Gli oltre 20 fra Consorzi vicinali e Vicinie della Val Canale, la trentina di Jus e Srenje del Carso, le 10 Amministrazioni frazionali dei Beni di uso civico della Carnia, del Friuli centrale e della Bassa e le decine di Comunioni familiari sparse per il territorio regionale, dalla laguna di Marano e di Grado alle Alpi, ricorderanno a lungo la data del 13 dicembre 2017. Essa, infatti, segna l’entrata in vigore della legge statale 20 novembre 2017, n. 168 “Norme in materia di domini collettivi”, che sancisce l’atteso, completo riconoscimento della Proprietà collettiva e dei «diritti dei cittadini di uso e di gestione dei Beni di collettivo godimento», nonché il solenne impegno della Repubblica alla tutela e alla valorizzazione di questo straordinario Bene comune.

Secondo l’incompleto Censimento agricoltura Istat del 2010, in Italia, gli ettari di «terre di collettivo godimento» appartenenti alle Proprietà collettive sono più di 1 milione e mezzo (pari a circa il 10% della “Superficie Agraria Utile”). Ciò significa che il 3% dell’intero territorio nazionale (il 7% di quello regionale, secondo le stime per difetto diffuse anni or sono dal Difensore civico) risulta costituito da terre inalienabili, indivisibili, inusucapibili, persino inespropriabili, e a perpetua destinazione agro-silvo-pastorale, nonché soggette a vincolo paesaggistico sulla scorta del Codice dei Beni paesaggistici e culturali.

L’entrata in vigore delle “Norme in materia di domini collettivi” è il sigillo di un iter parlamentare iniziato una decina di anni fa, per iniziativa della Consulta nazionale della Proprietà collettiva, cioè il sindacato degli enti gestori di tutti gli Assetti fondiari collettivi italiani. Superate le difficoltà e le lungaggini iniziali, l’attuale Legislatura ha dato un’accelerazione determinante al provvedimento legislativo, che è stato licenziato praticamente all’unanimità sia dal Senato, il 31 maggio, che dalla Camera dei Deputati, il 26 ottobre. Infine, si sono susseguite senza intoppi la firma del presidente Sergio Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, il 28 novembre.

L’evento è stato salutato con grande favore anche dal presidente della Corte costituzionale, Paolo Grossi, al termine della 23^ Riunione scientifica del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento, nel novembre scorso. «Gli Assetti fondiari collettivi – ha dichiarato l’insigne giurista fiorentino (www.youtube.com/watch?v=aA5RzQlTohg&feature=youtu.be&t=6h42m22s) – hanno la loro matrice nell’articolo 2 della Costituzione (…). Siamo di fronte a formazioni sociali di carattere originario che hanno diritto ad esistere perchè rappresentano veramente una forma di quel pluralismo sociale e giuridico che è il nerbo della nostra Costituzione. Sono felice oggi di salutare come legge un atto di grande coraggio del legislatore italiano. Finalmente si sono deposti i mezzi termini, le riserve mentali, i dubbi e le sfiducie».

Identica soddisfazione ha espresso, il 13 dicembre, Michele Filippini, presidente della Consulta nazionale della Proprietà collettiva. «Finalmente, a 70 anni dall’approvazione della Costituzione repubblicana e a 90 anni dalle leggi che ne imponevano la liquidazione, – ha dichiarato – il legislatore ha riconosciuto piena dignità e vita alla storia vivente della nostra Italia: i Domini collettivi».

La portata rivoluzionaria delle “Norme in materia di domini collettivi” è stata sottolineata anche dal giornalista Paolo Cacciari, esperto di Decrescita, Beni comuni ed Economia solidale: «Aggiornate i manuali di diritto, le forme della proprietà si arricchiscono di una nuova fattispecie, non sono più due, ma tre: privata, pubblica e collettiva – ha scritto per il sito “Comune.info” –. La proposta che 10 anni fa la Commissione Rodotà fece di considerare “comuni” alcune categorie di “beni” da inserire nel Codice Civile, trova oggi una parziale, ma significativa attuazione di fatto».

«I Domini collettivi, oggi riconosciuti e valorizzati dalla legge 20 novembre 2017, n. 168, in attuazione degli articoli 2, 9, 42 e 43 della Costituzione – sottolinea il Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G. –, oltre a consentire alle popolazioni rurali di ricavare dai propri patrimoni le utilità tradizionali (legna da ardere e da costruzione, piccoli frutti, erbe spontanee, funghi, prodotti ittici…), garantiranno soprattutto la possibilità di gestire attivamente i valori patrimoniali collettivi come elementi propulsivi di un’Economia solidale e autosostenibile e come basi materiali per una produzione economica finalizzata alla crescita della Comunità territoriale e della sua capacità di autogoverno.

Mettendo a frutto i nostri valori patrimoniali – continua il sindacato del Popolo dei Beni collettivi del Friuli e di Trieste – saremo in grado di restituire ai territori stili di vita propri e originali, di rilocalizzare l’economia e di ridurre l’impronta ecologica, chiudendo, a livello locale, i cicli dell’alimentazione, dell’acqua, dei rifiuti e dell’energia e realizzando Filiere di produzione e consumo innovative, nell’ottica dei Distretti di Economia solidale, che anche la nostra Regione ha formalmente riconosciuto con la legge 4/2017.
 

LA VICìNIA – http://www.friul.net/vicinia.php – vicinia@friul.net – protezion e avignî des propietâts coletivis in Friûl e te provincie di Triest – zašcita in razvoj skupnih posestev u Furlaniji in na Krasu –  protezione e futuro delle proprietà collettive in Friuli e nella provincia di Trieste».

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L’immagine che correda il comunicato è stata da me tratta da: http://www.euricse.eu/it/sibec-prossimi-appuntamenti/, solo per questo uso. Laura Matelda Puppini

 

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