Riporto in questo secondo articolo, due voci autorevoli sulla situazione della sanità in generale, in Friuli ed in Carnia, e quindi riprenderò anche gli altri interventi in successivi articoli. Ho poi trovato un interessante articolo che pongo come spunto di riflessione.

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Fra gli ultimi, a Tolmezzo, all’ incontro del 20 aprile, ha preso la parola, specificando di farlo come privato e libero cittadino e non come primario del Pronto Soccorso di Tolmezzo, il dott. Pierpaolo Pillinini sostenendo di voler riflettere su quanto è stato detto, perché sono stati toccati diversi temi importanti. Ha sostenuto poi, che potrebbe dire tante cose, vista la molteplicità degli stimoli presentati, dal punto di vista di chi vive su di un altro palcoscenico: quello dei professionisti che operano in sanità, che ha una visione diversa da quella della gran parte delle persone in sala, perché tocca con mano il malessere che, per esempio, si vive in un pronto soccorso.

Il dott. Pillinini ha poi continuato dicendo che la situazione di Tolmezzo ha una fisionomia particolare rispetto a quella di altri luoghi della Regione, che si mostra sotto certi aspetti virtuosa sotto altri un po’ preoccupante, relativamente a come sta andando l’ospedale cittadino. Ed ha riportato due dati, presumibilmente ignoti ai più: le indicazioni relative al numero di posti letto previsti a livello nazionale comportano 3.7 posti letto per mille abitanti. Questa regione lambisce 3.1 -3.3 posti letto per mille abitanti, la Carnia ha 2.2. posti letto per mille abitanti, in una zona caratterizzata da una popolazione molto fragile, alle cui esigenze la sanità territoriale non riesce più a dare risposte adeguate.

Questa situazione va ad impattare fortemente come disagio sull’ospedale, che si trova continuamente ingolfato dalla quantità di pazienti che molto spesso non trovano un letto. E questo è un aspetto che va considerato, se non altro per dare una veste negativa ad una riforma che ha procurato sempre più danni al nosocomio carnico.

Nel 2015 c’erano, tra Gemona e Tolmezzo, 132 posti letto per medicina, siamo arrivati a 66 posti letto per lo stesso territorio, e si sta parlando di una ulteriore riduzione. A questo punto, si chiede Pillinini, dove metteremo i malati?

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Terminato questo ’argomento, il dott. Pillinini ha accennato anche ad un altro aspetto, cioè alla deriva verso il privato del sistema sanitario attuale. Ma perché sta succedendo questo? – si è chiesto. Perché si va verso un privato? Per interesse? Ma l’interesse può essere di qualcuno o di pochi, probabilmente, forse di grosse lobbies ma che non sono lobbies regionali. E forse il consigliere Honsell mi darà ragione – ha continuato – se dico che siamo vittime di e vincolati da un sistema globale che non è solamente di questa regione, e di interessi che probabilmente nascono altrove e che non competono a questo territorio.

E c’è chi ha visto il territorio del Friuli come terra di conquista, dove, fino al 2012, il privato rappresentava il 3% della spesa pubblica in sanità, contro il 30% della Lombardia ed il 15% del Veneto. E così ora siamo diventati noi una zona in cui investire; ed investire, per il privato, significa lavorare con profitto, ed il profitto diventa il fine del lavoro. Pubblico significa lavorare per rispondere ai bisogni di una popolazione. Questo è il contrasto fra privato e pubblico.

Ma se l’andare verso il privato è la scelta per la nostra sanità, deve essere una scelta efficace, al di là dei costi. Ma il dott. Pillinini ha detto di non vedere tutta questa efficacia nel sostituire il privato al pubblico e di essere molto preoccupato. «E ve lo dico perché è una prospettiva che mi competeguardando qualcosa che sta accadendo, per esempio al Pronto Soccorso di Udine», a cui Calogero Anzallo prima ha accennato.

Pensate quando uno giunge lì e vede le file di barelle con i pazienti in attesa di esser valutati. Questo certamente dipende dall’ingolfamento di un sistema, legato pure alla carenza di medici.

Allora si è pensato di esternalizzare. Bene: questo scherzetto costerà ad Asufc nel 2024, solamente per il pronto soccorso, circa quattro milioni di euro. Ma l’esternalizzazione dei codici bianchi e verdi non sta dando i risultati sperati.

Per questo motivo, ha continuato il dott. Pillinini: «Io sono molto, molto preoccupato. E qui lo dico, e non ho vergogna a dirlo, perché, secondo me, Udine rischia di essere il primo Pronto Soccorso a livello nazionale ad essere completamente esternalizzato. E questo mi dà inquietudine», perché quando uno butta un sasso, le onde incominciano a diffondersi.

È chiaro che la gente, non trovando risposte, va dove può, ma a livello di professionalità, per quanto riguarda i medici di Pronto Soccorso, l’esternalizzazione non sta dando risposte efficaci ed efficienti, indipendentemente dai costi. E i processi di esecuzione delle prestazioni non paiono tollerabili, perché ci sono medici che vengono a lavorare perché sono convenzionati con delle società esterne, ma hanno dei tempi di processo che sono insolventi rispetto al numero di pazienti che afferiscono al Pronto Soccorso di Udine. E questo cosa comporta? Comporta un impatto negativo sui pochi medici dipendenti aziendali che sono rimasti in servizio.

«Ed i miei colleghi – ha detto ancora il dott. Pillinini – stanno vivendo un dramma ad Udine, e quindi mi sento angosciato da una situazione che porterà, necessariamente, alla fuga ulteriore di questi professionisti». Quindi il dott. Pillinini ha continuato dicendo che egli non pensa che le difficoltà in sanità saranno risolte in questo modo, con l’esternalizzazione. E ha sottolineato che parla così perché il Pronto Soccorso di Tolmezzo sta andando contro corrente, ed è l’unico Pronto Soccorso in Friuli che non ha esternalizzazioni.

E – ha concluso Pillinini- «questo è un mio voluto, che ho condiviso con i miei professionisti». Ed abbiamo voluto continuare così, – ha terminato. perché crediamo in un servizio pubblico fondato su determinati presupposti. E se si molla la battaglia per il servizio pubblico in questo momento, non ci sarà più confronto perché tutto sarà piallato, e mancherà qualsiasi dibattito e relazione anche interni. 

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Così ha terminato il suo intervento il dott. Pillinini, ed a questo punto io, Laura Matelda Puppini, ho aggiunto che la situazione è davvero grave, perché anche i medici di base che sono in servizio in Carnia rischiano di avere 1500 pazienti. E se la politica urla sempre: “Privato! Privato! Vogliamo esternalizzare e finanziare il Privato!”, ma chi volete che venga nel sistema pubblico? Gli operatori in sanità andranno tutti nel privato, perché anche le reclame hanno un loro effetto concreto. Infine gli accordi siglati con le cooperative per far lavorare un medico in Pronto Soccorso, pare non richiedano la scuola di specializzazione, ma anche solo dei corsi privati, che in poche lezioni dovrebbero insegnare problematiche complessissime, come il trattare un trauma. E se erro correggetemi.

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Riporto qui l’intervento, che è avvenuto prima di quello del dott. Pierpaolo Pillinini, del dott. Calogero Anzallo.

Il medico si è presentato ed ha detto di aderire a Sinistra Italiana e Funzione Pubblica Cgil medici – Asufc.  Quindi ha esordito dicendo che vuole subito rispondere alla signora Nadia, che in precedenza aveva criticato i sindacati, precisando che gli stessi, nel 2010, avevano informato il Ministro competente che dal 2020 tanti medici sarebbero andati in pensione, e che c’era bisogno di pensare alla loro sostituzione, che tanti operatori sanitari sarebbero andati in pensione e c’era bisogno di pensare a qualcosa. Quella lettera con quell’appello è stata ripetuta ogni anno dai sindacati, ma è rimasta ogni anno inascoltata. E i sindacati non hanno funzione di governo, hanno funzione di dire le cose come stanno, di indicare la strada da percorrere, e di precisare cosa deve fare la politica affinché determinate funzioni siano al servizio di tutti. «E non so se i sindacati siano rimasti inascoltati perché c’era già il progetto di andare verso la sanità privata … con calma, lentamente … […] senza dichiararlo subito. Ma di fatto questo è successo dal 2020 in poi, dopo che c’era stata una crisi, nel 2008-2009, intorno alla finanziarizzazione del mondo».

Allora si è pensato che si doveva lasciare fuori da alcuni sevizi essenziali i cittadini, seguendo la linea dell’America e di Toni Blair. E si è pensato che l’Europa occidentale potesse fare questo, seguendo il sistema Usa che implica che se tu non ce la fai, io, Stato, sono tanto buono che ti faccio l’elemosina, e ti vai a curare nell’ ospedale pubblico.  Ma se questo sistema passa qui, bisogna ricordarsi che esso va contro una delle più spettacolari ‘rivoluzioni’ che aveva fatto l’Italia: il sistema sanitario pubblico universalistico, in cui Agnelli e l’ultimo dei poveri potevano essere ambedue curati gratuitamente nel servizio sanitario pubblico, finanziato con le tasse di tutti, dove la dignità di ogni cittadino veniva messa alla pari.

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E non dobbiamo dimenticarci che sono quattro i pilastri della democrazia: la sanità, la salute, perché senza la salute tu non riesci a fare nulla perché ti devi preoccupare di vivere e sopravvivere; l’istruzione e la scuola a tutti i livelli, dall’ asilo nido all’università, e avere l’istruzione quasi gratuita è l’unico modo con cui uno può prendere l’ascensore sociale; il lavoro, che ora i sindacati mettono al centro con la proposta di referendum, perché il lavoro è importantissimo. E se non hai reddito, non hai benessere, non hai salute, te ne freghi dell’istruzione, perché anche se sei colto, ma non hai un lavoro, che fai? Ed infine c’è l’ambiente, e dell’ambiente ci dobbiamo, in questo momento, per forza preoccupare.

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Ma siamo qui a parlare della sanità. E tutto è iniziato quando hanno fatto l’aziendalizzazione della sanità, (con il decreto Bindi n.d.r.) e già il termine azienda significa mercificazione di qualcosa, dare un valore economico ad una cosa. Ma possiamo dare un valore economico alla salute? Io credo di no, ha detto Calogero Anzallo – Alla salute non si deve dare un valore economico, perché la salute è un valore assoluto. Quindi l’aziendalizzazione è già stato un primo passo, ed un passo sbagliato, ed una azienda sanitaria non va bene, bisogna trovare un altro nome.

Ma quale è stato l’aspetto più grave?  Il combinato- disposto della politicizzazione con l ‘aziendalizzazione. Perché l’aziendalizzazione della sanità ha risposto al fatto che l’assessore alla sanità, non questo, non quello, ma l’assessore alla sanità in generale, sia di centro destra sia di centro sinistra, tutti responsabili, per non dire un’altra cosa, ha avuto la possibilità di nominare i direttori generali aziendali nel corso degli anni. Quindi non vi è una responsabilità assoluta di questo assessore, e io non me la prendo con lui ma con il sistema, che è stato predisposto in questa maniera.  

A questo punto i direttori generali non devono più rispondere del loro operato ai cittadini, ma all’ assessore alla salute. Ed è così. Punto. Dobbiamo cambiare questo sistema, perché non è più possibile la politicizzazione della salute. Dopo di ché per la salute dobbiamo andare avanti tutti insieme.

Quindi il dott. Anzallo ha posto il problema del ruolo del MMG.

I MMG – si chiede – cosa ci fanno nel privato convenzionato?  I MMG devono passare alla dipendenza pubblica perché sono uno dei due accessi principali per il cittadino al sistema sanitario. Il cittadino, infatti, va o dal medico di medicina generale o al Pronto Soccorso. Ma se vengono a mancare i MMG, si giustificano i 50- 60- 70 in barella in pronto soccorso che io vedo ogni giorno, dato che lavoro ad Udine. E molti medici di medicina generale sono bravissimi e dedicati, ma se non ce ne sono a sufficienza, se mancano, il cittadino si rivolge all’altro access point che è il pronto soccorso. Ed in questa situazione il MMG deve essere un dipendente pubblico. – secondo Anzallo.

«Ma la Fimmg dice: noi non siamo d’ accordo, perché il 62% dei nostri iscritti non è d’accordo. Ma il 62% non è d’accordo perché sono tutti massimalisti e sono tutti avanti con l’età. Nessuno vuole però disturbare questi, che si sono guadagnati quella posizione e l’hanno fatto anche con sacrificio, ma gradualmente i giovani MMG vogliono passare alla dipendenza pubblica, perché hanno capito che è meglio che tutti remino dallo stesso lato piuttosto che stare su opposti versanti».

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Quindi Calogero Anzallo ha letto una lettera del dott. Adriano Cattaneo, ex- medico del Burlo Garofalo, che parla in libertà perché è andato in pensione, pubblicata, se ho ben compreso, su Il Piccolo. Essa dice che il passo successivo alla privatizzazione della sanità è quello della finanziarizzazione della sanità. Ed è sempre più forte la tendenza ad acquistare strutture ed organizzazioni sanitarie da parte di fondi investimento o fondi pensioni o fondi speculativi, tutti mossi dalle manie generali di assicuratori, gestori di beni, ecc. ecc.

Ed invece di concentrare l’attenzione sulla qualità delle cure e sui risultati in salute, un sistema sanitario finanziarizzato si preoccupa prioritariamente di acquistare o vendere ad altri servizi finanziarizzati; di acquistare o vendere quote od azioni di proprietà. Ma se i profitti di un servizio sanitario finanziarizzato si mantengono a livelli di attesa o aumentano, i finanzieri che vi hanno investito mantengono le proprie quote di proprietà o le aumentano, ma se invece, al contrario, diminuiscono, se non arrivano ai livelli sperati o se gli investimenti paiono essere più redditizi in altri settori, i finanzieri non esitano a spostare i loro capitali altrove, lasciando di fatto la sanità a terra.

In questo modo va a finire che il servizio sanitario sembra sempre più assomigliare non ad un servizio sanitario ma ad una piazza affari. Ed è questo che cercano di fare: far diventare la salute una merce.

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E quindi – ha continuato Anzallo – noi ci dobbiamo opporre fermamente a questo, perché la salute non è una merce ma è un diritto universale che dobbiamo mantenere. E quindi quello che si deve fare è andare nei 100 comuni che vanno ad elezioni comunali oltre che europee a dire queste cose, dobbiamo capire da che parte stanno candidati ed amministratori, se da quella di una salute pubblica ed universale per tutti come da Costituzione, o, con varie scuse e giustificazioni del tipo che bisogna andare verso il privato, da quella della finanziarizzazione della sanità. Bisogna saper scegliere fra i programmi elettorali anche in ambito sanitario. Poi per carità, se la maggioranza dei cittadini sceglie la privatizzazione della sanità, è sovrana, ma se ai cittadini spiegano bene il problema, il cittadino sa da che parte stare.

E il dott. Anzallo ha terminato dicendo che dobbiamo continuare ad esserci, a lottare, ed esser sempre più numerosi.

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Infine riporto qui un articolo di Adriano Cattaneo intitolato: “I soldi di Big Pharma ai Royal Colleges”. http://www.sossanita.org/archives/21563, relativo a cosa può succedere quando grandi industrie magari farmaceutiche, entrano nella sanità di uno stato o di un territorio.

«I Royal Colleges, le associazioni professionali mediche britanniche, ricevono dall’industria farmaceutica una montagna di fondi. Tra il 2015 e il 2022 hanno incassato oltre 9 milioni di sterline. La parte del leone l’hanno fatta il Royal College of Physicians (2.8 milioni), e quello dei medici di famiglia (2.4 milioni). Difficile pensare che questo flusso di denaro non crei dei conflitti di interessi».

Una serie di articoli pubblicati a marzo 2023 dal Lancet mostra come gli attori commerciali possano influenzare negativamente la salute. Il Lancet si sofferma soprattutto su quattro enormi gruppi di attori commerciali, quelli che producono e vendono tabacco, alcool, carburanti fossili e alimenti ultra-processati, prodotti industriali che assieme sono responsabili di 19 milioni di decessi all’anno nel mondo, pari al 34% del totale dei decessi e al 41% di quelli da malattie non infettive, secondo i dati del Global Burden of Disease del 2019, considerati sottostimati. Gli attori commerciali e i loro alleati causano danni alla salute: condizionando e indirizzando le scelte politiche che rafforzano le attività commerciali e contemporaneamente indeboliscono il controllo; piegando la scienza a loro favore e seminando dubbi sui risultati di studi scientifici indipendenti da interessi commerciali; mettendo in atto forme di marketing, in tendenza sempre più digitale, sempre più incisive ed efficaci, per quanto ingannevoli; controllando e dominando tutta la catena di produzione e distribuzione, fino allo smaltimento dei rifiuti; gestendo le risorse umane in maniera tale da ridurne i costi, con la diffusione di lavori insicuri, mal pagati, faticosi e stressanti; realizzando attività finanziarie e di gestione della reputazione che legittimano e danno credibilità a ogni loro azione; esternalizzando tutti i costi, compresi quelli per salute e ambiente, allo stato e alla società.

Queste strategie sono state inventate, provate sul campo e raffinate da Big Tobacco. Sono state poi adottate, mutatis mutandis, da tutti gli altri attori commerciali, soprattutto da quei conglomerati di imprese transnazionali che operano a livello globale.

Big Pharma, intesa come quella decina di imprese che dominano il mercato mondiale dei farmaci, ma incluse anche le imprese che dominano i mercati nazionali e quelle che controllano il mercato dei dispositivi medici, non fa eccezione. Data la natura del prodotto, Big Pharma è particolarmente attenta, oltre che ai rapporti con ministeri della salute e agenzie del farmaco, alle relazioni con i professionisti della salute: medici e loro associazioni, accademici e ricercatori, key opinion leaders. Un libro uscito una decina d’anni fa, titolo originale Bad Pharma, illustra nei dettagli i meccanismi usati dall’industria per accalappiare gli operatori sanitari e imbrogliare gli utenti.] Tra questi meccanismi, assumono particolare rilievo i pagamenti di vario tipo alle associazioni professionali, dalle sponsorizzazioni dei congressi al finanziamento di progetti, compresa l’elaborazione di linee guida.

La letteratura sull’argomento è ormai sterminata. Le ultime indagini provengono dalla Gran Bretagna. Un primo articolo riguarda i pagamenti di Big Pharma ai Royal Colleges (RC), la denominazione di molte associazioni professionali britanniche introdotta già nel secolo XVI. La maggior parte delle entrate dei RC proviene dalle quote di iscrizione, ma l’indagine mostra che tra il 2015 e il 2022 essi hanno ricevuto oltre 9 milioni di sterline da molte industrie farmaceutiche e di dispositivi medici. La parte del leone l’hanno fatta il RC più antico, il Royal College of Physicians (2.8 milioni), e quello dei medici di famiglia (2.4 milioni). L’autore dell’indagine ha chiesto ai RC di rivelare i dettagli sulle somme ricevute, ma tutti, con l’eccezione del RC degli anestesisti, hanno legittimamente rifiutato, visto che la legge non li obbliga alla trasparenza su questioni finanziarie. I dati pubblicati dal BMJ sono stati scaricati da Disclosure UK, un database volontario della federazione britannica delle industrie farmaceutiche che, in quanto volontario, potrebbe non riportare tutti i pagamenti e in ogni caso non contiene dettagli sui vari tipi di pagamenti e i progetti o programmi ai quali sono destinati. (…)».

Ho posto queste righe solo come riflessioni per chi ancora crede che privato e pubblico siano la stessa cosa. Perché un sistema privatistico di sanità può esser soggetto a tutti i venti della pubblicità e degli affari ed è fuori controllo sia nelle proposte che nella qualità delle stesse e degli operatori.

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Per l’esternalizzazione del servizio di Pronto Soccorso dei codici bianchi e verdi ad Udine, cfr. i miei su www.nonsolocarnia.info:

Sanità ed esternalizzazioni. Posso fare una proposta limite? Perché, a questo punto, non esternalizzare anche l’assessorato salute e sanità?

Sanità friulana Ko (knock out). Ancora sulla folle idea di privatizzare parte dei pronto soccorso friulani spaccandoli in due e sulle chiusure estive dell’unico ospedale che dicasi tale in Friuli.

Ancora sulla sanità targata Fvg e quegli interventi sui codici bianchi che possono essere a pagamento.;

Ancora qualche domanda sulla esternalizzazione codici bianchi (si spera non verdi) in Pronto Soccorso ad Udine, il più grande della Regione. Modificato in una parte il 17 agosto 2023.

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Ora pare sia in forse il pronto Soccorso di San Daniele, mentre pare si voglia totalmente esternalizzare quello di Udine. O tempora o mores! Così l’emergenza urgenza sarà davvero in bilico, visto anche cosa si legge sul sistema 112, tempi di intervento a Trieste, dove per presunti ritardi anche uno fatale, si accusano i presenti di non aver praticato il bocca a bocca o che ne so, come tutti fossero capaci di farlo senza poi temere denunce per esser intervenuti. Preciso che quanto qui posto è solo al fine di riflessione singola e comune. E se erro correggetemi. 

Laura Matelda Puppini

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L’immagine che accompagna l’articolo è quella dell’articolo precedente, elaborata in altro colore. L. M. P.

 

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2024/05/sanita3-5-24Immagine1.png?fit=1024%2C683&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2024/05/sanita3-5-24Immagine1.png?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniSenza categoriaRiporto in questo secondo articolo, due voci autorevoli sulla situazione della sanità in generale, in Friuli ed in Carnia, e quindi riprenderò anche gli altri interventi in successivi articoli. Ho poi trovato un interessante articolo che pongo come spunto di riflessione. -------------------------------- Fra gli ultimi, a Tolmezzo, all’ incontro del 20...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI