Siamo nuovamente in autunno, a due passi dalla consumistica Halloween; gli alberi ci hanno donato ‘mille’ colori (lo chiamano foliage, ma a me pare una assurdità). Per i nostri avi e per le loro comunità, terminato il periodo del raccolto e saldati, improrogabilmente, i debiti contratti durante l’anno a San Michele, giungeva il momento delle fiere, dove fare scorte per l’inverno, sotto la protezione di San Martino, a cui sono dedicate tante chiese. E scrivo questo per introdurre l’ interessante testo della dott. ssa Patrizia Pati sulla figura e sulle tradizioni legate al Santo.

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Patrizia Pati. San Martino fra realtà, leggenda e tradizione. 

«Immaginate una sera d’inverno, nella Gallia del IV secolo (nord Italia, Francia Europa centrale di oggi). Un giovane soldato romano cavalca avvolto nel suo mantello. Al margine della strada incontra un mendicante tremante di freddo. Non ha denaro, non ha nulla da offrirgli. Allora prende la spada, divide il suo mantello e ne dona metà a quell’uomo sconosciuto. Quella notte, in sogno, gli appare Cristo, avvolto proprio in quel pezzo di mantello.
È in questo gesto semplice e rivoluzionario che nasce la leggenda di San Martino: un santo che non si è distinto per grandi battaglie o miracoli spettacolari, ma per la capacità di trasformare un atto quotidiano in un simbolo eterno di carità e condivisione.

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Ma chi era San Martino?

San Martino è una figura che unisce storia e leggenda. È vissuto nel IV secolo, in un’epoca di grandi trasformazioni per l’Impero Romano e per la Chiesa. Di lui sappiamo soprattutto grazie a un avvocato gallo-romano, Sulpicio Severo, che lo conobbe personalmente e ne scrisse un’agiografia “Vita Martini” redatta verso la fine del IV secolo (Martino era vivente).

Nato nel 316 o 317 in Pannonia, nell’attuale Ungheria, era figlio di un tribuno romano. Certamente pagano e talmente dedicato all’arte della guerra da chiamare il bambino “piccolo Marte”. Per seguire il padre militare, Martino si trasferì a Pavia dove fece regolari studi classici e si avvicinò al Cristianesimo pavese dimostrando una particolare attenzione per i problemi dello spirito e un evidente disinteresse per la vita militare. La cosa non fu presa positivamente dal padre che lo obbligò, a 15 anni, a giurare fedeltà all’esercito per entrare due anni dopo nell’effettivo servizio militare tra i “circitores”, le ronde a cavallo che avevano il compito della sorveglianza notturna dei posti di guardia e delle piazzeforti militari. Rimase nell’esercito per vent’anni, arrivando a diventare ufficiale della guardia imperiale.

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Il dono del mantello che lo rese famoso.

L’episodio che ha reso Martino famoso in tutto il mondo avvenne ad Amiens, in Gallia, durante un inverno particolarmente rigido. Martino, poco più che ventenne, incontrò un mendicante intirizzito dal freddo e, non avendo denaro da offrirgli, divise con lui il suo mantello militare. Secondo la tradizione, quella notte Cristo stesso gli apparve in sogno, avvolto in quel pezzo di mantello, per ringraziarlo. Questo gesto di carità è rimasto come l’immagine più conosciuta di San Martino e ha colpito profondamente l’immaginario popolare.

Dopo il battesimo, Martino scelse la vita religiosa e divenne discepolo del vescovo Ilario di Poitiers. Nonostante il suo desiderio di vivere in modo semplice e appartato, nel 371 fu acclamato dal popolo vescovo di Tours. Esercitò il suo ministero in maniera anticonformista: non si chiuse nella città, ma percorse villaggi e campagne, fondò parrocchie rurali, monasteri, introdusse la pratica delle visite pastorali. Morì a Candes l’8 novembre 397, durante una di queste visite, e tre giorni dopo, l’11 novembre, a Tours vennero celebrati i suoi funerali.

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Martino, vescovo, santo, patrono.

Già in vita Martino era venerato come santo, e subito dopo la morte il suo culto si diffuse in tutta Europa. Fu il primo santo non martire ad avere un culto così ampio. Sotto i Merovingi fu persino computata un’era particolare che cominciava con la morte di Martino. Secondo una leggenda quella che si riteneva la sua mantella era diventata una sorta di palladio nazionale conservata nella ‘chapelle’ reale detta così proprio perché custodiva la celebre cappa sicché anche il termine cappellano indicava in origine il custode della cappa di San Martino. In Francia venne proclamato patrono del regno e ancora oggi è considerato uno dei santi più importanti del Paese. Per il prestigio del santo, il nome stesso, nel Medioevo, divenne tanto comune che Dante, nel XIII canto del Paradiso lo usa per definire l’uomo qualunque: «… non creda donna Berta e ser Martino…». I giuristi addirittura usavano spesso nelle loro arringhe Martinus e Petrus al posto dei tradizionali Titius e Caius.

La sua devozione attraversò velocemente le Alpi anche grazie all’opera missionaria dei Benedettini (san Benedetto gli dedicò un oratorio a Montecassino): in Italia si moltiplicarono chiese e cappelle a lui dedicate. In Friuli, ad esempio, se ne contano più di ottanta.

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Martino, un santo sulla soglia. Dal paganesimo al cristianesimo.

La festa di San Martino, l’11 novembre, cade in un periodo molto significativo. Nel campo delle tradizioni popolari si incontrano diversi capodanni: ad esempio il 1° marzo è stato per migliaia di anni un capodanno. Per quanto riguarda il nostro discorso su San Martino, il 1° novembre vedeva la civiltà contadina ancora legata a culti e ritualità precristiane, nello specifico celtiche, chiudere il semestre dedicato al lavoro della terra (iniziava il 1° maggio) e cominciare il semestre dedicato al focolare, alla cantina, alla stalla insomma alla grande famiglia degli uomini e delle bestie con l’attenta e lenta consumazione di ciò che si era prodotto.

Il Capodanno celtico iniziava con il 1° novembre e pare abbracciasse una decina di giorni forse per quella necessità di un momento” neutro” tra una grande fine e un grande inizio ben conosciuto agli antropologi. San Martino, la cui morte e sepoltura si collocano proprio in questo periodo prende inoltre il posto di una figura  presente nella mitologia celtica: un dio cavaliere che su un cavallo nero e con addosso un corto mantello dello stesso colore agli inizi di novembre scompariva sottoterra, agli inferi per poi ritornare, risorgere all’inizio della primavera dopo aver vinto le potenze infernali e la morte stessa , evidente simbolo della vegetazione che pare morire in autunno per rinascere in primavera. Così, la sua figura divenne un punto di passaggio: tra estate e inverno, tra paganesimo e cristianesimo, tra vita e morte.

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Le molte immagini di San Martino.

San Martino non è stato ricordato in un solo modo. È un santo dai molti volti.

È il soldato, patrono degli eserciti e delle nazioni franche.  È il vescovo, impegnato nella difesa dell’ortodossia contro l’eresia ariana. È l’evangelizzatore delle campagne, distruttore di idoli e templi pagani e difensore dei diritti dei contadini di fronte ai potenti. È il monaco ed eremita, fondatore di monasteri e promotore del monachesimo occidentale. È il pellegrino, protettore dei viaggiatori, degli albergatori e degli osti. È il taumaturgo, invocato contro tempeste e calamità naturali.

Ma soprattutto, è il santo della carità: il gesto del mantello lo lega per sempre all’idea di solidarietà, vicinanza ai poveri e difesa dei contadini. La carità evangelica di Martino è l’aspetto che più colpì Leone Tolstoj che lo attualizzò in un racconto di un Martino calzolaio di Mosca che soccorre due poveri e di notte vede Gesù in loro (il Natale di Martin).

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A livello folklorico il San Martino più importante è il santo dei contadini. Questo aspetto è giustificato dalla sua vita: la sua predicazione si rivolse in particolare al mondo dei villaggi contadini e intervenne più volte a protezione di animali e raccolti al punto da diventare uno dei santi più popolari del mondo contadino. Non bastano comunque questi elementi per comprendere pienamente questo aspetto di Martino. Il fatto che la sua festa coincida casualmente o provvidenzialmente con il “Capodanno celtico”, con la fine della stagione lavorativa e l’inizio del consumo delle provviste per l’inverno è stato un elemento determinante.

E forse non è estraneo a tutto ciò nemmeno il suo nome che ricordava alla plebe medievale Marte che prima di essere il dio della guerra era il dio delle semine- da cui il nome del mese di marzo – e dei raccolti da difendere ad ogni costo.

 Ma abbiamo anche un’altra motivazione per la data dell’11 novembre: come brillantemente sostiene Michel Pastoureau, in gran parte dell’Europa temperata, i contadini festeggiavano il momento in cui si pensava che l’orso cominciasse a sentire i primi rigori dell’inverno e si ritirasse nella sua tana per il lungo sonno invernale. Il comportamento dell’orso che entrava in letargo era, in un certo senso, l’immagine simbolica di quel periodo dell’anno: il passaggio dall’esterno all’interno e, in ultima analisi, dalla vita alla morte. Con la speranza di uscirne indenni a primavera.

Per questo motivo si facevano grandi feste, rumorose, trasgressive, talvolta violente, con travestimenti, mascherate e balli spesso lascivi. Ne è ricordo, nel francese il verbo ‘martiner’ che Rabelais impiega nel significato di abbandonarsi a eccessi nel bere.

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Il legame di San Martino con il mondo contadino friulano.

Nel Friuli contadino, l’11 novembre non era solo una festa religiosa, ma anche una data cruciale dal punto di vista sociale ed economico. Tra le tante “soglie” giuridiche che segnavano l’annata delle famiglie contadine, quella di san Martino è stata, come specifica Andreina Nicolosi Ciceri, la più significativa e duratura. Molti contratti agrari friulani almeno fino al xv secolo vedono la data di San Martino tra le più importanti per la regolazione dei rapporti e delle pendenze tra padroni, mezzadri e coloni affittuari.

A tale scadenza poteva accadere il ‘cumiât’, la disdetta dei contratti annuali, anche senza preavviso, che costringeva i coloni a “Fâ san Martin” ovvero a uscire dalle proprietà del padrone per ritrovarsi in strada con i loro ‘paions’, con i loro pagliericci; trasformando l’11 novembre in una data da incubo per tutti quelli che non possedevano altro che le braccia, i figli, i pidocchi e il disprezzo sociale.

Per alcuni era una data temuta, tanto che un detto popolare recita: “Tutti i santi i è santi, ma San Martin l’è un can”.

Al tempo stesso, era però anche un giorno di festa. Terminata la stagione dei lavori agricoli, i contadini potevano concedersi banchetti e baldorie. Si assaggiava il vino nuovo, si arrostivano le castagne, si cucinava l’oca, secondo un’antica leggenda collegata al vescovo Martino. Un proverbio ancora oggi recita: “A San Martino si spilla il vino”, ricordando che proprio in quei giorni il mosto fermentato diventava vino pronto da bere.

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Proverbi, racconti e tradizioni.

Anche sotto il profilo climatico, la festa di San Martino rappresenta uno spartiacque e una netta linea di confine tra il tempo caldo e quello freddo. Astronomicamente essa costituisce la data risolutiva del periodo tiepido talvolta anche con l’ultimo sussulto del caldo nella cosiddetta “estate di san Martino” che comunque dura assai poco.

E così ricorda il poeta Enrico Fruch il tempo di San Martino: «La festa agraria di San Martino quando tutti i frutti della terra sono stati rincasati e immagazzinati diventa una grande festa alimentare del popolo sottolineata dai proverbi», che rappresentano il fulcro della saggezza popolare. Ne riporto qui alcuni, tratti da Mario Martinis, I proverbi del Friuli.  

  • A san Martin si spine il vin. (A San Martino si spilla il vino).
  • A san Martin il gran al va al molin. (A San Martino il grano va al mulino).
  • A Sant Martin il forment tal cjamp o tal mulin. (A San Martino il frumento nel campo o nel mulino).
  • Ocjis, cjistignis e vin a son plats di san Martin. (Oche, castagne e vino sono piatti di San Martino).
  • Soreli a san Martin al dà un invier cianin. (Sole a San Martino prelude ad un inverno ‘canino’).
  • A San Martino si sposa la figlia del contadino (San Martino, per i più fortunati, era anche il momento degli acquisti di vestiario e biancheria per i matrimoni.)
  • Da San Martino l’inverno è in cammino.
  • L’istat di San Martin a dure trê dis e un freghenin. (L’ estate di San Martino dura tre giorni ed un pizzico).
  • Sant Martin al fâs il so fen (San Martino fa il suo fieno cioè fa cadere le foglie).

Il detto: “A san Martino si spilla il buon vino”, esprime un’immagine verbale che ha il potere di evocarci la raccolta dell’uva, la pigiatura e la fermentazione, tutto condensato nei bei versi della poesia di Carducci intitolata ‘San Martino’: «…per le vie del borgo / dal ribollir dei tini / va l’aspro odor dei vini / l’anime a rallegrar…».

Mentre i primi freddi e le umide brume novembrine già preannunciano le lunghe notti invernali, il santo riesce ancora una volta a manifestarci la sua generosità concedendo ‘l’estate di san Martino’, che si dice duri tre giorni, quel tanto che basta perché noi possiamo trascorrere l’ultimo sereno weekend e perché il santo possa fare, con l’erba pur già molle di rugiada, il fieno per il suo cavallo. La tradizione, inoltre, come recita il detto ancora vivo nella pianura padana e friulana, ‘Oca, castagne e vino, tieni tutto per san Martino’, vorrebbe che si raccogliessero le castagne e si ammazzassero le oche belle grasse per allestire i banchetti rituali. In questo senso già si esprimeva sul finire dell’VIII sec. l’ordinanza carolingia che va sotto il nome di Capitulare de villis.

L’11 novembre si ricorda che “l’estate di San Martino” dura tre giorni e un pochino…Infatti spesso dopo le piogge dell’ultima decade di ottobre e dei primi di novembre, ritorna il bel tempo e un po’ di tepore.

A San Martino nel passato iniziavano anche l’anno giudiziario e l’Università, si riaprivano i Parlamenti e, come giorno di precetto festivo, veniva celebrato non solo liturgicamente ma anche con fiere, mercati, fuochi e banchetti innaffiati dal vino nuovo(“A San Martino il mosto diventa vino”.)

Un tempo San Martino era anche momento di baldoria tanto che si ammoniva “chi non gioca a Natale, chi non balla a Carnevale, chi non beve a San Martino è un amico malandrino”.

Ancora oggi in alcune zone il santo viene festeggiato con un banchetto dove troneggiano il vino nuovo, l’oca e le castagne. Il vino nuovo è infatti proprio di questi giorni e diversi sono i proverbi che ce lo ricordano: “Per san Martino si spilla il botticino”; “Per San Martino cadono le foglie e si spilla il vino…”; Per San Martin in tutte le botti si cerca il vin…”. Ma Il vino nuovo è leggerino e va giù come l’acqua, e proprio per questo è traditore, tanto che un proverbio romagnolo dice “Per San Martino si ubriaca il grande e il piccino…”.

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Ed ancora qualche bella lettura nel merito.  

«Quanto all’usanza gastronomica dell’oca si sostiene che si ispiri a una leggenda: quando San Martino venne eletto per acclamazione vescovo dal popolo di Tours- era il 371 – si nascose nelle campagne perché preferiva vivere come un monaco. Ma uno stormo di oche rivelò con il suo stridio il nascondiglio… un’altra interpretazione decisamente più verosimile fa riferimento alla migrazione verso sud nell’approssimarsi dell’inverno delle oche selvatiche e questo le rende prede facili. Non è irrilevante comunque anche ricordare che l’oca era un animale sacro per i Celti, simbolo dell’aldilà e guida dei pellegrini ma anche della Grande Madre dell’Universo e dei viventi. Per i Celti l’oca era messaggera dell’Altro Mondo e perciò oche addomesticate, sacre e intoccabili, accompagnavano ai loro santuari i pellegrini».

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«Le castagne a loro volta sono un cibo collegato ai morti che ritornano nel mondo dei vivi proprio nei periodi di capo d’anno, nell’Europa celtica, nella notte tra il 1 e il 2 novembre i contadini lasciavano delle castagne su una tavola di casa perché i defunti se ne potessero cibare.

Accanto ai proverbi, ci sono racconti popolari tramandati nelle valli carniche. Luigi Gortani e Maria Luigia Valtingojer hanno raccolto storie e memorie che mostrano come San Martino fosse profondamente radicato nella cultura orale friulana, capace di ispirare storie che mescolano fede e vita quotidiana».

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La fiera di San Martino a Ovaro.

«Per la fiera di San Martino i vari mercanti arrivavano al mattino presto e allestivano il loro banco alle prime luci del giorno; i carri con i quali avevano portato le merci e  i relativi animali da traino venivano lasciati lungo il bordo della strada.

Nei prati di san Martino, verso Luincis c’era una lunga corda dove chiunque poteva legare gli animali destinati alla vendita: vacche, manze, vitelli, torelli, pecore e capre. Nelle cosses, contenitori intrecciati, c’erano i maialini, tre per ogni contenitore. Dai paesi della vallata arrivavano gli uomini con le bestie da vendere; la vendita poteva avvenire direttamente o ricorrendo a un mediatore, il sensâl.

Davanti alla chiesa si trovavano le varie bancarelle, le giostre e l’area ristoro dove venivano allestiti dei chioschi.

Le donne in genere non si occupavano della compravendita degli animali: arrivavano alla fiera ben vestite, con la gerla sulla schiena e i più piccoli per mano. Acquistavano stoffe, attrezzi casalinghi o per la campagna. I bambini nella maggior parte dei casi potevano solo guardare e desiderare dolciumi e giocattoli: il banchetto dello zucchero fiato era il più attraente anche se la più desiderata era la collana di fichi secchi. I ragazzi più grandi andavano da soli al mercato e potevano divertirsi sulle giostre che erano molto semplici. Sul ponte c’era il tiro a segno e il bersaglio era un gallo su un’asse di legno posta sopra le sponde del torrente Degano. Mentre gli uomini, dopo aver bevuto abbondantemente, si fermavano nelle osterie poste lungo la strada del rientro (tra l’11 e il 12 novembre questi locali restavano aperti tutta la notte), le donne con il maialino nella gerla e i bambini rincasavano prima dell’imbrunire.

Il 12, San Martinut, riproponeva un’altra giornata di festa: al mattino veniva officiata messa nella chiesetta e poi si riapriva il mercato frequentato prevalentemente dagli uomini adulti e dedicato al commercio del bestiame».

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Per le comunità rurali, la fiera era un momento di grande vitalità economica e sociale: non solo mercato, ma occasione di incontro, di festa, di socializzazione. Anche le ricerche archeologiche hanno confermato l’importanza del mercato di Ovaro come centro di scambi, quasi in concorrenza con il mercato di Tolmezzo, che era invece autorizzato ufficialmente dal Patriarca Gregorio di Montelongo fin dal 1258. L’istituzione del mercato di Tolmezzo non aveva infatti posto fine ad altre fiere periodiche che continuarono a tenersi per tutto il Medioevo, come la fiera di San Martino di Ovaro. Una fiera si svolgeva in prato Sancti Martini, almeno dal 1316, come si apprende dai riferimenti contenuti nei documenti scritti. In quest’anno, proprio l’11 novembre, festa del santo, una tale Agata, della val Pesarina, fa testamento e dona dei beni alla chiesa di Gorto. L’atto è rogato in prato Sancti Martini.

La presenza di una donna proveniente dalla val Pesarina, la quale redige un così importante atto alla presenza del notaio e di altri personaggi, fra i quali Ermanno da Luincis. importante feudatario, lascia intendere la rilevanza, già̀ nei primi anni del Trecento, della fiera che si svolgeva sul luogo nel giorno della ricorrenza del santo.

Le ricerche archeologiche, condotte nella zona di San Martino dal 2000 al 2003, stanno rivelando l’importanza e l’interesse di questa fiera che, in realtà, parrebbe esistere già̀ nel XII secolo ‘. Proprio nel corso del Trecento, la fiera di San Martino dovette divenire un luogo di scambio di notevole importanza, come provano i reperti ceramici, metallici, numismatici, che sono stati recuperati, negli strati di formazione più̀ recente. Particolarmente significativo è il fatto che si sia rinvenuta una ragguardevole quantità̀ di monete, soprattutto di area veneziana, segno che sul luogo si svolgevano transazioni commerciali di tutto rilievo, come prova, indirettamente, anche la presenza dei notai, menzionati nei documenti scritti già̀ dai primi anni del Trecento. L’archeologia ci pone di fronte a una domanda: il mercato di Ovaro forse sfuggiva al controllo delle autorità? Oppure questa concorrenza era tollerata perché si limitava a un solo giorno all’anno (quello di Tolmezzo, l’unico autorizzato e confermato dai successori di Gregorio, era settimanale e si volgeva il giovedì) ed era legato ad una antichissima usanza di convenire nel prato di san Martino da tutta la Carnia?

Ciò̀ che è un dato di fatto è, comunque, la straordinaria ricchezza storica delle valli alpine del Friuli le quali non erano comunque isolate dalla rete commerciale dell’epoca e, anzi, se inserite nell’orbita di un grande centro mercantile, come Venezia, potevano diventare preziosi corridoi di collegamento, via terra e via acqua, tra il mare Adriatico e l’Europa».

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San Martino nella strana veste di “patrono dei cornuti”, inteso come protettore degli animali con le corna che venivano venduti ai mercati ma anche …

Il culto di S. Martino, nell’Europa latina, fu non solo tra i più̀ popolari e diffusi, ma anche tra i più̀ bizzarri e fantastici, intor­bidato da elementi folcloristici che spesso confinavano con la superstizione o con l’ir­riverenza. Ci domandiamo attraverso quali contaminazioni o deformazioni la figura di un santo fon­datore di comunità̀ monastiche e vescovo zelantissimo della maggior diocesi gallica an­tica, abbia potuto venir considerato come quella di un patrono particolare dei beoni e dei… cornuti

Un proverbio romagnolo rammenta “Per San Martino tutti i becchi vanno alla fiera” collegandosi così alle fiere e ai mercati di bestiame tipici di questo periodo dell’anno dove i cornuti, mucche buoi, tori, e capre venivano venduti e acquistati accostandoli a mariti traditi e traditori anche a causa delle abbondanti bevute di vino che caratterizzavano questi incontri che non si limitavano alla finalità commerciale. Questo patronato resta ancora oggi presente nell’Italia centrale e meridionale.

Così, al santo vescovo di Tours, rigoroso evangelizzatore e distruttore di culti pagani, è toccato anche il destino di diventare, nell’immaginario popolare, il protettore dei cornuti e dei beoni. Un destino singolare, che mostra come il passaggio dal paganesimo al cristianesimo non sia mai stato netto, ma pieno di adattamenti e contaminazioni, capaci di tenere insieme sacro e profano, fede e ironia, spiritualità e vita quotidiana.

La storia di San Martino ci ricorda che la fede e la tradizione non vivono solo nei libri o nelle chiese, ma nei gesti, nelle parole, nei proverbi, nelle feste di un popolo. Martino è il santo della soglia: tra estate e inverno, tra paganesimo e cristianesimo, tra miseria e speranza.
Ancora oggi, quando accendiamo un fuoco, quando brindiamo con il vino novello, quando raccontiamo ai bambini una storia del passato, manteniamo viva la sua eredità.
E forse il messaggio più attuale che ci lascia è proprio questo: anche una piccola parte di ciò che possediamo, condivisa con gli altri, può scaldare il mondo intero.

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Riferimenti bibliografici.

– Giosuè Chiaradia, I giorni di San Martino, Pordenone 2001.
– Da un San Martin a chel âti, Provincia di Udine – Società della Latteria di Liariis, Editrice veneta 2006.
– Alfredo Cattabiani, Lunario, Oscar Mondadori 2009.
– Alfredo Cattabiani, Calendario, Oscar Mondadori 2009.
– Sot la Nape, Gianni Colledani, San Martino n. 62 anno 2010.
– Mario Martinis, Tradizioni religiose in Friuli, volume 2, editoriale Programma 2017.
– Quaderni friulani di archeologia. La fiera di San Martino di Ovaro nel XIV secolo, a cura di Aurora Cagnana.

Letture tratte da:
– Tradizioni popolari friulane raccolte dall’Ing. Luigi Gortani – Estratto da “Pagine friulane”.
– “Memorie della nostra gente”. Racconti degli abitanti della Val Pesarina a cura di Maria Luigia Valtingojer
– “Da un San Martin a Chel altri”, pp. 49, 50.
– Angelo Floramo, Vita nei campi, BEE 2025.

Patrizia Pati».

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Altri articoli presenti su www.nonsolocarnia.info dedicati al Santo. 

La figura di San Martino in due studi del prof. Alessio Peršič

San Martino di Tours.

Ancora su San Martino di Tours, anacoreta in comunità e vescovo. Da Alessio Peršič.

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L’immagine che accompagna l’articolo ritrae una statuetta dedicata a San Martino ed è tratta da: https://www.club-del-vino.com/it/vino-estate-san-martino/. L.M.P. 

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