Per l’8 marzo ho preparato questo articolo, che pubblico un po’ in ritardo, per ricordare alcune situazioni di vita e percezioni del femminile che hanno visto come protagoniste le ‘tarantolate’ pugliesi e spagnole e le cosiddette “isteriche” di Verzegnis. Rispetto a queste ultime, ho preso in considerazione solo il volume di Luciana Borsatti, Verzegnis 1878- 79. Un caso di isteria collettiva in Carnia alla fine dell’Ottocento, ed. a cura della Comunità Montana della Carnia, 1990, riedito, forse con lo stesso testo forse con testo aggiornato, nel 2002 con titolo “Le indemoniate. Superstizione e scienza medica. Il caso di Verzegnis”, edizioni del Confine, e nel 2022, da Hoepli, con titolo “Le indemoniate. 1879: sfida tra Stato, scienza e Chiesa a Verzegnis”. Ma esistono pure altri testi su questo caso che giunse fino sulla scrivania di Depretis, allora a capo del governo: e sono: Pietro Spirito, Le indemoniate di Verzegnis, ultima edizione Biblioteca dell’Immagine, e Raffaella Cargnelutti “Le spiritate di Verzegnis” che però è un romanzo. Forse anni fa girava pure un altro volume, ma non riesco a trovarlo in rete. Per quanto riguarda i soggetti femminili che avevano subito il morso della tarantola, troviamo sia il termine ‘le tarantolate’ sia le ‘tarante’, e, per il fenomeni presentati ma anche per le cure, il termine ‘tarantismo’.  

Ora il caso delle ‘tarantolate’ e quello delle ‘demono – isteriche’ di Verzegnis, a me paiono avere più di una similitudine, tanto da riproporli insieme, qui, nelle loro affinità e differenze, mostrando pure come certe pratiche popolari svolte dalla comunità riuscirono forse maggiormente, dove litigi e conflitti di competenze non fecero che peggiorare la situazione e prorogare la guarigione delle donne. Altro aspetto interessante è quello che alcune manifestazioni psicosomatiche, in Puglia e Salento venivano attribuite ad una causa naturale, il morso di un ragno, e gestite appunto nel villaggio, mentre a Verzegnis il fatto che le ragazze fossero considerate indemoniate portò a peggiorare la loro situazione.

Naturalmente vi furono anche uomini punti dalla tarantola, e un uomo manifestò pure in comune di Verzegnis sintomi similari a quelli delle demono – isteriche, ma i casi in maschi furono dovunque inferiori a quelli delle donne o non furono presi in considerazione. Eppure l’alcool in Carnia faceva danni spaventosi nella popolazione maschile, sia a livello fisico che psichico, ma si nascondeva tutto sotto il tappeto e si dovette attendere la creazione del gruppo socialista delle Cooperative Carniche, nel 1906, perché si iniziasse una reale lotta al fenomeno attraverso pure l’informazione, che ebbe però fine in epoca fascista.  Per cui qui mi riferirò ai casi femminili.

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Margherita De Masi, Elisabetta Marchiori e Giovanni Colombo ben descrivono la situazione della donna, un tempo, in Puglia e nel Salento e non solo, parlando del tarantismo e dando a questo fenomeno, più frequentemente femminile, figlio del troppo lavoro, del poco cibo e della perenne stanchezza, questa prefazione.

«La struttura della famiglia era di tipo patriarcale e la condizione della donna era particolarmente difficile: succube del padre prima di sposarsi, con il matrimonio deciso dalla famiglia, successivamente lo diventava del marito. La sua vita era dedicata alle continue gravidanze, alla cura dei figli e della casa; era costretta a lavorare fino a pochi giorni prima del parto e poi a portare il figlio neonato in campagna. I rapporti sociali e relazionali erano così annullati o limitati per lo più ai soli parenti; gli unici momenti in cui la donna aveva la possibilità di incontrare qualcuno erano rappresentati dalla messa della domenica e dalle feste patronali. Così, la donna non solo era priva di qualsiasi potere decisionale nella sua vita, ma anche di qualsiasi possibilità di esprimere i propri bisogni.

Il fenomeno del tarantismo colpiva proprio i contadini della terra del sole, analfabeti, che trascorrevano le loro giornate e spesso le notti nei campi dei ricchi latifondisti, accontentandosi di una paga che forniva loro lo stretto necessario per sopravvivere. Era più frequente nelle donne, generalmente nel periodo puberale, e spesso si osservava tra i membri della stessa famiglia.

Il periodo del tarantismo coincideva con la stagione estiva, durante la quale si pensava che la tarantola si svegliasse dal letargo; era il periodo […] della mietitura del grano, della spigolatura, del raccolto di ortaggi, della vendemmia, quando i contadini passavano più tempo nei campi, si sfidavano i raggi del sole, era deciso il destino dell’anno, si pagavano i debiti economici ed esistenziali: il tempo in cui riemergevano i conflitti.

In questa stagione poteva accadere il “primo morso” della tarantola, ma anche il suo “rimordere”, cioè il riprodursi della crisi, con tendenza a ripetersi nel periodo in cui era stato patito il primo morso; il veleno ogni anno tornava a far sentire i suoi effetti, fintanto che il ragno era vivo ed in grado di trasmettere la propria eredità anche alle generazioni successive». (1).

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La tarantola, nelle credenze popolari, della Puglia, del Salento, ma presenti pure in alcuni paesi della Spagna (2), era un ragno non si sa quanto reale o quanto mitologico. Infatti dialettalmente la ‘taranta’, era identificata con specie diverse: con lo scorpione, con il ragno epeira, con la “malmignatta, o vedova nera mediterranea”, ma anche con una particolare serpe. (3).

«L’immaginario popolare dipingeva con grande fantasia le caratteristiche del ragno velenoso. In effetti, si credeva nell’esistenza di diversi tipi di tarantole, che si differenziavano per forma, colore, tonalità affettive e comportamento: potevano essere grandi o piccole, colorate o nere, potevano essere ballerine, cioè, in altre parole, sensibili alle danze; canterine, che rispondevano al canto, tristi e mute, «che richiedevano nenie funebri, tempestose, che inducevano la vittima a “fare sterminio”, libertine, che stimolavano a mimare comportamenti lascivi o, ancora, dormienti, che resistevano a qualsiasi trattamento musicale» (4).

Ma se qualche donna poteva esser stata punta da un ragno o da uno scorpione realmente, o poteva soffrire per scarsa igiene o altro, alcune non mostravano i sintomi provocati da dette punture o da patologie dermatologiche infestanti, ma manifestazioni di carattere psichiatrico, che potevano derivare dalla totale sottomissione, dalla fatica che più si faceva sentire d’estate, dalla fame e dalla miseria. Inoltre le giovani donne, alle prime mestruazioni, ai primi rapporti con l’uomo magari prescelto dalla famiglia a diventare loro sposo, e passate sotto il diretto controllo della suocera, potevano incominciare a manifestare sintomi psicofisici non di poco conto, e quindi il ragno che le pungeva era il disagio sociale che ad un certo punto si manifestava nella sua completezza. A queste manifestazioni psicofisiche, la comunità cercava di rispondere con una forma di esorcismo dalla malattia che invadeva corpo e psiche, a cui partecipavano varie figure.

Una volta che i sintomi del ‘tarantismo’ si presentavano, il soggetto veniva accompagnato a casa, e la diagnosi era affidata a vicini e parenti, che quindi chiamavano i suonatori per far fuggire la ‘taranta’ dal corpo della donna o dell’uomo. Il veleno poteva essere espulso attraverso la danza chiamata “pizzica-tarantata”, ritmata dalla musica di quattro strumenti: il violino, la chitarra, il tamburello e la fisarmonica.

La musica permetteva alla vittima del morso di identificarsi con il ragno che la possedeva e di farle fare gli stessi movimenti che compiva nel tessere la sua tela. Tali movimenti costavano tali sforzi e fatiche da sfinire la persona e, di conseguenza, far “crepare” la tarantola, rendendo il suo veleno innocuo. (5).  Ma, per non allontanarsi dal contesto religioso del cattolicesimo dominante, veniva pure invocato San Paolo, oltre che procedere nell’ esorcismo musicale’. (6).

E nel suo “Il tarantismo come psicoterapia senso motoria?” (7), Raffaele Avico ipotizza che i segni riconosciuti allora come causati dalla tarantola, frequentissimi in particolare nelle donne, fossero ascrivibili a problematiche e traumi psichici, e che, di conseguenza, la danza forsennata, accompagnata dagli strumenti, non fosse altro che una forma popolare, la cui nascita si perde nella notte dei tempi, di psicoterapia individuale. (8).

Ma pure Roberto Lupo, dell’Università del Salento, collega le ‘tarantolate’ o ‘tarantate’ a donne che presentavano disturbi psichici, nel suo: “Tarantate in manicomio. Storie di donne ricoverate all’ ospedale psichiatrico Interprovinciale Salentino. (Lecce 1900 -1950). (9). 

Ed a suo avviso, il vissuto di alcuni soggetti ricoverati nella struttura ha rivelato: «la presenza di interessanti e indicative analogie tra aspetti della sintomatologia clinica degli alienati ricoverati all’OPIS e aspetti fenomenici propri del tarantismo: dal delirio religioso (“parla con i santi”), all’impulso irrefrenabile a danzare (“ballava sempre”), agli accessi con manifestazioni del corpo disordinate e involontarie (simil epilettiche)». (10).

Ma non si può neppure negare che, andando verosimilmente le donne a lavorare senza calze e magari scarpe nei campi, potevano esser state punte da piante o da aracnidi, serpi e scorpioni, che iniettavano nei loro corpi magri e deboli un veleno. E poteva darsi che alcuni veleni potessero creare problemi neurologici, oltre a quelli psicologici e psichiatrici dati dalle condizioni di vita delle classi più povere della popolazione.

Non solo: vi è chi propone che le ragazze avessero sofferto prima di una qualche forma di anemia o altra malattia grave oltre che di shock post- traumatico. Pensate solo al caso di Anna descritto da Roberto Lupo: la donna aveva avuto il tifo addominale con meningismo in forma tanto grave da ritenerla moribonda. Circa qualche anno prima di manifestare, per alcuni ‘tarantismo’ per altri qualcosa di diverso, aveva preso un forte spavento per cui aveva perso le mestruazioni; qualche anno dopo era stata abbandonata dall’amante, che aveva sposato la sorella; così, qualche mese dopo si manifestarono i primi segni dell’alterazione mentale. (11). Ma fra le ‘tarantate’ vi era chi aveva avuto la malaria, chi altre gravi patologie. (12).

In ogni caso al comparire dei fenomeni di tarantismo, dopo il 1800 si associò pure la diagnosi medica di ‘isteria’, termine che deriva da utero in greco, che comprendeva una serie di fenomeni psicosomatici ma anche di ribellione ritenuti riconducibili ad uno spostamento e rinsecchimento dell’utero stesso. Nel corso dei secoli, da Ippocrate in poi, «L’isteria si consolidò nella scienza medica come una malattia femminile, causata dallo “spostamento” dell’utero, che provocava convulsioni, paralisi, senso di soffocamento, depressione, collassi, e quest’idea cominciò ad assumere contorni sempre più misogini, di pari passo con la progressiva deplorazione della malattia mentale». (13).

Nel 1800 si abbandonò la causa ginecologica dell’isteria ma le cose non andarono meglio. Spesso le donne che presentavano questi sintomi venivano recluse in una stanza buia, isolate, per mesi, o potevano venir sottoposte a “trattamenti scellerati” come l’escissione dell’utero e delle ovaie. Nel 1980, infine, la nevrosi isterica venne eliminata dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, e oggi i sintomi “isterici” vengono generalmente ricondotti ad una forma di somatizzazione di un conflitto mentale. (14).

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Altro caso, ma similare, è quello detto delle ‘indemoniate di Verzegnis’, a cui Luciana Borsatti dedica un suo interessantissimo volume. (15).

Nel 1878, senza apparente motivo ed improvvisamente, strani comportamenti comparvero in 7 giovani donne (fra i 15 ed i 20 anni) nella frazione di Chiaicis di Verzegnis, seguite poi da altri casi nella frazione di Villa dello stesso comune, accompagnati da fenomeni fisici simili a quelli delle “tarantolate”: le ragazze si presentavano macilente e consunte, pativano  l’inappetenza e l’insonnia, erano incapaci di qualsiasi occupazione e presentavano «abbattimento generale, dolori di stomaco e di ventre, vomiti e sincopi» (16). 

Un primo dato balza agli occhi: i sintomi delle ‘tarantate’ erano molto simili a quelle delle indemoniate di Chiaicis di Verzegnis, e la comunità in cui vivevano, seguendo il pensiero antico, ritenevano che dette giovani donne fossero possedute, vuoi da un misterioso aracnide o serpe, vuoi dal demonio che però, nell’ iconografia popolare, poteva assumere la veste di una bestia. E fino a che la ‘tarantola’ o il demone non venivano allontanati dal corpo della donna con una serie di riti, musiche, esorcismi, non poteva guarire.

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Per quanto riguarda il caso di ‘isteria collettiva’ come collettiva era ancora la vita nelle borgate, esso ha luogo nel 1878, in un periodo in cui le idee laiche e liberali dei Francesi ed nuovi ordinamenti che scalzavano il potere delle comunità di villaggio erano già penetrati anche in Carnia. E questo portò ad una netta frattura con le vecchie istituzioni e con le norme ed i comportamenti legati alla tradizione, oltre che al distaccarsi dal pensiero magico e religioso di alcuni emigranti ed abitanti, che si definivano laici. Inoltre, dopo il 1848, si andò diffondendo in Germania il pensiero socialista, a cui iniziarono ad aderire pure alcuni emigranti carnici.

Tutti questi cambiamenti incisero anche sulle società paesane, dove le donne restavano ancorate ad una religiosità forte e ad una dipendenza dal parroco, mentre i preti predicavano contro atei e socialisti, categorie a cui appartenevano, talvolta, i loro padri, fratelli, sposi, figli, parenti. Non da ultimo si erano già diffuse, nella società anche friulana, idee risorgimentali, che mal si sposavano con il pensiero religioso. Ma non potendo parlare in casa dei loro turbamenti interiori causati da queste situazioni, dal pensare che un uomo della loro famiglia potesse finire all’ inferno per non seguire il prete, è possibile che allora alcune donne abbiano sviluppato fenomeni psicofisici di rilievo, nati dal conflitto tra il vecchio ed in nuovo emergente. Comunque dalle 7 donne iniziali, quelle che presentavano disturbi similari nel comune di Verzegnis andarono aumentando giungendo a 12 a Chiaicis e 8 a Villa. (17).

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Luciana Borsatti mette in evidenza quattro fattori che potrebbero aver inciso sulle giovani donne ‘indemoniate’ o ‘isteriche’ o “affette da istero-demonopatia” come furono definite, variabilmente, allora: l’ignoranza; la superstizione alimentata dal clero (18); i conflitti interni all’ambito religioso locale, fra comune e parroco, con una processione che venne fatta senza la presenza di sacerdote alcuno; il conflitto tra rappresentanti del liberalismo laico e del mondo religioso. (19).

Inoltre, nel 1878, anno in cui comunque la demono – isteria si sviluppò più che mai, il comune di Verzegnis, ma forse la Carnia intera era stata flagellata da una grande carestia (20), poiché da quell’anno in poi «non si era avuta un’annata generosa di raccolto» in quanto una terribile tempesta lo aveva distrutto riducendo così gli già scarsi mezzi di sussistenza della popolazione. (21). E si sa che la fame indebolisce mente e corpo, e chi non si alimenta a sufficienza può manifestare anche allucinazioni e problemi psichiatrici.

Poco prima, nel novembre 1877 mese ed anno a cui si facevano risalire le prime manifestazioni in giovanette di demono – isteria, «si era svolta a Verzegnis la missione del padre gesuita di Gorizia Michele Tomasetig», che aveva fatto alternare «funzioni religiose di apparato straordinario, quale sanno impiegare i Gesuiti a meglio colpire l’immaginazione, nonché […] prediche, meditazioni ed istruzioni, da occupare dall’alba a mezzodì tutte le mattine». (22). Il risultato che voleva raggiungere il gesuita – precisa la Borsatti – era quello di impressionare i fedeli giungendo, così, ad un aumento del fervore religioso e delle pratiche di culto, ma, presumibilmente, tutto questo non fece che peggiorare la situazione psichica di giovanette già predisposte ad avere problemi mentali (23), magari anche a causa della fame e della fatica. Ed una grande carestia, la prima, aveva colpito il Friuli già dal 1813 al 1817. (24). E che la fame patita potesse essere stata una concausa del fenomeno dell’isteria collettiva, potrebbe essere desumibile anche dal fatto che le cronache del tempo riportavano che una giovanetta, quindicenne, riusciva a introdurre per nutrirsi solo un po’ di latte con acqua. Ma pur mangiando così poco, mostrava, come altre, una forza tremenda.  (25).

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Però a fronte di questi casi che fecero scalpore, sembra che una “forma benigna di isterismo” avesse colpito anche 15 anni prima donne in comune di Verzegnis, (26), con i soliti sintomi: “bolo isterico”, gastralgia intercorrente, appetiti capricciosi, melanconia, pianto, deliquio. Ma questi casi, allora, non avevano fatto tanto scalpore, ed in tutti quegli anni, come nel caso del 1878, pur richiedendo le dirette interessate o la famiglia delle stesse ai sacerdoti esorcismi per far uscire il demonio dal loro corpo (come richiedevano riti particolari i  parenti delle tarantolate alla comunità per far uscire la tarantola dal corpo) venivano però invitate prima a rivolgersi ad un medico, anche se, come precisa Luciana Borsatti nel suo volume, non si sa se con detto termine si definisse un medico vero e proprio o uno di coloro, maschio o femmina, che in ogni paese praticavano cure di tipo medico. Non mancavano però sacerdoti, come per esempio don Deotti, che avrebbero voluto dal vescovo il permesso di praticare esorcismi, ma la curia chiedeva un certificato medico prima di autorizzarli. (27).

Però anche a Chiaicis e Villa di Verzegnis, nonostante le risposte ufficiali della chiesa, sacerdoti, famiglie e gente del paese tendevano a ricorrere alle cure ‘magiche’ tradizionali, in quanto sia le giovani in questione si ritenevano non malate ma possedute, non volendo più esser chiamate con il loro nome fino ad avvenuto esorcismo, sia il villaggio le pensava tali. (28).

Inoltre girava voce, in Friuli, Slovenia, Carinzia, Istria, che il Santuario di Clauzetto fosse famoso per i suoi esorcismi, praticati in forma collettiva due volte all’anno: alla Festa del Perdono ed in maggio, e le famiglie portavano lì i loro membri “spiritati” od “ossessi” perché fossero liberati dagli spiriti maligni. In quelle occasioni «accanto al clero che prestava la sua opera in chiesa, operavano nelle strade anche degli esorcisti laici, veri e propri ciarlatani che approfittavano dell’ingenuità dei fedeli per arricchirsi alle loro spalle: fra i rimedi più usati da questi ultimi figuravano emetici, percosse, ed una vera e propria contrattazione con il diavolo». (29).

Inoltre quando il caso delle cosiddette ‘indemoniate’ di Verzegnis si diffuse, frotte di curiosi si portarono a Chiaicis e Villa per vederle, e vennero creati esorcismi a domicilio per loro da parte dell’uno o dell’altro, creando un crescendo di confusione. (30). Le case si riempirono di curiosi, per poi finire con prese in giro, secondo una di loro, Caterina, nei caffè e negozi tolmezzini (31), mentre medici autorità e preti sostenevano ora una teoria ora un’altra. E vi fu pure chi pensava che l’educazione serrata alla verginità e pudicizia e la sessualità emergente, compressa, potessero giocare un ruolo in quello scoppiare di psiche e corpo. (32).

Inoltre queste giovani, tutte non maritate, pareva manifestassero anche strani sintomi di chiaroveggenza, ma si davano pure ad urla e comportamenti inusitati, mostrando pure avversione verso il clero, ma questo poteva essere un modo per scaricare una serie di tensioni interne, ed in certi casi sentivano una sensazione molesta come di cosa che salisse verso la gola, che poteva essere di origine fisica o psichica.  (33).

Ma l’avversione al clero ed ad oggetti religiosi avrebbe potuto provenire,  pure, dal non riconoscersi come possedute dal demonio, e non voler quindi esser trattate come indemoniate. E questo derivava dal fatto che i preti del luogo, alla prima comparsa del male, erano stati immediatamente propensi «a secondare i pregiudizi e le superstizioni dei poveri ed ignorati villani, intervenendo coi riti del loro ministero ad esorcizzare le affette», svolti a domicilio, in modo singolo, che consistevano nel pronunciare una serie di formule e di preghiere, con abluzioni in acqua benedetta, con l’applicazione sul petto delle giovani di immagini sacre e reliquie. (34). Ed un sacerdote fu pure accusato e condannato per essersi soffermato un po’ troppo a porre immagini sacre sul seno nudo di una ragazza particolarmente bella, in sintesi per “Illeciti toccamenti”. (35).

Inizialmente alcuni familiari ricorsero pure a dosi moderate di acquavite, come cura, sempre gradita (36), ma non so come potesse portare giovamento in giovanette che soffrivano pure di mal di stomaco, e vi era chi, con molto buon senso, pensava che lo sgonfiare il caso avrebbe solo fatto bene a quelle poverette (37), mentre invece esso giungeva fino sulla scrivania di Agostino Depretis allora capo del Governo, in quanto ormai ritenuto un problema di ordine pubblico dalle autorità civili.  (38).

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Nel frattempo, pare che a Chiaicis la popolazione fosse diventata molto propensa ad accettare la visita di due medici, ma decisa a sostenere che tutto andava benissimo, che i casi di isteria si erano risolti, non convincendoli però, mentre un paio di ragazze avevano imparato, essendo a mio avviso completamente guarite, a farsi dare denaro od acquavite per non farsi venire crisi alcuna.  (39).

Termino qui, invitandovi a leggere il volume, la storia delle donne di Verzegnis che finì in modo drastico: infatti alla fine, guarite o non guarite, il Prefetto decise di mandare a Verzegnis una compagnia di soldati che portasse le giovani afflitte dalla demono- isteria all’ospedale di Udine per le cure del caso, avendo tra l’altro avuto sentore che le famiglie intendevano condurle, insieme al santuario di Clauzetto. Si narra che le donne ricoverate, mesi dopo, rientrarono, in piccoli gruppi,  tutte guarite, in paese, ove venne istituito un ferreo controllo da parte di un medico inviato a coprire la condotta comunale. Ed Chiaicis «Malate e soggetti sospetti furono tenuti sotto controllo, isolati con rigorosa cura nelle rispettive famiglie, costretti a non presenziare le funzioni religiose, allontanati dal paese se necessario». (40). Infine il comune si premurò di assegnare alle donne coinvolte nell’epidemia tre sussidi giornalieri di qualche centesimo. (41).

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Questo ho scritto per raccontare storie particolari di donne di un tempo, ma non è detto che oggi siano, in certi casi, migliori. E ritorniamo al titolo di questo articolo. “Donne povere matte”. La frase  è il titolo di una inchiesta di Lieta Harrison presso l’ospedale psichiatrico di Roma, Edizioni delle donne, 1976; inoltre su: http://ilpassogiusto.eu/, periodico online di Patto per l’Autonomia è comparso, in occasione dell’ 8 marzo, un articolo di Agnese Baini intitolato “Ragionare sulla salute mentale da un punto di vista di genere è politica”, che fa riferimento ad un volume recentemente pubblicato in USA intitolato: “È tutto nella sua testa”. 

Laura Matelda Puppini

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Note.

(1)   M. De Masi, E. Marchiori, G. Colombo, Il tarantismo: un fenomeno al confine tra rito e psicopatologia, in: file:///C:/Users/User/Documents/BLOG/Tarantismo/Journal%20of%20Psychopathology.htm,

(2) Valerio Ciarocchi, Su musica e tarantismo. Dalla spedizione in Salento del 1959 ai festival della Taranta, in: aracne-rivista.it, 2021.

(3) De Masi, E. Marchiori, G. Colombo, Op. cit.

(4) Ivi.

(5) Ivi.

(6) Ivi, e https://www.lanternaweb.it/il-tarantismo-come-atto-liberatorio-in-nome-di-san-paolo/.

(7) Raffaele Avico, “Il tarantismo come psicoterapia senso motoria”, in: https://www.ilfogliopsichiatrico.it/2019/03/19/9936/.

(8) Ivi.

(9) Roberto Lupo, Tarantate in manicomio. Storie di donne ricoverate all’ ospedale psichiatrico Interprovinciale Salentino. (Lecce 1900 -1950), in: http://siba-ese.unisalento.it/index.php/palaver/article/viewFile/27627/22708.

(10) Ivi, p. 8.

(11) Ivi, p. 15.  

(12) Ivi.

(13) Jennifer Guerra, Come l’isteria è stata usata per secoli per imprigionare le donne, in: https://thevision.com/cultura/isteria-donne/.

(14) Ivi.

(15) Luciana Borsatti, Verzegnis 1878- 79. Un caso di isteria collettiva in Carnia alla fine dell’Ottocento, ed. a cura della Comunità Montana della Carnia, 1990.

(16) Ivi, p. 43 e p. 47.

(17) Ivi, p. 53.

(18) Ivi, p, 30. Questa era l’ipotesi fatta da Antonio Billiani, agrimensore e materialista (ivi, p. 29), e da Giovanni Vogrig, prete originario della Slavia Friulana, che aveva sposato idee liberali e risorgimentali.

(19) Le confraternite nella parrocchia erano due: quella del Rosario e quella del Carmine che, se pur fedele al parroco, era divisa al suo interno da «antichi e persistenti conflitti di campanile e disturbata dagli echi di lontane battaglie ideologiche e politiche» (Ivi, pp. 31-32). Ma il mondo religioso di Verzegnis era anche impregnato dal desiderio per esempio della borgata di Chiaicis, di staccarsi dalla parrocchia diventando autonoma, dopo la costruzione della chiesa e di avere un proprio cimitero. Inoltre a Chiaicis la Società di Mutuo Soccorso esibiva sulla bandiera il simbolo della stella a 5 punte della Massoneria, organizzazione invisa al mondo religioso, con cui avrebbe voluto accompagnare al camposanto i suoi affiliati, trovando il diniego del parroco. (Ivi, pp. 35-36).

(20) Ivi, p. 39.

(21) Ibidem

(22) Ivi, p. 50.

(23) Ibidem

(24) Marco Monte, La grande carestia del 1813- 1817 in Friuli, Gaspari ed. 2017.

(25) Luciana Borsatti, op. cit., p. 45.

(26) Luciana Borsatti, op. cit., p. 43.

(27) Ivi, pp. 43-47.

(28) Ivi, p. 30.

(30) Ivi, pp. 54-55.

(31) Ivi, p. 55.

(32) Ivi, p. 57.

(33) Ivi, p. 59.

(34) Ivi, pp. 55-56.

(35) Ivi, p. 51.

(36) Ivi, p. 60.

(37) Ivi, p. 50.

(38) Ivi, p. 62.

(39) Ivi, pp. 63 – 64 – 66.

(40) Ivi, pp. 65-66.  

(41) Ivi, p.90.

(42). Ivi, p. 89.

L’immagine che accompagna l’articolo è la copertina del volume “Donne povere matte” citato, ed è tratta dal sito di eBay . L. M. P.


 

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