Nel mio ultimo articolo ho preso in considerazione quanto ha narrato Mario Toffanin in due diverse interviste, ammesso che siano state riportate in modo corretto, ed ora intendo scrivere ancora due righe di premessa. Sui motivi che spinsero il gruppo guidato da Giacca e su cosa accadde a Topli Uorh (erroneamente Porzûs) cercherò di scrivere poi, ma si può ipotizzare che informazioni vere e presunte tali su De Gregori e su comportamenti discutibili osovani fossero giunte ai Gap: ma non sapremo mai quali siano state di preciso e con certezza, né se fossero state informazioni gonfiate o false, frutto della propaganda politica di nemici o finti amici. Sapete, miei lettori, se ora ci vendono fumo e varie presunte verità, figurarsi allora! E la propaganda nazifascista comportava anche la diffusione di informazioni mendaci spacciate per vere.

Però contatti tra il gruppo cattolico di destra della Osoppo, con mediazione anche religiosa, col nemico ci furono, ma non dimostrano che Giacca ne fosse al corrente, e riguardavano altri, non la prima Brigata. E i gappisti friulani potevano sapere più facilmente di incontri e missive fra osovani e il comando tedesco ad Udine, piuttosto che dell’incontro di Verdi con la X Mas a Vittorio Veneto.

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Però quando si parla di contatti osovani con il nemico, bisogna ritornare alla crisi di Pielungo ed all’assetto che aveva raggiunto la Osoppo a fine agosto e successivamente. Quando scrissi la storia di Livio, evidenziai, sulla base di fonti, alcune personalità dell’area democristiana che si mossero per capovolgere la situazione a favore di Verdi (Candido Grassi) e Aurelio (don Ascanio De Luca), che per primi avevano guidato l’Osoppo ma senza organizzazione militare alcuna, portandola ai fatti di Pielungo, cioè ad un grande attacco nemico che aveva trovato i partigiani osovani, locati al castello Ceconi, totalmente impreparati.

Considerati comandanti incapaci, Verdi e Aurelio vennero allontanati dal comando e sostituti da Abba (1), dai fratelli Comessatti (2) e da Romano Zoffo (3), già operativo in Carnia, ufficiali che provenivano dal R.E.I. svanito nel nulla dopo l’8 settembre 1943, più laici e vicini al Partito d’Azione o favorevoli allo stesso, pur essendo di fatto nazionalisti nel senso positivo del termine.  E questo nuovo corso fu avvalorato pure dalla Commissione d’ inchiesta del CLNP e dal Comando Militare Regionale Veneto. 

Ma questo cambio ai vertici portò ad un golpe della componente osovana più reazionaria e democristiana che riportò al potere Verdi ed Aurelio, ed all’ emarginazione da ogni comando della componente del Partito di Azione o vicina allo stesso, che era sicuramente favorevole ad una unione delle forze osovane e garibaldine nella lotta, mentre non lo erano Verdi, Aurelio ed i cattolici di destra loro sostenitori, che si consolidarono al potere di fatto, sciogliendo il primo comando unico. E furono loro che crearono non pochi problemi alla resistenza friulana tutta (4).

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Abba, Lucio Manzin, i fratelli Comessatti: Luciano Gigi e Carlo Spartaco, nonché Romano Zoffo, Livio, che avevano formato la nuova dirigenza dopo i fatti di Pielungo e che avevano messo in luce la pessima gestione della formazione osovana, furono allontanati con scuse false e tendenziose quali quella di essere traditori venduti ai comunisti per aver appoggiato il comando unico Garibaldi – Osoppo, e alcuni di loro furono sottoposti ad un processo o indagine che dir si voglia dove l’accusa era rappresentata da una delle parti in causa cioè don De Luca. (5).

Questi 4 comandanti furono allontanati da posti di comando, con i fucili puntati da parte di soggetti appartenenti ai battaglioni filo cattolici come il Libertà e l’Italia. (6). Abba, Lucio Manzin, che era stato scelto per guidare l’intera formazione, ufficiale effettivo dell’esercito prima di fare la scelta partigiana, dopo quanto accaduto a Rutizza di Tramonti di Mezzo si allontanò dalla zona e finì a comandare in Veneto, i Comessatti andarono a rivestire posizioni di rilievo nel Comando Triveneto del C.V.L., Livio andò a comandare un battaglione osovano in zona Uccea, Sella Carnizza, Resia, Chialminis, Cergneu.

Comunque l’allontanamento da qualsiasi posizione di comando, nella Osoppo in Friuli, di persone preparate come gli ufficiali azionisti portò ad una crisi senza precedenti nella formazione non garibaldina, all’abbandono momentaneo delle file osovane di Gian Carlo Chiussi, fedele a Livio, che si unì alla missione inglese; alla crisi del battaglione Carnia; a partigiani osovani spaesati e che, volendo combattere, avrebbero desiderato unirsi ai garibaldini viste le incertezze createsi in loco; a sospetti da parte dei garibaldini carnici stessi che non capivano cosa fosse accaduto e via dicendo. E nulla fu come prima se Marco Cesselli intitola la prima versione del suo volume sui fatti e la crisi di Pielungo: “Il golpe anticomunista 1944 lacera la Resistenza alto adriatica”. (7).   

E, nel suo piccolo, anche la storia del Cln carnico, comparso improvvisamente a voler sostituire gli altri Cln nel febbraio marzo 1945, fa parte della strategia per giungere a fine guerra con un indirizzo politico preciso. Ce ne ha lasciato informazione Rinaldo Cioni, nella lettera datata 12 marzo 1945 indirizzata a Ciro Nigris in cui chiedeva informazioni nel merito, scrivendo che detto CLN, mai visto prima, voleva sostituire gli altri CLN di vallata e prendere il potere impartendo ordini a tutti, senza riconoscimento alcuno da parte del CLNP.  (8).

Anche Giannino Angeli e Natalino Candotti nel loro volume sulla Zona Libera edito nel 1971 accennano al ‘C.L.N. Sottocomitato Carnico’ sorto a Tolmezzo, poi autodefinitosi “C.L. N. della Carnia”, guidato da don Primo Sabbadini. (9). E pure Romano Marchetti fu esautorato da ogni posto di organizzazione in Carnia da don Ascanio De Luca (sempre lui!) perché favorevole al secondo Comando Unico nel febbraio 1945, e lo stesso prete incontrò i comandanti osovani carnici per far in modo che fossero contro ogni posizione di accordo fra le formazioni partigiane. (10). E detti comandanti erano tutte persone che conoscevano bene la storia di Livio e come si poteva finire opponendosi a De Luca. 

Con questo però non voglio assolutamente dire che i partigiani della destra cattolica non lottarono  come tutti i partigiani contro il nazismo occupante e padrone in Ozak e per la Liberazione dell’Italia, ma solo che alcune loro azioni, più che significative e discutibili, furono influenzate massicciamente dal loro pensiero politico e dall’anticomunismo viscerale di sacerdoti e di parte della società che ne aveva ‘le tasche piene’ del fascismo e del nazismo ma che sognava forse un ritorno ad una specie di società liberal- ottocentesca, retta in modo paternalistico, che si scontrava con il sogno di liberazione delle masse presente nel socialismo e nel comunismo.

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Così alcuni componenti della Osoppo, fin dalla formazione della Divisione, ritenendo che si fosse già all’ insurrezione finale come del resto ipotizzato dal C.L.N. A.I., pensarono, sin dal giugno 1944, solo a come realizzare l’Italia del futuro, guardando al dopoguerra prima che alla guerra in corso, che tanto terrore ed orrore avrebbe portato ancora pure in Friuli, Carnia e Pordenonese, promuovendo un anticomunismo acceso che impediva ogni accordo militare con garibaldini e comunisti o ritenuti tali, come riporta Carlo Comessatti in un suo scritto prima dei fatti di Pielungo (11). Inoltre, a mio parere, alcuni quadri osovani, presumibilmente su influenza anche della chiesa, cercarono, quando si capì che la guerra era persa per i nazifascisti, di trovare un modo per salvare, almeno in parte, la destra ipercattolica collaborazionista sempre in funzione anticomunista. E scrivo questo come dato di fatto che pare nascere da alcune mosse come minimo imprudenti, non certo per offendere l’uno o l’altro. 

E questo modo di pensare e agire fu, a mio avviso, una caratteristica del gruppo di destra democristiano ai vertici della Osoppo: in particolare di Verdi definito «cattolico che simpatizza per il socialismo» (12), di Don De Luca, di Vico Giovanni Battista Carron, Miari Giovanni Battista Marin, Miro Giorgio Simonutti, ad un certo punto al comando della 3^ Brigata, Paolo Alessandro Foi, legato sempre al De Luca, e una delle cause della situazione creatasi ad Ovaro, grazie alla sua imperizia nel comando, il 2 di maggio 1945. Ma fortemente anticomunista pare fosse anche Piave Cino Boccazzi e sicuramente Nicholson, il maggiore inglese Thomas John Roworth, Paolo Alfredo Berzanti, democristiano e don Candido, don Redento Bello. Per quanto riguarda Verdi, ricordo però che Romano Marchetti era molto legato a lui, come tanti osovani, ed il suo giudizio su Candido Grassi è stato sempre positivo. Ma non si può negare che egli prese contatto con la Xa Mas alla fine di gennaio e non il 25 febbraio 1945 (13), e che il 30 marzo 1945, all’ avvicinarsi della fine del conflitto, nonostante tutto, fu di nuovo nominato comandante della Divisione Osoppo in vista dell’insurrezione finale, in un incontro a cui parteciparono, ridistribuendo le cariche dirigenziali dell’intera formazione, Mario Manlio Cencig;  Vico Giovanni Battista Carron; Lino don Aldo Moretti; Aurelio don Ascanio De Luca; che si astenne però dal votare il comandante dicendo che gli andava bene quanto avrebbero deciso gli altri, Olmo Eusebio Palumbo, Paolo Alfredo Berzanti, Monti Gino Mittoni; Miro Giorgio Simonutti, Centina Aldo Bricco, Berto Umberto Michelotti; Ivo Giorgio Gurisatti, e un non identificato Francesco. (14).

Nel corso dell’incontro, le cariche ai vertici della “Osoppo” furono così assegnate: Comandante: Verdi, Vice- Comandante Mario; Delegato politico Vico, Vice Delegato Politico Paolo/Berzanti; Capo di Stato Maggiore Carlo (che non so chi sia); Comandante della Ia Divisione Maso Pietro Maset, ucciso poi dal nemico il 12 aprile 1945 e Vice Comandante Miro; comandante o della IIa Divisione o della IVa Divisione Olmo; Comandante della IIIa Divisione Centina.

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Molti di questi personaggi ritorneranno nei processi per Porzûs in un modo o nell’altro: o come testimoni, o come firmatari di documenti. Però nessuno di loro era presente ai fatti, e se Berzanti poteva sapere qualcosa su Bolla e la prima Brigata, credo gli altri ben poco. Quindi è possibile sostenere che essi ebbero una parte preponderante nel post Porzûs e nei processi ma non in quanto accadde alle malghe ed a Bosco Romagno, da imputarsi solo a Giacca ed ai suoi.

Non solo: incredibilmente le due persone che potevano sapere qualcosa di certo e cioè Mario Toffanin e Vittorio Iuri furono lasciati scappare all’estero e non finirono mai in tribunale. E Giacca, intervistato dopo aver fruito del condono, raccontò ad uno ‘a’ ad uno ‘b’ lasciando molto di irrisolto, ma non narrò mai cosa lo avesse spinto alle baite. Ma d’ altro canto non disse mai che l’eccidio a Topli Uorh e Bosco Romagno fosse stato commissionato da sloveni, Divisione Natisone, Zocchi o Lizzero. E temo che per Toffanin bastasse ritenere che uno fosse fascista, per quanto udito e visto, per ucciderlo, senza porsi tante domande.    

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Nell’autunno/inverno del ’44 fu chiaro a tutti che i nazisti avevano perso la guerra, e si può ipotizzare che la chiesa udinese e personalità di destra abbiano iniziato a pensare a come salvare cattolici anche fascisti e collaborazionisti dei tedeschi che potessero dare una impronta religiosa al domani della nazione, distruggendo il comunismo e gli slavi che agivano sotto il simbolo della stella rossa, ma che, ora sappiamo, per questo non erano scevri da nazionalismo, come lo stesso Edvard Kardelj, mentre alcuni di loro e le loro famiglie erano legate ancora ai sacerdoti locali che avevano salvaguardato la loro lingua, le loro tradizioni, i loro costumi contro l’annientamento fascista. Inoltre pure l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia era formato da diverse componenti, come ci narrano gli autori di “La Slovenia nella seconda guerra mondiale”, seppur operativo sotto i comunisti perché risultavano allora i più organizzati sul territorio. E la penisola jugoslava presentò anche feroci realtà filo naziste, mostrando, in tempo di guerra, una situazione variegata al suo interno, dove operavano anche cetnici e domobranci. (15).

Comunque, sia come sia, ecco allora ipotizzare, da parte nazista, di creare, nell’inverno 1944-1945, dopo il superamento della linea gotica, un baluardo per i repubblichini in ritirata con Cividale capitale (16), idea poi naufragata, ed ecco, a fine guerra, il caso del Reg. Tagliamento, che pare fosse caro al Vescovo di Udine, convogliato verso la Osoppo (17). Del resto non si può negare, da storici, il potere temporale della chiesa, allora marcato, né il suo ruolo, spesso sotterraneo, negli affari del mondo. Basta leggere qualcosa sulla cosiddetta guerra civile spagnola per capirlo. Ed ecco i contatti con il nemico, non di Romano Marchetti che era un ‘visionario’ intellettuale, ma di Verdi, Vico, altri, già protagonisti della crisi di Pielungo nella fazione che aveva allontanato gli ufficiali azionisti da qualsiasi posto di comando.

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E furono queste persone anche i testimoni ai processi ‘anticomunisti di Porzûs’ per l’Osoppo. Inoltre neppure i garibaldini sapevano qualcosa sull’eccidio, dato che era stata una azione solitaria del gruppo gappista guidato da Giacca, ma gli osovani anticomunisti e pare anche i giudici, ma ritorerò poi su questo, non credettero loro, creando un problema senza fine di carattere politico e storiografico fino all’ Apo attuale, e mi scusi Roberto Volpetti se lo scrivo, che dovrebbe dare risalto alla lotta antifascista e antinazista osovana, non chiudersi prevalentemente in Porzûs ed in certa mistica ‘alpina’. E Volpetti conosce il mio pensiero perché gliel’ho detto, essendo pure quello del suo predecessore Cesare Marzona. Mi ricordo quando a Venzone, prima seduto fra il pubblico, si alzò dopo che avevo finito la presentazione delle memorie di Romano Marchetti anche con l’aiuto di diapositive, centrandolo sulla resistenza e colloquiando con Romano, e si complimentò perché finalmente si parlava della Osoppo come formazione combattente nella resistenza. E questo imparai quel giorno da lui. 

Ma per ora mi fermo qui, scrivendo, come il solito che sto cercando di capire e non voglio offendere alcuno, e vi avviso che tra un paio di giorni pubblicherò un articolo su: i contatti degli osovani con il nemico ed alcuni problemi con la prima Brigata narrati ai processi. Alla prossima puntata.

Laura Matelda Puppini 

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NOTE. 

1) Abba è Lucio Manzin, ufficiale di cavalleria, nato a Gradisca di Isonzo nel 1913. Azionista, fu allontanato dai sostenitori di Verdi e Aurelio dal comando della formazione e quindi lo ritroviamo a comandare, nel bellunese, per la Osoppo, il comando unico “Zona Piave/Divisione Garibaldi Belluno, per ordine del Comando Militare Regionale Veneto (CMRV). (Luca Nardi, Storie di guerra: Valdobbiadene e dintorni dal gennaio 1944 all’eccidio del maggio 1945, Università degli Studi di Padova, Dipartimento di scienze storiche, geografiche e dell’antichità, Corso di laurea magistrale in scienze storiche, a.a. 2015-2016, relatore Ch. Mo Prof. Carlo Fumian, p. 86). A fine guerra fu insignito della medaglia d’argento al valor militare e della ‘Bronze Star, del governo alleato e fu promosso di grado all’ interno dell’E. I. . «Uomo dal fisico possente e dal coraggio puro e trasparente», prima e dopo la guerra, a cui prese parte prima dell’8 settembre 1943 come militare del R.E.I., si dedicò all’equitazione sportiva, come atleta e come istruttore. Ufficiale effettivo di cavalleria, fu guardato con sospetto dalla componente più conservatrice dell’Esercito Italiano come uno di sinistra. Nato a Gradisca d’ Isonzo nel 1913, è morto a Moruzzo, in Friuli, il 7 agosto 1988. (Per questa nota e l’attività ippica, cfr. https://www.cavallomagazine.it/commenti/lucio-manzin-il-bambino-che-sognava-i-cavalli. Per la medaglia d’ argento, cfr. Gazzetta Ufficiale 5- 11- 48 Manzin Lucio medaglia d’argento n. 258, p. 3578).

2) Carlo Comessatti, nome di battaglia Spartaco, osovano, uno dei fondatori, nel 1941, del P.d. A. udinese. Figlio di un medico molto stimato, era nato a Trivignano il 9 febbraio 1917. Dopo aver terminato le scuole superiori si iscrisse all’università di Padova, ove si laureò ed ove conobbe alcuni esponenti di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione. Ufficiale dell’Esercito Italiano, dopo l’8 settembre 1943, si imboscò, assieme al fratello Luciano, a Savorgnano, in una stalla di proprietà di Enea, Gastone Valente, assieme ad un gruppo di noti azionisti friulani. Successivamente, dopo aver recuperato armi ed equipaggiamenti, il gruppo si unì a quello capeggiato da Fermo Solari fondando il Battaglione Rosselli, di stanza a Subit, di cui Carlo Comessatti assunse il comando. Il battaglione cercò di unirsi ad altri gruppi, e, a tal fine, prese contatto anche con il gruppo di Porzûs comandato da Barba Livio Romano Zoffo, e con quello di Attimis comandato da Manlio Cencig Mario. Successivamente cercò di far confluire sotto un unico comando i gruppi sparsi in montagna. Tra varie vicende, il gruppo azionista del battaglione Rosselli operò sino all’inizio del 1944, quando Fermo Solari si trasferì, definitivamente, a Milano. A questo punto Carlo Comessatti entrò, come altri azionisti, a far parte della formazione Osoppo/ Friuli. Nominato commissario della formazione dopo i fatti di Pielungo, favorevole al comando unico Garibaldi /Osoppo, venne duramente contestato dal gruppo contrario allo stesso. A causa di questi contrasti interni, Carlo e Luciano Comessatti, entrati insieme nella resistenza e del P.d’A., lasciarono l’Osoppo ed il Friuli. Carlo divenne membro del Comando Regionale triveneto C.V.L. con la funzione di Capo di Stato Maggiore, Luciano divenne Ispettore nel Comando stesso. Nel secondo dopoguerra Carlo svolse la professione di aiuto – regista, poi regista di film sulla resistenza e documentari e continuò ad essere attivo nel P.d.A, fino al suo scioglimento. Successivamente venne nominato direttore del Medio Credito delle Tre Venezie, carica che rivestì sino alla pensione, dopo la quale rientrò in Friuli. Quivi partecipò alla vita dell’A.N.P.I. quale presidente onorario. «Occorre ribadire, – scrive Mario Lizzero – che Carlo Comessatti è rimasto sempre profondamente legato ai valori ideali della Resistenza per i quali aveva combattuto e sofferto». Carlo Comessatti morì ad Udine il 9 marzo 1991. È stato insignito della Medaglia d’argento al valore della Resistenza Friulana. (Mario Lizzero, Carlo Comessatti Spartaco, in: Storia Contemporanea in Friuli, ed. I.F.S.M.L., N.21, 1990, pp. 211 – 213 e Tiziano Sguazzero, Il contributo azionista, op.cit., pp. 126- 199). Per Luciano Comessatti non ho reperito cosa fece nel dopoguerra. Ambedue, scrive Fermo Solari nel suo: “Le origini della Resistenza friulana e la prima formazione G.L., https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0068570_1955_34-39_13.pdf., p. 132. «nell’estate ’44, si trovarono in dure difficoltà con gli esponenti della D.C. i quali osteggiavano il principio dell’unità operativa e politica, fondata sui comuni ideali della Resistenza, che invece i giellisti sostenevano e volevano attuare anche con le formazioni garibaldine». Luciano Comessatti fu poi uno degli ispettori inviati dal Comando Triveneto del C.V.L. ad indagare su quanto accaduto a Topli Uorh, erroneamente Porzûs. Ambedue erano stati, prima della resistenza, ufficiali di complemento del R.E.I. (Tiziano Sguazzero, op. cit., p. 141).

3) Per Romano Zoffo, cfr. in: www.nonsolocarnia.info: Laura Matelda Puppini. Romano Zoffo Barba Livio o Livio, il battaglione Carnia, e la crisi innescata dai fatti di Pielungo. e le fonti citate nell’ articolo.

4) Importanti sono anche, fra le fonti prese in considerazione, l’articolo di Giampaolo Gallo, La crisi di Pielungo, in Storia Contemporanea in Friuli n.8, ed. IFSML, 1977, PP. 76-125 ed il volume di Marco Cesselli, anche lui del P.d.A., intitolato, nella prima edizione, “Il golpe anticomunista 1944 lacera la Resistenza alto adriatica”, Quaderni altoadriatici, non datato. Il volume di Marco Cesselli è stato riedito, da che si legge in versione integrale, nel 2015 da Aviani&Aviani con titolo, “Il golpe di Pielungo. L’ombra lunga di Porzûs”, a cura di Paolo Strazzolini, alterando però il significato del testo con il modificarne il titolo, che doveva restare originale. Per l’avvallo della Commissione d’ inchiesta nominata dal C.L.N.P., si veda il documento n.18 “Deliberazioni della Commissione di inchiesta del C.L.N. in: Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo Friuli. Documenti 1944-45, IFSML, 2003, IFSML, 2003, pp. 92-93.

5) Giampaolo Gallo, op. cit., pp. 108-109.

6) Ibidem.

7) Marco Cesselli, Il golpe anticomunista 1944, op. cit.

8) Laura Matelda Puppini, Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo, Storia Contemporanea in Friuli n. 44, IFSML 2014, Doc. n. 12, p. 243-244. Nella lettera di Cioni a Nigris si legge:«La storia del C.L.N. della C. (sta per Carnia. n.d.r.) è una vera storia perché per mio conto ancora non esiste. Ti spiego! Un bel giorno sono venuto a sapere di certuni di T. (forse di Tolmezzo. n.d.r.) che si firmavano come CLN della C. senza, in definitiva, rappresentare nessuno. Per nostro conto della VG (C.L.N. Val di Gorto. n.d.r.) siano rimasti sempre uniti e sono solo rimpiazzati il deceduto con A. e chi è dovuto fuggire: i 5 partiti sono rappresentati provvisoriamente e vi è già una organizzazione di massa: la mia! Presi contatto e feci notare che prima di parlare di CLNC (C.L.N Carnico. n.d.r.) bisognava chiedere al CLNP (C.L.N. Provinciale n.d.r.) perché il riconoscimento fosse legale… dissero accordo poi un bel giorno tirarono fuori una specie di lettera consigli che non mi piacque! Osoppo rispose a tono e per conseguenza di fronte CLNP, noi della VG (Val di Gorto, n.d.r.) prendemmo posizione facendo notare che tuttora non era possibile parlare di CLNC ma solo di quelli di T (Tolmezzo n.d.r.) e VG (Val di Gorto n.d.r.) e degli altri se esistevano. Nel merito cfr. pure Giannino Angeli, Natalino Candotti, Carnia libera. La repubblica partigiana del Friuli, Del Bianco ed., 1971, 264-265.

9) Ivi, p. 65.

10) Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, IFSML e Kappa – Vu ed., 2013, p. 149.

11) “Relazione sulla situazione politico-militare della Brigata Osoppo” scritta da Carlo Comessatti ed indirizzata al “Comitato Provinciale del Partito d’Azione – Udine”, datata 18 luglio 1944, riportata da: Giampaolo Gallo, La crisi di Pielungo, op. cit., pp. 84- 87.

12) Ivi, p. 80.

13) La data del 25 febbraio 1945 per l’incontro fra Verdi e la Xa Mas è riportata come comunicata in sede processuale in modo sicuro da Cino Boccazzi. (“Il processo di Porzûs. Testo della sentenza della Corte d’Assise d’ Appello di Firenze sull’eccidio di Porzûs” con prefazione di Gianfranco Bianchi e note di Silvano Silvani, avvocato, edizioni Ribis – La Nuova Base ed. 2004, p. 321). Ma ivi si legge pure che Maria Pasquinelli, che funse da mediatrice per l’incontro, lo datò 30 o 31 gennaio 1945.

14) Documento n. 46. “Verbale della riunione del Comando gruppo divisioni Osoppo in preparazione dell’insurrezione” in: Alberto Buvoli, Le formazioni, op. cit., pp.198-200. I comandanti osovani presenti all’ incontro sono evidenziati in nota 1 al documento, p. 200.

15) Zdenko Čepič, Damijan Guštin, Nevenka Troha, La Slovenia nella seconda guerra mondiale, IFSML, 2012.

16) Enzo Collotti, Il Litorale Adriatico nel Nuovo Ordine Europeo 1943- 1945, Vangelista editore, 1974, p. 12.

17) L’elenco dei collaborazionisti del Rgt. Tagliamento passati alla Resistenza è stato da me pubblicato su www.nonsolocarnia.info nell’ articolo intitolato: L.M.P. Storie partigiane e non, fra un avvicendarsi al comando della formazione Osoppo ed il passaggio, all’ultimo momento, di militi filonazisti del Rgt. ‘Tagliamento’ alla Osoppo.

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L’ immagine che accompagna l’articolo è sempre la copertina del ‘Diario di Bolla’. L.M.P.

 

 

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