Prendo spunto per queste mie riflessioni dalla querelle sulle liste d’attesa per una visita specialistica di questi ultimi giorni, partendo dal punto di vista di un cittadino qualsiasi, come sono io.

Una persona non sta bene, e si reca dal medico di base. Se stesse malissimo infatti, sarebbe davvero più opportuno che si rivolgesse ad un pronto soccorso, dato che il medico di base non può fare subito esami ma solo prescriverli anche in urgenza, ma ciò implica che un soggetto in grave difficoltà debba recarsi ad un laboratorio, anche in altro paese, debba attendere, debba ritirare la risposta e debba ritornare dal medico, magari guidando la macchina. Inoltre il medico di base, che non può avere la capacità di diagnosticare subito, così, con uno schiocco di dita, può anche inviare a fare una visita specialistica, sperando in certi casi sia quella giusta, perché sintomi simili possono avere più cause. Inoltre anche se uno soffre cronicamente della patologia “a” non è detto che egli, nel momento dato, soffra di qualcosa legato al pregresso.

Qui inizia il problema dei tempi di attesa per la visita, che un medico può segnare con una priorità un altro no. (Per inciso ora anche una visita urgente può esser erogata entro tre giorni, ed allora non si sa perchè sia urgente). In certi casi comunque, anzi dovrebbe essere in ogni caso, tranne visite di controllo di routine, anche un mese di attesa rappresenta un tempo biblico se uno sta male davvero, ma l’organizzazione sanitaria pare tarata, in Fvg come altrove, per chi è stabilmente sano o sa già cos’ha e cosa fare, in sintesi per una valutazione della cura e non per una prima diagnosi, per la quale, spesso, i tempi si allungano di molto. Così magari i quadri sintomatologici si complicano e trovare il bandolo della matassa diventa sempre più complesso. Ma cosa vuoi che sia …
Una riforma che pone come suo fulcro il medico di base, infatti, ha il limite che non si è posta il problema di che ruolo possa svolgere lo stesso nella società moderna senza avere i mezzi diagnostici a portata di mano, la capacità di un tempo di visitare, affidandosi come tutti al mezzo tecnico prima di intervenire con una cura, e non avendo spesso neppure rapporto con il paziente se non quello rigidamente formale, e mancandogli molte volte la conoscenza di chi ha di fronte. Inoltre sempre più spesso il medico di base non si reca dal paziente, come accadeva un tempo, ma è il paziente, anche con febbre e in stato di forte malessere che deve recarsi dal medico di base con fatica, ammesso trovi qualcuno che lo accompagni, che deve attendere, ecc. ecc., rischiando di contagiare altri, per accedere, spesso sfinito, alla visita, magari senza voglia di parlare, ma solo di tornarsene a casa.

Quindi i tempi di attesa e non solo per l’erogazione di una visita specialistica ma in senso lato, in particolare quelli per la definizione della diagnosi e per la cura, sono un reale problema che dovrebbe essere discusso con i medici e con le rappresentanze dei cittadini, sulla base di dati certi e dell’ascolto esperienziale. Infatti senza dati e informazioni è inutile parlare. Ma invece ….

Vediamo come viene trattato ultimamente il problema in Fvg, facendo due premesse:
-Siamo vicini alle prossime elezioni regionali, e l’Assessora Telesca si è messa in testa, insieme alla Presidentessa di giunta Debora Serracchiani, di magnificare la riforma sanitaria epocale del Pd e NcD, ma inizialmente ben vista da più forze politiche, che è come minimo tragica. Pertanto lancia un proclama al giorno ed è diventata come il prezzemolo: si trova dovunque, senza dimenticarsi di riempire di dichiarazioni il sito istituzionale della Regione usato come il profilo facebook personale.
-Il problema delle lunghe attese per una visita non è una novità, tanto che, ai tempi dell’area vasta udinese, era stato costruito un elenco dei tempi di attesa per visita od esame, sempre e comunque biblici. Ma ritorniamo all’oggi.

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Il 14 marzo 2017 fra i comunicati stampa del Consiglio Regionale compariva questo comunicato di Andrea Ussai, consigIiere per M5S:
«Dal 2013 non viene presentata la relazione che dovrebbe documentare lo stato di attuazione della legge regionale del 2009 sul contenimento dei tempi di attesa delle prestazioni sanitarie nell’ambito del Servizio sanitario regionale. Sono ben quattro anni di seguito che la Giunta Serracchiani è fuori legge e i cittadini continuano a lamentarsi per le continue difficoltà ad accedere rapidamente alle prestazioni sanitarie. L’Esecutivo regionale deve dire pubblicamente quali sono le prestazioni sanitarie per cui vengono superati i tempi massimi di attesa e quali provvedimenti correttivi sono stati adottati nei casi di superamento dei tempi massimi e quali sono gli esiti di tali provvedimenti. Quante prestazioni vengono poi erogate da strutture private in regime di convenzionamento». (M5S: Ussai, tempi di attesa sanità, dal 2013 manca la relazione, in: http://www.consiglio.regione.fvg.it/pagine/comunicazione/comunicatistampa.asp?comunicatoStampaId=537559).

Il comunicato continuava poi sostenendo che «In fondo il precedente modello organizzativo era stato modificato per regolare meglio l’accesso alle prestazioni di specialistica ambulatoriale e per gestire in modo più razionale i tempi d’attesa nella Regione per ottenere un sistema nel quale l’offerta sanitaria risulti omogenea sul territorio regionale, trasparente e di facile accesso per i cittadini. Obiettivi che non sembrano raggiunti. […].  Per questo è urgente conoscere oggi, nell’attuale quadro di riorganizzazione del Servizio sanitario regionale, l’effettiva capacità dei servizi di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini». (Ivi). E terminava dicendo che, nel merito, «il silenzio della Giunta Serracchiani è assolutamente imbarazzante. In risposta a una mia interrogazione l’assessore si era impegnata a presentare la relazione sui tempi di attesa entro il mese di maggio 2014 e successivamente, sempre su nostra precisa richiesta, l’Ufficio di Presidenza della Commissione sanità nel dicembre del 2015 aveva programmato la presentazione della relazione sul contenimento dei tempi di attesa delle prestazioni sanitarie per una successiva seduta della III Commissione dedicata a questi argomenti, seduta che non si è mai tenuta – ricorda il consigliere pentastellato. Inoltre, anche il Comitato legislazione, controllo e valutazione ha più volte sollecitato – purtroppo senza successo – la trasmissione di questa relazione. Se a tutte questa inerzia e reticenza aggiungiamo che l’assessore Telesca non si sia mai presentata in Commissione per affrontare questi temi, il quadro è tanto completo quanto preoccupante. D’altronde – conclude Ussai – l’ultimo monitoraggio pubblicato sul sito web istituzionale della Regione e relativo alle liste di attesa delle prestazioni ambulatoriali del Servizio sanitario regionale, che ha utilizzato dati del 2013, risale addirittura alla rilevazione del 2 gennaio 2014». (Ivi).
Comunque successivamente sempre da Andrea Ussai venivo a sapere che la Giunta aveva prodotto una relazione sui tempi di attesa, che era stata anche  vagliata in Commissione, ma le criticità erano ancora presenti anche perché i macchinari nuovi non funzionavano a pieno ritmo. (Andrea Ussai: https://www.youtube.com/watch?v=iMntr4nLwJo 12 ottobre 2017 Ring, aggiornamento al 21 ottobre 2017 quando mi è stato girato il video).

Nel frattempo, mentre i pazienti continuavano e continuano ad organizzarsi alla meno peggio fra pubblico e privato, denaro permettendolo, qualcuno suggeriva che i pazienti in attesa, trascorso un lasso di tempo già definito per legge, ricorressero a visita privata con il ticket, il che, se deve esser richiesto ed organizzato dal paziente, magari con avvocato al seguito, è impensabile, perché vi sono mille escamotage per far desistere qualsiasi poveraccio dal fare una cosa del genere, compresa una visita poco accurata da parte di un medico irato perchè costretto.

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Ma che il Ssn non riuscisse a risolvere i suoi problemi in primo luogo perché troppe risorse gli erano state sottratte, e nel contempo vi erano ancora troppi sprechi, veniva sottolineato, nel gennaio 2017, anche nel corso della XII Conferenza Nazionale Fondazione Gimbe, dedicata alla “Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale”. Il Presidente della Fondazione, in quella sede, così si esprimeva: «Il finanziamento pubblico del Ssn […] tra tagli e mancati aumenti dal 2010 ha lasciato per strada oltre 35 miliardi di euro, facendo retrocedere l’Italia sempre più nel confronto con i paesi dell’Ocse, quelli europei e del G7, tra i quali siamo fanalino di coda per spesa totale e per spesa pubblica, ma secondi per spesa a carico dei cittadini». (“XII Conferenza Nazionale Fondazione Gimbe. “La sanità pubblica affonda? Le responsabilità sono di tutti. Serve un programma politico”, in: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=48437). Ed ancora: «Dai dati della Fondazione Gimbe emerge poi che una quota consistente di denaro pubblico continua ad alimentare sprechi intollerabili: 24,73 miliardi/anno erosi da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative, inadeguato coordinamento dell’assistenza. […] il rapporto Ocse del gennaio 2017 ha confermato che in sanità 2 euro su 10 vengono sprecati». (Ivi).

E la Fondazione si chiedeva se non si fosse troppo promesso senza chiarire poi come agire per mantenere quanto detto e scritto. «Infine […] una considerazione sui nuovi Lea: “Questo grande traguardo politico rischia di trasformarsi in un’illusione collettiva con gravi effetti collaterali: allungamento delle liste d’attesa, aumento della spesa out-of-pocket, sino alla rinuncia alle cure. Infatti, la necessità politica di estendere al massimo il consenso sociale e professionale ha generato un inaccettabile paradosso: siamo il Paese con il paniere Lea più ampio d’Europa, ma al tempo stesso fanalino di coda per la spesa pubblica”. (Ivi). Nel dibattito che seguiva al convegno vi fu chi disse che il problema era politico, sostenendo che “serve un’etica della responsabilità per il servizio sanitario pubblico”, chi sostenne che la spesa pubblica sanitaria dipende da più aspetti e fra questi: dalle tecnologie mediche e sanitarie e dalle scelte politiche non solo sulla sanità, ma sulla salute e sul welfare in generale. (Ivi).

E già nel marzo 2016 Cittadinanzattiva, nel suo: “Rapporto “I due volti della sanità. Tra sprechi e buone pratiche, la road map per la sostenibilità vista dai cittadini” specificava alcune cause di sprechi in sanità, raggruppabili in: «sprechi riferibili […] al mancato o scarso utilizzo di dotazioni strumentali e strutture sanitarie, […] a inefficiente erogazione di servizi e prestazioni, […] a cattiva gestione delle risorse umane. (“Sprechi in sanità. Da Cittadinanzattiva”, in: www.nonsolocarnia.info 3 aprile 2016). E così terminava Tonino Aceti la presentazione del rapporto: «La strategia di aggressione agli sprechi, chiamata contenimento della spesa e spending review, a conti fatti ha prodotto queste certezze: 54 miliardi di tagli cumulati dal Servizio Sanitario Nazionale tra il 2011 e il 2015 e contrazione, o soppressione, di prestazioni e servizi, come certifica la Corte dei Conti. E per il 2016 altri 14,5 miliardi di tagli. Invece resta da dimostrare e spiegare ai cittadini se e quanti sono stati gli effettivi risparmi prodotti dalle manovre e come sarebbero stati reinvestiti, a fronte dei sacrifici richiesti a tutti negli anni. Altrettanta attenzione meriterebbero altri settori di spesa pubblica, ai quali ancora troppo poco si guarda. La debolezza e le distorsioni provocate da questo metodo, in particolare sui cittadini, sono evidenti guardando alle sorti del neo-approvato Decreto Appropriatezza, che dopo pochi giorni dalla sua entrata in vigore, ha bisogno di revisioni e nel frattempo sta ostacolando l’accesso a prestazioni necessarie. La ricetta va cambiata: partire da una più profonda conoscenza dei fenomeni; guardare alle buone pratiche esistenti; mettere a punto interventi selettivi per agire sulle cause e non sparare nel mucchio; riconoscere il valore che ogni attore può dare per contrastare le inefficienze, a partire da cittadini e professionisti; misurare gli effetti prodotti dagli interventi. Su appalti e acquisti occorre migliorare uniformemente impostazione, quindi cosa comprare, in che quantità e come farlo; verificare il rispetto di accordi e procedure, ed occuparsi anche della corretta esecuzione dei contratti, applicando penali in caso di irregolarità o ritardi». (Ivi).

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Alla luce di queste considerazioni, io, pur sapendo che il problema delle lunghe liste d’attesa in Fvg non sia di ora, credo però che la riforma lo abbia reso più acuto, assieme a quell’andare qua e là in una provincia vastissima come quella di Udine, senza che un medico solo e di fiducia, o al massimo un solo reparto, possa seguire il paziente, con conseguenti problemi sia per i pazienti che per i medici specialisti, che potrebbero non seguire realmente più nessuno, trovandosi di fonte a contatti saltuari, a persone ignote, a carte scritte non sempre chiare, a cure non condivise. Ed anche questi fattori, tangenzialmente, comportano maggiori criticità per i pronto soccorso, perché una persona che sta male, davanti al solito “mi dispiace ma … la prima visita possibile è fra un mese, un anno, l’agenda appuntamenti è ancora chiusa”, od ad un “se vuole c’ è un posto a … “ che si trova a 70 chilometri da casa, cerca di percorrere tutte le vie praticabili, essendo in gioco la salute. E poi la presenza di dolore, per esempio, non permette di aspettare. Inoltre già in partenza si sarebbe dovuto capire che i medici di base, da soli, non avrebbero potuto in modo alcuno risolvere il problema delle liste d’attesa, anche se maggiormente finanziati.  E certamente l’aver soppresso ospedali periferici in area vasta, l’aver centralizzato laboratori e molti servizi ad Udine, intasandolo, l’aver portato la sanità al di fuori dell’ospedale viciniore per i pazienti, costringendoli a vagare fra volti ignoti, ed in particolare l’aver ridotto i medici ospedalieri togliendo ospedali, non può non pesare sulle lunghe attese per una prestazione. Perché ormai non trattasi di visita medica vera e propria ma di presentarsi al solito estraneo, che, magari, ti pontifica qualcosa senza forse lasciarti parlare, di diametralmente opposto rispetto al collega, creando una situazione curativa schizofrenica per il paziente. Ed anche questo può accadere, mentre motivazione, fiducia ecc. vengono messi nel cassetto in nome dell’applicazione di principi disumanizzanti ed aziendal-economicistici.   

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Leggo quasi sovra pensiero l’articolo di Mattia Pertoldi: «Maria Sandra Telesca detta l’agenda della Regione, e in particolare del suo assessorato per ridurre le liste d’attesa delle prestazioni sanitarie in Fvg. Un’azione che per l’Assessore alla salute si muove lungo tre assi d’azione: l’organizzazione, il personale e i macchinari» (Mattia Pertoldi, La ricetta di Telesca “Ampliare gli orari e fondi per gli ospedali” in Messaggero Veneto, 11 ottobre 2017).
Incrociando le dita come scongiuro al fatto che l’Assessora riprenda a metter mano alla sanità, visti gli esiti della sua rivoluzione epocale, ed essendo contenta che ella pensi economicamente a sorreggere gli ospedali, una prima considerazione mi balza alla mente: per ora sono solo parole, perché sinché non ci sono dati, proiezioni e schemi organizzativi, è la solita aria fritta.

Poi mentre spero di trovare, nel prosieguo, qualche ulteriore ragionamento sull’argomento, l’Assessora invece passa a parlare dei premi di produzione ai direttori generali, e fa la solita quasi “propaganda” all’ospedale di Udine, che è grande (e non ci dice nuovo e costosissimo) e che è attrattivo, ma non si sa se fra gli attratti ponga anche i costretti ad andarci per la eliminazione di alcuni nosocomi che funzionavano e toglievano l’affanno ad Udine, per esempio il San Michele di Gemona. Insomma è attrattivo davvero o è meta obbligata? Nulla sui problemi dell’ospedale di Gemona, neppure come poliambulatorio per abbassare i tempi di attesa per una visita, nulla su quello di Tolmezzo, nulla su quello di Cividale, nulla su tutti gli altri. Udine è caput mundi. Quindi, per fortuna, torna all’argomento iniziale dicendo che il sistema di rilevazione non si sa di che, è ora «molto più analitico, oggettivo, e trasparente dello stato dell’arte” e qui incomincio a perdermi nella comprensione. Poi passa a dire che per risolvere i problemi della sanità non basta aumentare l’offerta, e su questo non ci piove, ma non servivano anni per capirlo. Inoltre aumentare l’offerta, significa aumentare i posti letto, significa aumentare il numero dei prestatori d’opera cioè dei medici, significa l’esatto opposto della sua riforma, pensata e realizzata con Adriano Marcolongo.  Inoltre dico io, quando i problemi vengono aumentati disfacendo un sistema anche regionale che funzionava, si rischia di toccare il fondo senza aver risolto i problemi pregressi, come quello delle lunghe liste d’attesa, ed i nuovi.

Successivamente si azzarda a dire che si deve agire ancora sull’organizzazione, cosa che, visti i risultati di 3 anni di gestione totalmente in mano sua, fra Zulu, tablet acquistati e scomparsi, centrali uniche, ospedali trasformati in ibridi senza senso funzionanti solo sulla carta, non fa ben pensare. Ma poi scivola in una proposta davvero minima: quella di far uscire i pazienti dalla visita programmata con l’impegnativa in mano e la data per il successivo controllo segnato in calce, creando ulteriore problemi: di collegamento essendoci così almeno tre prenotatori e liste di prenotazione: il medico, il cup regionale, i cup locali, e in alcuni casi le farmacie; di libertà personale perché un paziente è libero di utilizzare il sistema misto pubblico privato magari non avendo piena fiducia in quello pubblico, e confusione. Quindi pare che punti ai macchinari nei poli regionali, quasi fossero la panacea per tutti i mali per risolvere problemi diagnostico curativi, ed esalta le risonanze magnetiche, senza forse conoscerne i limiti d’uso, e dimenticando ecografi ultima generazione e tac, apparecchi per radiografie e via dicendo, e non parlando dei 2 mammografi 3D, regalati e piombati sulla Aas3, senza aver prova, secondo me,  del loro reale valore, che mettono in crisi il programma di screening regionale, e creano nuove paure ed ansie (se non usi la 3D non puoi essere sicura) e corsa al privato ospedaliero. (Nel merito cfr. Laura Matelda Puppini, e Urp Aas3: Olga Passera. Comunicazione risposta alla mia: Lettera aperta … sull’acquisto, con colletta, di una mammografia 3 D, ambedue in: www.nonsolocarnia.info). Inoltre si mormora che in alcuni casi i pazienti vadano in Veneto a farsi operare, perché qui forse si preferiscono soluzioni maggiormente farmacologiche in alcuni casi che potrebbero magari migliorare con una soluzione chirurgica, ma lo dico da profana e per sentito dire, perché non sono un medico e ben pochi dati escono dalla sanità regionale. Non bastano infatti macchinari, organizzazione e personale, l’ospedale non è una fabbrica, la sanità non è un settore produttivo, un medico non è un operaio della catena. Ci vogliono bravi medici specialisti, e buoni formatori medici che facciano partire i neofiti dalla gavetta, da una specie di apprendistato guidato sul campo, prima che i morti si moltiplichino. Ma servono anche bisturi che siano efficienti, e non basta il robot Da Vinci, bisogna pure che vi sia chi, esperto, lo guida. Il sogno è diverso dalla realtà.

Infine pure l’informazione gioca un suo ruolo. Per esempio io non sono riuscita a trovare sul sito dell’Aas3 quali reparti funzionino all’ospedale di Tolmezzo, quali siano le prestazioni erogate, quali operazioni vengano svolte e con che metodologia, quali siano i medici che vi operano, come è stata riorganizzata Gemona del Friuli, rispetto al progetto 2014- inizio 2015, e via dicendo. Pare che ormai uno debba affidarsi ad un chirurgo qualunque, qui o là, senza poter scegliere chi interverrà, ma ciò è lesivo della libera scelta del paziente.

Quindi Maria Sandra Telesca ripassa a parlare delle liste d’attesa in particolare per visite neurologiche e cardiologiche e propone non si sa a chi, utilizzando il condizionale, di aumentare il budget per pagare straordinari o fare nuove convenzioni con i privati, il che sarebbe preferibile per non avere medici stressati. Ma quale sarebbe poi il rapporto fra questi e gli ospedalieri, e potrebbe un medico privato accedere ai referti sanitari del ssr, ammesso che siano corretti? Magari si potrebbe anche assumere medici nel ssn, penso io, dato che la loro carenza sul territorio nazionale si fa e farà sentire. (Cfr. Laura Matelda Puppini. Verso una sanità senza medici o meglio con pochissimi? Chiediamocelo. Alcuni dati da Anaao Assomed ed alcune considerazioni personali, in: www.nonsolocarnia.info).

E comunque dal condizionale bisognerebbe passare, in questo caso, alla realizzazione studiata in modo analitico e preciso. Ma questo è solo un palliativo temporale perché distruggendo ospedali si è creato il caos e difficoltà ben poco appianabili con una manciata di soldi a privati che, fra l’altro, sono ubicati maggiormente verso i poli cittadini, dove esistono anche i grandi ospedali, non nella dimenticata e disastrata periferia regionale ora detta di aree interne quando la Carnia è sul confine. Qui, invero, inizia a far capolino la rassegnazione, il che non è confortante.  Ma per ritornare alla dott. Maria Sandra Telesca, ella chiude le sue dichiarazioni ottobrine dicendo che la sanità è un sistema complesso. Perché non lo ha pensato prima di disfarlo? – mi domando. Eppure proprio lei aveva detto che funzionava. (http://www.rotarytriestenord.it/media–news/dicono-di-noi/relatori-alle-conviviali/maria-sandra-telesca-140415.html). E questa è una delle poche sue dichiarazioni di cui tener, secondo me, conto. Non ce l’ho con l’Assessora, credetemi, ma è il metodo suo e della giunta, il loro modus operandi che non regge.

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E cosa diceva Stefano Pustetto, alla seduta mattutina del consiglio regionale del 30 settembre 2014, avente come oggetto di discussione pure il disegno di legge: “Riordino dell’assetto istituzionale e organizzativo del Servizio Sanitario regionale e norme in materia di programmazione sanitaria e sociosanitaria”  (scelto come testo base) e proposte di legge abbinate: “Revisione dell’assetto istituzionale delle Aziende per i servizi sanitari del Friuli Venezia Giulia – Istituzione dell’Azienda Unica per i Servizi Sanitari Regionali e riorganizzazione del Servizio Sanitario Regionale” e “Modifica dell’assetto istituzionale delle Aziende per i servizi sanitari del Friuli Venezia Giulia” e petizione “Per una nuova organizzazione sanitaria che renda cittadine/i protagonisti della salute pubblica”?

Diceva, da medico specialista: «[…] vediamo che questa riforma, che vuole essere rivoluzionaria, non comporti un peggioramento della qualità della nostra sanità. Vedete, tutte le sfide vanno raccolte con intelligenza e pragmatismo, perché soprattutto quando parliamo di sanità, o meglio, parliamo di salute delle persone, dobbiamo essere molto realisti e coniugare quello che è il progetto con delle basi molto solide. Io devo dire che una delle cose che, da esponente della Sinistra, non ho mai apprezzato, è stata quella di parlare sempre di massimi sistemi scollegandoli da quella che è la pratica, quelli che sono i dati, i numeri». (Atti Consiliari dell’Assemblea -XI legislatura – discussioni – seduta del 30 settembre 2014, p. 24).  Direi che fu profetico.

Comunque, per ritornare alle dichiarazioni dell’Assessora Telesca il 9 ottobre 2017, pubblicate sul Messaggero Veneto, esse poi non venivano seguite da dichiarazioni su come attuarle, ma finivano in querelle con il consigliere Riccardi, che non era stato certamente galante nei confronti dell’Assessora, ma che non aveva però detto nulla di trascendentale, e non si meritava una rispostaccia, ma invece dati e linee di azione concordate con medici ed altre parti interessate con cui controbattere. (http://www.udinetoday.it/politica/lista-attesa-sanita-polemica-riccardi-telesca.html). Invece siamo ancora al mondo di facebook e di twitter, e ben lontani da quei banchi regionali ove un tempo le risposte erano anche serie e documentate.

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Quindi non soddisfatta, l’Assessora si precipitava a pubblicare su Quotidiano Sanità, che per il Fvg è zeppo solo di dichiarazioni di Serracchiani e Telesca, ulteriori precisazioni in politichese e rivolte non si sa a chi, invece di presentare un suo progetto e di sedersi ad un tavolo con medici, dirigenti ed altri per affrontare i problemi. Ma pare che l’Assessora Fvg non ami realmente confrontarsi, da quello che si è visto, anzi qui ha snobbato gli inviti del Gemonese. Ella afferma genericamente che “vista la possibilità concreta di farlo, la Regione vuole incrementare il finanziamento assegnato sulla legge liste d’attesa che finora risultava irrisorio”. (Liste d’attesa. Telesca: “Questione estranea alla riforma, in: http://www.quotidianosanita.it/friuli_venezia_giulia/articolo.php?articolo_id=54740).
Ma se ha soldi a chi li darà? Perché i privati non sono nelle zone marginali, dove però ella ha tolto gli ospedali, come già dicevo, costringendo i pazienti a vagare e “pagare”.

Poi rivendica di aver introdotto maggior trasparenza e che la Regione è intervenuta (a meno che non usi il noi maiestatis) in modo più mirato sulle criticità favorendo i cittadini. E termina con: «Nessuno in buona fede può osare dire che si stava meglio prima». A questo punto qualcuno potrebbe pensare che forse sia un po’ spudorata nel dire quanto, anche perché il giudizio complessivo sulla sua riforma, da che mondo è mondo, non spetta a lei. E termina con: «In merito ad argomenti delicati come quelli che coinvolgono la salute […] la Giunta regionale è sempre pronta a confrontarsi seriamente per migliorare il sistema sanitario nel segno della responsabilità e del rispetto verso gli utenti». (Ivi). Peccato che il 2018 sia ormai vicino.
Beh, io dico, Assessora, che prima era meglio, e altri con me. Bisogna ripensare l’organizzazione attuale riguardando al passato, ed alle criticità attuali cercando di risolverle, altrimenti siamo sempre a “parole … parole”. Ma qui è in gioco la nostra vita e quella dei nostri figli e nipoti.

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I problemi dovevano esser studiati prima, non ora. Comunque secondo me, e lo ripeto, bisogna scindere i bilanci degli ospedali da quelli della salute, ecc. cioè ripartire sin dall’inizio le spese per voci, sulla base di dati oggettivi e rilevazioni, e stendendo un piano aziendale, tenendo conto delle esigenze primarie, perché non basta il denaro se non è chiaro in cosa deve venir impiegato. Si chiama politica economica della buona massaia. (cfr. anche Laura Matelda Puppini, Sanità: fra diritti messi in gioco e responsabilità non sempre chiare e Laura Matelda Puppini, Fvg. Ospedali marginali, fra “polvere di stelle” e macete, ambedue in: www.nonsolocarnia.info). Bisogna rivalorizzare le strutture ospedaliere in primo luogo per l’utenza territoriale (Gemona- Tolmezzo per la montagna e il gemonese) bisognerebbe riavere il laboratorio analisi a Tolmezzo, bisognerebbe tener conto dei traporti pubblici prima di spedire la gente qui e là, e regalare qualche macchinario che è un doppione, ma questo è un problema se è un dono. San Daniele e Tolmezzo non possono farsi la guerra, ma devono organizzarsi in modo efficiente, e per questo rimando all’articolo “Messaggero Veneto del 25 marzo: il dott. Pietro De Antoni sul San Michele di Gemona”. Ospedali: destini legati in Alto Friuli, in: www.nonsolocarnia.info. Insomma senza conoscenza del reale, programmazione, coinvolgimento di associazioni dei cittadini anche a livello nazionale, dato che i problemi, se leggete siti abruzzesi e molisani, sono sempre quelli, ma anche nel Lazio ed al centro di Roma, in Sicilia come in Calabria, si fa per dire, dimenticando la divisione in schieramenti partitici, e ponendo il cittadino al centro del servizio come il territorio, non si giungerà da alcuna parte. Diceva il Sindaco Borghi all’Assessora Telesca, «non vogliamo 2 sanità, ma due modelli organizzativi intelligenti che rispondano ai bisogni di salute di un città come di un ambito rurale/montano». (Gianni Borghi su: “La nuova proposta per la salute in territorio montano”, in: www.nonsolocarnia.info). Infine non si possono dimenticare gli aspetti di motivazione e psicologici sia degli operatori che dei pazienti. (Cfr. Ivan Cavicchi, No al protocol doctor. Contro una medicina senza qualità. Il manifesto, 17 maggio 2016, in www.nonsolocarnia.info, Laura Matelda Puppini. Senza paraocchi. Sulla personalistic- dirigistica riforma della sanità regionale,in: nonsolocarnia.info, Comunicato del Coordinamento Italiano Sanità Aree Disagiate e Periferiche, in: www.nonsolocarnia.info e Daniela Minerva: “L’ultima spiaggia: il dottore col cronometro” da RSalute. Medici come Cipputi? in: www.nonsolocarnia.info). E nel rimandare agli articoli e fonti qui citati, per approfondimenti e problematiche, dico che si devono studiare i problemi prima di cercare di risolverli, e l’antico non è mai da rottamare. Ma Renzi ha infinocchiato molti. E non bastano parole.

Scrivo queste mie considerazioni senza voler offendere alcuno, ma dopo aver visto, sentito, ascoltato, non per denigrare ma come riflessioni dopo aver letto alcuni recentissimi articoli sui tempi d’attesa per avere una prestazione sanitaria. E invito pure l’Assessora ed i politici a leggere: Maria Giovanna Faiella, “Liste d’attesa: ecco che cosa fare per ottenere visite in tempi certi”. Sottotitolo: “Siamo un popolo di pazienti in perenne aspettativa allo sportello medico. Ma esiste
un Piano nazionale in base al quale è possibile esigere tempi certi per un determinato numero di prestazioni. Ecco allora un vademecum su come bisogna comportarsi” in: http://www.corriere.it/salute/17_aprile_27/liste-d-attesa-sanita-esami-visite-in-coda-sette-italiani-dieci-, da cui è tratta anche l’immagine che correda questo mio articolo. Scrive la Faiella: «Attendere mesi, se non anni, per una visita specialistica, un esame diagnostico o un intervento chirurgico. È capitato a più di 7 italiani su 10, secondo il “Rapporto Italia 2017” di Eurispes. Non tutti sanno, però, che se le attese sono incompatibili con i propri bisogni di cura, si ha diritto a esigere la prestazione in tempi certi. Lo stabilisce il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (Pngla) 2010-2012, tuttora in vigore. In concreto, che cosa fare per ottenere prestazioni sanitarie nei tempi stabiliti per legge? Facciamo chiarezza con l’aiuto di PiT Salute (Progetto integrato di Tutela) e del coordinatore nazionale del Tribunale del diritto del malato-Cittadinanzattiva, Tonino Aceti». Ma il singolo ammalato non può fare nulla, la politica deve applicare le leggi, che non sono un optional. 

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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