Suonano al campanello. È un giovane che mi porta un piccolo pacco di cui non stento a conoscere il contenuto: è un volumetto di Gianni Barbacetto, una delle prestigiose firme di ‘Il Fatto Quotidiano’ intitolato “Angeli terribili. Una storia di frontiere”, edito dalla Garzanti.  Lo attendevo e voglio iniziare a leggerlo subito.

Il titolo, che il Barbacetto dice di aver preso da ‘Elegie duinesi’ di Rainer Maria Rilke, unisce due termini che paiono antitetici ‘Angeli’ e ‘terribili’. Ma forse non fu ‘terribile’ Satana, che dalla luce passò agli inferi eterni, per aver voluto sfidare Dio? O non è ‘terribile’ quel San Michele, non a caso Arcangelo, che con la spada ingiunge a tutti di convertirsi?  Eppure pare che, per Rilke, l’angelo non avesse nulla a che vedere con la figura tradizionale cristiana, e che fosse portatore solamente di attributi positivi, come Bellezza e Grandezza, intesi come dimostrazione di superiorità e positività. (https://it.wikipedia.org/wiki/Elegie_duinesi). Ma ‘Elegie duinesi’ pone pure il problema dell’affidabilità dei sentimenti, e l’incombere della morte quale limite che falsa qualsiasi prospettiva umana. (Ivi). Ma anche ai tempi della seconda guerra mondiale, nel cui contesto si inserisce la resistenza e la figura di Cruchi, da cui parte il volume di Gianni Barbacetto, l’incombere della morte su qualsiasi persona era una netta realtà. Si poteva morire da combattenti partigiani, da militari collaborazionisti, da civili presi in ostaggio, per ritorsione germanica contro la popolazione, per essersi trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato, per esempio sotto un bombardamento, e per mille altri motivi. Mai come nelle guerre, vita e morte sono strettamente collegate, ed insieme presenti.

Barbacetto, nelle poche righe di introduzione al suo volume, precisa di voler scrivere storie e di non essere uno storico, di scrivere in primo luogo la sua storia e  quella della sua famiglia e del suo paese, come da lui conosciute. Quindi inizia soffermandosi su Cruchi, a cui qualcuno ha regalato un epitaffio tremendo, di quelli mai visti prima: «Qui giace Cruchi, uomo iniquo e perverso, pregare per lui è tempo perso». Esso passa di bocca in bocca, senza sapere però dove si trovi la lapide su cui è scritto, o se sia stato solo sussurrato, fino a essere ripreso da Gianni Conedera, a cui risponde Marco Puppini, ponendolo fra gli «insulti inutili e gratuiti ai partigiani». (Marco Puppini. La “verità unica” di Gianni Conedera, in: www.nonsolocarnia.info). Ma pure una maestra della Val Pesarina aveva narrato a Romano Marchetti che Italo Cristofoli, Aso, anarchico e poi forse comunista, morto da partigiano, era chiamato da tutti nel paese ‘Scell’, da Lei interpretato come ‘scellerato’. Realtà in un mondo ove i comunisti avevano contro preti, beghine e fascisti, o leggende metropolitane nate nello stesso ambiente? E sono forse proprio questi ‘cattolici’, magari ripieni anche di pessima letteratura locale, i veri ‘Angeli terribili’ perché Angeli perfetti si considerano, ma in realtà sono i ‘terribili’ di questo romanzo?

Basta vedere la figura emblematica dell’anziano che Barbacetto incontra sulla via per malga Promosio, e che così lo apostrofa: «Lei non sarà mica uno di quei comunisti di merda?» (Gianni Barbacetto, Angeli terribili, Garzanti, 2018, p. 94).  Ed alla sua risposta che era solo uno che voleva salire alla malga per vedere dove i nazifascisti avessero ucciso tante persone, così aveva ribattuto: «Ah, lei crede ancora a quella storia? (…). La storia la scrivono i vincitori. Ma noi sappiamo che gli assassini erano comunisti, banditi, fuorilegge, che hanno ammazzato e rubato e violentato le donne, come facevano sempre con la scusa della Resistenza». (Ibid). «Ho tentato di controbattere – scrive Barbacetto – che avevo letto qualche libro e che la storia non era come la raccontava lui.  (…). Ma il vecchio non mollava: “Voi comunisti credete a quello che volete credere, ma noi sappiamo come è andata davvero». (Ibid). Forse questo anziano ha incontrato Nazario Screm, penso fra me e me, forse è un lettore di quanto scrive Alberto Soravito sui partigiani, o ha incontrato sulla sua via le opere di Igino Piutti, certamente poco amante di comunisti e resistenti, come del resto il Carnier, o magari aveva sentito le tesi di Giampaolo Pansa … o più verosimilmente quelle di Antonio Toppan … (Cfr. Laura e Marco Puppini. ‘Su quel dissacrare la Resistenza che ha radici lontane: Antonio Toppan ed il suo: Fatti e misfatti …’, in: www.nonsolocarnia.info; Marco Puppini. ‘Partigiani come causa di tutti i guai: L’assedio della Carnia di Igino Piutti’, in: www.nonsolocarnia.info; Laura Matelda Puppini, Sulle opere di Pier Arrigo Carnier, note metodologiche in particolare da Mons. Aldo Moretti, in: www.nonsolocarnia.info). Certo che vi è stato più d’uno, poco avezzo agli archivi ed ai contesti, che ha scritto cose discutibilissime sulla seconda guerra mondiale in Carnia, accreditandosi però così, ed in qualche modo, come portatore del vero.

Ma chi era in realtà ‘Amadio De Stalis, detto Cruchi o Crucchi? Quello che non viene specificato a sufficienza dal Barbacetto è che egli è Alfonso, quell’Alfonso che rappresenta la Valle del But nel Cln carnico nel periodo della Zona Libera di Carnia e dello Spilimberghese, e tanto attivo da essere presente in diversi incontri del Comitato di Liberazione Nazionale della Carnia, la cui riunione del 6 agosto 1944 si svolge proprio a Ravascletto. Vi immaginate cosa avranno pensato i fascistissimi del paese e dintorni? Perché anche Paola Del Din ci ricorda che i fascisti c’erano allora nei paesi, come c’erano le spie, e che i fascisti non finirono certo con la Resistenza.  (Cfr. Laura Matelda Puppini, Considerazioni su guerra, resistenza, dopoguerra con riferimento all’incontro tolmezzino con Paola Del Din, in: www.nonsolocarnia.info).

Ma come mai un organo democratico come il Cln carnico, non certo composto solo ed unicamente da comunisti, aveva scelto, quale rappresentante della Val del But, Amadio De Stalis, operativo prevalentemente sul terreno, se non fosse stato considerato affidabile? Ed egli è esponente ufficiale nel Cln, se partecipa anche ad alcune riunioni del Cln Val di Gorto. (Giannino Angeli, Natalino Candotti, Carnia libera, La Repubblica partigiana del Friuli – estate autunno 1944-, Del Bianco ed., pp. 210- 231). Il Cln carnico aveva bisogno di uomini leali e buoni mediatori, come per esempio Osvaldo Fabian, del cui diario, purtroppo, esistono sicuramente 4 copie diverse fra loro, di cui la prima edita, e forse la più verosimilmente scritta solo da lui, introvabile.

Ma vi furono in Carnia, allora, ‘Angeli terribili’, buonissimi e cattivissimi, o solo uomini che lottarono per la libertà o che collaborarono con l’invasore per interesse od altro? (Cfr. Laura Matelda Puppini, Seconda Guerra Mondiale. Friuli e Carnia in Ozak, Bretagna nella Francia occupata: Terre diverse, esperienze similari, in: nonsolocarnia.info).

 Pensate solo quanto poteva ricevere una spia, se segnalava un commissario politico, e forse anche un pezzo grosso della resistenza garibaldina ai tedeschi o ai repubblichini o ai cosacchi: fino 100.000 lire!!! Pertanto il denaro potrebbe essere stato il motore di tante azioni, insieme all’indifferenza per l’altro ed al tornaconto personale. E, nel dopoguerra, alcuni che rimasero nei paesi della Carnia come della nostra Regione e non solo, forse non avevano il desiderio che la realtà venisse a galla, e riempirono la storia reale di storielle e storielline. Ma se dici ora ai parenti di un giustiziato dai partigiani perché magari spia, che potrebbe esser stato un collaborazionista per denaro, apriti cielo. Ma davvero in una Italia e Carnia poverissime, erano tutti idealisti? Comunque la discutibile amnistia Togliatti, che pare stesse tanto a cuore anche al Re, prima che facesse le valige, promulgata con decreto presidenziale 22 giugno 1946, (https://it.wikipedia.org/wiki/Amnistia_Togliatti) mise una pietra tombale su molte verità, e fu letta, pure da Mimmo Franzinelli, come un «colpo di spugna sui crimini fascisti», (Ivi), mentre i gruppi anticomunisti prendevano piede in particolare in Fvg. (Cfr. Giacomo Pacini, Le altre Gladio, 2014 e Ferdinando Imposimato, La repubblica delle stragi impunite, Newton Compton ed.).

Ma per ritornare al volume di Gianni Barbacetto, con nonni di Ravascletto ed una vita gran parte vissuta a Milano, di cui ci narra, in modo piacevole e scorrevole, i fatti salienti ed i contesti, certamente si nota, nella sua stesura, una certa limitazione nel mestiere dello storico da parte dell’autore, ma anche una onesta ricerca della verità. Non bleffa scrivendo che la sua è l’ultima verità, Gianni Barbacetto, pur firma prestigiosa di tante inchieste, volumi, articoli, ma scrive che ha provato a dare forma discorsiva a quanto a lui noto, nulla di più. Ieri, a Pordenone, egli diceva che la storia di quell’epitaffio e di Cruchi a cui era rivolto, erano storie che lo avevano affascinato sin da bambino, quando passava le sue serate estive a Ravascletto, comune d’origine dei suoi genitori, pur essendo egli nato a Milano. «Sentivo i grandi, mio padre, mia madre, i miei zii, che raccontavano storie, storie di paese, nelle lunghe serate estive […], ed io ascoltavo. Erano storie molto diverse tra loro, ed alcune erano un po’ licenziose, e si parlava di sesso, di magie, di altre cose». (Intervista a Gianni Barbacetto, di Tullio Avoledo a Pordenonelegge, 22 settembre 2018, per la presentazione del suo volume: ‘Angeli terribili’). Ed egli aveva, in quel contesto, sentito pure citare le parole tremende scritte su di una lapide, mai vista: «Qui giace Cruchi, uomo iniquo e perverso, pregare per lui è tempo perso». Ed egli incominciò a pensare chi fosse stato Cruchi, perché neppure il più cattivo degli uomini può meritarsi sulla lapide una iscrizione così. E, adulto, avendo preso dimestichezza con il giornalismo e la scrittura, gli era nata la voglia di narrare quella storia, di capire chi fosse stato l’uomo che qualcuno aveva definito: ‘iniquo e perverso’.

Barbacetto ha detto, ieri, di aver provato più volte a scrivere la storia di Amadio De Stalis, su cui aveva iniziato vent’anni fa ad indagare facendosi raccontare da un vecchio del paese un pezzo della vicenda, oppure cercando in un archivio un documento… Però poi non era riuscito a ‘buttarla giù’, in modo soddisfacente, anche perché era storia intima e personale al tempo stesso, che si intrecciava con i suoi ricordi di infanzia e con i momenti passati a Ravascletto, finchè ce l’aveva fatta, mettendoci pure passione.

Ed a suo avviso, anche le storie private, in particolare quelle originantisi in una Regione così complicata come il Fvg, meritano attenzione, e da una storia piccola e personale si può giungere ad aspetti legati alla storia ‘grande’, non più ‘figlia di un Dio minore’. Perché le persone non vivono chiuse in una stanza, ma nel contesto sociale che le circonda. E quella di Cruchi, a differenza di tante altre, è storia «meno magica, più, dura, più reale» (Gianni Barbacetto, Angeli terribili, Garzanti, 2018, p. 12).

«Probabilmente- diceva ieri Barbacetto – questa Regione è a così alta concentrazione di conflitti, di storie, di personaggi, di guerre, di contrapposizioni, di odi, di amori, che qualunque storia, anche piccola, tu vada a tirar fuori, è come tu tirassi un filo e ti trovassi in mano un pezzo della storia ‘grande». (Intervista a Gianni Barbacetto, op. cit.). E così «Partendo da una lapide, che tutti raccontavano e che nessuno ha visto» e che egli non è riuscito a trovare, Barbacetto narra di esser stato trasportato negli avvenimenti della storia drammatica della seconda guerra mondiale.

La storia di Cruchi non è un giallo che leggiamo di un fiato per vedere come va a finire – precisa Barbacetto – ma sappiamo che il De Stalis era un partigiano, comunista, che è stato ucciso dai cosacchi, che avevano occupato la Carnia.  Presumibilmente, prima di esser comunista era socialista, era nato il 15 novembre 1899, e quindi, in epoca resistenziale era già quarantenne, e fu fra i primi a prendere contatti con altri per formare una rete resistenziale in Carnia. (Marco Puppini, La casa del popolo di Prato Carnico, ed. Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale ‘Leopoldo Gasparini’ 2004, p. 111). Sul diario inedito di Osvaldo Fabian, detto copia Ferigo, si legge che egli era un vecchio compagno iscritto al Partito Comunista Italiano fin dal suo nascere, nel 1921, e che andava in giro per la Carnia, con la sua automobile, a vendere vestiti. Era, altresì, un bravo compagno, anche se di carattere un po’ impetuoso, ed uno dei pochi comunisti attivi in Carnia durante il fascismo. I cosacchi gli bruciarono la casa e, tempo dopo, una spia segnalò la sua presenza ai cosacchi, che lo uccisero il 21 gennaio 1945.  (Osvaldo Fabian, diario inedito, fotocopia del 1983, presso archivio Giorgio Ferigo, pp. 188 – 189). Ma queste notizie fanno parte anche del bagaglio di acquisizioni del Barbacetto, insieme ad altre, ed al chiedersi chi fosse questa persona che si voleva essere dannato anche nella memoria, come tanti altri che avevano lottato per un mondo migliore, in armi o meno. Basti pensare al grande Vittorio Cella, da me riportato definitivamente alla luce, con il mio: “Cooperare per vivere. Vittorio Cella e le Cooperative Carniche (1906-1938)”, Gli Ultimi, 1988, leggibile su: www.nonsolocarnia.info, e condannato da una pubblica opinione locale spesso pilotata, perché socialista e massone, quando fu uno dei fondatori del gruppo economico delle Cooperative Carniche, unico nel suo genere in Italia, e distrutto poi dal fascismo.

Ma Barbacetto scrive pure altre preziose informazioni su Cruchi: che forse era diventato comunista a Milano, che aveva una Balilla, e che, dopo che gli fu bruciata la casa, visse tra i boschi, che aveva conosciuto il carcere, a causa delle sue idee, (Gianni Barbacetto, op. cit., p. 41), mentre pare che anche sua moglie, pur vedova, non avesse avuto vita facile.

Ieri Barbacetto, nel presentare il suo volume, godibile nella lettura, ha parlato anche dell’incontro avvenuto all’Albergo Belvedere, l’11 novembre 1943, fra un misterioso ufficiale de R.E.I., all’epoca disciolto, la maestra del paese Gisella De Crignis, che poi si sa essere comunista, e passata alla Resistenza, e Cruchi. Barbacetto ci dice di avere reperito un documento nel merito, ma non ne cita gli estremi né dove lo ha trovato, come non ci mostra l’immagine della registrazione del capitano Francesco De Gregori, perché pare trattarsi di lui, presso l’Albergo Belvedere. Pertanto detto incontro risulta ipotetico, per me, ma non dimostrato. Le fonti vanno citate perchè possano essere controllate e visionate da altri. Che il De Gregori, (da cui poi il Barbacetto prende spunto per inserirsi, con il racconto, anche nella sua storia ed in quella dell’ eccidio di Topli Uorch e per tratteggiarne la figura), fosse stato in Carnia, lo dice anche Marchetti, che lo incontrò (Romano Marchetti (a cura di Laura Matelda Puppini), Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, IFSML e Kappa Vu ed., 2013, p. 89). Ma egli data tale visita dopo la creazione della ‘Osoppo’, che sostiene essersi formata il 14 febbraio 1944 con l’incontro fra azionisti e cattolici ad Udine, e cioè verso marzo. Può darsi però che il De Gregori fosse venuto due volte in Carnia, per conoscere la possibilità di creare un movimento armato, ma bisogna visionare le prove a conferma.

Gisella De Crignis di Ravascletto, nata il 9 novembre 1921, residente ad Udine, è citata anche a p. 99 del volume di Flavio Fabbroni ‘Donne e ragazze nella Resistenza in Friuli’, Quaderni della Resistenza n.15, a cura del Comitato Regionale dell’Anpi del Friuli Venezia Giulia, 2012, come partigiana combattente dal 20 ottobre 1943 all’ 8 giugno 1945, ma qui non capisco il motivo della data iniziale, perché o le fu riconosciuto un periodo di attività antifascista come attività partigiana, o prestò attività partigiana in zona diversa dalla Carnia, con sloveni o con garibaldini, perché la resistenza garibaldina nacque in Carnia nel marzo 1944, quando i primi partigiani garibaldini, presumibilmente un gruppo guidato da Vincenzo Deotto, Falco, entrarono in Carnia allo sciogliersi delle nevi. (Cfr. anche: Ciro Nigris, il comandante carnico garibaldino’Marco’. Io, ufficiale del R.E.I., passato alla resistenza, in: www.nonsolocarnia.info).
Con metri di neve si faceva ben poco dovunque, e si era facile preda di un nemico forte ed organizzato.

Infine, se la De Crignis era già a combattere con la Garibaldi, come faceva a trovarsi a Ravascletto, con il capitano De Gregori e Amadio De Stalis, l’11 novembre 1943? Ed è possibile che l’attività antifascista della stessa, se già si configurava come partigiana, fosse sfuggita a Santo Arbitrio, che però comandava i carabinieri di Tolmezzo?  Sappiamo invece, sempre da ‘Angeli terribili’ in particolare da un documento della Questura di Udine visionato dal Barbacetto ma senza estremi per la reperibilità, che poi Gisella fu una capace rappresentante dell’Udi, in sintesi una funzionaria del Pci, e che non si arricchì mai. (Gianni Barbacetto, op. cit., pp. 62-63). Ed ancora una cosa resta oscura. Dove risiedeva allora la De Crignis? A Udine od a Ravascletto? O si portò da Ravascletto ad Udine durante la Resistenza?

Parlare di Francesco De Gregori e giungere a parlare dell’eccidio di Topli Uorch è inevitabile, ed allo stesso il Barbacetto dedica più di una pagina di considerazioni. Ma egli, nel corso dell’incontro a Pordenone, ha parlato anche delle stragi italiane, affermando che a livello metodologico ha proceduto nello stesso modo utilizzato per le sue inchieste, pure per quella su ‘Gladio’, che collega passato a presente, in un’Italia che è paese «complicato, ove tutto si intreccia […] e non sappiamo ancora chi ha messo le bombe a piazza Fontana» quasi cinquant’ anni fa. (Intervista a Gianni Barbacetto, op cit.).  Inoltre in questo paese non c’ è memoria condivisa su nulla: per esempio i gladiatori erano eroi od erano para-terroristi? – diceva a Pordenone. Non da ultimo, in questo paese complicato – sono parole sue-  c’è una Regione che è ancora più complicata, che è il Friuli Venezia Giulia, perché qui ci sono i confini, non solo geografici. (Ivi).

Ma questa ricerca pure della verità ha un senso nel mondo d’oggi, che pare averla dimenticata? – chiede Avoledo a Barbacetto. «Ormai mi sono convinto da tempo- risponde Barbacetto – che faccio un lavoro inutile, perché tu ti impegni per anni a raccontare la corruzione, la mafia, le stragi, i tre grandi sistemi di illegalità, […], tu passi la vita a lavorare su queste cose, ed ad un certo punto ti rendi conto che il tuo lavoro non è proprio utilissimo, non è che le cose vanno migliorando. Però devo dire che ho raggiunto anche una leggerezza su questo, perché non pretendo di cambiare il mondo, lo racconto. Dopo di che, ragazzi, ognuno faccia il suo mestiere.  Io mi guardo allo specchio e penso di aver fatto al meglio, come posso, il mio lavoro, non solo, ma anche divertendomi e con piacere. Perché raccontare storie è bello». (Ivi). E quindi prosegue dicendo che ha scritto ‘Angeli terribili’, «perché avevo voglia, mi piaceva raccontare questa storia, che pareva essere una storia diversa da quelle che racconto e ho raccontato giorno per giorno su Il Fatto Quotidiano e sui giornali per cui ho lavorato, ma che poi tanto lontana non è, perché gli ingredienti della storia italiana, sempre quelli sono». (Ivi). Ma vi è anche il piacere di dire che quello che uno può fare lo fa – continua il noto giornalista – e «se so raccontare storie, o meglio se spero di saper raccontare storie, questo faccio. Poi chi le legge faccia le sue scelte. E tutti insieme possiamo migliorare a cambiare un po’ le cose. Ciascuno di noi, da solo, non può far nulla. Io non sono uno storico. Ho raccolto voci, documenti, molte testimonianze private personali […]. (…). Ma c’è anche un lavoro di passione sul territorio che si trasforma in racconto, a cui forse è bene dare un’eco più grande». (Ivi). Ma ciò presuppone il non restare «prigioniero dentro una identità, e riesci forse a raccontare meglio cose che forse sai meno bene di tanti altri che le raccontano […] ma forse standone troppo dentro». (Ivi). E, sempre per Barbacetto, non ci si può basare solo sulle narrazioni orali, perché «i documenti sono la possibilità per la memoria di mantenersi memoria. La nostra memoria è labile, e quindi la possibilità di fermare e di tramandare la memoria è data dai documenti e dalla scrittura».  I documenti possono essere aridi, le ricerche noiose, e devono essere tradotte in una lingua che possa raggiungere tutti, e per far questo bisogna farle diventare storie, in modo che quella memoria un po’ congelata nei documenti, possa diventare appetibile a tutti. (Ivi).

È un romanzo quello del Barbacetto, ma è anche un racconto non privo di fonti, che indaga, cerca, si interroga sul passato e sul modo di leggerlo, che pone interrogativi sulla tradizione orale, ma anche su quanto riportato sul computer, a cui ci si affida talvolta acriticamente, demandando allo stesso la funzione del ricordo, senza voler più imparare, senza fare nostra la memoria, che può servire anche a costruire il futuro ed a leggere l’attuale. ‘Angeli terribili’ è un romanzo scritto da un grande narratore del presente, di agevole e piacevole lettura, senza pretesa di ‘verità vera’, e sui cui contenuti si può essere d’accordo o meno. Basta che le critiche abbiano un fondamento. Perché come diceva Marco Travaglio, bisogna puntare ai fatti, non alle opinioni, che restano sempre aspetto personale. Senza voler offendere alcuno.

Laura Matelda Puppini – 23 settembre 2018.

L’immagine che accompagna l’articolo, è la mia scannerizzazione del retrocopertina e dorso del volume ‘Angeli terribili’ di Gianni Barbacetto, edito da Garzanti. La registrazione dell’ incontro pubblico di Pordenone, nel contesto di Pordenonelegge, è mia, come la trascrizione. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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