Vedove, vacche, gradini,
santoni, sapienti.
Se puoi sopportare tutto questo,
potrai allora godere di Kashi.
(Il mantra di Kashi, Varanasi).

L’India è un pianeta denso di luoghi e di persone.
Ho avuto l’opportunità di vedere Varanasi, città dai due nomi:Kashi, il primo, e Benares, dove il succo della vita (rasa) è sempre pronto (Bana), con una storia millenaria e colorata. Vi ho trascorso solo due mezze giornate e una notte, ma il ricordo rimane lucido.

Varanasi è molto differente da Dehli, Bombay, Calcutta e da tutte le città indiane o luoghi che conosco. L’impatto non è stato facile, il luogo non lascia indifferenti. Per molti è l’India; sicuramente è il cuore induista di questo paese. Da quando ho messo piede in India mi è stato detto varie volte che non potevo non visitare Varanasi.

Pinky, induista originaria di Madras, mi invidia quando sa che andrò a Varanasi, e mi racconta che morire lì significa liberarsi della sofferenza, abitarvi una vita più libera che in altre parti del paese. Vorrei portare Pinky con me, ma la madre e il fidanzato, un punjabi geloso, non me lo permetterebbero.

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Lasciato l’aeroporto e arrivato in città, penso subito che non posso essere completamente d’accordo con Pinky sulla vita a Varanasi, la Mecca dell’induismo. Vi è molta morte, molto fumo ed un odore nauseabondo. L’affluenza di cadaveri è continua. Il Gange sarà sacro, la sua acqua fangosa forse purificherà, ma sicuramente non è pulita.
Molti indiani se non vengono a morire qui, vengono per esservi cremati.

Se manca la legna i cadaveri vengono gettati nel fiume, almeno così dicono, perché io non ho visto corpi morti galleggiare sull’acqua del fiume che scorre sporca e calma.
Varanasi è piena di scalinate che portano al Gange, e di vere e proprie pire che servono per i roghi che rendono i corpi cenere. Essere bruciati sulle rive del sacro fiume è un’aspirazione di tutti gli induisti che lo chiedono pure nel testamento.
I cadaveri i da bruciare arrivano avvolti in un sudario rosso: quelli dei ricchi in camion pieni di fiori ed incenso, quelli dei poveri in barelle di bambù, portate a mano. I corpi vengono poi coperti con vesti più o meno eleganti, e di colore diverso: bianco per gli uomini, giallo per le donne sposate, rosso per le vedove.

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Città induista, come in tutti i luoghi dell’India non mancano però mussulmani, buddisti e cristiani.  Vi sono un paio di moschee, a Varanasi, ed a pochi chilometri dalla città si trova Sarnath, uno dei luoghi santi del buddismo.

Curioso, inizio il giro della città visitando un tempio dove mi dicono viva Shiva. Un’immagine del Dio è ricoperta di fiori; bastoncini d’incenso profumano l’aria. Mi sembra di sentire pure odore di hasish, ma forse è solo la mia voglia di fumarlo.
Attorno vi sono santoni che impugnano il tridente: Brahama, Shiva, Visnù, la sacra trimurti, e che salmodiano e pregano. Hanno corpi magri e nervosi, alcuni sono nudi, alcuni hanno il volto dipinto e il terzo occhio, il tikka, disegnato in mezzo alla fronte.

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A sera mangio in un ristorante indiano per turisti: il cameriere insiste per pesce di fiume cucinato in cipolle e pomodori con curry, che mi assicura esser stato pescato in un tratto meno fangoso del Gange.  Non gli credo: il fiume, da dove lascia l’Himalaya, è il più inquinato del mondo, e quel pesce deve essere un boccone velenoso, anche se speziato.
Scelgo qualcosa di meno rischioso: un ‘dahl’ piccante di lenticchie, e bevo un paio di birre ‘Cobra’.
Dopo cena, però, non giro per la città, ne ho ‘le scatole piene’ dei suoi rumori e odori: non appartengo proprio al numero di coloro che arrivano qui per un fine settimana e vorrebbero restarci per sempre.

L’albergo è pulito con aria condizionata. Prima di dormire sfoglio un vecchio libro del 1951 sulla città, che mi hanno prestato alla reception, intitolato: “Banaras: hidden places of the holy city, Kashi”. Vengo così a sapere che mi trovo nella città più antica del mondo e che, una volta, le luride acque del Gange erano verdi ed azzurre.

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Esco all’alba, l’umidità della notte impregna ancora un po’ l’aria, ma è un umido tiepido. Varanasi inizia una nuova giornata con preghiere recitate davanti al sole che nasce.
Yogi, storpi e medicanti iniziano a riempire la città: immagini eterne d’orrore.
I pellegrini entrano nel fiume, sulla cui riva donne lavano i panni.
Vacche sacre si nutrono di paglia che serve per i roghi; cani annusano i cadaveri. Cresce il suono di canti, lamenti, preghiere, grida di venditori ambulanti.

Sui gath (luoghi sacri) riprendono a cremare i corpi. Le pire sono molte: fumi e odori di carne bruciata, fetide esalazioni, si espandono.
Guardo il fumo levarsi, e mi pento di non avere una macchina fotografica.
Il sole è già alto quando ritorno in albergo per fare colazione con ‘chutney alla menta’ e ‘lassi’. Poi non mi muovo più; ho già visto abbastanza di Varanasi, un luogo dove non vivrei. Accendo una sigaretta, pensando a quello che ho visto. Lascio Varanasi a mezzogiorno.

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Sul ritorno all’aeroporto saluto il tassista: “Namasté”, ma egli mi corregge:« Sono un adoratore di Shiva ed agli adoratori di Shiva non si dice “Namasté”, ma “Om Namah Shiva”». Mi faccio ripetere il saluto e lo scrivo.
Giunto a Bombay, chiedo a Pinky, di quel saluto, ma non mi sa dire molto.
In compenso mi informa nel merito Pramod, un amico che è un bramino e conosce il sancrito. «È un mantra – mi spiega- cioè una frase creata per provocare un cambio di coscienza. “On Namah” è uno dei più potenti mantra sanscriti.

I mantra sono delle frasi create per provocare un cambio del livello di coscienza. Questo mantra incomincia con il suono primordiale “Om”. La parola “Namah” significa onorare inclinare. Nella tradizione hindu, Shiva rappresenta questo aspetto del Divino che causa la fine di un ciclo.

Questo mantra può essere interpretato come un appello al Dio in quanto distruttore della nostra illusione e ignoranza, che ostacolano la nostra unione con il Divino.

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Pramod mi dice anche che ora che ho visto Varanasi dovrei andare a Allahabad, alla confluenza del Gange con il Yamuna, che dista un centinaio di chilometri. Ogni tot anni ivi si tiene una grande festa religiosa.

Donne bellissime nei loro colorati sari, bambini, animali, santoni dai corpi spesso nudi, ricoperti di cenere, con i capelli lunghi scoloriti dal piscio di vacca, l’animale sacro, che tengono fra le mani acuminati tridenti, simboli di Shiva. Una festa per gli occhi.
Ascolto ed imparo, dalle parole di Pramod, ma non credo che avrò tempo per vistare Allahabad; scene simili le ho già viste a Varanasi. Inoltre Pramod non sa quando ci sarà il prossimo ‘Kumba Mela’. E non tornerò nemmeno a Varanasi per dire “Om Namah Shivaya” a un shadu, ad un santone, od ad un tassista, e a Bombay o in giro per l’India, anche nel mussulmano Kashmir, “Namasté” come saluto va bene.

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Mi consolo, dopo aver visitato Varanasi, la città dei morti, andando a vedere a Bombay con Pinky e sua madre, spettacoli di danza classica indiana ‘bharatanatyam’ dedicati a Shiva. Le ballerine sono belle come attrici di Hollywood ed a volte non fissano Shiva, ma ti guardano.

Francesco Cecchini.

Francesco Cecchini è nato a Roma nel 1946. Ha compiuto studi classici e possiede un diploma tecnico. A Roma ha iniziato il suo impegno politico, partecipando pure a Valle Giulia. Ha frequentato sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si è laureato perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua. Nel 1978 ha abbandonato la militanza politica ed ha deciso di lavorare e vivere all’estero, impiegandosi prima nella cantieristica, poi nella gestione di progetti e nella contrattualistica e nelle ricerche di mercato di infrastrutture. Ha redatto ricerche di mercato in Algeria, India, Nigeria, Argentina, Polonia e Marocco. Dal 2012 scrive. L’esperienza acquisita per aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo (Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi) è alla base di un progetto di scrittura: una trilogia di romanzi ambientati rispettivamente a Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, “Rosso Bombay”. Ha scritto il suo secondo romanzo “Rosso Algeri” e sta scrivendo il terzo, “Rosso Lagos” e sta completando una raccolta di racconti, “Vivere altrove”. Traduce dalle lingue che conosce, spagnolo, portoghese, francese ed inglese, più che altro come esercizio di scrittura. Collabora con le agenzie di notizie “Pressenza”, “Tesfa News”, con i siti “La Storia, Le Storie”, “Casa del Popolo di Torre” di Pordenone e con il blog “Ancora Soffia il Vento”. Ha pubblicato qualche racconto e testo sulla prima guerra mondiale su www.nonsolocarnia.info. Vive ora nel Nord Est.

Su www.nonsolocarnia.info potete trovare questi suoi racconti che narrano esperienze e riflessioni di vita, che vi invito caldamnete a leggere:

Francesco Cecchini. Vivere il Perù.

Francesco Cecchini. Feng Shui a Sai Gon.

Francesco Cecchini. Rosso Bombay.

Francesco Cecchini. Tango ad Asunción.

Francesco Cecchini. Camila O’Gorman e Ladislao Gutierréz: un amore tragico nell’Argentina dell’ 800.

Francesco Cecchini. C’era una volta in Algeria …

Francesco Cecchini. Il Mali tra oro, miseria, calore e musica.

Francesco Cecchini. Ritratti di donne.

Relativamente alla prima guerra mondiale ha pubblicato, sempre su www.nonsolocarnia.info:

Francesco Cecchini. 24 maggio 1914: inizia la prima guerra mondiale, il grande massacro, non giorno di festa ma di lutto.

Francesco Cecchini. Il Senato italiano non vuole riabilitare, storicamente e giuridicamente, i fucilati e decimati durante il grande massacro 15-18, ma solo perdonarli.

Francesco Cecchini. Sull’impegno per la riabilitazione collettiva dei fucilati e decimati durante il grande massacro 1915 – 1918 e “Lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed a Papa Francesco”.

Laura Matelda Puppini.

L’immagine che correda l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: http://turistipercaso.it/india-country/image/107596/?zoom=1, e pare si possa liberamente scaricare senza dover iscriversi a qualcosa. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

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