Gentilissimo Mons. Andrea Bruno Mazzocato,

al di là della simpatia istintiva che nutro nei confronti della Sua persona e di certi suoi sentimenti di vicinanza al popolo del Friuli, non riesco a trattenere il mio disgusto di fronte agli ultimi accadimenti che hanno caratterizzato il foglio diocesano di cui Lei stesso riveste -ritengo pro tempore- la carica di Direttore Responsabile.

Chi Le scrive è un agnostico impenitente, reso tale dalla arroganza di dimostrare a sé stesso che non serve la minaccia dell’Inferno per amare il prossimo; un agnostico che tuttavia attinge i suoi sentimenti umanitari dal discorso della montagna e che è affascinato dalla figura carismatica e dalla rivoluzionaria forza interiore del Cristo, e dalla portata etica della sua opera e della sua morte; un agnostico che ha provato disprezzo per la Chiesa quando ha voluto mortificare la memoria di Oscar Arnulfo Romero, e che oggi non si vergogna di emozionarsi davanti al ricordo di pre’ Bellina o alle prese di posizione di Papa Francesco.
Con siffatti sentimenti dodici anni fa ero rimasto impressionato dalle parole del rappresentante della stampa cattolica e da come egli aveva concluso un convegno stigmatizzando i media che si erano messi a servizio della politica e che si erano, in tal modo, sottratti al loro dovere istituzionale di relazionarsi con la collettività in un rapporto improntato al dialogo, non certo all’indottrinamento. E mai avrei immaginato che un giorno sarei diventato un assiduo lettore della Vita Cattolica.

Ebbene, sfogliando l’ultimo numero del settimanale, con mia grande sorpresa non ho più sentito ‘l’odore delle pecore’ che lo aveva caratterizzato in questi ultimi anni, quello stesso odore preminente che Papa Francesco aveva sollecitato a seguire rivolgendosi al clero di Roma nella sua prima messa crismale: “Questo vi chiedo, di essere pastori con l’odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini”. E per quanto sfogliassi le pagine dalla nuova Vita Cattolica non usciva che l’odore stantio dei quotidiani di regime. Insomma, era diventato improvvisamente un giornale comune, di quelli che a Trieste direbbero: “senza sal, né pevere”. Anzi se mi permette di dare sfoggio alla mia abituale insolenza, mi è sembrato persino uno strumento volto a suscitare quella rassegnazione che da sempre è il mezzo preferito per governare il popolo con la minor fatica possibile e a dispetto dei suoi diritti e della verità.

Tralascio di commentare l’articolo di fondo dedicato alla manutenzione delle strade udinesi, per manifestare il mio sbalordimento nel leggere l’articolo di pagina 21 incentrato sugli elettrodotti da terzo mondo di questa povera Regione. Ebbene, rinnegata la ricerca della verità che ha caratterizzato il settimanale in questi ultimi anni, l’articolista è precipitato nella banalità di chi non deve dispiacere ai padroni del vapore. Quella vicenda per la quale chi scrive ha dedicato dieci anni della sua vita, è stata liquidata alla stregua di una battaglia legale persa da alcuni sindaci e conclusa dal ‘buon senso’ del sindaco di Palmanova che ha deciso di gettare la spugna dopo la recente, vergognosa e scontata sentenza del TAR del Lazio.
Ed ancora: l’articolo si annunciava con un titolo da bar sport “La Bassa perde, la Carnia vince” e l’autore si guardava bene dal fare la cronistoria di una delle più vergognose pagine della politica regionale, ovvero del peso avuto, nella questione elettrodotti, dai tribunali amministrativi e non solo: quelli italiani proni ai voleri del monopolista e quelli austriaci orientati alla salvaguardia dei beni comuni, tanto da essere stati i veri artefici della censura dell’elettrodotto aereo della Carnia.

La Vita Cattolica, invece, emulando i quotidiani di regime, fingeva di non vedere la schifezza che hanno realizzato sulle nostre teste, si scordava dell’inqualificabile asservimento dei nostri Amministratori regionali, dei ricatti, delle menzogne e dell’abuso di posizione dominante emersi nel corso di questi ultimi dieci anni. Ma soprattutto non parlava dei soprusi e delle pressioni prodotte in danno degli agricoltori espropriati, delle umiliazioni, per non dire delle violenze subite, in un clima da repubblica delle banane. E non è nemmeno entrata nel merito delle vergognose compensazioni ambientali che di ambientale non hanno un bel nulla, essendo solo delle ‘esche avvelenate’ utili a lisciare il pelo ai sindaci grazie ai soldi generosamente concessi sottraendoli dalle nostre tasche.
Insomma l’articolista pareva proprio parlasse con la bocca dell’industriale legato a filo doppio alla governatrice, facendo “il verso alle veline del proponente” per tema di inimicarsi il potere. Nulla a che vedere con don Milani quando diceva “della verità non bisogna avere paura”; nulla a che vedere con le parole del precedente arcivescovo di Udine, Mons. Pietro Brollo, che, quando ci accolse in udienza, di fronte allo scempio ambientale che si stava consumando in danno dei nostri agricoltori, ci manifestò tutto il suo rammarico con un: “Come è possibile non tener conto delle istanze di chi come voi vive con le mani immerse nella terra dei padri?” Figlio di questa terra non gli fu difficile riflettere sulla negatività di un’opera imposta dall’alto nell’esclusivo interesse del proponente e nella sudditanza dei nostri Amministratori regionali. Inoltre riflettere sul degrado ambientale significò e significa capire le ragioni culturali e politiche che stavano e stanno mettendo in pericolo l’identità del nostro popolo e la sopravvivenza stessa del nostro pianeta.

Anni dopo, nella “Laudato si’…’, Papa Francesco giunse a parlare del ‘Paradigma tecnocratico’ ovvero di quel modello di sviluppo che ha ispirato i processi decisionali della politica, facendo leva sulla chimera di una millantata straordinaria efficacia della tecnologia. E le decisioni di chi governa vengono avvallate pure dalla chimera di un progresso che si è rivelato più che mai illusorio, senza che alcuno si sia preoccupato che ad esso corrispondesse un progresso etico, un’accresciuta consapevolezza ed un avanzamento culturale capaci di suscitare un nuovo umanesimo e con esso la salvaguardia del pianeta.
Del resto se il nostro cronista si fosse dedicato a coltivare quella verità che impegna la nostra coscienza non meno della nostra intelligenza, avrebbe scoperto, al di là delle estemporanee dichiarazioni di un sindaco in cerca di una via di fuga, la resistenza agli imbrogli e all’aggressione nostra, con la nostra dignità, e del nostro habitat, che prosegue con immutata intransigenza e con azioni giudiziarie che lasciano poco spazio alle illazioni e che avranno il loro culmine nell’esito delle nostre denunce per disastro ambientale e nel nuovo determinante appuntamento nel mese di gennaio presso il Consiglio di Stato: perché Debora Serracchiani passa, ma il Friuli rimane.

Qualora avesse gettato uno sguardo, poi, alla recente sentenza del TAR del Lazio, il nostro incauto articolista si sarebbe accorto che la governatrice, invece di rimettersi alla decisione della Corte, si era aggregata alla Terna per costituirsi in giudizio contro le sue stesse Comunità, ed avrebbe scoperto lo sviamento del Ministero dell’Ambiente, fattosi portatore più di interessi economici e produttivi, che di quelli che gli competono, ed avrebbe scoperto quanto fatto dal Consiglio dei Ministri per favorire la Terna e quindi impedire una soluzione condivisa e rispettosa dell’ambiente. Avrebbe infine capito che la Corte non aveva preso minimamente in considerazione il preteso miglioramento del progetto rispetto a quello iniziale bocciato dal Consiglio di Stato.

Dal canto nostro avremmo preferito che l’articolo fosse almeno l’occasione per riflettere sui diritti negati, sul ‘diritto’ quale struttura collettiva dei comportamenti sociali, che ha visto l’alba della sua riconoscibilità nelle incisioni della pietra consegnata sul monte Sinai a Mosè. Un ‘diritto’ che oggi più che mai deve essere sottratto alle mani dei potenti ed alle segrete stanze per tornare ad essere un diritto che viene dal basso, prodotto dalle Comunità, quindi non imposto da chi detiene il potere e fa del suo meglio per insidiare la Costituzione.

In ultima analisi mi chiedo quale possa essere il futuro di un settimanale che ha perso ‘l’odore delle pecore’ e che in questo delicato momento pre – elettorale sembra ispirare sentimenti di rassegnazione, di una testata che con il pretesto ridicolo e farisaico dei costi eccessivi ha licenziato sui due piedi un direttore encomiabile e la sua redattrice, che hanno fatto moltiplicare le vendite e la presa di coscienza dei suoi lettori.

Tibaldi Aldevis – Comitato per la Vita del Friuli Rurale – www.facebook.com/comitato.friulirurale.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta, solo per questo uso, da: http://www.dovatu.it/news/elettrodotto-udine-redipuglia-governo-coloniale-in-friuli-21750/. Laura Matelda Puppini

 

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