Per il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, dalla dittatura, dalla guerra, dall’ occupazione tedesca,  ho deciso di pubblicare questa testimonianza scritta del partigiano Mario Marcolini, per mostrare quanti sacrifici fecero i partigiani per donarci la libertà dal nazifascismo, la democrazia, la Costituzione. Laura Matelda Puppini

Provenienza del testo.

Relazione consegnata a Romano Marchetti da Mario Marcolini, in Tolmezzo, nell’aprile 1980. Fotocopia di testo dattiloscritto, la cui provenienza ed autenticità è sottoscritta, senza però firma, da Romano Marchetti, il partigiano osovano Cino Da Monte, che me l’ha consegnata. La serietà di Romano Marchetti, il fatto che egli abbia sempre asserito che si trattava di uno scritto datogli da Mario Marcolini, a cui lo aveva richiesto, ed ora anche la conferma del figlio di Mario, avv. Francesco Marcolini, fa ritenere questa relazione autentica nell’attribuzione. La divisione in capitoletti ed il titolo dato agli stessi, per facilitarne la lettura, è mia. Laura Matelda Puppini

In montagna con il btg. osovano Carnia e Barbe Livio.

All’alba di una mattina del mese di maggio, attraversato il fiume But, all’altezza dell’attuale campo sportivo di Caneva, mi presentai alle formazioni partigiane della Divisione Osoppo – Battaglione Carnia – di stanza a Selvins, poco distante da Vinaio. Lo comandava allora Barbe Livio. Trascorsi in quella zona un periodo di addestramento, durante il quale un reparto delle nostre forze osò un attacco verso Tolmezzo nel quale perse la vita, sul greto del But all’altezza del ponte di Caneva, Coradazzi Marcellino.

Trascorsi quel periodo pattugliando la zona, arrivando spesso fino alla zona del “Clapuss” cercando di infastidire le pattuglie che presidiavano i posti di blocco di Via Paluzza e del Ponte di Caneva.
Improvvisa ci raggiunse la notizia della strage di Malga Pramosio di Paluzza e di Sutrio.
Partimmo immediatamente a quella volta quando ormai la colonna fascista era già rientrata a Tolmezzo.

Si formò in quell’occasione il battaglione Val But al comando del quale venivano nominati quale comandante Baldo di Ronco e quale commissario Enzo Moro. Da uno sparuto gruppo, che si era trasferito dal battaglione Carnia in poco tempo, anche per la reazione alla strage di Promosio, si formò un battaglione composto da una cinquantina di uomini. La mia compagnia si trasferì in un primo tempo in una località sopra Paluzza e quindi in malga Pramosio. Temevamo un’altra incursione di colonne fasciste attraverso il confine con l’Austria. Giornalmente ci alternavamo al presidio del passo di Promosio per prevenire qualsiasi mossa. Ebbimo diversi scambi di fucileria con militari che cercavano di raggiungere il passo dal versante austriaco.

In settembre venne dato il cambio da altra compagnia e rientrammo, prima a Priola e quindi a Formeaso, per un periodo di avvicendamento. Il nostro compito era quello di pattugliare la strada ed il greto del fiume But da Caneva fino a Terzo. Giornalmente avvenivano scambi di fucileria tra noi ed i due fortini posti alle uscite di Tolmezzo per Caneva e Paluzza.

Al tempo dell’operazione Waldlaüfer, cioè del massiccio attacco nazista e cosacco alla Carnia.

Verso la fine di settembre venni inviato, con altri elementi della compagnia a Sauris poiché le forze partigiane attendevano il lancio di materiali de parte degli alleati.
Sia a causa delle condizioni del tempo, sia a casa di una continua presenza di una “cicogna” tedesca, il lancio veniva rinviato di giorno in giorno. Qui ci giunse la notizia dell’inizio di un poderoso rastrellamento iniziato dai tedeschi e dai cosacchi nella valle del But.

Poiché a Sauris avevo incontrato alcuni amici tolmezzini, anche loro in attesa del lancio ed appartenenti al battaglione Val Tagliamento, mi aggregai a loro per raggiungere le rimanenti forse del Val Tagliamento.
Intanto ci arrivavano notizie disastrose provenienti dalla Valle del But: i tedeschi ora si sarebbero diretti verso Villa Santina e quindi avrebbero occupato la Val Degano e la Val Tagliamento. Giusto in tempo riuscimmo ad infilare il ponte di Invillino e, seguiti da un continuo mitragliamento sulla strada che porta a Villa di Verzegnis, raggiungemmo la piana di Cesclans ove aveva sede il comando di battaglione. Ma restammo tranquilli per poco tempo, poiché le colonne tedesche e cosacche, occupate tutte le valli della Carnia, stavano concentrando le loro forze per attaccare le forze partigiane situate sulla destra del Tagliamento.

Venimmo attaccati da forze provenienti dal ponte Avons e ci riparammo quindi sul versante del Monte Faet. Qui, resistendo di giorno e ritirandoci di notte, riparammo fino alla malga Avrint dove cercammo di attestarci per una ulteriore resistenza. Ma a questo punto le forze nemiche, occupata Verzegnis, piazzarono delle mitragliere sulla strada che sale a Sella Chianzutan e, da qui, irraggiungibili dalle nostre armi, ci snidarono.

Di notte riuscimmo a raggiungere Sella Chianzutan ed a riunirci per un breve consiglio. I partigiani residenti a Verzegnis, Cavazzo e dintorni, furono consigliati di raggiungere le loro abitazioni, i rimanenti avrebbero tentato di scendere la valle di S. Francesco ed eventualmente rientrare nelle zone occupate con una lunga marcia, pensando che, una volta finito il rastrellamento, le truppe tedesche si fossero ritirate. Ma giunti a Pielungo conoscemmo la cattiva notizia: i tedeschi avevano lasciato, a presidio in Carnia, una forza composta da 50.000 cosacchi.

Non ci rimaneva che proseguire verso Tramonti ove aveva sede il comando delle forze osovane della Carnia. Anche qui le notizie non erano buone. Il comando, a cui le notizie arrivavano frammentarie e non sempre veritiere, ci consigliò di cercare di rientrare ognuno nelle nostre zone, in attesa di istruzioni ulteriori. E qui, il nostro gruppo del Val Tagliamento decise di cercare una via di rientro attraverso la forcella Rest, e da Caprici, Preone e Verzegnis, raggiungere il monte Faet dove avevamo attrezzato un cason con una piccola riserva, di viveri. Ma arrivati a Caprici trovammo forze della Garibaldi, al comando di Mirko, che ci informò che una colonna tedesca stava dirigendosi da Priuso verso il monte Rest.
Facemmo dietro front e cercammo, dalle gallerie vicino al passo, di controllare quello che sarebbe successo. Infatti una colonna di tedeschi stava dirigendosi, armata di tutto punto, verso la strada del Rest.

A Passo Rest.

Raggiungemmo il passo e, presumendo che la colonna fosse diretta verso Tramonti, ripiegammo sulla destra, sulla mulattiera che porta alla malga Naiarda, pensando così di lasciar passare i tedeschi e di poter quindi ritentare il rientro.
Ma qui conoscemmo la triste notizia che ci avrebbe fatto vagare, per oltre un mese, nella zona impervia di quella parte della Carnia a noi sconosciuta, in mezzo alla neve ed alla fame, sopportata ai limiti della resistenza.
Sapemmo dal comandante del battaglione Stalin, che assieme ai suoi si era ritirato lassù, che a Tramonti, improvvisamente, era iniziato il rastrellamento della X MAS con tutti i suoi lutti e barbarità. A suo avviso era meglio che ci preparassimo a difenderci ed a vendere cara la pelle.

Trovammo che la mulattiera passava attraverso una strettoia, dominata da un rialzo a semicerchio ad una distanza di circa 500 metri.
Ci appostammo in questo semicerchio in attesa dell’eventuale venuta del nemico. Non passarono molti giorni che i nostri avamposti segnalarono la presenza della X MAS che si dirigeva verso la malga Naiarda. Li vedemmo giungere alla strettoia e ci lasciammo avvicinare fino ad una distanza di circa 100 metri. Allora il comandante del battaglione Stalin, che aveva assunto il comando, ordinò il fuoco.
In quel momento apprezzammo la potenza di fuoco delle due mitragliatrici pesanti dei cosacchi, con quel ridicolo raffreddamento ad acqua, rispetto alle nostre due Breda che, forse a causa del freddo, non riuscivano a scaricare più di uno o due colpi per volta. Pochi di quella colonna della X MAS riuscirono a scampare alla morte, ma senz’altro quelli sarebbero ritornati con altre forze e ci avrebbero tormentato.

Decidemmo di dividerci ulteriormente; quelli della zona cercassero di rientrare nelle loro famiglie, il battagliane Stalin, non avendo alcuna prospettiva, decise di raggiungere la Svizzera attraverso le montagne (la disperazione può prospettare anche queste soluzioni!), ed io restai con Soranzo e De Crignis, unici “forestieri” a studiare una soluzione.

E decidemmo, in un primo tempo, di unirci al battaglione Stalin, per non muoverci da soli.

Decidemmo, in un primo tempo, di unirci al battaglione Stalin, per lasciarlo all’altezza di Forni di Sotto e tentare il rientro attraverso il Tagliamento.
In quel periodo ci furono di grande aiuto i partigiani cosacchi (sic! Ma quelli del btg. Stalin non erano cosacchi ma russi fuggiti da campi di concentramento ndr.) che, rinunciando a loro provviste di cui ogni membro era dotato, ci sfamarono. Anzi quando giunse il momento di dividerci, ci cedettero alcune razioni di farina bianca, unico alimento in quel periodo.

Quando arrivammo in vista di Forni di Sotto, ci accorgemmo che quello che restava di quel paese era presidiato da truppe nemiche. Non ci restava, quindi, che tornare indietro e tentare il rientro attraverso il monte Rest.

Era inverno, faceva freddo, la casa era vicina, ma quasi raggiunto Forni di Sotto, dovemmo ritornare indietro.

Deboli ed affamati, sotto la neve ed in mezzo alla neve, riguadagnammo a malga Naiarda dove ci fermammo un paio di giorni aspettando che la bufera di neve cessasse.
Una mattina ebbimo la sorpresa dell’arrivo de battaglione Stalin; erano arrivati a forcella Scodavacca e da lì erano stati respinti dalle truppe tedesche di stanza in Cadore. Non restava loro che cercare di raggiungere la pianura di Spilimbergo e sperare in Dio.

Noi ci incamminammo verso forcella Rest. Ma appena ci affacciammo sul versante del Tagliamento, constatammo che tutta la zona era presidiata dai cosacchi. Non ci restava che tentare un’altra strada. Ridiscendemmo fino alla periferia di Tramonti, ancora presidiata dalla X MAS e tentammo di uscire attraverso la forcella di Separět.
Nella salita avvistammo due componenti della X MAS, inspiegabilmente così isolati in quella zona.
Tendemmo loro un agguato e così ci procurammo, finalmente, un paio di calzoni per il cambio; era senz’altro passato più di un mese da quando ci eravamo svestiti l’ultima volta. Con infiniti stenti riuscimmo a raggiungere la forcella e discendere verso Socchieve.

Arrivammo di notte in Spaia e vedemmo una luce accesa in un casolare. Ci avvicinammo e, dopo aver bussato, ci aprì un uomo anziano. Non se per paura o per l’impressione della nostra condizione fisica, ci diede da mangiare e ci mandò a dormire fuori di casa nella stalla. La mattina, prima dell’alba, ci svegliò e ci indirizzò un paio di chilometri più avanti, spiegandoci dove, risalendo un torrente, avremmo trovato un gruppo di partigiani della divisione Garibaldi. Pensando che, giustamente, non volesse essere sorpreso con dei partigiani in casa, ci avviammo verso il luogo descrittoci.

Trovammo, secondo le sue indicazioni, il gruppo di partigiani comandati da Grifo che, purtroppo, alcuni mesi dopo, sarà ucciso proprio in quel rifugio da una pattuglia tedesca che lo ricercava.
Ci fermammo alcuni giorni presso di lui e finalmente, dopo tanto tempo, mangiammo del cibo caldo. Ci consigliò anche il modo migliore per evitare le pattuglie nemiche ed il tragitto da seguire per poter rientrare nella nostra zona. Il 23 dicembre in una notte di neve, ci incamminammo sul letto del Tagliamento, e, tenendoci aderenti alle falde del Monte Verzegnis, cominciammo a guadare la corrente. Una decina di volte, quando l’acqua correva sotto monte, fummo costretti, con quella temperatura, a toglierci scarponi e calzini ed a piedi nudi guadare il Tagliamento, per tenerci nascosti e lontani da eventuali pattuglie.

All’alba ci trovammo all’altezza di Invillino e di lì ci alzammo sulle pendici del Verzegnis con la speranza di raggiungere Çiampaman, ove sapevamo c’era un casone di boscaioli.
Purtroppo il casone era stato bruciato e dovemmo attendere la notte all’aperto, riparandoci come gli animali sotto gli abeti.
La notte seguente arrivammo ad Assais, dove conoscevo una famiglia. Ci rifocillarono e ci indicarono dove abitualmente i cosacchi passavano in pattuglia.
Raccomandai loro di far sapere alle nostre famiglie che eravamo rientrati in zona e che ci inviassero del cibo, tramite persone di Cavazzo Carnico, nel cason sul monte Faet.

Finalmente, quella notte, arrivammo al cason e ci sembrava di essere a casa.
Il giorno dopo lo trascorremmo a dissotterrare patate e farina ed ad ingozzarci in modo che, due giorni dopo, eravamo carichi di febbre per indigestione di gnocchi, unico cibo che si poteva ottenere dall’unione di quanto avevamo trovato.

Quel lungo periodo invernale e quindi la liberazione.

Passammo qualche tempo in quel casone, finché ci fecero avere le tessere della O.T. e potemmo andare a Pusea dove trascorremmo il mese di gennaio e febbraio.
Ogni tanto tornavamo al cason di domenica a controllare che tutto fosse in ordine; portavamo su del cibo che avrebbe potuto accorrerci e controllavamo lo stato delle armi.
A marzo, a conoscenza dei continui progressi degli alleati su tutti i fronti, andammo a prendere le armi e da quel giorno, sotto il letto, dormiva con noi il mitra.

Quando in aprile giunse l’ordine di muoverci, non facemmo altro che presentarci al comando della O.T. di Pusea con le armi spianate.
La piccola guarnigione si arrese, ed ebbi l’impressione che si aspettassero da noi l’azione.
Uno alla volta i vecchi partigiani, che erano rientrati in famiglia, si riunirono a noi e pochi giorni prima della liberazione avevamo occupato di nuovo la zona, che era già stata nostra l’anno prima.
Prima di entrare a Tolmezzo dal ponte Avons, vedemmo sfilare, armati fino ai denti, i componenti della colonna tedesca in ritirata che aveva bruciato, alcuni giorni prima, Avasinis.
Per fortuna non successe alcun incidente, altrimenti Tolmezzo sarebbe stata distrutta da quella colonna di banditi ormai pronti a tutto, pur di raggiungere l’Austria.

Poiché le truppe anglo-americane non si muovevano dalla stretta di Venzone, forse per risparmiare ulteriori vite umane, con una macchina ci avviammo ad Udine, attraverso la valle di Verzegnis e Pinzano, per indicare loro la possibilità di raggiungere la Carnia aggirando quest’ultimo ostacolo.
Fummo ricevuti dal comando alleato al quale indicammo la via da seguire. Due giorni dopo entravamo a Tolmezzo dal ponte Avons, al seguito di alcune autoblindo americane.

Mario Marcolini 

 Mario Marcolini, partigiano osovano con nome di battaglia Marco, nacque a Tolmezzo il 5 marzo 1924. Iscrittosi alla facoltà di ingegneria a Trieste, non completò gli studi. Dopo vari impieghi (presso la scuola di avviamento, ufficio turistico e altri) venne assunto nel 1957 dalla Banca Carnica, dove lavorerò sino alla pensione. Sposato con Elena Patriarca da Tarcento, ebbe da lei 4 figli: Francesco, Anna, Silvia, Michele.Morì a Tolmezzo il 12.3.1994 pochi giorni dopo aver compiuto 70 anni.  (Notizie provenienti dal figlio avv. Francesco Marcolini. 11 novembre 2011).

L’ immagine che correda l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: lucabaradello.it. Non ho trovato impedimenti alla pubblicazione, se ve ne fossero si prega di avvisare. Hoi scelto questa immagine perchè dà l’idea dell’ ambiente montano in cui dovettero muoversi i partigiani al momento della ritirata per l’invasione nazifascista e cosacca.

Laura Matelda Puppini

 

 

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