Un insieme di riti, processioni, rappresentazioni della Passione, manifestazioni, che prendono spunto da quelle antiche, legate anche all’equinozio di primavera, preparando alla festa di maggio, propizia alla fertilità e fecondità, caratterizzano, in Italia, la Settimana Santa e la Pasqua.

In particolare voglio soffermarmi qui su aspetti relativi alla Passione di Gesù, reperibili in Carnia, per quanto ho trovato sinora. Ma attendo aiuto per completare.

RAPPRESENTAZIONE DELLA VIA CRUCIS.

RAVEO

«La strada che da Raveo s’inerpica al Romitorio risale a prima del 1400 ed è tuttora lastricata con grossi ciottoli di granito, arenaria e pietra serena, ancora in buone condizioni; serviva e serve anche oggi per raggiungere la chiesa di Santa Maria e il Convento; prosegue poi perla località di Pani, abitata nel 1500 da oltre 100 persone dedite all’allevamento del bestiame.
Lungo questa strada erano dislocate 14 ancone con i quadri della Via Crucis (ne sono rimaste ancora tre).
Come ancor oggi si fa a Oberammengau, ogni Venerdì Santo al tempo degli Eremiti anche qui si recitava il “teatro” della “Crocifissione di Cristo; gli attori venivano scelti fra i raveani; ognuno studiava la sua parte, si procurava i vestiti necessari e adatti e la rappresentazione si svolgeva sotto la direzione degli Eremiti lungo la strada suddetta da Raveo fino alla B.V. del Castello.

Agli abitanti di Raveo si univa anche la gente dai paesi vicini, per prendere parte a questo pellegrinaggio in ricordo della Passione di Cristo.
Partecipare a questa rappresentazione come attore era un atto di fede e di onore e tutti ci tenevano a essere scelti attori.
Questo teatro non era noto solo a Raveo; in Friuli tali rappresentazioni venivano fatte con straordinaria solennità nei tempi andati a Cividale al cospetto del Patriarca, del Conte di Gorizia, del Vescovo di Concordia e delle Autorità Civili e dell’Alto Culto.
Il D’Ancona nelle sue “Origini del teatro italiano” ne parla lungamente; infatti, dalla lauda drammatica a più voci si sviluppa la sacra rappresentazione e da questa la rappresentazione teatrale vera e propria.
In Aquleja le rappresentazioni ebbero vita fino dal 1260, in Corinzia fino dal 1217 ( “fino al” nel testo, sia per quanto riguarda Aquileja che in Corinzia ma a mio avviso “dal” in quanto dette rappresentazioni nacquero nel 1200 n.d.r.)  e in Cadore, nei Forni Savorgnani fin dai tempi del Patriarca Pagano della Torre.
Le recite venivano fatte nelle piazze, davanti alle chiese e talvolta nei cimiteri.
Queste rappresentazioni nei piccoli paesi ebbero più lunga vita: a Raveo fino alla fine del secolo XVIII.
Parlando di questa celebrazione, lo scrittore Salimbene, scrive: “Ista devotio volabat sicut aquila festinans ad escam”».

(Angelica Bonanni: Storia Del Convento Dei Frati Francescani Di Raveo, Andrea Moro Editore, Tolmezzo 2012, in: http://www.comune.raveo.ud.it/fileadmin/_migrated/content_uploads/Angelica_Bonanni.pdf. Edizione on line, pagine non numerate).

VINAIO DI LAUCO.

«Non ci sono date certe sull’inizio della processione per la Via Crucis di Vinaio. Sappiamo che in tutta la zona alpina friulana, questa rappresentazione è nata come voto contro la peste. Solo per “ricerca anagrafica” con gli attuali anziani del paese, possiamo dire che almeno dalla seconda metà dell’800 si rappresentava la “Via Crucis”. Con la grande migrazione e lo spopolamento del paese la tradizione venne sospesa, l’ultima rappresentazione porta la data del 8 aprile 1955. Venne ripresa in questo ultimo periodo, esattamente nell’anno 2002, rispettando le stesse modalità di un tempo .

Tutta la popolazione del luogo è sempre stata coinvolta nell’organizzazione e rappresentazione stessa. I personaggi principali erano solo di Vinaio, mentre dalle frazioni di Allegnidis e Val di Lauco arrivavano i cavalli e i muli per i soldati.

Gli addetti all’accensione ed al controllo dei fuochi sulle torce, che aprivano e seguivano il percorso processionale, si occupavano anche degli “effetti sonori” finali, quando tuoni e fulmini chiudevano la scena della morte del Cristo.

La selezione e l’assegnazione dei ruoli per le figure principali cominciava già a gennaio, nella settimana successiva alla “benedizione dell’acqua”. Solo i più anziani e quindi più esperti decidevano le parti. Tutti però erano scelti in base alla loro religiosità e alla loro “espressione caratteriale”. Le uniche figure che non sono mai state assegnate nella storia del Via Crucis sono i ladroni. Solo il personaggio che doveva rappresentare il Cristo era scelto per le sue caratteristiche fisiche, doveva essere una figura slanciata, non aveva importanza se biondo o scuro. Questo aveva così tutto il tempo per lasciare crescere la sua capigliatura e la barba a modifica del suo aspetto, poteva avere questo ruolo per parecchi anni. Tutti erano molto ”presi” dall’incarico che rivestivano e conoscevano la loro parte per tradizione orale. Non c’è mai stata una sceneggiatura scritta.
Solo i canti gregoriani erano trascritti su spartito, grazie ad un prelato che si occupava della parrocchia di Vinaio. Per ricordare bene l’Incitoratio e il Vexila domini che accompagnavano tutta la processione, nonché il Miserere mei Deus che veniva intonato alla fine del rito e per la morte di Gesù Cristo, provavano periodicamente, sempre per una riuscita ottimale degna di tale momento. (…).
Per quanto riguarda l’abbigliamento dei figuranti, si tramandava o si adattava, affidandosi all’ingegno femminile. I soldati avevano corazze ed elmi di cartone, mentre le calzature erano i tradizionali zoccoli di legno. Anche le lance erano state fatte in loco, da uomini che vivevano in paese e che sapevano unire doti innate come estro, fantasia , impegno e volontà per questo “comune” momento magico. Non avendo alcun campione simile, si affidavano soltanto alle immagini sacre che potevano osservare sia in chiesa che nelle cappelle votive sparse su tutto il territorio circostante.

L’intera giornata del Venerdì Santo era qualcosa di magico ed aveva come principali protagoniste le donne, di ogni età. Esse sapevano che il magico giorno imponeva alcune regole quasi sacrali: il digiuno, il non lavarsi il viso e non pettinarsi, né pettinare altre donne – perché si poteva in qualche modo far soffrire il Cristo.
Cominciando dal mattino del Venerdì Santo si doveva “assistere il Cristo”, il cui Crocifisso veniva posto sul pavimento della Chiesa su un tappeto rosso. L’assistenza era solo femminile e seguiva dei turni ben precisi: prima le donne anziane, poi le giovani spose, le ragazze da marito, le adolescenti, e infine le bambine più piccole.
Con preghiere si portava assistenza fino al calar del sole ed in seguito avevano inizio i preparativi della via Crucis. Oggi questa particolare tradizione affidata alle donne non è stata ripresa e appartiene solo alla memoria degli anziani del paese.
Tutto era così reale e sentito da questa gente… che arrivava a flagellare veramente l’attore posto sulla Croce! Alla fine un pianto “naturale” della figura di Maria, delle Pie donne e di tutti i partecipanti, accompagnava la morte del Cristo.

Il percorso era un po’ diverso da quello attuale, partendo dallo spiazzo antistante la chiesa e il campanile salivano in paese, lo attraversavano e scendevano per la via più caratteristica del luogo: “las Clapusces”. E’ senza dubbio un luogo scenografico naturale. Questa stradina, allora unica per l’accesso e l’uscita dal paese, veniva percorsa dalla processione, una prima volta in discesa. Quando arrivavano allo spiazzo del Vinadia, si giravano tutte le comparse e i partecipanti in modo che il Cristo ripetesse il suo viatico, sempre lungo questo percorso, ma in salita. Così di nuovo si passava il paese di Vinaio e si ritornava verso lo spiazzo antistante il campanile dove avveniva l’ultima parte della rappresentazione.
Senza nessuna luce, salvo i fuochi della processione, con lo scalpitio di cavalli e muli, con il rumore dei passi e delle acque del torrente Vinadia che scende fra le rocce, si completava questo scenario unico e senza paragoni (…)».
(Autore ignoto, Rievocazione storica della Via Crucis a Vinaio di Lauco, in: http://www.lacesarina.it/it/offerte/eventi-aprile-67/).

IL SEPOLCRO DI CRISTO.

TOLMEZZO.

«Intorno al 1900, nel Foran, in occasione del Venerdì Santo, si usava fare il Sepolcro. Tutti si davano da fare: chi andava in Pra Castello chi in Picotta a raccogliere muschio, frasche verdi, ginepro e rami d’abete. Con questo materiale si preparava il Sepolcro. Sopra lo stesso gli abitanti del popolare borgo ponevano un vecchio Crocefisso che, d’abitudine, stava nell’abitazione di una delle tante famiglie Vidoni, quella detta “dai vei”.

Dopo aver allestito la tomba, tutti quelli del borgo preparavano i lumini per la processione, servendosi dei gusci delle chiocciole precedentemente mangiate.
All’interno dei gusci veniva posto uno stoppino imbevuto d’olio a cui, al momento opportuno, veniva dato fuoco. Questi lumini artigianali venivano posti sulle finestre delle case del Foràn e sul Sepolcro in occasione della processione serale del Venerdì Santo».

(Pier Giuseppe Avanzato, Bromojodicherie tolmezzine, ed. Andrea Moro, 2005, p. 96).

SAURIS.

« Merita di ricordare – scrive Fulgenzio Schneider – che esisteva per molto anni, nella Chiesa Parrocchiale di Sauris di Sotto, un artistico e bellissimo sepolcro, eretto solo nella settimana Santa in memoria della passione e morte del nostro Signore Gesù Cristo.
Questo sepolcro è stato fatto circa nell’anno 1850, da un Chierico di Gemona, compagno di studio dell’ora defunto Sac. Beniamino Petris. Trovandosi questo chierico durante le vacanze a Sauris col suo compagno di studio, volle lasciare quel ricordo della sua opera alla chiesa di San Osualdo.

Durante le sacre funzioni della Settimana Santa, veniva eretto nella Chiesa, ed era un capolavoro e commovente che spingeva il pensiero ad una veduta di quel tempo della passione e morte del Redentore, eccitava i fedeli alla sua visita e contemplazione.
Dal mercoledì fino al sabato Santo la Chiesa era gremita di fedeli, specialmente la sera fino a tarda ora quando il sepolcro era ben illuminato.

Era fatto in grande e composto con diversi pezzi, in modo che era facile di poterlo fare e disfare. Veniva eretto sempre nel medesimo luogo, nello spazio davanti l’altare di San Osualdo, naturalmente detto altare veniva allora del tutto nascosto. La chiusa del sepolcro comprendeva tutte e due le arcate di quella colonna esistente, in maniera che venivano formate due facciate, l’una delle quali presso l’altare della S. Croce, questa facciata era tutta chiusa ed avea una porta d’ingresso nel sepolcro per gli opportuni servizi, e per accendere i lumi nell’ interno.

Nell’altra facciata, rivolta verso l’altare di San Silvestro era la vista dell’interno, il monumento situato nel mezzo, attorno al quale stavano collocate le guardie ordinate da Pilato per custodire il corpo di Gesù. Queste guardie, durante la funzione del Sabato Santo, venivano con rumore atterrate, come quelle che in realtà furono stupite ed atterrate alla Resurrezione di G. Cristo. Ai due lati del monumento erano dipinti a vivi colori dei boschetti di palme, di cipressi e cedri del Libano, con una specie di rupe; di fronte si vedeva, sul monte Calvario, la croce del Salvatore ed ai lati quelle dei due ladroni, di sopra e più lontano il firmamento e l’orizzonte, tutto fatto a bei colori che sembrava essere di fronte ad una realtà di quel luogo.
Un bell’Altare in piccolo e basso, per non impedire la veduta nell’interno, veniva pure fatto davanti il Sepolcro, con candelle ed altri lumi, dove veniva conservato l’Altissimo dal giovedì fino al sabato Santo, il quale, nello stesso tempo, impediva ai curiosi di entrare nell’ interno del monumento. In questa facciata in alto […] era posta la scritta in latino:«Erit Sepulcrum Eius Gloriosum».

Le parti che componevano l’artistico sepolcro, erano di carta pesante e forte, distesa su appositi tellai fatti con assicelle di legno, facilmente maneggiabili, e se messi al loro posto, venivano assicurati assieme con appositi ganci di ferro all’interno […]. Come tutte le cose sono soggette al deperimento ed alla completa distruzione, così anche questo capolavoro, una volta esistito, oggi di esso non si parla più, né si trova, di alcuno dei suoi pezzi, la minima traccia. (…). […] con il passare degli anni, avariandosi un poco per volta, le parti venivano rappezzate alla meglio in maniera che, circa l’ anno 1902, veniva posto fuori uso anche per indecenza. […] nessuno degli uomini di testa e di sana ragione si prese cura di conservare almeno i modelli e pensassero di rinnovarlo».

(Fulgenzio Schneider, Raccolta di antiche tradizioni ed avvenimenti fino ai giorni nostri di Sauris, Circolo Culturale Saurano “F. Schneider” 1992, pp. 109-113).

I CANTORI GIROVAGHI E LE LAUDI.

COMUNE DI PAULARO.

Si ha notizia dell’esistenza, sicuramente nel 1800 anche in Carnia,  di cantori girovaghi che proponevano canti relativi alla Passione di Cristo nel corso della Settimana Santa.

Detta usanza trova la sua origine nei “laudari” duecenteschi di Assisi e Perugia. Essi cantavano le laudi che erano liriche e drammatiche, pasquali e passionali, secondo l’argomento religioso trattato.

Per esempio, in alcuni comuni pugliesi, detti “griki”, era consuetudine, un tempo diffusissima, di ascoltare durante la Settimana Santa la storia della Passione di Cristo, sotto forma di canto.
«Si tratta di un canto religioso antichissimo redatto in lingua greco¬salentina, molto conosciuto e amato (…) e tramandato oralmente da padre in figlio da tempo immemorabile.
L’autore del canto è sconosciuto, di Martano furono i primi cantori girovaghi che per 12 giorni, a partire dalla V domenica di Quaresima fino a tutto il Giovedì Santo, portarono la storia della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù Cristo in tutte le piazze ed in tutti i vicinati, giungendo fino alle fattorie sparse tra i campi.
I cantori erano spesso due, a volte tre, e cantavano una quartina ciascuno, alternativamente, accompagnando la loro voce col suono mesto della fisarmonica.

Spesso portavano con sé un rudimentale apparato scenico costituito da una larga asta infilata in un disco di legno, del diametro di circa un metro, da cui pendevano tutt’intorno un’infinità di fazzoletti di seta. L’asta era sormontata da una palma benedetta e sui fazzoletti erano attaccate le principali figure della Via Crucis. A seconda dell’episodio che vi era illustrato si girava verso gli ascoltatori la figura relativa. In tempi più recenti tale apparato è stato sostituito da un’asta alla cui sommità è legato un ramo d’olivo ornato da fazzoletti o da nastri di diversi colori». (“Grecìa Salentina. Le tradizioni”, in: www.greciasalentina.info/. Ma esistono più siti che trattano l’ argomento).

I testi delle laudi potevano essere opera di un poeta, dalla diversa cultura, o, successivamente, essere simili ai testi di preghiere, commemorazioni, meditazioni.
Scrive Claudio Noliani che «In varie regioni d’Italia è dato incontrare i frammenti delle antiche “laudate” (laudi della processione del Venerdì Santo, relative alla Passione di Gesù); son tutte – più o meno – di origine medioevale e sono giunte fino a noi per mezzo della tradizione, dei giullari e dei mendicanti». (Claudio Noliani, L’ anima della Carnia, canti popolari, Società Filologica Friulana, 1980, p.409).
Fra questi canti, derivati, probabilmente, da laudi toscane o umbre, Noliani ritiene si possa annoverare il seguente testo, raccolto a Salino di Paularo, come narrato da Rosina Zozzoli:

«Chi vol sentire il pianto di Maria/ quando la ‘ veva perso il suo Figliolo?/ Allora Maria incontra San Giovani:/ – O San Giovani sèiso benedeto:/veiso viodût mio figlio, il gran Maestro? –/ – Sì jo, Maria, sì jo che lo go visto:/l’ho visto in mezo all’orto fra i ladroni. –/

Allora Maria s’ingroppa e s’indolcisse/ comincia a caminar a passo forte/. L’ariva sulla porta dei Giudei;/ bate la porta e chiama i Giudei:/
– Chi è che bate là su quela porta? – /- No ricognostu me ch’jo soi Maria? –

 – Va via di lì, donna crudele:/ tu hai nudrito un figlio scelerato! – / Nel nome di Gesù, Verbo Incarnato…. ».
Qui il testo si interrompe perché l’informatrice non ricorda più. (Ivi, p. 409).

A Villamezzo di Paularo, come narrò Luigia Screm, ci si ricorda di un tale Guizzardo, originario di Rivalpo di Arta Terme.
«Minorato per cause di guerra, […] vagava di paese in paese durante la settimana di Pasqua, appoggiandosi ad un bastone di ferro e portando con sé una pesante croce di legno. Si soffermava per le piazze e per le vie ed il giorno di Venerdì Santo gli veniva concesso di intonare il suo canto nella chiesa stessa. Fu a Paularo nel 1952, poi non lo si vide più […]. Guizzardo non chiedeva l’elemosina: faceva tutto ciò per pura passione; […]». (Ivi, p. 190).
Il canto che Guizzardo proponeva, era il seguente, rilevato anche a Topogliano, in forma più lunga:

«O gran Pari di pietât.

O gran Pari di pietât / che par nóu sês stât svenât,/ vés spandût dut quant il sanc/.
O Gran Padre di pietà/ che per noi sei stato svenato, hai sparso tutto il sangue.
A sês che Dio finît, finît,/ dai nestris granc’ peciâs tradît,/ si sintîs il cûr aflit/.
Tu sei quel Dio finito, finito/ tradito dai nostri grandi peccati/ se sentite il cuore afflitto.
Cui brâs distês, cul ciaf sbassât,/cul pet aviart mostràis pietât,/ pecjadôrs consolaziòn/.
Con le braccia distese/ con il capo chino/ con il petto squarciato fate pietà/ consolazione dei peccatori.
Vò Signôr che sês tant bon/ al bon ladron gj dai perdon/ usait cun nó la remission/.
Voi Signore che siete tanto buono/ al buon ladrone avete concesso il perdono/ date a noi la remissione.
Dopo l’anime passade/ làit in cîl ch’a sîs clamade,/ ma simpri in gloria, amen!».
Dopo la morte/ andate in cielo che siete chiamato, ma sempre in Gloria, Amen.»

A queste parole Guizzardo aggiungeva: «E duç i vin di murî, e nissùn lu vul capî! Amen. E tutti dobbiamo morire e nessuno lo vuol capire! Amen». (Ivi, p. 189).
Non nascondo alcune difficoltà nel tradurre il testo, in quanto, per esempio, nella versione ritenuta originale di Topogliano,  il Signore è  “Dio bene infinito” non “Dio finito”, tanto per fare un esempio, ma si deve ricordare che il testo è frutto di ricordi e Guizzardo stesso non si sa come lo abbia imparato.

Laura Matelda Puppini

L’immagine, di Laura Matelda Puppini, ritrae uno dei famosi crocefissi della Bretagna, ed è stata scattata nel 2013.

Laura Matelda Puppini

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