Questo testo di Mario Di Gallo, esperto nel settore in quanto è Commissario del Corpo forestale regionale presso l’Ispettorato forestale di Tolmezzo, mi sembra molto interessante e per questo lo pubblico invitandovi caldamente a leggerlo. Se non ci impossessiamo di una molteplicità di idee ed analisi accurate, rischiamo di fermarci alle 2 parole dei 4 politici, che parlano magari senza informarsi, dicendo e ribadendo, per esempio, che una strada c’era quando non c’è mai stata. Conoscere è potere, è avere la possibilità di ribattere, è proporre di cambiare, è non lasciarsi prendere in giro. E lo sapevano i nostri emigranti che, caparbiamente, leggevano, apprendevano, dopo anni di sottomissione, ignoranza, quasi analfabetismo. L.M.P. 

 

«Prima di procedere nell’ardua disamina annunciata dal titolo conviene prospettare un breve richiamo ai servizi ecosistemici che boschi e foreste, qui per semplificazione intesi come sinonimi, erogano continuamente a beneficio della specie umana. Un tanto per coinvolgere e rendere edotto il lettore di un argomento, quello della storia forestale, poco noto, per nulla astratto e molto utile a scrutare nel futuro degli ecosistemi forestali. 

Secondo il Millennuim Ecosystem Assessment (MEA, 2005) “Gli ecosistemi sono un complesso dinamico di comunità vegetali, animali, microorganismi e ambiente non vivente che interagisce come unità funzionale”, mentre “i servizi ecosistemici sono le condizioni ed i processi attraverso cui gli ecosistemi naturali, e le specie che vi vivono, sostengono e soddisfano la vita umana”.

La classificazione universalmente riconosciuta del MEA suddivide i servizi in quattro categorie: 1) Servizi di approvvigionamento di beni tangibili quali acqua, legno (da costruzione, trasformazione industriale e combustibile), alimenti (frutti, funghi, carne) ma pure specie ornamentali e materiale genetico; 2) Servizi di regolazione quali la formazione e la protezione del suolo dall’erosione e di contrasto alle alluvioni, l’autoprotezione e la protezione di infrastrutture (da frane e valanghe), la depurazione di aria e di acqua dagli elementi inquinanti, la cattura di anidride carbonica atmosferica e la riserva di carbonio, la mitigazione del micro e del mesoclima; 3) Servizi immateriali quali l’identità culturale e sociale, estetici e ricreativi (la composizione del paesaggio), l’arricchimento spirituale e intellettuale (emozionali, terapeutici, storici, religiosi, educativi, scientifici) e altri ancora; 4) Servizi di supporto alla vita quali formazione di habitat, conservazione della biodiversità e regolazione del ciclo degli elementi.

Le comunità vegetali, comprese le foreste, al contrario della teoria clementsiana in voga fino alla metà del secolo scorso che postulava lo stadio climax come massimo equilibrio cui tende qualsiasi ecosistema, sono associazioni disorganiche, con confini indistinti e dotate di sistemi dinamici in continua mutazione. La spinta al cambiamento, il vero motore ecologico, è di fatto una qualsiasi perturbazione, esogena o endogena al sistema, meglio definita in ecologia come “disturbo”, che ordinariamente, specie nel caso dei disturbi forestali, si tende a denunciare come “danno” con una visione però viziata dalla mera valutazione economica e commerciale assegnata a uno solo dei servizi di approvvigionamento: la materia prima legno.

I disturbi forestali sono stati definiti “eventi che modificano la struttura del popolamento e/o la disponibilità di risorse e l’ambiente fisico”. Essi si possono ricondurre a due grandi categorie. I disturbi naturali che a loro volta si suddividono in abiotici, prodotti cioè da eventi climatici (vento, neve e altre meteore, incendi, valanghe e frane; inaspriti dal secolare riscaldamento globale); e biotici che sono causati da agenti parassitari quali insetti, funghi, animali erbivori e, in maniera minore, batteri e virus. Possiamo anche considerare disturbi, utilizzando un’ottica prettamente ecosistemica, gli interventi antropici diretti: processi di gestione del patrimonio forestale teso principalmente a trarre benefici dall’estrazione del legno secondo le regole della selvicoltura che mutua, possibilmente, i ritmi e le successioni vegetazionali imposti dalla natura (selvicoltura naturalistica). Per completezza di visione si devono citare anche i disturbi antropici indiretti quali l’inquinamento atmosferico, il conseguente incremento dell’effetto serra e il riscaldamento atmosferico globale.

I disturbi forestali e i servizi ecosistemici, i cui esiti non appartengono alla sfera delle suggestioni nonostante alcuni di essi scaturiscano da percezioni comunque sottese al soddisfacimento di bisogni umani, sono considerabili rispettivamente come input e output del complesso sistema foresta e non sono direttamente o proporzionalmente correlati tra loro, come si sarebbe portati a pensare. A una evenienza esterna al sistema, considerata di primo acchito fortemente negativa, come tempeste, incendi, fitopatie, non è sempre scontato che corrisponda una risposta altrettanto fortemente negativa in termini di servizi erogati. Anzi, in certi casi i disturbi incrementano notevolmente alcuni servizi deprimendone invece altri. Tempeste e incendi, come annunciato in precedenza, specie se di dimensioni contenute e i cui effetti devono debitamente essere osservati nello spazio e nel tempo, sono il motore del ringiovanimento degli ecosistemi con notevoli variazioni e incrementi di diversità biologica, oltre a imprimere una desiderabile variabilità paesaggistica, solo per fare due esempi.

Il passato.

“L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie” – Gianbattista Vico, Scienza Nuova, 1744.

Le vicissitudini della copertura forestale della Regione Friuli Venezia Giulia, per ragioni di sintesi, si fanno qui risalire al periodo Neolitico corrispondente alla comparsa delle prime comunità umane capaci di incidere sulla foresta vergine o primigenia di allora. Il manto forestale a quei tempi doveva essere continuo e folto dalla costa marina, alla pianura bassa e alta, alle colline pedemontane, alle vallate montane e su fino al margine superiore della vegetazione arborea a contatto con le praterie alpine e le rocce. Non sono noti studi o ricerche su eventi di disturbo forestale da allora fino al secolo scorso, se non quelli d’impulso antropico.

L’uomo dotato di mezzi rudimentali, asce di pietra e fuoco, poteva ben poco nei confronti di una natura dominante. Tale situazione restò immutata all’incirca fino alla fondazione di Aquileia (181 a.C.); il geografo greco Strabone un secolo prima citava la Selva Lupanica, compresa tra il Livenza e l’Isonzo, come un covo di lupi, e la magnifica Selva Diomedea a oriente, ancora intonse, a differenza della Selva Fetontea, collocabile nell’odierno Veneto, già vastamente disgregata dall’intensa colonizzazione operata dagli Euganei e Paleoveneti prima e dai Romani poi. I primi vasti disboscamenti planiziali, dai quali la foresta primeva non si sarebbe mai più ripresa, furono operati dalla colonizzazione romana con l’antico (e moderno se riferito alle odierne foreste pluviali) metodo del debbio: diboscamento effettuato con l’incendio a fini di coltivazione delle terre con tecniche agronomiche. Disturbi essenzialmente antropici quindi, ma servendosi di un potente mezzo naturale: il fuoco.

Con la caduta dell’Impero romano e le invasioni barbariche, concomitanti a un periodo climatico più caldo e umido, la foresta planiziale recuperò terreno, specialmente nella bassa pianura friulana situata a sud della linea delle risorgive, fino intorno all’anno 1000. Da allora, precisamente dalla conclusione dell’età patriarcale (1420) alla fine del ‘700 (caduta della Repubblica veneta) e fino a metà ‘800 la superficie forestale regionale fu ridotta ai minimi termini in pianura, completamente distrutta sul Carso, fortemente erosa sulle colline orientali e molto depauperata anche in montagna. La causa fu ancora antropica, legata all’incremento demografico e all’espansione della popolazione dalla pianura verso le colline e la montagna, laddove gli armenti ma soprattutto le greggi (pecore e capre), fonte principale dell’economia di sussistenza del tempo, necessitavano di prati e pascoli ricavati dalla riduzione e marginalizzazione del bosco, ancora una volta con l’applicazione del debbio. Solo le compagini forestali più pregiate (querceti, abetine e faggete) tutelate a forza dal Consiglio dei X di Venezia e quelle collocate in zone impervie si salvarono dal pascolamento secolare e vago, per essere poi selvaggiamente depredate a partire dalla caduta della Repubblica attraverso tutto il XIX secolo e protraendosi fino ai primi due decenni del secolo scorso.

Fu l’Impero austro-ungarico a cavallo tra 1800 e 1900 a dare una svolta decisiva alla gestione forestale, oltre a porre limiti nell’uso della risorsa legno a tutela del bosco e dei suoli, i forestali austriaci furono gli antesignani del sistematico recupero di terreni degradati in favore del bosco, dando l’avvio a un’imponente opera di rimboschimento delle desolate lande con il pino nero che ancora oggi caratterizza il paesaggio carsico.

Interventi di questo tenore furono promulgati anche dallo Stato italiano, dapprima apponendo il “vincolo forestale” a partire dalla legge n. 3117 del 1877 e dando l’avvio a primi sporadici provvedimenti di imboschimento e rinsaldamento dei terreni montani a fini idrogeologici. 

Fu dal secondo dopoguerra che lo Stato italiano stanziò considerevoli risorse nei cantieri di lavoro della Legge Fanfani (n. 264 del 1949) finalizzata al “lavoro e la previdenza sociale, … in zone dove la disoccupazione sia particolarmente accentuata, l’apertura di cantieri-scuola per disoccupati, per l’attività forestale e vivaistica, di rimboschimento, di sistemazione montana e di costruzione di opere pubbliche”; il territorio sottoposto a vincolo idrogeologico (rafforzato e strutturato nel 1923 con il regio decreto n. 3267) fu investito da rimboschimenti che si espansero su 30.000 ha di superficie all’anno per quasi 20 anni, consolidando terreni dissestati ma anche convertendo prati e pascoli di origine secondaria abbandonati dai montanari in cerca di occupazione nel settore industriale divenuto particolarmente attrattivo in quello stesso periodo. Le specie impiegate, oltre alle conifere autoctone (peccio e pino silvestre), furono anche di provenienza esotica (douglasia, pini americani, falso cipresso, larice giapponese, pino uncinato e pino cembro) che, pur contribuendo al rinsaldamento dei versanti costituirono, e costituiscono, popolamenti di dubbia stabilità ecologica e incapaci (per fortuna) di rinnovarsi.

Altri provvedimenti legislativi italiani (Primo e Secondo Piano Verde, Legge Quadrifoglio), rimpiazzati a partire dagli anni ’80 dai fondi strutturali europei orientati però alla pianura, seguirono nei decenni successivi ma senza raggiungere i traguardi precedenti, anche per l’incipiente riconquista forestale spontanea dei terreni di collina e di montagna non più coltivati.

Laghetti Timau- La Val Grande dalla strada per Passo di Monte Croce Carnico in Comune di Paluzza ripresa due anni dopo la tempesta Vaia: in primo piano si nota la colonizzazione da parte del nocciolo che emerge dalla compatta copertura erbacea di una superficie liberata dagli alberi abbattuti; sullo sfondo a sinistra si notano ulteriori aree trattate circondate da peccete che non accusano i temuti attacchi di bostrico tipografo nonostante in zona permangano ancora pecci schiantati. (Foto e didascalia da Mario Di Gallo).

Il presente – Vaia e dopo Vaia.

Boschi e foreste, intesi come beni comuni elargitori di servizi a tutta la collettività, sono oggetto da più di un secolo di attenzione politica e amministrativa. Oggi, rispetto a un passato anteriore ai periodi bellici, i beni forestali sono sottoposti a un’attenta e precisa pianificazione, obbligatoria per i proprietari pubblici (principalmente comuni dell’area montana), facoltativa ma incentivata con finanziamenti pubblici per i proprietari privati, comunque orientata alla gestione forestale secondo i riconosciuti canoni di sostenibilità ecologica e economica.

Allo stato attuale la superficie forestale regionale si attesta sui 357.224 ha (Inventario Nazionale delle Foreste e serbatoi di Carbonio, 2005), pari al 42% dell’intera superficie regionale e il 93% della superficie montana, marcando un incremento di poco più del 100% rispetto alla superficie censita intorno agli anni ’60 del secolo scorso. Per confronto nel bellunese la superficie forestale è cresciuta del 77% tra il 1936 e il 2016, le provincie di Trento e Bolzano invece si attestano intorno a una crescita del 1% annuo dal 1973 per la prima e di 0,9% dal 1991 per la seconda. Incremento forestale che ha interessato in misure diverse anche il territorio italiano (4,7% dal 2012 al 2017) e quello europeo, favorito dall’abbandono delle terre marginali piuttosto che dagli interventi di ri/imboschimento artificiali.

Considerato l’alto valore ecologico e sociale di tali ecosistemi, la cui percezione da parte della pubblica opinione emerge purtroppo solo nell’immediatezza delle catastrofi, ha permesso la registrazione storica e la quantificazione degli eventi distruttivi, o comunque di particolare disturbo non antropico già classificati in premessa.

Il primo ventennio del secolo in corso è stato particolarmente funesto per una serie di disturbi forestali, anche tra loro correlati, alla cui propulsione pare non essere estraneo il riscaldamento globale i cui effetti accertati sono decisamente significativi per l’arco alpino, che hanno cambiato, e stanno cambiando, profondamente la trama paesaggistica di aree molto vaste. Il più macroscopico e recente è stato il ciclone e la conseguente tempesta di vento, denominati “Vaia”, scatenatasi a fine ottobre 2018.  I dati riferiti alle sole foreste sono noti: dalla Val d’Aosta al Friuli Venezia Giulia sono stati toccati 494 comuni per una superficie di 42.525 ettari (pari a 61 mila campi da calcio) corrispondente al 3% della superficie boscata di tutti i comuni interessati; il legname a terra è stato stimato per difetto in 8,5 milioni di m3, corrispondente a sette volte il quantitativo di tronchi da sega prodotti annualmente in Italia e ricavabile dai 18 milioni di alberi abbattuti.

A due anni di distanza dall’evento le amministrazioni pubbliche, regioni e province autonome, hanno reagito in vario modo. Per tutte la priorità è stata la raccolta e l’estrazione del legname commercializzabile dai boschi colpiti dalla tempesta nei tempi stretti imposti dall’incipiente deperimento, tenendo conto che l’obiettivo imposto dall’igiene forestale sarebbe stato quello di utilizzare almeno il 70-80% della massa atterrata. Le percentuali di materiale esboscato sul totale degli alberi rovinati è stato il seguente: Friuli 52%, Veneto 25%, Trento 75% e Bolzano 80%. Trento e Bolzano hanno raggiunto e superato la fatidica soglia del 70% di legname esboscato, il Friuli la raggiungerà entro la fine del 2020 mentre il Veneto non la raggiungerà entro i termini imposti dal deperimento del legno atterrato. In secondo luogo si è pensato a come ricostituire le compagini forestali alterate: in Friuli sono previsti 400 ettari da rimboschire (poco più di 1/10 della superficie forestale distrutta), mentre a Trento si punta a 2.500 ha collocati nelle fasce vegetazionali più alte (il 13% della superficie forestale atterrata), il resto delle superfici sarà lasciato alla libera evoluzione (dati presentati nel convegno di Longarone Fiere in data 12/9/2020). Quelle dei rimboschimenti al momento sono previsioni puramente teoriche, dato che l’amministrazione della Regione Friuli Venezia Giulia nel decennio scorso ha provveduto a smantellare i propri vivai forestali dedicati alle specie arboree alpine, come pure ha fatto il Veneto. Solo la Provincia Autonoma di Trento si è dotata di un piano d’azione ben articolato sulla suddivisione dei compiti tra strutture operative e con una visione lungimirante per il reperimento del postime da mettere a dimora e anche nei confronti dei probabili effetti collaterali agli schianti come gli attacchi parassitari secondari, bostrico a carico dell’abete rosso in primis.

Il futuro delle vaste zone forestali “rinnovate” dalla tempesta è d’incerta interpretazione sia per il lungo periodo necessario a ottenere le compagini originarie, almeno in termini di copertura arborea adulta se non in termini di specie, sia per gli scenari climatici prospettati nel lungo periodo capaci di condizionare profondamente la dinamica vegetazionale di cui si dirà più avanti.

Un’altra preoccupante fonte di disturbo forestale sono gli incendi che, oltre a distruggere e danneggiare il soprassuolo arboreo, arbustivo e erbaceo, in molti casi compromettono anche la delicata strutturazione dei suoli forestali. L’incenerimento della lettiera e degli strati umiferi favorisce l’erosione superficiale del suolo che, a sua volta, contribuisce ulteriormente a compromettere e rallentare la ricostituzione del profilo edafico; ricostituzione che dovrà ripartire dagli strati minerali denudati e colonizzabili dalle sole piante pioniere.

Durante il ventennio appena trascorso nella regione alpina sono aumentati i grandi incendi forestali, favoriti da un’esasperazione climatica inaudita: estati siccitose accompagnate da temporali brevi ma densi di fulmini e forte ventosità (anni 2003, 2006 e 2013 particolarmente memorabili per il Friuli Venezia Giulia). L’asperità dei luoghi colpiti non permette tempestive e veloci azioni di spegnimento dei focolai, spesso raggiungibili solo con mezzi aerei, così il contenimento del fuoco deve limitarsi alla salvaguardia di abitati e infrastrutture, fino all’arrivo della pioggia. Si sono persi in questo modo migliaia di ettari di superficie di boschi per lo più di protezione.

Le Alpi, almeno fino al secolo scorso, sembravano esenti per caratteristiche vegetazionali e condizioni climatiche, da incendi vasti. Oggi, anche a causa del crescente aumento delle temperature, non è più così: sono esempi recenti il grande incendio delle montagne piemontesi (Val Susa) che in 15 giorni di fuoco continuo nell’ottobre 2017 ha distrutto 4.000 ha di bosco e l’incendio delle Pale di San Lucano, avvenuto tra il 24 e 27 ottobre 2018 e spento, per ironia della sorte, dall’evento meteorologico che ha scatenato la tempesta Vaia. Le montagne del Friuli nell’infuocata estate 2013, per citare solo l’esempio più recente, hanno visto incenerire un intero versante esalpico delle Alpi Giulie da 550 m a 1950 m di quota per una superficie di mille ettari, i quarantaquattro giorni di fuoco sono stati fermati dall’evento piovoso iniziato il 19 e terminato il 28 agosto.

Tra i disturbi naturali di grande portata se ne riporta infine uno di tipo biotico: il bostrico tipografo dell’abete rosso o peccio. Il Bostrico (Ips tipographus) è un insetto scolitide che, da endemico frequentatore delle foreste alpine, è balzato in questo primo scorcio di millennio agli onori delle cronache sotto le spoglie di accanito distruttore di peccete. Le pullulazioni dell’insetto successive ai tre anni siccitosi prima citati (2003, 2006 e 2013) inducono a considerare, anche in questo caso, la non estraneità del riscaldamento globale, al quale gli ecosistemi alpini, foreste in primis, sono fortemente reattivi. Le conseguenze sul paesaggio alpino si manifestano con macchie rossastre a carico del tessuto boschivo che si allargano a vista d’occhio nell’arco dei tre mesi estivi: sono pecci di notevoli dimensioni maturi o prossimi alla maturità che sono portati a morte dalle numerosissime larve dell’insetto divoratore del delicato tessuto sotto corticale. Il bostrico, tuttavia, non fa altro che rispondere a un intenso segnale chimico di malessere emesso dai pecci colpiti dallo stress idrico subentrante nei mesi tardo primaverili e inizio estivi particolarmente siccitosi; le radici superficiali di questi alberi infatti hanno una scarsa possibilità di accedere agli strati profondi e umidi del suolo. I dati rilevati a partire dal 1994 per la Regione Friuli Venezia Giulia indicano una perdita di abeti rossi intorno a poche migliaia di metri cubi all’anno (meno di mille tra il 1994 e il 2003), per balzare a 7.000 nel 2004, 13.000 nel 2011 e raggiungere un picco di ben 23.000 nel 2016.

La grande massa di alberi atterrati dalla tempesta del 2018, ha subito fatto presagire un incremento del fenomeno parassitario a carico delle intonse peccete limitrofe agli schianti. I dati delle regioni e provincie autonome presentati a Longarone Fiere nel corso del convegno del 12/9/2020 hanno invece indicato forti attacchi estivi, superiori a quelli registrati nel corso del 2019, anche su soprassuoli forestali molto distanti dalle aree devastate dal vento. Segnale evidente dello stato di generale sofferenza del peccio, specie forestale a lungo favorita dagli impianti intensivi e dalle susseguenti pratiche selvicolturali anche nelle fasce altitudinali inidonee al temperamento della specie. Tant’è che la scomparsa dell’abete rosso nell’arco di qualche decennio da gran parte degli orizzonti montani e sub montani delle Alpi italiane è più che una semplice ipotesi speculativa.

Le falde meridionali del Monte Dimon, in Carnia nel comune di Treppo Ligosullo, interessate da pecci arrossati da attacchi bostrico tipografo come si mostrano a fine stagione vegetativa 2020. L’area non è stata investita da vasti schianti da vento ma nel corso del decennio precedente è stata sottoposta intense utilizzazioni forestali. (Foto e didascalia da Mario Di Gallo).

Dal presente al futuro.

L’attenzione delle pubbliche amministrazioni (regioni e provincie autonome) verso le contingenze sopra elencate, destinate pare a diventare stati di necessità nei prossimi decenni, sono state affrontate in maniera varia e sicuramente non coordinata, purtroppo. Per converso la politica forestale “ordinaria” del recente passato ha fatto passi decisamente orientati verso un approccio economicistico con il consenso degli enti territoriali dell’arco alpino e sotto la spinta di altri attori della società produttiva, i cui risvolti sulle foreste del futuro al momento sono solo lontanamente ipotizzabili e suscettibili di diverse interpretazioni soggettive.

Vediamone i passaggi salienti. Dalla tutela del bosco, seppure finalizzata alla salvaguardia dei terreni montani mediante l’imposizione del vincolo idrogeologico (quest’ultimo ancora vigente), all’inizio con legge n. 3917 del 1877 consolidata con il regio decreto n. 3267 del 1923, si è passati al decreto legislativo n. 227 del 2001 “Orientamento e modernizzazione del settore forestale”. Titolo che lascia intendere i principi dell’impianto legislativo, tesi a valorizzare “… la selvicoltura quale elemento fondamentale per lo sviluppo socio-economico e per la salvaguardia ambientale del territorio della Repubblica italiana, nonché alla conservazione, all’incremento ed alla razionale gestione del patrimonio forestale nazionale, nel rispetto degli impegni assunti a livello internazionale e comunitario dall’Italia in materia di biodiversità e sviluppo sostenibile …”.

La profonda svolta della politica forestale è avvenuta nel 2018, allorquando è stato emanato il decreto legislativo n. 34 “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali”, nuovo impianto normativo che insiste sul “promuovere la gestione attiva e razionale del patrimonio forestale” e sul “promuovere e tutelare l’economia forestale”.

Dalla tutela del bosco si è quindi passati alla valorizzazione di un processo, la selvicoltura, alla più recente normativa inerente sì le foreste, ma anche (o soprattutto?) le filiere forestali.  In pratica l’obiettivo iniziale di tutela di foreste e boschi, beni comuni il cui valore è stato riconosciuto e consolidato dalla legislazione italiana per quasi un secolo e mezzo, è stato spostato in direzione della tutela di un’economia riservata a una parte soltanto della società. Scostamenti valoriali di questo tenore sospingono beni finiti, quali sono boschi e foreste insieme ai servizi d’interesse collettivo da essi erogati, verso logiche di mercato le cui regole, ormai dovremmo esserne consci, vanno in senso ostinato e contrario alle leggi della fisica cui sottostanno anche gli ecosistemi che compongono la biosfera.

È vero che in quest’ultimo secolo la gestione forestale italiana, mediante l’assestamento del territorio boschivo e le tecniche selvicolturali, basi su cui si regge la pianificazione forestale, è stata improntata all’aumento del capitale legnoso. Aumento perseguito con il rimboschimento delle superfici abbandonate ma, soprattutto, attraverso il risparmio ottenuto dai prelievi di legname sulla crescita volumetrica, definita anche incremento corrente, di una data superficie boschiva. Anno dopo anno, il bosco è cresciuto non solo in termini di superficie e numero di alberi ma anche nei parametri volumetrici e nella diversità strutturale. Fuori dalla pragmatica possiamo dire che le peccete della Val Visdende, le abetine del Val d’Incarojo, le faggete del Cansiglio, solo per fare alcuni esempi di boschi soggetti a prelievi ben pianificati, sono composte da maestosi alberi colonnari giunti a maturità grazie a una politica forestale lungimirante e attenta a contemperare tanto gli equilibri ecologici quanto le necessità sociali e economiche delle popolazioni di montagna.

Recentemente, come sopra preannunciato, le politiche territoriali si stanno sbilanciando verso le richieste economiche “… che devono portare ad un accettabile sfruttamento della risorsa legnosa presente nei nostri boschi, comunque nell’ambito dei principi di sostenibilità ambientale riconosciuti dagli ormai noti protocolli internazionali (PEFC, FSC) …”, come evidenziato dall’”Accordo interregionale per l’incremento del prelievo legnoso in ambito boschivo e sulla filiera legno” siglato in data 26 febbraio 2016 tra tutte le amministrazioni regionali e provinciali autonome dell’arco alpino, dall’Emilia Romagna e dall’Umbria, oltre a altri enti pubblici UNCEM, ANCI, ANARF, a un marchio di certificazione PEFC e a altre 17 sigle afferenti a ordini professionali, rappresentanze sindacali e imprenditoriali, comunque direttamente interessate allo sfruttamento della materia prima legno e alla sua trasformazione nella successiva filiera. (Vedasi: http://www.regione.piemonte.it/foreste/images/files/news/accordointerregionale26022016.pdf.).

Gli impegni prioritari dell’accordo, avviato nell’ambito del tavolo nazionale della filiera del legno presso il quale si è sviluppata anche la proposta di modifica al D.Lgs. 227 del 2001 che ha portato alla promulgazione del D.Lgs. 34 del 2018, sono di seguito elencati in quanto permettono di delineare le sorti delle future formazioni forestali produttive e non solo: semplificazione della normativa forestale locale in adeguamento alla legislazione vigente, dotazione del piano forestale regionale, incremento del prelievo annuo legnoso economicamente sostenibile, avvio alla gestione delle foreste abbandonate, incremento e adeguamento della viabilità camionabile nei boschi produttivi, promozione della gestione dei boschi attraverso imprese private della filiera foresta-legno, campagna coordinata d’informazione e promozione della filiera, favorire l’aggregazione delle proprietà forestali.

Il futuro.

Gli atti normativi, seppure testé sommariamente annunciati, si collocano in un contesto di utilizzazioni forestali che già da almeno un ventennio stanno incidendo sul tessuto e sulla struttura forestale in maniera importante. Percorrendo la viabilità forestale dei bassi e medi versanti montani infatti è facilmente osservabile l’intensità del prelievo arboreo in una fascia di circa 100 m circostante all’asse stradale, laddove per comodità si concentrano le utilizzazioni, rispetto alle compagini più lontane e allignanti su terreni più acclivi la cui densità dei fusti è assai elevata a costituire una canopia che occlude totalmente la vista del cielo. La recente normativa, improntata a un’ulteriore intensificazione dei prelievi, all’apertura di nuova viabilità forestale adatta al passaggio di autocarri e autotreni, all’incentivazione della modernizzazione del parco macchine in dotazione alle imprese di utilizzazione forestale (harvester e forwarder in particolare), alla delega della gestione forestale di proprietà pubblica all’imprenditoria privata non farà altro che accentuare il processo di ringiovanimento dei boschi e aumentare la perdita del prezioso suolo forestale in favore di un’infrastrutturazione non sempre adeguata alle reali necessità gestionali.

D’altro canto, l’enunciazione di buoni principi tra i quali “la salvaguardia ambientale, la lotta e l’adattamento al cambiamento climatico”, sono demandati alla pianificazione, alle attività di gestione e all’infrastrutturazione, eventualmente declinati negli atti regolamentari, amministrativi e finanziari tuttalpiù con il contenimento delle emissioni di gas serra. Mancano ad esempio riferimenti al risparmio del legno mediante riuso e riciclo dello stesso, alla conservazione di boschi e foreste vetuste, alla pianificazione e gestione attiva delle emergenze e post emergenza dei grandi disturbi forestali, come è emerso nel recente caso della tempesta Vaia.

Eppure il futuro delle foreste alpine è denso di incertezze i cui segni premonitori sono stati appena accennati nei paragrafi precedenti. Restano pochi dubbi ormai sul fatto che gli agenti di disturbo, biotici e abiotici, siano sospinti dalla tendenza in aumento del riscaldamento globale dell’atmosfera.

Un importante e recente studio è stato effettuato da ARPA della Regione Friuli Venezia Giulia, intitolato ”Studio conoscitivo dei cambiamenti climatici e di alcuni loro impatti in Friuli Venezia Giulia” da cui emerge che, in costanza di substrato, suolo e attività antropiche sarà proprio la mutazione del clima a incidere profondamente sulle sorti dei futuri boschi.

È noto come l’aumento della temperatura atmosferica sia direttamente legato all’effetto serra, a sua volta acuito dal rilascio in atmosfera di CO2 e di altri gas clima alteranti. Sorvolando sulla complessità delle cause che generano questi gas conviene concentrarci sulle proiezioni climatiche, elaborate mediante modelli globali (Global Climatic Models) dall’IPCC (Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici) fino a prospettare quattro scenari possibili detti RCP (Representative Concentration Pathways), fino all’anno 2100. In questa sede andremo a considerare due dei quattro scenari disponibili: RCP2.6 prevede una mitigazione “aggressiva” del fenomeno inquinante puntando al dimezzamento delle emissioni di CO2 entro il 2050, così facendo non si dovrebbe superare l’aumento della temperatura di 2 °C rispetto a quella preindustriale (1 °C rispetto all’attualità); RCP8.5 è lo scenario peggiore raggiungibile con le emissioni che continueranno a crescere ai ritmi attuali fino a produrre un aumento di temperatura globale stimato tra 3,5 e 5,5 °C entro fine secolo.

Nello studio di ARPA questi scenari di temperature crescenti sono stati applicati alle fasce fitoclimatiche di Pavari, le quali postulano che una determinata associazione vegetale è tipica di un’area geografica omogenea per altitudine o latitudine la quale, a sua volta, è soggetta a un definito regime termico e pluviometrico.

Monte Cimone. Versante in destra orografica esposto a sud della Val Raccolana nelle Alpi Giulie, in Comune di Chiusaforte, devastato dal grande incendio del 2013; il fuoco si è propagato prevalentemente nella pineta di pino nero d’Austria, ma ha raggiunto i 1950 m di quota interessando anche peccete, mughete e lariceti. (Foto e didascalia da Mario Di Gallo).

Il Friuli Venezia Giulia, secondo le fasce di Pavari e nell’intervallo di tempo compreso tra il 1961 e il 2010, è interessata dal lauretum (querce sempreverdi, pini mediterranei, specie della macchia mediterranea, optimum per la coltivazione dell’olivo) dalla costa marina fino al gradone carsico a est e alla linea delle risorgive, ammonta a 8,9% della superficie regionale; il castanetum (castagno, querce caducifoglie, carpini, acero campestre, orniello, optimum per la vite), sottozone media e fredda entrambe senza siccità, è una fascia molto vasta, 51% della superficie, che occupa l’alta pianura friulana, le colline orientali, la linea pedemontana e si spinge nei fondovalle alpini e prealpini fino a una quota di circa 600 m; il fagetum (faggio, frassino maggiore, aceri, abete bianco, pino nero), sottozone calda e fredda, investe i versanti vallivi di Alpi e Prealpi fino a una quota di circa 900 m, vale il 22,7% della superfice regionale; il picetum (peccio, larice, pino silvestre) rappresenta il culmine della vegetazione arborea, occupa il 13% della superficie; l’alpinetum (pino mugo, ontano verde, arbusti nani della tundra) è relegato a pochi lembi delle Alpi interne investendo il  3,4% della superfice regionale.

Cosa succederà a queste fasce fitoclimatiche all’aumentare della temperatura media globale? Si sposteranno (anche i vegetali hanno la facoltà di migrare) generalmente verso nord e verso l’alto a seconda degli scenari climatici prospettati.

Nelle condizioni migliori, nel caso cioè in cui l’umanità diventasse improvvisamente virtuosa o almeno perseguisse gli accordi COP21 di Parigi del 2015, puntando al RCP2.6, le fasce fitoclimatiche a fine secolo saranno riscritte in questo modo: il lauretum, medio e freddo soprattutto, avanzerà dalla costa fino ai piedi delle prealpi Carniche e Giulie occupando il 50% della superficie regionale, facilitando, in ipotesi, l’espandersi della coltivazione dell’olivo; il castanetum sarà spinto verso le basse falde delle vallate prealpine e alpine con il 15,4% della superficie; il fagetum caldo e freddo subirà un ritiro verso l’alto ma con una leggera espansione superficiale (23,3%) a discapito del picetum che, non potendo espandersi verso l’alto a causa di fattori ecologici limitanti lo sviluppo arboreo, subirà un deciso ritiro fino al 9,6%; così come l’alpinetum che costituirà un relitto vegetazionale solo sul 1,7% della superficie regionale.

Molto diversa sarà la situazione forestale qualora le emissioni di gas serra continuassero al ritmo odierno, configurabili con lo scenario RCP8.5, il quale prevede l’incremento della temperatura di altri 4 °C entro l’anno 2100. In questo caso avremmo l’ingresso del lauretum caldo con siccità e l. medio con siccità (macchia mediterranea attualmente presente sulle isole e sulle coste dell’Italia meridionale) che dalla costa si spingerebbe oltre la linea che collega Pordenone a Gorizia occupando il 72,3% della superficie regionale, con l’aggravante di portare con sé il rischio di un’incipiente desertificazione; il castanetum vedrebbe una forte regressione (11,5%) ammettendo la possibilità di coltivare la vite in tutti i fondovalle alpini fino a oltre 800 m di quota; il fagetum si sposterebbe a occupare la fascia oggi tenuta dal picetum con notevole regressione superficiale (14,6%); mentre il picetum sostituirebbe l’alpinetum in qualità di compagine vegetazionale relitta (1,6%).

L’ultimo scenario così come descritto potrebbe apparire in astratto del tutto accettabile, se non fosse per il fatto che dovremmo collocarlo in un contesto climatico, geografico, sociale e economico molto più ampio che travalica di gran lunga anche i confini della penisola italiana. Se, infatti, è ipotizzabile l’inizio della desertificazione per la pianura friulana, dovremmo chiederci cosà sarà successo nel frattempo al resto del territorio fisico collocato più a meridione, senza considerare gli effetti economici (si pensi ad esempio solo alla regressione agricola), sociali e le spinte migratorie provenienti non più solo dal sud del mondo. Sicuramente è facile immaginare ciò che subiranno anche i futuri boschi di montagna semplicemente guardando ai devastanti incendi che da decenni spingono verso la regressione vegetazionale e edafica, in pratica verso la desertificazione, le terre del sud Italia.

C’è una specie forestale emblematica che può aiutare a comprendere i cambiamenti ecologici in corso e i prospettati sviluppi futuri: l’abete rosso o peccio. Specie ecologicamente importantissima per il vasto areale eurasiatico che occupa e per la capacità di formare popolamenti in purezza o in mescolanza con altre specie; economicamente è la fonte principale dell’industria del legno europea per quantità disponibile e per qualità tecnologica. È stata ampiamente diffusa mediante rimboschimenti sulle Alpi ma soprattutto nelle zone collinari e di pianura del centro e nord Europa, è sempre stata favorita dalle pratiche colturali. Da qualche decennio tuttavia la specie è in deciso declino: subisce gli attacchi di un insetto sempre più aggressivo, il bostrico tipografo, e resiste meno di altre specie alle sfuriate del vento. Esistono studi, per ora localizzati ma significativi, indicanti una riduzione della crescita volumetrica all’aumentare dei colpi di calore e della siccità primaverile-estiva; situazioni che sottopongono a stress idrico il peccio causandone un generale indebolimento comprensivo del drastico calo delle difese immunitarie. Il fenomeno pare particolarmente accentuato nei confronti delle peccete pure allignanti sulle basse fasce montane e sulle esposizioni meridionali, zone che sono anche soggette a rischio d’incendio estivo.

Al contrario l’abete bianco, dotato di un apparato radicale fittonante capace di ancorarsi meglio al terreno e di esplorare le riserve idriche più in profondità, sfrutta meglio queste mutate condizioni, reagendo positivamente dall’aumento di anidride carbonica, tanto da incrementare l’accrescimento insieme al resto delle altre capacità vitali. È prevedibile dunque che l’abete rosso sarà soppiantato gradualmente dall’abete bianco e dal faggio, almeno sulle falde montane ricoperte dai suoli mesici, strutturati in modo da trattenere l’acqua necessaria al sostentamento delle specie arboree.

Paesaggio carnico. (Foto di Laura Matelda Puppini). 

Conclusioni.

Conviene prendere in seria considerazione le sorti prospettate per le foreste alpine, la cui importanza è fuori di qualsiasi dubbio e il cui degrado da qui a fine secolo potrebbe divenire una questione esiziale per la stessa sopravvivenza umana, relegando il paesaggio, almeno per come lo consideriamo oggi, a mero sofisma. A tal fine è utile evidenziare quali sono le azioni necessariamente e immediatamente attuabili, tenuto conto anche delle più recenti indicazioni dell’organizzazione Forest Europe 2020 in merito alla gestione sostenibile delle foreste finalizzata all’adattamento ai cambiamenti climatici.

In primo luogo è imperativa la riduzione dei gas serra di origine antropica immessi in atmosfera, responsabili di un innaturale innalzamento delle temperature globali con variazioni già ben documentate e prevedibili sugli agenti climatici, le correlate conseguenze su tutti gli ecosistemi polari, terrestri e marini e particolarmente nefaste sull’uomo e sui suoi insediamenti. L’IPCC nello Special report on Global Warming 1,5 °C scrive che occorre tagliare i combustibili fossili del 50% entro quindici anni e eliminarli entro trenta, per non superare la fatidica soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale entro fine secolo.

Concentrandoci sulla gestione forestale le misure da adottare sono:

  • Impianti e rimboschimenti generalizzati e diffusi di specie forestali: le indicazioni europee parlano di decine milioni di alberi da piantare, ma non in territorio montano alpino visto che è già saturo di boschi di neo formazione, attraverso quella che chiamano migrazione assistita (in pratica: trasferimento del postime dai vivai ai terreni liberi) e la diversificazione genetica. L’IPCC indica addirittura la necessità di piantare fino a 10 milioni di chilometri quadrati di foreste (pari alla superficie del Canada). Ma dove sia possibile reperire tanto materiale vivaistico i breve tempo non si sa;
  • Governi e istituzioni devono rivedere la politica forestale in funzione dei cambiamenti climatici mediante ricerche, monitoraggi e piani a lungo termine adattabili nel tempo;
  • Le pratiche di gestione forestale sostenibile devono adattarsi ai cambiamenti climatici sia per le foreste gestite sia per quelle abbandonate, favorendo la diversità strutturale oltre a quella specifica;
  • Aumentare il valore aggiunto dei prodotti della selvicoltura per unità di superficie, rendendo più efficiente la filiera foresta-legno, anziché aumentare i prelievi in bosco e svendere la materia prima in un mercato senza scrupoli e disinteressato alle ricadute economiche e sociali locali. Il trentino per esempio è in grado di realizzare un valore aggiunto ai prodotti legnosi di 2.200 euro per chilometro quadrato rispetto al Friuli Venezia Giulia che realizza solo 321 euro a parità di superficie.
  • Puntare alla riduzione del consumo di legno attraverso il riuso e il riciclo e trasformando in biomassa combustibile solo i prodotti non recuperabili (scarti di lavorazione) e a fine ciclo, in altre parole occorre far entrare anche il legno e i suoi prodotti nella logica dell’economia circolare uscendo dal perverso sistema del consumare per produrre;
  • Aspettandoci altri grandi disturbi forestali la prevenzione dovrebbe basarsi su evidenze scientifiche e pratiche, mirata sia a ridurre e mitigare i rischi diretti (vento, incendi) sia quelli secondari (pullulazioni di insetti);
  • Predisporre piani di azione per intervenire precocemente su emergenze dilaganti (incendi e pullulazioni di insetti) a fini di contenimento e in maniera efficace su eventi vasti e improvvisi (schianti da vento e da neve) in maniera da massimizzare i benefici sociali e economici ricavabili in favore delle popolazioni locali, possibilmente con un coordinamento interregionale per la raccolta del legname in sicurezza e la sua commercializzazione equa attraverso una seria banca del legno;
  • Diffusione e condivisione delle conoscenze acquisite, utili a chi subisce eventi catastrofici inediti.

Ruotando infine lo sguardo dal passato al presente possiamo ben concludere che il “finalmente l’accademie” di Gianbattista Vico non sia stato del tutto raggiunto per quanto attiene boschi e foreste; nonostante i moderni processi gestionali siano basati su conoscenze biologiche e ecologiche i sistemi forestali, a tutt’oggi, sono forieri di scoperte sconcertanti attinenti la vita vegetale. Conviene quindi volgerci al futuro con grande attenzione affinché l’accademia non venga sopraffatta dal liberismo capitalistico, proiettato verso un’insostenibile quanto improbabile crescita infinita a discapito di risorse naturali che sono invece limitate. Il rischio attuale infatti è che, ancora una volta, anche i boschi e le foreste, risorse naturali non ancora completamente conosciute e dalle quali tutti noi dipendiamo, siano spinte oltre la soglia dei bisogni verso le regole del libero mercato, interessato più che altro a soddisfare e a incentivare consumi dal prezzo ambientale altissimo: il nocivo travisamento della foresta-oggetto e del legno-merce non pondera la distruzione o il depauperamento dell’ambiente forestale. Attenzione dunque, al declino delle foreste è sempre seguito il declino delle civiltà, ammonisce Robert Pogue Harrison nel suo bel trattato “Foreste, l’ombra della civiltà”, del 1992. È dunque il momento di riconsiderare i valori fondanti della società civile, soprattutto pensando a ciò che noi oggi lasceremo in eredità alle generazioni future in termini di natura e di qualità della vita.

Allora è necessario risalire la scala vichiana fino alle selve, almeno in termini intellettuali, per ridurre la profonda spaccatura che nel mondo occidentale si è interposta tra il nostro essere (noi umani) e la foresta, ascoltando le parole di chi, meglio di altri, sa scrutare l’animo umano e risvegliarne la coscienza:

“In questa maniera gli alberi parlano al cielo/ l’ombra degli alberi cresce lungo le iridi/ verde più cielo/in questo modo di stare, precipitati.” (Da: Appunto, di Pierluigi Cappello).

Mario Di Gallo. Provenienza Mario Di Gaollo, con permesso di pubblicazione. Testo predisposto per e prima pubblicazione: Summer school 2020.

 

Bibliografia e siti web.

AA.VV., FOREST EUROPE 2020. Adaptation to Climate Change in Sustainable Forest Management in Europe, Liaison Unit Bratislava, Zvolen, 2020. https://foresteurope.org/new-publication-adaptation-climate-change-sustainable-forest-management-europe/

AA.VV., Foreste, Uomo, Economia nel Friuli Venezia Giulia, Museo Friulano di Storia Naturale, Udine, 1986.

AA.VV., Studio conoscitivo dei cambiamenti climatici e di alcuni loro impatti in Friuli Venezia Giulia, ARPA FVG, Palmanova (UD), 2018. https://www.osmer.fvg.it/pubblicazioni.php?ln=.

Cason D., Nardelli M., Il monito della ninfea – Vaia, la montagna, il limite, Lineagrafica Bertelli editori, Trento, 2020.

Harrison P. R., Forests, the shadow of civilization, University of Chicago Press, Chicago, 1992.

MEA (Millennium Ecosystem Assessment), Millennium Ecosystem Assessment, Ecosystems and Human Well-being: A Framework for Assessment, Island Press, Washington DC, 2005.

PAT, Piano d’azione per la gestione degli interventi di esbosco e ricostituzione dei boschi danneggiati dagli eventi eccezionali nei giorni dal 27 al 30 ottobre 2018, Servizio foreste e fauna, Trento, 2019. https://forestefauna.provincia.tn.it/content/download/14463/247082/file/Piano%20degli%20interventi%20calamit%C3%A0%202018%20mt_02.pdf

Wolleben P., La vita segreta degli alberi, Macro Edizioni, Cesena, 2016.

______________________________

Sul bosco ho scritto più di un articolo che vi invito a leggere.

“L’uomo che piantava gli alberi”. Alcune riflessioni personali dopo avere visto il film.

Laura M Puppini. Riflessioni su boschi, tagli, norme, confini, in Fvg.

Roberto Del Favero. In merito a: L.M. Puppini “Riflessioni su boschi, tagli, norme, confini, in Fvg”.

Bosco tra “asset strategico” e tutela di territorio e paesaggio. Alcune considerazioni ai margini di un convegno.

L.M. Puppini, Marco Lepre. Eberhard, il padrone di ettari ed ettari di bosco carnico, e l’impianto della Vinadia.

Noè D’Agaro (1). Boschi, segherie, aste boschive, ed altri aspetti legati allo sfruttamento del legname.

Massimo Valent, geologo. Su quella montagna troppo friabile e su quelle piogge intense.

Gregorio Piccin. Bombardamento climatico: necessario ripensare i concetti di “difesa e sicurezza”.

Laura M Puppini.

https://i1.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2021/05/3_monte_dimon.jpg?fit=640%2C480https://i1.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2021/05/3_monte_dimon.jpg?resize=150%2C150Laura Matelda PuppiniAMBIENTEQuesto testo di Mario Di Gallo, esperto nel settore in quanto è Commissario del Corpo forestale regionale presso l’Ispettorato forestale di Tolmezzo, mi sembra molto interessante e per questo lo pubblico invitandovi caldamente a leggerlo. Se non ci impossessiamo di una molteplicità di idee ed analisi accurate, rischiamo di...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI