Incontro una persona non giovane, un laureato, ‘un dai nestris’, che simpatizza per la Lega, ed ho con lui un veloce scambio di pareri sulla Carnia. Secondo me mancano politici e progettualità, secondo lui la Carnia è moribonda, agonizzante, e fra vent’anni non esisterà più.

Mi scrive una persona, ‘un dai nestris’, forse un tempo di centrosinistra, laureato, che non vive più qui, e mi chiede cosa penso dei ‘politici ‘ della Carnia, che secondo lui latitano, ed anche secondo me. Gli rispondo che per me non esistono ‘politici’ carnici, perché non hanno progettualità concrete e capacità di realizzare, neppure se si fa una proposta pratica, come quella da me descritta nel mio: “Carnia. Verso altre forme di turismo possibile che coniughino arte e paesaggio”. La stessa persona poi mi domanda se si possa fare un calcolo approssimativo di tutti i soldi spesi per la Carnia negli ultimi settant’ anni, e non oso neppure immaginarlo, visti i risultati. E come altre volte mi viene solo in mente la frase di: Giorgio Ferigo: ‘duta chesta straciaria’.

Ma ormai anche Ferigo è incompreso: le parole delle sue canzoni, così ricche di significati e talvolta di doppi sensi, rischiano di essere pure loro banalizzate, come la figura di questo grande e noto carnico, seminarista, figlio del sessantotto e comunista, lavoratore in fabbrica per mantenersi agli studi e per realizzare i suoi sogni. Persino Leonardo Zanier, poeta internazionale, non ha avuto da vivo spazio, in una Carnia che ne aborriva il suo pensiero politico. Eppure quanto si sarebbe potuto scrivere su quel “Sboradura e sanc” che tanto caratterizzò, nella nostra terra, la vita degli emigranti!

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Non si riesce a fare rete sul concreto, si pongono i musei sul computer, ma in certi casi nessuno sa proporre come tenerli aperti, anche ai tempi in cui esistevano ancora i voucher, e si parla solo di produttività, non si sa per quali mercati, in una Italia che conta milioni di poveri, ma non della cultura come risorsa. Ma anche se ne si parlasse, la trasmissione culturale è condizionata da una visione appiattita della cultura, o ‘creativa’, dove tutti pensano di poter parlare dottamente di tutto, seguendo i partiti e la politica, senza un minimo di studio e ricerca, che paiono, sempre più spesso, usciti dalla porta e da tutte le finestre. E chi urla più forte, chi pesta i piedi, pare il vincitore, quasi il mondo relazionale fosse ridotto a quello della giungla primordiale, con tutto il rispetto per i suoi abitanti.

Si urla che non ci sono soldi, per le cose serie – dico io, perché specialmente sotto elezioni i soldi vengono fuori sempre, come fossero stati celati, sino a quel momento, nel cappello del prestigiatore, ma non si sfrutta neppure la contingenza, e si attende Godot.  È tutta la vita che in Carnia attendiamo Godot, sempre pronti a lagnarci, a chiamare presunti esperti, che pensano che qui si sia vissuti ‘fra le capre’ sino ad ora.

L’acqua è agli sgoccioli nei fiumi, basta guardare il Tagliamento anche quando piove, a causa delle centrali idroelettriche, e centraline su centraline, svendute per un becjut, da che si sa, (e se erro su questo aspetto correggetemi e scusatemi), che potrebbero alterare la poca acqua potabile rimasta, e si continua a parlare di insediamenti produttivi. Nulla si sa dei boschi, di chi li taglia, di chi li possiede, e credo che sempre più a certa stampa ed a certi politici si possa forse attribuire il motto dei Carabinieri: «Usi obbedir tacendo», siano essi di destra o di sinistra. Ma questo non vale certo solo per la Carnia.

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Mi ricordo poi la fatica dello studio, della ricerca, dell’apprendimento mio e di altri quando eravamo giovani, ma al tempo stesso la soddisfazione ed il piacere nel farlo, e guardo sgomenta non solo certi volumi scolastici per una prima liceo, ma ancora una volta l’incapacità a chiedere il massimo agli studenti. Il liceo pare la nostra scuola media, l’università mi pare stia scadendo in molte parti d’Italia.

Il silenzio domina incontrastato, rotto solo da qualche novità dell’ultima ora, come le ventilate panchine in pietra nella nuovissima piazza XX settembre, che d’estate si trasformeranno in una landa assolata, come il ‘ciotolato’ della pavimentazione, d’inverno ghiacceranno le chiappe dei poveri che cercheranno di sedervisi. Spero almeno che la mia segnalazione di questo piccolo particolare, trasmessa attraverso lo sportello del cittadino, sia giunta alle orecchie del vice- sindaco e del sindaco di Tolmezzo. L’ angolo con verde e panchine in legno è stato eliminato, quando poteva venir mantenuto, anche per il suo valore di punto di incontro.

Poi per carità, se frana continuamente la statale che da Tolmezzo porta a Rigolato, Forni Avoltri e Sappada, si progetta una variante al centro di Rigolato per togliere verde al paese, e si pensa a progetti faraonici per la strada della Val But. Per chi non si sa, perché neppure, ma le solite voci maligne mormorano che è per favorire il trasporto in Austria del nostro legno, non più nostro, da parte di Eberhart. Ma credo sia, francamente, una malignità. C’erano i soldi da spendere, da parte dell’Anas, mi pare tesi più corretta. Qui spesso ci siamo appesi ai soldi che c’erano, per chi li avesse chiesti, come ai tempi del super-carcere.

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La centralizzazione ed i tagli ai servizi, poi, compreso il forse vivacchiare dell’ospedale carnico, anche a causa della follia della totale regionalizzazione della sanità, hanno portato solo ad una fuga dal territorio, come pista guida sicura ed il poligono di tiro, deprezzando gli immobili tolmezzini di proprietà, e si evita di parlare di solitudine, di nichilismo e sballo, di droga, che compare solo sulla stampa per qualche retata di spacciatori od interruzione di traffico da parte della benemerita Arma dei Carabinieri. La scelta dei buoni stili di vita imposti, in quanto la nuova moda affida la salute solo al singolo individuo, così si potrà dire che qualsiasi cosa gli accada è colpa sua, è di una stupidità oltre ogni limite, perché non tiene conto dei contesti anche lavorativi e degli aspetti sociali, sposando un’ottica individualistica, quasi che ciascuno di noi vivesse su di una vetta incontaminata e piena di ‘chiare e fresche acque’, seguendo il modello che fu dell’asceta orientale. Così, mentre vengono sempre più a mancare luoghi di incontro e di discussione che non siano bar, caffè ed osterie, dove si beve, i paesi carnici si riempiono sempre più di maniaci dello sport ad ogni età ed ad oltranza, che magari corrono con auricolari, nella completa solitudine, o arrampicano in solitudine, senza conoscere i limiti che può comportare anche l’esercizio fisico protratto. Ma il grande alpinista Sergio Liessi, forse già troppo dimenticato, non faceva mai solitarie, studiava bene le sue ascensioni, e, se giunto sul posto vedeva che le condizioni del tempo erano più variabili del previsto, ritornava a casa. Inoltre non si può fare, secondo me, dell’attività fisica lo scopo maniacale della vita, anche se ovviamente tutti dovrebbero praticarne un po’ ma con senno. I giovani non possono, per dirla alla Ferigo, crescere «con il cuore a forma di pallone».  Eppure in Carnia, fra questi monti, pare che esista solo lo sport, e che esso sia l’unico mezzo di realizzazione personale, in un contesto competitivo.

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Carnia fidelis, venduta, sfruttata, sfrattata, zittita, sulla via di esser cancellata, impoverita, ove si parla dei problemi della principessa sul pisello, uno contro l’altro armato, invece che di cose serie e realizzabili, dove due milioni di euro vengono spesi per la pavimentazione di una piazza e poco altro, e denaro è stato chiesto per campi di bocce e tennis qui e là, senza che alcuno forse avesse pensato per chi, e con che costi di manutenzione.

Infine abbiamo saputo perdere casa Gortani, archivi, documenti e tesori, e rischiamo di perdere gli affreschi su San Nicola nella chiesa di Vuezzis, già ricchi di studi, e chissà quanto ancora. Ci preoccupiamo per il lavoro, dopo aver perso il contatto fra formazione professionale e campi di utilizzo, e così mancano boscaioli; nessuno pensa alla manutenzione di edifici, strade, piste forestali e territorio, in cui utilizzare operai edili, dopo debito corso di riconversione e studio, andandosi a rileggere, pure, gli intenti di quell’Ente o Isituto di economia montana poi defunto. Molti laureati già dagli anni sessanta se ne sono andati, magari anche invisi e senza un futuro qui, perchè di ‘sinistra’, mentre il ‘forest’ è sempre visto di buon occhio, ma questo è male antico.

Questo testo è una provocazione, e mi scuso subito con tutti coloro che potessero sentirsi offesi da questo mio scritto, che possono contestare il mio pensiero liberamente, ma a me pare che continui a mancare un disegno complessivo per la montagna tutta, e che ‘La montagna come risorsa’ sia testo ed approccio su cui tutti dovremmo riflettere, indipendentemente da ideologie politiche.

L’immagine che accompagna l’articolo, scelta per la presenza di acqua, roccia nuda e ghiaia su cui i piedi scivolano, è stata da me scattata negli anni ’80, al lago Volaia, e l’ho scelta perchè rappresenta, per me, lo sgretolarsi della nostra Carnia, pur in presenza delle nostre risorse. 

Laura Matelda Puppini

 

 

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