Telefono a Marco Lepre per altro motivo, ed egli mi chiede di parlare di percorsi partigiani in occasione dei 20 anni di Campi Legambiente in Carnia, dato che hanno riaperto un tratto di un sentiero che porta da Feltrone ad Astona. Accetto senza problemi, anzi lo ringrazio per l’occasione datami,  ed egli dice di essere favorevole alla mia proposta di dedicarlo all’Ors di Pani. Si sarebbe potuto intitolarlo anche a Vitale Azoto di Enemonzo, il comandante Nitro, ma qui siamo ancora alle ‘leggende metropolitane’ sui partigiani, che li descrivono, più o meno, come l” uomo nero collettivo’, e pare che solo nominare un partigiano possa creare un casus belli, invero non si sa perchè, dato che i combattenti per la Liberazione lottarono per cacciare il nazista invasore e la dittatura fascista, soffrendo non poco. Così ho preparato per l’incontro e per voi queste righe. 

Cartina della zona dove si trova il sentiero ripristinato da Legambiente. Feltrone Duredia ed Astona sono sottolineate in viola. Da Carta Tabacco 013.

«Percorsi di vita …

Sentieri, percorsi per spostarsi da una località all’altra: un tempo lontano tutti conoscevano quelli del proprio comune e dei comuni limitrofi, e li praticavano, come quelli ‘scorciatoia’, per non rendere troppo lungo il tragitto. Così Giovanni Marzona, partigiano osovano, per raggiungere, da Invillino, la località Salvins, oltre Vinaio di Lauco, dove si trovava il comando del suo battaglione, il Carnia, non faceva, come del resto altri, grandi giri ma andava diritto ai casolari Pilùc, raggiungendo quindi Cuelcovòn e lasciando a sinistra Lauco, per portarsi, poi, sotto Vinaio ed infine a Salvins. (Giovanni Marzona. Io giovanissimo partigiano osovano del btg. Carnia. Intervista di L.M. Puppini, in: www.nonsolocarnia.info).

I sentieri erano tragitti di tutti e per tutti, un tempo, ed in tal senso sarebbe improprio parlare di percorsi solo ed unicamente partigiani, perché i giovani carnici che aderirono alla resistenza al tedesco invasore ed occupante, che erano centinaia, (Laura Matelda Puppini, 472 schede di partigiani garibaldini, uomini e donne che scrissero la storia della democrazia, operativi in Carnia o carnici, in: www.nonsolocarnia.info) si muovevano tra boschi e cime come avevano appreso dai loro vecchi, da padri e madri: un tempo certe vie erano da tutti praticate: vuoi per portare a casa un animale ucciso, vuoi per una raccolta di erbe o mirtilli, vuoi per recuperare una sufficiente scorta di legna per riscaldarsi l’inverno.

Mina di Ludaria di Rigolato. Foto di Alido Candido.

E mi sovviene quanto ho scritto relativamente a Mina, mia cognata: «Mina ha un gerlo con cui affronta la salita […], Mina non torna mai dalla montagna a mani vuote: mirtilli, lamponi, legnetti, radici di rabarbaro, semi di comino, funghi, sono il suo raccolto. Non è per lei importante quanti chilometri fa, quanto sale, ma quanto realizza. Mina non si pone il problema del piacere di andare in montagna: la montagna è la sua vita, è fonte di cibo e legno, è l’ambiente che conosce sotto forma di salite, discese, rocce, boschi, sorgenti, radure, cime, […]. Mina non ha scelto la montagna, è nata in montagna […]. Mina calcola i tempi, orientandosi anche con il sole, […]; Mina sa apprezzare un bel tramonto, il colore dei fiori, l’odore del bosco, il rumore di un ruscello, il canto degli uccelli, il battere del picchio e teme le vipere, le zecche, la notte, i temporali improvvisi, quelle nubi nere che compaiono nel cielo, il rombo di un sasso che si stacca». (Laura Matelda Puppini, Cortomontagna. La montagna di Mina, la montagna di Lucas, in: www.nonsolocarnia.info).

È in questo modo che i giovani partigiani (ed anche le giovani partigiane, naturalmente), conobbero la montagna ed i suoi tracciati, andando, bambini e ragazzetti, a far fieno con le madri, le zie, le cugine, andando a caccia, partecipando alla raccolta dei frutti che la natura donava e della legna, il cui taglio era rigorosamente normato. Ma da partigiani dovevano muoversi, in particolare prima e dopo la Zona Libera di Carnia e dello Spilimberghese, attenti ad ogni segno lasciato, anche un getto di urina o feci sul terreno. Come i cani da caccia sanno evidenziare tracce di questo tipo per gli animali, così i cani dei tedeschi le riuscivano a trovare per i partigiani, marcando un segnale preciso della loro presenza. Conoscevano le loro montagne i partigiani carnici, ne conoscevano spesso gli anfratti, i percorsi, le potenzialità, i limiti.

Percorsi partigiani.

Anche se è improprio parlare di ‘percorsi’ solo partigiani, è però vero che lo furono principalmente quelli che portavano alle basi partigiane, sia osovane che garibaldine, ai rifugi, ai nascondigli, anche se bisogna differenziare i tempi della Zona Libera di Carnia e dello Spilimberghese dal poi. Fu sicuramente base e rifugio partigiano Malga Avedrugno, di proprietà, allora, di Umberto de Antoni, data alle fiamme nel marzo 1945; fu luogo di incontri partigiani e rifugio il Monastero Bonanni di Raveo, fu luogo di transito e soccorso ai partigiani, grazie al suo custode GioBatta Bernardis, la stazione d’angolo della teleferica S.A.D.E., che serviva per la costruzione della diga di Ampezzo. Ed il Pura fu luogo di passaggio e transito, come l’altopiano di Lauco strategicamente posto, che apriva la via anche allo spostamento nell’ovarese. E luoghi partigiani furono Trist Cjamp e Cjas. E furono basi partigiane Muina e Mione, con le rispettive vie d’accesso, nel lungo inverno ’44-45. L’ampezzano, poi, era costellato da rifugi invernali, tra cui ricordiamo la cosiddetta ‘grotta’ Zagolin, il rifugio di Nauleni, ma ce ne sono altri, mentre praticatissima fu, in particolare durate l’estate 1944, la via che portava al passo di ‘Mont di Rest’ e quindi a Sequals, Tramonti ed alla val Tramontina. Ma in alcuni casi i partigiani non percorrevano sentieri, ma si arrampicavano nel fitto bosco, per far perdere le tracce, e potevano mutare percorso all’ ultimo momento, o potevano muoversi, come fece Mario Candotti, ufficiale del R.E. I., per mettere in salvo i vertici della Garibaldi Carnia e Mario Lizzero, Andrea, muniti di carte militari, binocolo, bussola, ed accompagnati a tratti da partigiani del luogo. Egli guidò il gruppo comando ed altri da Frassaneit, in val Tramontina al monte Pura in più giorni, seguendo questo percorso che vi indico, e fermandosi in basi partigiane.

Prima giornata. Frasseneit- Malga Giavons – Passo di Frascola (1520) –  Casera Chiamps. (sic. Ma ora Chiampis)  –
Seconda giornata: malga Chiampis –  Malga Tamaruz  – casera Mugnol, dove si trovava anche la missione americana. –
Terza giornata. Casera Mugnol – forcella Mugnol (1392 m) – Malga (ora casera) Venchiareit (dove c’era un ospedaletto partigiano e si trovava Vera Fazutti) – malga Agâr.   
Quarta giornata. Malga Agâr -valletta rio Bus (affluente del rio Negro in territorio di Ampezzo). Ma vedendo segni di passaggio di nemici, Candotti decide di seguire il corso del rio Vojani. Da qui guida i suoi a malga Chiavalut (1572 m) e colle Chiavreas. Verso sera, al calar del sole, i partigiani passano il greto  del Tagliamento e boschi, per portarsi in località Sant’ Antonio, quindi al torrente Auza ed alla baita di Cuel dai Giai.
Quinta giornata.  Baita a Cuel dai Giai – fienili di Navroni (anche Navrone) – Brutto Passo (1935 m) (4) – sella di Montovo – discesa Salaria – malga (ora casera) Tintìna. Poi l’ultima tappa da malga Tintìna al Pura, alla stazione d’angolo della teleferica Sade Ampezzo – La Maina. (Mario Candotti, Ricordi di un uomo in divisa naia guerra resistenza, ed. I.F.S.M.L. ed A.N.A., Pn., 1986, pp. 220- 238).

Località Nauleni. Al centro Mario Candotti, prima dell’8/9/1943 ufficiale del R. E.I (campagne di Grecia e Russia), poi comandante della divisione Garibaldi Carnia.

Come si vede i percorsi potevano essere relativamente brevi, come nel caso del sentiero Feltrone – Astona, o lunghissimi. Interessante è una considerazione di Mario Candotti, nel descrivere questo lunga marcia, come egli la definisce, tra salite erte e discese, neve e freddo: quando giunge alla sella di Montovo, si sente a casa e scrive: «Ora non ho più paura di sbagliare sentiero, né difficoltà a trovare la giusta direzione di marcia. Sono in zona conosciuta alla perfezione: già da bambino con mio padre e mio fratello Dante passavo per questi sentieri o mi inoltravo per questi boschi, per cui ogni albero, ogni spuntone di roccia, ogni cima mi sono familiari …». (Ivi, pp. 236-237).

Per quanto riguarda la zona ove si trova il percorso riaperto da Legambiente, Romano Marchetti, la cui famiglia materna era originaria di Maiaso, ricorda, fra i percorsi partigiani, i sentieri per portarsi al Navarza ed in Pani, a Losa, Forchia ed al Pieltinis nell’ampezzano saurano; a Casera Sciarsò, alla mont Freida, a Nolia, Valdie, Saustri, Astona. Tragitto partigiano era anche la via che passava per Raveo, Muina, Agrons, Ovasta, per raggiungere Pradumbli, e quella che portava a passo Coladôr, e in zona Lieur, per poi raggiungere Forni di Sotto ed infine Sauris. (Marchetti Romano (a cura di Laura Matelda Puppini), Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, IFSML e Kappa Vu ed., 2013).

Partigiani carnici. Dal volume di Mario Candotti, Ricordi di un uomo in divisa.

Giovanni Marzona, invece, ricorda le basi partigiane del battaglione osovano Carnia: Allignidis e Cuelcovon in zona Lauco, ed il sentiero che porta da Cesclans a Villa di Verzegnis passando per Doebis. (Giovanni Marzona, op. cit.). Ma basta leggere gli articoli di Mario Candotti sulla Resistenza carnica in Storia Contemporanea in Friuli per farsi una idea precisa delle basi e dei tragitti partigiani. Mario Candotti ricorda come basi invernali: Mione, Palaribosa, Monfredda, La Salina, Forni di Sopra, Pezzuella, Lavreit, Tolvis, Rio Vaglina,  Cuesta Vinadia, Casera Malins, Feltrone. (Mario Candotti, La lotta partigiana in Carnia nell’inverno 1944-45, in. Storia Contemporanea in Friuli, ed. I.F.S.M.L., n. 11, 1980., pp. 67-69).

Anche il sentiero ripristinato da Legambiente fu sicuramente percorso da partigiani che si portavano da Feltrone, ove spesso si rifocillavano da Ida e Gioconda (Durigon per Marchetti, Danelon per Marco Lepre), e base partigiana nel lungo inverno 1944-45 (Ivi, p. 68), ad Astona, il cui casolare fu bruciato perché i cosacchi pensavano fosse ricettacolo di partigiani o punto di appoggio.

L’Ors di Pani.

Dedichiamo questo sentiero ad Antonio Zanella, detto l’Ors di Pani, nato ad Amaro il 10 gennaio 1887, figlio di Tomaso, malgaro e contrabbandiere, detto l’Ors dell’Amariana, approdato in Pani, alla ricerca di terre da sfruttare, che poi lasciò al figlio, che prese per l’appunto, il nome di ‘Ors di Pani’.

L’Ors di Pani. Immagine datami da Romano Marchetti.

Così Danielle Maion descrive l’Ors: «Antonio parlava poco e aveva un aspetto singolare: lunga barba incolta e rossiccia, capelli lunghi e disordinati, sopracciglia molto folte, fisico imponente e viso scarno, indumenti grezzi.».  (Danielle Maion, Il Patriarca di Pani, in In Carnia, n. 1 marzo 2014). Uomo in alcuni casi poco disposto verso gli altri, in particolare verso i familiari, era invece in altri casi davvero generoso, (Ivi), e di lui così ci parla il comandante partigiano, docente e uomo di cultura Ciro Nigris:

«L’Ors è stato veramente uno dei personaggi più significativi della Resistenza. Aveva sempre, per tutti, qualcosa. E ci diceva: “Vi do mucche ma non pecore. Perché quando arrivano i Cosacchi mi portano via le mucche, ma con le pecore vado io, in montagna. E nessuno può prendermi, sulle mie montagne”. Avrà avuto un centinaio di pecore.
Era un uomo molto ricco, l’Ors. Era un uomo che faceva rendere questa sua azienda, che era veramente un’azienda modello, anche se con mezzi che ora definiremmo primitivi. Ma l’aveva fatta in modo che rendesse moltissimo. I suoi formaggi finivano tutti da Umberto De Antoni, che li apprezzava al punto tale da quasi monopolizzarne l’acquisto, e fu, per noi, veramente un padre.
Lui ci alimentava. Ha dato anche al mio reparto una mucca, l’abbiamo uccisa, e poi l’abbiamo fatta a pezzi. E ci ha dato il suo formaggio ed anche il suo sidro. Ma tutte le formazioni sono passate di lì. Pani era al centro.  Da lì ci si muoveva in ogni direzione. Tutti si fermavano lì, anche i cosacchi, che gli hanno fatto fare una vita mica da ridere! Ha rischiato veramente la fucilazione. Poi si arrendeva e, per salvarsi, diceva: “I partigiani mi portano via tutto”. 

Era così … l’Ors di Pani. Uomo da ricordare nella Resistenza. Figura singolarissima, storica. E uno pensa, magari, che l’Ors fosse un omone, ma invece no. Non era più grande di me. Aveva una divisa sporca, ed era sempre in maniche di camicia. E non si metteva su la polenta, lì, se non c’era lui, per la famiglia. Era uno ferrigno! Generoso con noi, […] addirittura commovente e dagli occhi affettuosi. “Biaz fruz. (Poveri ragazzi)”. Così ci diceva: “Biaz fruz!”. Ed era molto, molto attento ai nostri bisogni. Era veramente un uomo singolare.
Era un polo di passaggio obbligato: di lì si doveva passare. E lui aveva sempre qualcosa da dare da mangiare. Dava le cose essenziali, e le dava come risultato di una disposizione all’affetto, sempre avuta anche prima della Resistenza. Io so che questa predisposizione l’aveva avuta già prima, con altre formazioni non partigiane ancora.  Bella figura, morta tragicamente, però». (http://www.nonsolocarnia.info/ciro-nigris-il-comandante-carnico-garibaldinomarco-io-ufficiale-del-r-e-i-passato-alla-resistenza/).

L’Ors di Pani e la figlia Maria furono uccisi il 6 marzo 1955 da Romano Lorenzini, per vendicare un affronto, a suo dire, subìto, perché accusato della rottura di un sottopancia di un mulo e di aver recapitato una lettera. La figlia seguì la stessa sorte del padre perché si era unita al genitore nei rimbrotti al giovane. Questo risulta dagli atti processuali. (Cfr. Danielle Maion, op. cit.).

Anche Romano Marchetti ricorda l’Ors, la cui casa/casera era ricettacolo per i partigiani.

L’Ors di Pani da: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Ors_di_Pani.jpg#/media/File:Ors_di_Pani.jpg

«Nel fitto nevicare della sera ottobrina, sbuca una forma che scende dal dosso, che si fa poi figura. Un mulo porta un uomo che vi ciondola sopra. È Pierino Bidoli, osovano, quasi distrutto da una grave sinusite. Trova ricetto e conforto nella camera di Toni, “l’Ors di Pani”, nella cui cucina, intorno al fuoco che esce dal buco dell’acciottolato, c’è una massa di partigiani bagnati, stanchi ed affamati e, negli occhi, l’ombra del futuro.

Uno di questi, un tolmezzino molto alto, ha una larga benda chiara sulla fronte, sino alla radice del naso. (…). Una capace ‘cjalderie’ nera, morsa dal fuoco che vi si arrabbia tutt’attorno, affascina quegli occhi, facendo dimenticare che, nelle vali tutt’attorno, si sono ormai insediate le truppe cosacche.
Toni si arrabatta ad armeggiare con il mestolo, mentre il fiume di fumo, sotto il quale stanno curvi gli uomini, esce dalla porta vuota dello specchio superiore.
Toni ora si alza; c’è un gran rimescolio di gente intorno al fuoco perché la “mussa” deve portare lungi dal fuoco, girando sul perno, il pentolone con la polenta.
Nelle mani di ciascuno ora cade la mestolata che l’ospite, come stesse officiando, distribuisce con scrupolo di giustizia, dopo averli contati.
Si siede fra i due comandanti: Tredici e da Monte; consegna loro la razione e fa scomparire, fra baffi e barba rossi, divaricati al massimo, un grosso boccone di polenta.
Quindi viene il turno dei cani: due grossi lupi feroci, che egli ha rabbonito verso gli estranei. La femmina è quella che sfibrava il palo cui era legata per la rabbia di non poter mordere polpacci e sedere, ai due “dispersi” che, un anno prima, aspettavano, alla porta dello stavolo, con la ciotola in mano, il caldo latte.
La mezza porta si apre: velocissimo, con una camicetta bianca sopra il culetto nudo, schizza fra le gambe dei presenti un coso un po’ più grosso di un gatto, un bimbetto, che ha di un gatto le movenze.
Espropria il boccone di cibo dalle fauci della lupa che ringhia nell’attonito silenzio generale, e poi riguadagna la porta e la neve.
Toni da di gomito a Da Monte ed ha gli occhi ridenti ed orgogliosi: “Astu iodut il fî da l’omp?” È l’ultimo suo nipote. (Romano Marchetti, Intermezzo sull’ Ors, inedito).

Pani anni ’80. Foto di Laura Matelda Puppini

Romano Marchetti l’ufficiale osovano Cino Da Monte, ha dedicato all’Ors un libretto stampato in copie limitate, che riporta, pure, la descrizione delle immagini che gli affollano la mente mentre lo vede composto nella bara: «Giù il cappello! È morto L’Ors di Pani. Partigiani… venite…portiamo in trionfo Toni Zanella; in trionfo portiamolo in cimitero…[…]». […]». (Romano Marchetti, l’Ors di Pani, Editrice la Lontra, 30 copie numerate, gennaio 1993).

E così ricorda Toni, l’Ors: «Egli mastica tabacco: è un passatempo che ogni tanto egli si concede, ma è un lusso; […]. Guarda tutti lungo l’intero orizzonte delle ciglia, con il capo abbassato al suo solito modo; il sorriso può anche essere nella barba e negli angoli degli occhi; l’ira può anche essere negli occhi e nella bocca sepolta. (…). La sua voce rimbomba nel cavo del portico riempito di luna e larve (…); dietro gli abeti compatti svettano, più neri.”.
«Tu pesavi il formaggio che Anna ti porgeva […]. Tu pesavi la misura, la giusta misura nel freddo vestibolo della casera mentre fuori il caldo sole di settembre illuminava con gli ultimi raggi, […]  la meravigliosa valle del Tagliamento. Tagliavi e pesavi sul grande tavolo, amministrando con il sudore rappreso la tua giustizia (…).
Così ora soltanto è possibile capire perché tu non chiedessi il prezzo che tutti gli altri pretendevano. Capisco perché tu non volessi mai regalare; perché tu vendessi al prezzo infamante di ammasso, tu non facevi commercio, vecchio mio Orso, […]». (Ivi). 
Infatti l’Ors, secondo Romano Marchetti, sottoponeva chi andava da lui per avere un formaggio, dichiarandosi povero, ad un vero e proprio terzo grado, e se riteneva che lo fosse realmente, glielo vendeva per ‘un bianco ed un nero’. (Ivi).

Ed intorno al corpo dell’Ors a Marchetti par di vedere le figure di partigiani, garibaldini ed osovani, vivi e morti, con cui aveva condiviso lotta e paura. (Ivi). E mormora tra sè e sè: «Caro Ors, eroe, se così si può dire, proprio della resistenza, simbolo di libertà sconfinata, anche se un poco scettica ed un po’ spregiudicata». (Nota inedita di Romano Marchetti. Sull’ Ors di Pani esiste anche una tesi di laurea di Ialria Toscano, L’ Ors di Pani tra mito e realtà, relatore Giampaolo Gri, a.a. 2009-2010).

 

Località Valdie. Foto di Laura Matelda Puppini 2015.

La battaglia di Pani di Raveo.

La zona dell’Alto Tagliamento, in cui è posto il sentiero che oggi viene intitolato dopo esser stato efficacemente riaperto da Legambiente, che ringraziamo per questo gratuito lavoro, che rende lustro alla nostra terra, fu centro di lotta partigiana e di rifugio dei combattenti in particolare Pani, ove avvenne la nota battaglia che permise ai partigiani carnici di aprirsi una via di ritirata.

Infatti i territori della Carnia furono, per il movimento di Liberazione, sede di basi, percorsi, azioni flessibili, di campi di addestramento come quelli di Cuel Budin, Cuel Taront, Cuel di Nuvolae, e di due o tre vere battaglie, condotte con il metodo della guerriglia, come quella di Pani, di Mont di Rest, di Verzegnis, spesso ad opera del battaglione Friuli/Carnia, comandato dall’ex ufficiale dell’esercito Jugoslavo, Mirko. Questi era stato catturato nel corso dell’invasione nazifascista al regno del re Pietro, ed era finito in campo di concentramento a Padova, per poi esser liberato dopo il 25 luglio. Con Diego Italo Mestre, aveva risalito pianure e colline ed era giunto in Carnia, per unirsi alla resistenza. Mirko però era gravemente malato di tisi, e così al suo posto poteva comandare Azoto Vitale, nome di battaglia Nitro, di Enemonzo, che poi ne prese il posto. Commissario politico di detto battaglione era Tranquillo De Caneva, di Trava, sergente maggiore in Abissinia e reduce di Russia, poi noto sindacalista e politico.

Non posso dilungarmi su detta battaglia, che durò dal 17 al 20 novembre 1944, quando la neve era già alta, dico solo che, in ritirata dall’avanzata cosacca, i partigiani sia garibaldini che osovani, si erano radunati in zona Pani- Valdie e nei dintorni della casera dell’Ors, che rischiava di diventare un ‘cul de sac’. Informati dal Servizio informazioni, diretto da Vincenzo Grossi, che i cosacchi volevano liberare Pani dai partigiani, i garibaldini del btg. Friuli si preparano a combattere, anche per aprirsi una via di ritirata verso Mont di Rest, mentre gli osovani scelsero di non combattere, perché troppo rischioso ed anche perché aderivano al proclama Alexander. Il primo attacco partigiano, prevenendo il nemico, venne portato, il 17 novembre, al nucleo cosacco di Raveo, di notte, giungendo da Valdie- stavoli di Laurisce. Fuggono i cosacchi, colpiti dagli sten e dai mitra, e si attestano ad Esemon di Sopra e Villa Santina. Il 18 passa calmo, mentre i partigiani si collocano su 5 postazioni: la 1 a Cuel di Cur; la 2 sotto Ruvis Blances alla testata di costa di Muina; la 3 vicino al casolare di Cul di Pani; nei pressi del Rio Fieris; la 4 allo stavolo Cervias, la 5 alla Forca di Pani.

Le 5 postazioni (in verde) da cui il battaglione Friuli/Carnia dette la battaglia finale in Pani. (Da Tranquillo De Caneva, op. cit. poi, cartina n. 5).

Dal 19, giorno in cui i cosacchi attaccarono a loro volta, al 20 novembre, la battaglia seguì diverse fasi, leggibili sul testo di Tranquillo De Caneva “La battaglia di Pani di Raveo”, in: Il Movimento di Liberazione in Friuli, anno 1 n.1, pp. 23-44.

Nel corso dell’azione militare, i cosacchi bruciarono, come ho già ricordato, il grosso casolare in Astona, ma non toccarono, dopo la battaglia, né il casolare Fabris, in Pani, dove aveva alloggiato il comando brigata garibaldino, proprietà dell’Ors, né altre casere abitate, sottoponendo però la popolazione della zona a prepotenze, angherie, furti di bestiame e formaggi.
Il battaglione Friuli aveva, con la battaglia di Pani, aperto una via di fuga, lungo la quale continuò a combattere mentre si ritirava verso Rest, mentre il nemico attaccava ora da una parte ora dall’altra. (Tranquillo De Caneva “La battaglia di Pani, op. cit.).

Poi il dopoguerra.

Poi il dopoguerra ed una nuova economia che si affaccia, meno legata al territorio ed alle sue potenzialità.

Ora alcuni sentieri sono poco visibili, nascosti dal tempo e dalla vegetazione e possono esser stati modificati, risucchiati o interrotti da nuove vie di comunicazione, da dighe, o da manufatti. Anche il sentiero di cui parliamo oggi, da che mi narrava Marco Lepre, era ormai percorribile solo per una parte, e quindi egli ed altri dovettero cercare l’ultimo tratto, presente anche sulla mappa della Tabacco, battendo sul terreno innevato per reperirne la traccia. 
E con sentieri e luoghi, capanni dei cacciatori, casere e ‘stavoli’ abbandonati, rischiano di sparire toponimi e tracce di storia.

Ora ci stiamo dimenticando sempre più della montagna di Mina, e la viviamo solo come palestra di agonismo alpinistico. E stiamo perdendo non solo toponimi ma anche il nome dato ai terreni intorno alle malghe basse ed alte, in base al loro uso, il nome di foglie e fiori che stanno sparendo, stiamo perdendo il concetto di cura del territorio sostituito dal suo mero utilizzo contingente, stiamo perdendo sorgenti e fiumi, rii e ruscelli, non solo nel nome. Dobbiamo salvare la nostra storia che è anche storia di nomi, di luoghi e del loro utilizzo, per conoscere e per far conoscere, e dobbiamo salvare il nostro ambiente, già così compromesso.

Fiori nei prati tra Ligosullo e Valdaier. Foto di Laura Matelda Puppini 2017. 

Ma purtroppo pare che siamo ancora all’ interno di una logica che ha caratterizzato gli anni cinquanta- settanta, ove il territorio doveva essere in funzione dei foresti, che avrebbero dovuto portare benessere e progresso. Si è visto, poi, che non è stato così. Ma si persevera, accettando che i nostri monti, sentieri, territori, siano violati da moto rombanti, con o senza targa, e da auto da rally, ben poco curandosi non solo dei danni ambientali e paesaggistici, ma pure dei possibili danni alla salute della popolazione locale.

Grazie a chi ha voluto riaprire questo sentiero perché sia goduto a piedi, non certo dai nuovi vandali in moto o senza moto, e grazie a chi ha lavorato proficuamente con la motosega, grazie perché si spera che da qui si possa continuare la conoscenza e la riscoperta della nostra storia e del nostro territorio».

Due parole sull’incontro per ricordare i vent’anni di campi Legambiente in Carnia.

Oggi, 27 ottobre 2018, si è tenuto, al mattino, nella sala dell’Uti della Carnia, ex Comunità Montana, l’incontro per fare il punto sui vent’ anni di campi di Legambiente in Carnia, su cui metterò due righe non appena Marco Lepre me le fornirà. Quello che mi ha stupito è la quasi totale assenza di politici, (se non erro erano presenti due sindaci e Lino Not) non uno in rappresentanza del Comune di Tolmezzo, non uno per l’Uti, eppure Marco ed altri si sono sempre fatti in quattro, da volontari, per far conoscere in Italia, attraverso i Campi di Legambiente, il nostro territorio carnico (ed infatti stamane, fra i non molti presenti, vi erano anche un giovane venuto da Torino ed una signora del Salento), e si sono prodigati a pulire discariche ed a raccogliere in sacchi le immondizie ( ma francamente mi verrebbe in mente il termine’ le merde’), che una banda di locali e non, (accomunati nel motto “ma chi se ne frega, io sono io, e faccio quello che voglio” che li unisce pure a certi motociclisti) continuano a spandere sul nostro territorio. Questo è il grazie anche dei politici, penso fra me e me. Non abbiamo potuto poi neppure proiettare le immagini che avevamo preparato, perchè l’ufficio preposto non ha fatto presente a Marco Lepre che doveva chiedere i mezzi tecnici per farlo, non c’era giornalista alcuno, che io sappia, e via dicendo. E scusatemi questo sfogo personale, ma io credo che si dovrebbe apprezzare chi lavora per il territorio, lo sponsorizza, e lo pulisce, gratis. Ed ancora un pensiero: se fosse stato un incontro di ‘chei dal balòn’, sarebbe finito così? Non da ultimo, Marco Lepre ricordava oggi che il 75% delle spese o più, per i campi deriva dalle quote associative dei partecipanti all’iniziativa, e che centinaia di giovani hanno partecipato ai campi, in vent’ anni. Senza offesa per alcuno.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che correda l’articolo, è stata scattata nel corso dell’ incontro da Alido Candido e ritrae Marco Lepre, presidente di Legambiente Carnia, con a fianco Sandro Cargnelutti, presidente Legambiente Fvg, mentre sta parlando Giulio Magrini. C’ero anch’io, ma in questa immagine non compaio. Laura Matelda Puppini 

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