Vado ogni tanto a Trieste da Tolmezzo, dove risiedo, e ogni volta vengo colpita da quei mostri che sono i tralicci enormi del nuovo elettrodotto, che spesso si uniscono a quelli più bassi e vetusti che nessuno ha tolto, ed a quelli di altri elettrodotti, in una rete immane che passa sopra la propria testa. E ogni volta che viaggio di notte, vedo quelle luci rosse o intermittenti, che disturbano chi percorre l’autostrada, svettanti verso il cielo a creare la cappa luminosa del nuovo colonialismo, che nasconde cielo e stelle. Ed ogni volta penso al creato ed a quel Carso al confine orientale, che fu oggetto di tanti problemi, forgiati anche ad arte contro la sinistra italiana perché non migliorasse la nostra società, e che ci donò ancora fascismo più o meno mascherato, e un proliferare di ‘gladiatori’, ora diventato terra di conquista per chi vuole trasportare energia, non certo per noi.  Pongo qui queste amare sensazioni, per introdurre il testo di Aldevis Tibaldi, un testo amaro come le stesse, che parla di consumo di suolo, e che apre il suo articolo con uno stralcio di poesia di Pier Paolo Pasolini, cresciuto nella campagna di Casarsa, dedicata ad uno skinhead, ad un giovane fascista.
L’attenzione di Aldevis al problema del paesaggio è dato dall’oggetto scelto dall’Associazione  Festival Costituzione di San Daniele per i suoi incontri di maggio. Aldevis come il solito è polemico ma a ragion veduta, e offre interessanti spunti di riflessione. Per questo motivo riporto qui queste sue righe. Laura Matelda Puppini

«Aldevis Tibaldi. I MOSTRI

«Difìnt i palès di moràr o aunàr, /in nomp dai Dius, grecs o sinèis./ Moùr di amòur par li vignis./E i fics tai ors. I socs, i stecs./
Il ciaf dai to cunpàins, tosàt./ Difìnt i ciamps tra il paìs/e la campagna, cu li so panolis,/ li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat/
tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja./ I ciasàj a somèjn a Glìsiis:/ giolt di chista idea, tènla tal còur./
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,/ ti lu sas, a è sapiensa santa./ Difìnt, conserva prea. La Repùblica/
a è drenti, tal cuàrp da la mari./»
«… da “Saluto e augurio” poesia/testamento di Pier Paolo Pasolini.

«Difendi i paletti di gelso, di ontano,/ in nome degli Dei, greci o cinesi./ Muori d’amore per le vigne./ Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi./ Il capo tosato dei tuoi compagni./ Difendi i campi tra il paese/ e la campagna con le sue pannocchie/ le vacche dal letame. Difendi il prato/ tra l’ultima casa del paese e la roggia/ I casali sembrano chiese/godi di questa impressione, tienila nel tuo cuore./ La confidenza con il sole e con la pioggia,/tu lo sai, è sapienza sacra./ Difendi, conserva, prega./La Repubblica è dentro il cuore della madre».

Il ricordo del Vajont non ostacola l’uso scellerato del territorio, né l’ignavia del politico di turno, né la disonestà del burocrate, né le menzogne del giornalista, né gli abusi delle lobby: in compenso lascia ferite indelebili nella dignità delle nostre genti. Quella del Vajont fu a tutti gli effetti una strage di Stato rimasta sostanzialmente impunita. Come se non bastasse, il fiume di denaro che fu riversato per mitigare il dolore dei sopravvissuti e la cattiva coscienza di uno Stato complice dei padroni dell’energia, ha finito per alimentare la corruzione e il bieco affarismo degli sciacalli.
Una macchia indelebile, che anziché suscitare sdegno, viene considerata una svista non la criminale conseguenza di un pericolo conclamato e di un uso infame del territorio. I dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (ISPRA) relativi al 2016 ci mettono ai vertici nel consumo di suolo.

Cosicché, mentre gli ambientalisti di regime continuano a vendere magliette e a farsi blandire dai monopolisti, dobbiamo ammettere che, nonostante la crisi dell’edilizia, la nostra è la Regione d’Italia con il consumo di suolo più elevato. Se la media italiana è pari al 7,6 %, quella regionale tocca l’8,9%: valore ben superiore alla media europea che si attesta al 4,3%.
Peggio di noi sarebbero solo la Germania, il Belgio e l’Olanda, ma solo in apparenza, perché se detraiamo le zone montuose -per loro natura inospitali- il consumo di suolo nella nostra Regione balza al 14,6%, quando la media italiana è ferma al 12,7%. Numeri da capogiro, che pongono in tutta evidenza la assoluta inidoneità della nostra classe politica e della burocrazia che ne è la fedele emanazione.

La facilità con la quale si autorizzano le edificazioni di zone industriali, di nuovi centri commerciali e residenziali è oltretutto fonte di una crescita abnorme delle relative infrastrutture, nonché dei relativi oneri, sempre a carico della collettività. Ai costi sempre più insostenibili si aggiunge la plateale sottrazione di terre fertili, altrimenti destinate ad una produzione agricola di qualità, nonché ad una funzione ecologica a tutela degli ecosistemi e a beneficio della qualità dell’aria, delle risorse idriche e quindi della salute. Senza contare che le urbanizzazioni e i nuovi centri commerciali desertificano i centri abitati, il piccolo commercio e quindi incidono sulla coesione sociale, sulle afflizioni psichiche e sui processi di spaesamento dei residenti. Sono processi a catena dalle conseguenze talvolta inimmaginabili. Basti pensare agli effetti che la cementificazione del territorio produce a seguito delle precipitazioni, ovvero delle alluvioni favorite dalla minore capacità di ritenzione del terreno, ovvero dai ridotti tempi di corrivazione delle acque di pioggia.

Non si tratta di sviste o di semplici leggerezze, bensì di veri e propri crimini, commessi nella più evidente complicità di chi avrebbe dovuto vigilare e di una scorta mediatica sempre pronta a prostituirsi pur di favorire i padroni di turno. Un esempio? Una terza corsia fatta su misura per garantire alcuni appalti a costo di immani disagi o il “Polo intermodale di Ronchi dei Legionari”, costruito per un mero calcolo elettoralistico. Ne avevamo decretato la assoluta inutilità ed oggi possiamo dimostrarla con dati inoppugnabili, visto che dai 60 treni giornalieri costretti a fermarsi alla nuova stazione ferroviaria scendono non più di 20 passeggeri diretti all’imbarco!

Siamo alla follia e siamo pur sempre nelle mani di un numero spropositato di dirigenti regionali strapagati, nonché di istituti universitari sempre pronti ad avvallare le decisioni del vertice regionale. Insomma, c’è modo e modo, e se in Emilia piantano ai bordi dell’autostrada una barriera di ventiduemila nuovi alberi, da noi si è sprecata una foresta intera per infiggere cinquantamila mila tronchi sui bordi del porto canale dell’Aussa Corno, destinati a moltiplicare l’importo dei lavori, per poi marcire.

La Repubblica tutela il paesaggio? A guardare i risultati si direbbe proprio di no. E sebbene il convegno indetto a San Daniele dalla Associazione per la Costituzione debba essere lodato, ci duole constatare che arriva a babbo morto, insieme ai soliti venditori di libri ed alle solite considerazioni trite e ritrite che poco hanno a che vedere con la realtà dei fatti. Altrimenti avremmo potuto parlare di una lotta che dura in piena solitudine da 12 anni e avremmo capito che l’esecutivo regionale si è venduto agli interessi delle lobby rinunciando alla Autonomia sancita dalla Costituzione. Avremmo scoperto che uno dei partecipanti al convegno ha favorito il famigerato elettrodotto aereo che deturpa il paesaggio dell’intera pianura friulana. Ci saremmo interrogati sulla persecuzione di una Soprintendente che si è prodigata nella difesa del nostro patrimonio. Avremmo visto che la partecipazione sancita dalla Costituzione e dalla convenzione di Aarhus è stata calpestata insieme al Difensore Civico.

Avremmo scoperto che le nostre denunce per disastro ambientale spariscono dal tavolo del Procuratore della Repubblica di Roma per finire nelle mani dei colpevoli. Avremmo visto le collusioni della Presidenza del Consiglio con un Ministero dell’Ambiente che abusa dell’ambiente per favorire interessi particolari. Avremmo scoperto come il Piano Paesaggistico Regionale sia stato gestito ad arte e poi approvato nella bolgia del periodo elettorale per non essere impugnato!

Tibaldi Aldevis – Comitato per la Vita del Friuli Rurale – www.facebook.com/comitato.friulirurale»

Rimando pure a:

Aldevis Tibaldi. Lettera aperta al Vicario della Arcidiocesi di Udine, su La Vita Cattolica e sul nuovo elettrodotto friulano.

Aldevis Tibaldi. Il paradiso dei veleni.

L’ immagine che correda l’articolo è di ‘aquilasolitaria’ cioè Franco Marizza, è stata scattata il 4 settembre 2017 a Villesse, ed è tratta da: http://www.youreporter.it/gallerie/Lavori_in_corso_per_la_realizzazione_del_nuovo_elettrodotto/#1. Preciso che non ho trovato immagine alcuna che renda lo scempio paesaggistico del goriziano dato dall’elettrodotto Terna. Ma può essere limite mio. Laura Matelda Puppini

 

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2018/05/ELETTRODOTTO-1051533.jpg?fit=860%2C871&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2018/05/ELETTRODOTTO-1051533.jpg?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniAMBIENTEVado ogni tanto a Trieste da Tolmezzo, dove risiedo, e ogni volta vengo colpita da quei mostri che sono i tralicci enormi del nuovo elettrodotto, che spesso si uniscono a quelli più bassi e vetusti che nessuno ha tolto, ed a quelli di altri elettrodotti, in una rete immane...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI