wanda di cui al n. 9 del Bollettino n. 7, oppure agisce in combutta con una Vanda reale». (8).

Questo testo di segnalazione della Turchetti si ritrova identico anche in Gianfranco Ellero, op. cit., p. 14, che dichiara di averlo ripreso dall’originale presente in Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione.

Si noti che, a differenza di altri casi, sul bollettino del CINPRO la Turchetti è definita ‘spia’ non “sospetta spia” come invece, per esempio, Zanuttini Maria (9) ed altri/e, e non viene classificata solo come “informatrice” o come “sospetta” mentre invece solo “sospetto” è tale Bolognetti, residente ad Udine in via Passons 58, tanto per citarne uno. (10).

E chi finiva in detti elenchi come spia poteva finire davvero male: infatti i bollettini del CINPRO venivano fatti recapitare, secondo Lao Monutti «all’Esecutivo Militare, alla Brigata Garibaldi, al Comando dei G.A.P., alla Brigata Osoppo Friuli, alla Brigata Osoppo Territoriale, all’Ufficio Informazioni del P.C., al Comando Militare Regionale» (11), e le persone indicate potevano essere fermate, processate, uccise. Ed in nessuna guerra, ma anche in pace, una spia caduta in mano al nemico può pensare di farla franca, a meno che non riesca a salvarsi la pelle magari parlando, facendo i nomi di altri. E le spie erano e sono, in genere, soggetti adulti e vaccinati, che hanno accettato il rischio e talvolta soldi.

Quanto poteva guadagnare una spia, che svolgesse questa attività per denaro, in Friuli in epoca resistenziale? Uno stipendio di ben 3.270 lire, come aveva dichiarato Eligio Zampa, altra spia per i nazifascisti presente in questa storia (12). Ed a chi non aveva tanti scrupoli di coscienza quel gruzzolo poteva fare davvero comodo per integrare magre entrate.

Una lettura della Turchetti attraverso i documenti che la riguardano.

Gianfranco Ellero dedica un suo libello di poche pagine alla Turchetti,  intitolato: “A Porzus manca un nome”, edito in proprio dall’autore e distribuito a Gemona del Friuli alla Proiezione del film di Enrico Mengotti: “ “Porzûs: due volti della resistenza” il 23 aprile 2022. Non mi soffermerò però qui sulla lettura demagogica dei fatti e delle responsabilità proposta da Ellero, che collega con un volo pindarico di non poco conto la strage di Porzus e Bosco Romagno al presunto espansionismo sloveno con cui nulla ha a che fare, così, senza citare fonti, ma prenderò in considerazione solo alcuni aspetti inerenti la Turchetti.  

Per Ellero pare fondamentale comprendere se la Turchetti avesse lavorato per i tedeschi o per i repubblichini, che erano filonazisti, quando però qui eravamo in Ozak, cosa che molti non sanno o si dimenticano, non si sa quanto volutamente. Ora che qui comandassero, dopo l’8 settembre 1943, i tedeschi lo sapevano tutti ed anche la Turchetti che, secondo il CINPRO, era una “spia e corriere dei tedeschi”, come già riportato. (13).  

Ed il CINPRO altro non era che il Centro Informazioni Provinciale del CLNP, che diramava un suo bollettino. Le sue due sedi si trovavano ad Udine (allora la provincia di Pordenone non esisteva), una al Tempio Ossario una alla chiesa della Madonna del Carmine, ove operava attivamente don Pravisano, nome di copertura Conte. (14). E così scrive l’osovano Chiesa nel suo diario: «Collaboravo con Verdi e don Aurelio (don Ascanio de Luca), parroco di Colugna. (…). Nel febbraio 1944, a casa dei signori Del Din, in via Vittorio Veneto a Udine, appresi le prime nozioni sull’uso degli esplosivi.
Poco dopo entrai in contatto con Barni e assieme incominciammo a operare alla redazione di quel notiziario informativo che sarà chiamato CINPRO (Centro Informazioni Provinciali). Era un lavoro particolare che, oltre a fornire notizie a tutte le unità combattenti, consisteva nel preparare documenti contraffatti. I moduli in bianco ce li procurava “don Aurelio”. Ci si ingegnava, poi, a imitare firme e a costruire timbri falsi». (15).

Ed il CINPRO è citato anche in Flavio Fabbroni, nel suo: “Il 33° Comando militare provinciale di Udine. Novembre 1943- aprile 1945”, in: Storia Contemporanea in Friuli n. 43, p. 201, e non solo. E questo importante centro serviva tutti i partigiani, indistintamente, e gli alleati, ma non era in mano ai garibaldini, ma a preti ed osovani, anche se il Bollettino veniva diramato dovunque e le informazioni, come per ogni esercito, giungevano dalle diverse componenti oltre che da operativi sul terreno. Il CINPRO era guidato da Ottavio, il colonnello Morra, coadiuvato da Valerio e dal già citato don Conte (don Valentino Pravisano). (16).

Quindi la prima segnalazione della Turchetti non è assolutamente di Radio Londra, ma del CINPRO, come per ogni spia. Ed al CINPRO, per segnalare la Turchetti come spia, non erano giunte solo chiacchiere e ipotesi da confermare, ma certezze sul suo essere una spia al soldo dei tedeschi, altrimenti avrebbero specificato ‘sospetta’ etc.

Un primo documento sulla Turchetti.

Ellero riporta un documento presente in Ifsml “Fondo Resistenza Italiana sul Confine Orientale” in copia dall’Istituto di Storia Contemporanea di Lubiana”, che invece non solo io ma anche Kersevan ed altri chiamiamo “Fondo Lubiana”, presente nella Busta 2 Fascicolo 51.

Detto scritto, intestato con un indeterminato ‘Ufficio Informazioni’ ed avente come oggetto: “Turchetti Elda”, datato 11 dicembre 1944 ed indirizzato al Com. Ia Brigata ‘Osoppo’, parla per la prima volta della Turchetti come «spia accertata da Radio Londra». E questo documento stranamente non parla di ‘CINPRO’ ma di una segnalazione di detta radio, cosa davvero improbabile. Perché le spie dovevano essere immediatamente conosciute, ed i partigiani non ascoltavano ‘radio Londra’ per mancanza di apparecchi radio e per non venir intercettati. Inoltre, se avevano già il bollettino, a cosa serviva ripetere a radio Londra quanto già inviato in cartaceo? «Attualmente – si legge su detto testo – si trova presso il N.I.S. n.1, ivi tradotta dal Patriota Marinaio». Il documento è firmato ‘Tullio’. (17). Ora Tullio, cioè Dino o Leonardo Bonitti, era allora il capo del Nucleo Investigativo (S. forse speciale ma non lo so) in questo caso n. 1, cioè della prima brigata Osoppo, con sede a Canalutto.  Come poteva pensare che una spia fosse segnalata solo da Radio Londra e non dal CINPRO, il cui bollettino presumibilmente, pure gli giungeva od alla cui stesura magari collaborava? E non è chiaro chi fosse questo partigiano Marinaio, e nessun partigiano Marinaio fu mai interrogato ai processi di Porzûs. (18).

Non solo: detto documento continua dicendo che la Turchetti «si è presentata volontariamente per risolvere la sua posizione» (19) ed anche tardivamente, e quindi pare non sia mai andata da alcun garibaldino, ma subito dagli osovani, giungendo al N.I.S. n. 1, cioè ad una struttura sul terreno della prima brigata Osoppo. E così continua questo testo: «Dato che non può essere trattenuta ulteriormente presso il N.I.S. n.1 per evidenti ragioni di sicurezza, si attendono disposizioni da cod. Comando. Si propone che la Turchetti sia internata o fucilata, secondo le disposizioni del Comando, e comunque non rimessa in libertà poiché potrebbe essere, anche involontariamente, pericolosa». (20).

Qui Tullio pare stia suggerendo al Comando cosa doveva fare: internare o fucilare ed in ogni caso non lasciare libera la Turchetti. Ma non si sa come un Comando partigiano potesse decidere che la Turchetti, in quanto spia, venisse internata, dato che i partigiani non avevano campi di internamento o prigioni, come specifica pure Giorgio Gurisatti, osovano della terza Brigata, nel suo: “Nel verde la speranza”, parlando di un processo partigiano (21). Ed a tutti i comandanti partigiani era noto che una spia rimessa in libertà rappresentava sempre un pericolo, in particolar modo se conosceva la sede del N.I.S. n. 1 ed altro.

Ma poi vi è un altro documento, firmato da Tullio e dalla Turchetti , che riporta solo la versione dei fatti data dalla Turchetti e che indica pure come la donna avesse fatto più nomi di spie con cui era entrata in contatto presumibilmente per salvarsi.

Quindi Ellero cita un altro documento proveniente dall’Ufficio Informazioni della Ia Brigata ‘Osoppo’, che risulta presente in Ifsml – Fondo Lubiana, di cui il precedente potrebbe essere l’accompagnatoria. Esso è intestato solo “Ufficio informazioni della Ia Brigata ‘Osoppo’”, ed ha come oggetto: «Processo verbale di interrogatorio di Turchetti Elda di Isidoro e di Pittia Lucia, nata il 21.12.1923 a Povoletto e residente a Pagnacco, nubile-cotoniera”. Il documento così inizia: «L’anno 1944 addì 11 del mese di dicembre, in zona operativa è presente Turchetti Elda, meglio indicata in oggetto, la quale opportunamente interrogata a domanda risponde» …. Quello che è interessante in questo documento è che, per essere la trascrizione di un processo partigiano manca l’accusa, ed esso riporta solo la lunga versione data dalla donna, che si era vista a due passi dalla morte, e quindi capace di dichiarare di tutto e di più. Inoltre questo documento è firmato solo da Elda Turchetti e dal già citato Tullio, il che ci fa comprendere come la donna fosse ancora presso il N.I.S. n. 1., e che non fosse giunta ancora da Bolla. E dall’agosto 1944 siamo giunti all’11 dicembre 1944. Il testo dell’interrogatorio, o meglio la verbalizzazione della versione difensiva data dalla Turchetti al suo agire, è riportato integralmente da Ellero nel suo volumetto. (22).

Quello che stupisce, dopo aver letto sia il processo partigiano al cuoco Tamuck (23), sia i due descritti da Giovanni Padoan Vanni nel suo “Abbiamo lottato insieme”, Del Bianco ed., 1966, che avevano come imputati un prete e un partigiano che aveva messo incinta una partigiana, quando i rapporti intimi tra i due sessi erano tassativamente vietati (24), è che in questi casi sono presenti più persone che prendono parte al processo, e Gurisatti, nel caso di Tamuck, ci dice anche che il giudizio fu espresso mettendo un bigliettino chiuso con scritto sì o no per la fucilazione in un cappello, che equivaleva a innocente o colpevole. Infine, prima dell’esecuzione del condannato, il comandante del battaglione redasse pure un verbale dell’accaduto, specificando che era stato nominato un difensore all’imputato, e precisando i voti espressi e il risultato della votazione. Marchetti invece mi ha raccontato che, quando l’Osoppo, dopo processo partigiano, doveva far eseguire la sentenza ad una persona sola, veniva scelto chi avrebbe dovuto portarla a termine facendo estrarre ad un gruppo di partigiani un filo d’erba da un mazzetto. Chi prendeva i più corto od il più lungo era il prescelto. Però, nel caso descritto da Vanni, relativo a don Luigi Collino, l’intervento dell’Arcivescovo di Udine salvò il sacerdote dall’esecuzione. (25).

Qui invece Tullio fa da sé e, prima di mandare la Turchetti, segnalata già come spia, da Bolla a Topli Uorch procede a verbalizzare un interrogatorio difensivo non richiesto, che presumibilmente invia o porta anche al Comando della Ia Brigata, creando alla stessa più di qualche problema.

In esso la Turchetti fa però anche dei nomi di spie con cui era entrata in contatto, che riteniamo Tullio abbia scritto da qualche parte per intero e poi comunicato: Z. E. (Eligio Zampa), M.P. (Mauro Pietro) di Reana, G.D. di Basaldella, collaboratrice con i tedeschi, per la quale la Turchetti indica anche ove si trovava, e C.G. di Tricesimo, «di professione meccanico». Pertanto si può verosimilmente ipotizzare che la Turchetti avesse venduto costoro per salvarsi la vita. (26).

E siamo giunti all’ 11 dicembre 1944. Da Kersevan sappiamo che la Turchetti giunse al comando della Ia Brigata due giorni dopo, il 13 dicembre 1944.  Verosimilmente Tullio Bonitti, che tra l’altro sapeva dove si trovava il comando della Ia Brigata guidata da Bolla, composta da pochi rimasti dopo il proclama Alexander, mentre la Turchetti non ne era al corrente, accompagnò la donna e fece recapitare il verbale dell’interrogatorio.

Altri due documenti ci informano che il capitano De Gregori, dopo l’arrivo della Turchetti, chiede informazioni al CLNP sulle accuse mossele, senza avere risposte, forse a causa della situazione metereologica e bellica, forse perché alla Turchetti era già stata promessa l’impunità.

Alessandra Kersevan cita, nel suo volume, due documenti presenti in ‘Fondo Lubiana’, però non presi in considerazione da Ellero, che indicano come Bolla ufficiale, capitano in servizio effettivo nell’esercito prima dell’8 settembre 1943, avesse chiesto, assieme a Paolo (Alfredo Berzanti, delegato politico), informazioni sulla Turchetti, trattenuta presso il Comando Brigata in attesa di accertamenti, per ben due volte, per poter procedere a processo equo.

Il primo documento, datato 13 dicembre 1944, è una richiesta di informazioni, indirizzata al CLNP (quello a cui faceva capo il CINPRO) sulla Turchetti da parte di Bolla e Paolo, essendo giunto solo il verbale difensivo e mancando le accuse mossele, ma ben sapendo che la donna era stata segnalata come spia. «Siccome la signorina in oggetto è stata pure segnalata come spia e corriera dei tedeschi – scrivono i due patrioti – sul bollettino informazioni n. 184 dell’apposito elenco, si prega di voler fornire con la massima urgenza a questo comando tutti gli elementi in base ai quali ella è stata a suo tempo denunciata, onde si possa ora procedere a giudicarla con giustizia». (27).

A questa richiesta, evidentemente senza risposta, il capitano De Gregori faceva seguire, una settimana dopo, una seconda missiva indirizzata sempre al CLNP di Udine avente di nuovo come oggetto: “Richiesta di informazioni su signorina Turchetti Elda” sempre ai fini di poterla giudicare, la cui presenza presso il Comando della 1^Brigata è «di inciampo». (28). Infatti la presenza di donne, se non in situazioni di emergenza, in reparti formati da uomini non era tollerata dagli osovani e dai garibaldini. Inoltre Bolla precisava nuovamente di non avere in mano gli elementi accusatori in quanto «stando unicamente agli argomenti in possesso di questo Comando, la Turchetti non dovrebbe essere colpevole del reato che le è imputato». (29). Infatti al comandante De Gregori era giunto, da che si sa, solo il verbale difensivo a firma di Tullio e Elda Turchetti, mentre mancava la tesi accusatoria che Bolla giustamente domandava. E siamo giunti circa al 20 dicembre 1944. Ma può darsi vi fossero difficoltà di comunicazione, o che qualcuno avesse già promesso alla Turchetti l’impunità in cambio della denuncia delle altre spie.

Il 4 gennaio viene catturata la spia Eligio Zampa, denunciato dalla Turchetti.

Dal ‘diario di Bolla veniamo a sapere che il 4 gennaio 1945 un pattuglione formato da 50 cosacchi aveva circondato l’abitato di Subit, ma anche che era stato arrestato «un certo Z. E., reo di spionaggio e diretto collaboratore della nota spia M.P. di Reana». (30). Ora lo Z.E. arrestato altri non era che Eligio Zampa, di cui aveva parlato la Turchetti a Tullio/Bonitti del N.I.S. n.1, compaesano della donna ma che stava a Branco (31), e che, da quanto si legge, aveva un ampio raggio di azione, muovendosi nel gemonese ma anche nelle valli del Natisone. Quindi Eligio Zampa veniva interrogato, e confermava che la Turchetti aveva accettato di fare la spia per i tedeschi, come del resto lui stesso, al soldo di Pietro Mauro, ma che ambedue non si erano poi impegnati troppo, a suo dire, nello svolgere detto compito. (32).

 Nuovo colpo di scena: proprio sul bollettino Cinpro del 5 gennaio 1945, troviamo una nota che invita alla rivalutazione della situazione per la Turchetti.

Proprio contestualmente all’arresto di Eligio Zampa, segnalato dalla Turchetti a Tullio tramite il suo interrogatorio, sul Bollettino Cinpro n. 26 del 5 gennaio 1945 veniva pubblicata una nota che così recita: «Turchetti Elda di Isidoro e di Pittia Lucia, nata il 21 dicembre 1923 a Povoletto e residente a Pagnacco, citata nel nostro Bollettino 184/9, segnalata da Radio Londra, si è spontaneamente presentata a un nostro comando, protestando la sua innocenza. Occorre compiere diligenti ricerche sulla condotta della Turchetti per poter meglio adottare con tutta giustizia i provvedimenti a suo carico». (33). La cosa strana però, è che tale parte sia stata aggiunta in fondo all’elenco dei sospettati e delle spie senza numerazione, potendosi pertanto confondere, data la continuità nella scrittura, con quanto riportato relativamente a tale Zeni, cognato di un certo Giacometti, e permettendo di poter pensare pure che fosse stata messa a posteriori. Oppure fu il regalo per aver concorso alla cattura di Zampa, che neppure a Kersevan pareva poi una spia insignificante (34).

La fine della spia Eligio Zampa.

Nel contempo, però, a causa di un rastrellamento nemico in zona Racchiuso – Canalutto, che coinvolgeva anche il N.I.S. n. 1 dove lo Zampa si trovava prigioniero, questi, l’8 dicembre 1944, riusciva a fuggire, mentre l’Intendente e Tullio si mettevano precipitosamente ed a stento in salvo. Veniva invece, nella stessa circostanza, catturato Alemanno, Antonio Danelutto, intendente della 1^ Brigata che si trovava a Racchiuso, poi torturato ed infine deportato a Mauthausen dove morì il 1° marzo 1945. (35).

Infine lo Zampa veniva nuovamente catturato e veniva ucciso il 23 gennaio 1945 alle ore 23, sulla strada tra Ravosa e Racchiuso, ufficialmente a causa di un tentativo di fuga (36), ma è noto che anche nel caso di Vittorio Tempo, antifascista, il Borsatti si era difeso dicendo che era stato ucciso nel corso di un tentativo di fuga, anche se molti ritenevano che fosse morto per le torture subite presso la ‘caserma Piave’ (37).

Per inciso lo Zampa veniva pure accusato di esser stato «la causa prima dei reiterati saccheggi da parte dei cosacchi ai danni della popolazione civile di Racchiuso» e «l’unica spia che causò la cattura e le torture del patriota Alemanno e dell’ex-patriota Gregorio. Ultimamente si prestava a fare la spia presso i cosacchi ai danni dei nostri patrioti della zona di Racchiuso» – scrive Bolla (38). Ma forse si cercava di attribuire ogni colpa ad una spia conclamata e morta, evitando di ricordarsi che sembrava che «alcune donne di Porzûs, ad Attimis, dove avevano portato da mangiare ai loro uomini prigionieri, abbiano gridato: “È ora di finirla col fatto che gli innocenti debbano pagarla per i colpevoli! Penseremo noi a dire dove sono i partigiani e li faremo prendere tutti!» (39).

Intanto si era giunti al febbraio 1945, le Divisioni Osoppo e Garibaldi si stavano riorganizzando in vista della primavera e della insurrezione finale, e la Turchetti si trovava ancora alle baite di Topli Uorch, senza poter essere processata visto quanto accaduto. Ma io direi che si può ipotizzare che qualcuno si era mosso per salvarla, grazie ad un ‘do ut des’, e magari in mezzo a questa storia ci fu anche un prete od una persona influente che si diedero da fare per lei, ma non lo sapremo mai.

Però la Turchetti rappresentava una palla al piede per il Comandante Bolla, che avrebbe magari veramente desiderato inviarla a qualcun altro o processarla, e che ormai sapeva dove si trovava il Comando della 1^ Brigata, grazie a Tullio/Bonitti che l’aveva accompagnata lì, ed era venuta a conoscenza di altre informazioni ascoltate e viste.

Infine vi è un ultimo documento, che è il verbale di assoluzione della Turchetti, firmato da Bolla e Paolo, e datato 1° febbraio 1945.  

Così, poco prima di partecipare alla nuova riorganizzazione della Osoppo in vista della insurrezione finale, Bolla e Paolo  stilavano un documento assolutorio sulla Turchetti, datato Z.O. 1° febbraio 1945 (40) che però non pare, da quanto scritto, frutto di un vero e proprio processo partigiano, ma solo una sintesi veloce di quanto riportato da Tullio, unico documento giunto al Comando, oltre, forse, al Bollettino CINPRO, del 28 agosto che definiva la donna come una spia e quello datato 5 gennaio 1945, che invitava ad approfondire la situazione della Turchetti.

Ed il problema della Turchetti, per il Comando della 1^ Brigata, si stava trascinando ben oltre il dovuto, e che si fosse in fase riorganizzativa lo testimonia anche Aldo Bricco – Centina, che era stato incaricato di sostituire Bolla, designato ad assumere l’incarico di Capo di Stato Maggiore di tutte le formazioni osovane (41).  E Bricco si trovava a Topli Uorch il 7 febbraio 1945 proprio in vista del nuovo assetto della Divisione, e si salvò per un pelo dall’essere ucciso, ma fu ferito e riuscì a scappare e fu soccorso e curato da un reparto sloveno. (42).

Inoltre Bolla era un ufficiale, uomo d’onore e sposato, Redento Bello era un prete, e vigeva il divieto di tenere partigiane in reparti maschili, se non indispensabile, e men che meno donne non inserite nella struttura militare resistenziale. Pertanto, qualora il rolino che indica la presenza della Turchetti come arruolata fra i partigiani presenti a Topli Uorch sia un documento non contraffatto, si può ipotizzare che, ad un certo punto il capitano e comandante De Gregori abbia deciso, magari di concerto con Alfredo Berzanti Paolo e don Candido Redento Bello, non potendo più lasciare andare via la Turchetti a causa di quanto aveva appreso, di chiederle, come d’uso anche per alcuni nemici, se volesse arruolarsi come partigiana, ed alla risposta positiva della stessa, fosse stata inserita nelle file partigiane con il nome di Livia, risolvendo così il problema della sua presenza in loco.

Ma poi venne il 7 febbraio 1945, ed i gappisti, guidati da Mario Toffanin salirono alle malghe, magari, secondo me, per vedere cosa fosse accaduto nei giorni precedenti fra Bolla e la popolazione di Cancellier e Salandri per un lancio alleato (43), o per cercare cibo e sacchi a pelo (44), o per verificare voci circolanti, o per un motivo e per l’altro. E Bolla e Giacca si erano già conosciuti al tempo della Zona Libera del Friuli Orientale, ed avevano una visione contrapposta della vita. Ma questa è altra storia. A me invece interessa sottolineare come al gruppo che salì alle malghe tutta questa storia della Turchetti era verosimilmente ignota e, quando la donna comparve e qualcuno fra i gappisti la riconobbe, Mario Toffanin fu preso da ‘ira funesta’, e ne fraintese la presenza, considerandola una prova del fascismo di Bolla e dei suoi, peraltro inesistente.

Questa è la mia ricostruzione della storia della Turchetti, che non posso sostenere certamente che sia “la verità vera”, ma che potrebbe avere un reale fondamento di verità, che si appoggia a documentazione già prodotta e segue un filo logico. Inoltre ho cercato di leggere gli eventi sulla base di comportamenti codificati nel periodo bellico in questione e non solo: se una spia parla e fa i nomi di altri ben più importanti di lei, può avere salva la vita: accadde così anche nel caso di partigiani che, catturati dai nazifascisti, per salvarsi la pelle diventarono delatori, come per esempio D. B., che poi continuò a collaborare con le SS.

Inoltre nella resistenza italiana era possibile che i partigiani chiedessero a nemici catturati, se non rei di aver compiuto atti efferati, se volessero arruolarsi nelle file partigiane. Così pare sia accaduto agli osovani costretti a raggiungere la zona di Bosco Romagno dal gruppo di gappisti comandati da Giacca, svolgendo pure il ruolo, con altri, di portatori, secondo alcune fonti. Ad essi fu chiesto di unirsi ai gappisti e tutti, tranne due, rifiutarono. I due che accettarono la proposta rimasero vivi ed uno fu poi generale, ed è Leo Patussi Tin, l’altro era Gaetano Valente Cassino.

Ma questa possibilità fu utilizzata malamente a fine guerra, quando un numero notevole di filonazisti del Reggimento Alpini ‘Tagliamento’ guidato da Ermacora Zuliani, prima seniore della M.V.S.N., si arrese, il 29 aprile 1945, a Cividale agli osovani, che, come concordato, chiesero loro di passare ai partigiani, e così finirono a sfilare per la raggiunta liberazione d’Italia.

Pertanto, ammesso che la documentazione che ho prodotto a sostegno di questo mio articolo non sia falsa, potremmo dire che la Turchetti fu prima spia e poi partigiana.

Senza voler offendere alcuno, e men che meno Elda Turchetti, Paolo Strazzolini o Elisa Menon che non conosco personalmente, ma per dire la mia sull’argomento, questo ho scritto.

Laura Matelda Puppini.  

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Note.

1- Marco Cesselli, Porzûs i due volti della Resistenza, prima ed. La Pietra ed. 1975, seconda ed. Aviani&Aviani, 2012.

2- Enrico Mengotti, “Porzûs: due volti della resistenza”, film – documentario, 1983. Relativamente a questo film, in occasione della sua riproposizione in versione originale a Gemona del Friuli, dopo un restauro da parte della locale cineteca, così si legge: «Mengotti pone le stesse domande a ognuno degli intervistati: l’autore materiale del massacro, Mario Toffanin (Giacca) dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), stava eseguendo un ordine partito dai dirigenti del PCI, com’egli afferma in una dichiarazione autografa rilasciata a Cesselli nel 1970, o fu la sua personalità rude e violenta a determinare la tragica successione degli eventi? Qual era in quel momento il rapporto fra la Garibaldi e la Osoppo, le due formazioni partigiane divise sia a livello ideologico che operativo? Soprattutto, chi era davvero Elda Turchetti, unica donna fra le vittime alla cui memoria Mengotti dedica il documentario, e perché il suo nome non compare nella lapide commemorativa alle malghe di Porzûs? Domande a cui ognuno dà una risposta e una versione, continuando ad alimentare il dibattito pur nella condanna unanime del tremendo fatto di sangue». (https://www.ilfriuliveneziagiulia.it/porzus-due-volti-della-resistenza-del-cineasta-veneto-enrico-mengotti-al-cinema-sociale-di-gemona-la-cineteca-del-friuli/ 22 aprile 2022).

3 – Per l’eccidio di Porzus ci furono due processi, politici e mediatici. Infatti «Essendo stati rinviati a giudizio i massimi livelli del P.C.I. della regione, fra la denuncia dei fatti del 1945 e l’ultima sentenza del 1960 le vicende processuali causarono grosse polemiche giornalistiche, politiche e di riflesso storiografiche sulla natura e sugli obiettivi immediati e prospettici del PCI negli anni della Resistenza» (https://it.wikipedia.org/wiki/Processi_per_l%27eccidio_di_Porz%C3%BBs). Il primo processo si tenne nel 1951, ben 6 anni dopo i fatti, a Lucca, il secondo presso la corte di appello di Firenze, e si concluse nel 1954. Ma prima ancora dell’inizio del primo processo, furono incarcerati esponenti della Garibaldi senza motivo alcuno, per esempio il medico di Ampezzo Armando Zagolin, morto poi di tubercolosi.

4 – E tu seis chi a contale, Annibale… Storia di un partigiano friulano della Divisione Garibaldi Natisone, prima ed. in www.nonsolocarnia.info; seconda edizione, cartacea, a cura dell’Anpi di Tarcento. Per la Zona libera del Friuli Orientale, cfr. La Zona Libera del Friuli Orientale ed il Comando Unico Bolla – Sasso. Per la situazione in cui si venne a trovare la Natisone dopo la fine della Zona Libera e dopo il Proclama Alexander, del 13 novembre 1944, cfr. pure: La Divisione Garibaldi Natisone alla fine della Zona libera, fra fame, nemico, e spazio ristretto in: www.nonsolocarnia.info.

5 – L’uso politico di Porzûs è stato sottolineato da Pier Paolo Pasolini (Cfr. su www.nonsolocarnia.info l’articolo: Pier Paolo Pasolini, 1948: sull’uso politico di Porzûs, su cui “nulla è ancora chiarito e risolto”). Anche Marco Cesselli sostiene che: «La speculazione sui fatti di Porzûs, oltre a contestare di fatto tutti i valori morali della Resistenza, rinnegava tra l’altro gli impegni assunti dal CLNAI e dal CVL (uniche e riconosciute autorità del governo dell’Italia occupata durante la guerra di Liberazione) per una collaborazione attiva politica e militare italo-slava contro il Nazi-Fascismo)». (Marco Cesselli, Porzûs, due volti della Resistenza, riedizione integrale, Aviani Aviani ed. 2012, p. 155). Si ricorda che Marco Cesselli era stato un partigiano osovano, nome di battaglia Gandini, del gruppo azionista, avversato dai sostenitori del gruppo Verdi – Aurelio, dopo i fatti di Pielungo.

6 – Marco Cesselli, op. cit., p. 120. Questa è l’impressione che Ostelio Modesti riferì al responsabile della Federazione Comunista, ai tempi dell’inchiesta sui fatti.

7 – https://www.estoriafestival.it/event/tra-storia-e-memoria-raccontare-elda-turchetti-nei-fatti-di-porzus/.

8 – Elenco delle spie e dei sospetti. Allegato al Bollettino CINPRO n. 9 del 28 agosto 1944, in: Leo Monutti, Poscritti friulani sotto il tiro del Centro Informazioni Provinciale del CLN, ed. Magma, 1996, p. 38.

9 – Leo Monutti, op. cit., p. 45.

10 – Ivi, 65.

11 – Ivi, p. 7.

12 – Alessandra Kersevan, Porzûs dialoghi sopra un processo da rifare, Kappa Vu 1997, p. 189.

13 – Elenco delle spie e dei sospetti. Allegato al Bollettino n. 9 del 28 agosto 1944, op. cit.

14 – Luigi Raimondi Cominesi, La “carta della Gestapo”, pianta della città di Udine 1943-1945, in: Storia Contemporanea in Friuli, n. 43, nota 2, p. 245.

15 – Dal diario di Mauro Croce, Chiesa, inedito, in Giannino Angeli, Zona libera orientale, Nimis, Attimis, Faedis, A.P.O. 2005, p. 73.

16- Leo Monutti, op. cit., p.7.

17 – Documento datato 11 dicembre 1944, in: Gianfranco Ellero, op. cit., p. 14. Il nome e cognome del partigiano Tullio, cioè Dino o Leonardo Bonitti, si trovano in: Alessandra Kersevan, op. cit., p. 363.

18 – Alessandra Kersevan, op. cit, p. 188.

19 – Documento datato 11 dicembre 1944, in: Gianfranco Ellero, op. cit., p. 14.

20 – Ibidem.

21 – Giorgio Gurisatti (Ivo), Nel verde la speranza, Apo ed. 2003, p. 71.

22 – Gianfranco Ellero, op. cit., pp. 16-17.

23 – Giorgio Gurisatti (Ivo), op. cit., p. 71.

24 – Giovanni Padoan (Vanni) Abbiamo lottato insieme, Del Bianco ed., 1966, pp. 100-101 caso prete di Lusevera, don Luigi Collino; pp. 160-161 caso del commissario di compagnia Rodi, che aveva messo incinta una partigiana.

25 – Ivi, pp. 100-101. Era stato trovato, nell’ufficio del comandante nazista della zona, un intero carteggio inviato contro i partigiani, a carattere spionistico. Avuta la certezza, dalla macchina da scrivere usata, che l’autore delle missive spionistiche era don Luigi Collino, egli venne arrestato e processato dai partigiani, ed ammise quanto aveva fatto. Fu quindi condannato a morte ma, essendo venuto a sapere l’accaduto l’Arcivescovo di Udine, egli inviò al Comando partigiano una richiesta di grazia, impegnandosi ad allontanare il sacerdote relegandolo in clausura. Così don Collino, che aveva dichiarato di odiare tutti i partigiani, sia garibaldini che osovani, fu salvato.

26 – Processo verbale, op. cit., in Gianfranco Ellero, op. cit., pp. 14-15.

27 – Alessandra Kersevan, op. cit, p. 188.

28 – Ibidem.

29 – Ibidem.

30 – Il diario di Bolla, op. cit., pp. 75 -76.

31 – Documento datato 11 dicembre 1944 in: Gianfranco Ellero, op. cit., pp. 14 – 15.

32 – Alessandra Kersevan, op. cit, p. 189.

33 – Elenco delle spie e dei sospetti. Allegato al Bollettino CINPRO n. 26 del 5 gennaio 1945, in Leo Monutti, op. cit., p. 96. Anche in Gianfranco Ellero, op. cit., p. 16.

34 – Alessandra Kersevan, op. cit, p. 189.

35 – Il diario di Bolla, op. cit., pp. 77-78.

36 – Ivi, p. 95.

37 – Ricordo di Vittorio Tempo, ucciso dopo esser stato portato alla caserma Piave di Palmanova, e del campo di concentramento di Gonars, dalla voce di Vittoria Tempo Not. Per non dimenticare, in: www.nonsolocarnia.info.

38 – Il diario di Bolla, op. cit., pp. 95-96.

39 – Ivi, p. 79.

40 – Verbale di assoluzione in istruttoria della sig.na Elda Turchetti di Isidoro e di Pittia Lucia nata il 21dicembre 1923 a Povoletto e residente a Pagnacco, nubile- cotoniera, in Gianfranco Ellero, op. cit., pp. 16-17.

41 – Il diario di Bolla, op. cit., pagina iniziale non numerata

42- Morto Aldo Bricco il Cèntina scampato all’eccidio di Porzûs, in Messaggero Veneto, 1agosto 2004.

43- Nel merito cfr. Il diario di Bolla, op. cit., pp. 101-106.

44 – Sulla presenza di sacchi a pelo alle baite, vi sono più testimonianze, di cui una nel filmato di Enrico Mengotti ed una in Primo Cresta, Un partigiano dell’Osoppo al confine orientale, Del Bianco ed., 1969. Da quello che si sa, i gappisti presero cibo e tutto quanto poterono asportare per la loro sopravvivenza a Topli Uorch, oltre gli abiti e le scarpe dei morti, come si usava in povertà, che venivano tolti prima che i corpi si irrigidissero.

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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta Elda Turchetti ed è pubblicata in: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Elda_Turchetti.jpg, ed è di pubblico dominio. E’ POSSIBILE CITARE L’ARTICOLO O RIPRODURLO, MA SOLO RIPORTANDO AUTRICE E SITO DI PUBBLICAZIONE. Laura Matelda Puppini. 

 

 

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