Ancora sull’uso di fonti orali. Due interviste a Mario Toffanin, ‘Giacca’, sulla sua vita a confronto. Ma non dicono le stesse cose.
Per chiarire quanto ci si possa fidare delle testimonianze orali, che vanno prese con le pinze si fa per dire, cercherò qui di mettere a confronto quanto dichiarato da Mario Toffanin nelle due interviste già citate e cioè: Mario Bruno Bellato, “Resoconto incontro con Mario Toffanin, comandante Brigate GAP Friuli avvenuto a Capodistria (Skoffie) l’11.12.1993”, leggibile in Archivioteca.it d’ora in poi qui INTERV. 1, su cui ho ampiamente già scritto (1) e “Intervista al Comandante Giacca”, a cura del Collettivo Propaganda di Rivoluzione, Quaderni di rivoluzione, Supplemento a ‘Rivoluzione’ Padova 2005, leggibile online su https://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf”, d’ora in poi qui: INTERV. 2.
E vi prego, se non lo avete ancora fatto, di leggere quanto ho già scritto sia ultimamente che in precedenza, sui contesti in cui avvenne la strage di Topli Uorh (Uork o Uorch), sulla stessa, su Gap friulani e documentazione, oltre che sui limiti di un intervistatore, se non ha un po’ di mestiere e se parte, magari, con una idea preconfezionata di quanto vuole sapere.
L’elenco degli articoli che ho pubblicato prima del 27 marzo 2025 si trova in: Recensione di Marco Puppini al secondo volume su Porzûs di Tommaso Piffer, con prefazione di L.M.P. e l’elenco degli articoli pubblicati su Porzus qui. Bisogna ricordare però, in questa sede, che il Toffanin rilasciò diverse interviste oltre le due prese da me in considerazione, di cui una sicuramente a Marco Cesselli, a cui il noto osovano accenna anche nel suo libro “Porzus. Due volti della resistenza” ma di cui non ho trovato il testo integrale sottoscritto dall’ intervistatore, e l’altra a Riccardo Toffoletti, secondo una persona che me lo ha narrato, pubblicata su PerImmagine. Ora non è che non si possano utilizzare fonti orali, ma bisogna stare molto attenti, incrociarle, ricostruire i contesti e non partire da idee preconcette. Perché anche le ipotesi interpretative si fanno dopo aver letto qualcosa, dopo essersi fatti una idea, non prima.
_______________________
Per parlare di Toffanin partiamo da due dati di fatto: era di fede comunista sicuramente, era internazionalista, era di famiglia padovana e quindi era veneto (2) per sua stessa ammissione, però visse con la famiglia a Trieste ove lavorò inizialmente in una officina meccanica prima e pare, al Cantiere San Marco (anche cantiere a San Marco (3)) poi, non ai cantieri di Monfalcone.
Bisogna inoltre ricordare che le 2 interviste sono state riassunte e non trascritte parola per parola dagli intervistatori o chi per essi. Pertanto non siamo sicuri che riportino esattamente il pensiero di Mario Toffanin, gappista con nome di battaglia o copertura ‘Giacca’, assurto agli onori delle cronache per quanto compì, con il gruppo da lui comandato, a Topli Uorh e Bosco Romagno.
_______________________
Alcuni dati su Mario Toffanin.
INTERV. 1 – Se Toffanin aveva, per Mario Bruno Bellato, nel dicembre 1993 compiuto 82 anni “un mese fa”, egli risulterebbe nato nel novembre 1911. (Resoconto, p. 11). In INTERV. 2, per sua stessa ammissione, egli è nato il 9 novembre 1912 “Intervista, op. cit., p. 7), come del resto su wikipedia. (https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Toffanin), ed è la data corretta di nascita.
Poi il trasferimento a Trieste, seguendo la famiglia, che era piuttosto povera. (INTERV.1- Resoconto, p. 3). Quindi il lavoro in giovane età, prima in una officina meccanica, come garzone, poi al Cantiere San Marco di Trieste come saldatore. Poi, per INTERV. 2 fu mandato a lavorare dai cantieri anche a L’Aquila. (“Intervista, op. cit., p.7).
Per quanto riguarda la domanda di iscrizione al Partito Comunista creato in Italia come PCd’I nel 1921 e poi diventato PCI dal 15 maggio 1943), troviamo così riportato: INTERV. 1 – “Nel 1929, gero giovane, go fato la dimanda de iscrizione al partito e i me ga tegnuo in prova fino al 1933” (“Resoconto, p.3).
INTERV. 2 – “A 17 anni ho chiesto di entrare nel Partito Comunista Italiano”. E questo è logico se egli era nato nel 1912. Pertanto i testi combaciano.
_______________________
Due versioni contrastanti sull’arruolamento.
INTERV. 1 – “Poco prima che scominzasse la guera, i me ga cjamà a fare il soldato. Per fortuna che me ga arruolà de marina. Ma mi gero internazionalista proletario, operaio no copa un altro operaio, savé. Mi no volevo fare il soldato. E alora no magnavo mai, gero debole, perché volevo farme scartar, gero debilità e magro. Dopo ventinque giorni i me ga trasferio in un corpo de tera de la marina sempre, e dopo qualche tempo i me ga scartà. I me ga congedà”. (Resoconto, pp. 3-4).
INTERV. 2 – “Io lavoravo, facevo il saldatore elettrico al cantiere San Marco. Fui mandato dal cantiere San Marco a lavorare a l’Aquila. Due anni prima di terminare il lavoro a L’ Aquila, tornammo in cantiere a Trieste. Appena arrivato a casa, mia moglie mi disse che tutti venivano chiamati e arruolati. (era il 1939): Natalino era partito, quell’altro pure, avevano chiamato Dino. Così, avvertito, aspettai ancora un po’. Poi, pochi giorni prima del Natale del 1939, chiamarono cinque o sei della mia classe. A quel punto parlai con i responsabili del Partito che decisero che era meglio espatriare in Jugoslavia per evitare di essere arruolato”. (Intervista, p.7).
In questo caso, umanamente, le versioni divergono ma vengono attribuite ambedue al Toffanin. Ma può darsi sia verosimile quanto riportato su: https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Toffanin, senza però fonte citata: il giovane padovano fu arruolato nel 1940 e dopo tre mesi riformato. Quindi riparò in Jugoslavia, dove ricevette l’incarico, (in questo ulteriore testo non è chiaro da chi), di organizzare la resistenza e di costituire delle formazioni partigiane, con le quali combatté dal 1941 (dopo l’invasione nazifascista del Regno di Jugoslavia) al 1943 in Croazia. E si sa pure che il Toffanin fu insignito dal Governo Jugoslavo della medaglia “Partizanska Spomenica 1941”, concessa in onore ai veterani della guerra partigiana e di liberazione. (https://en.wikipedia.org/wiki/Mario_Toffanin Testo in lingua inglese).
_______________________
L’arresto.
Anche in questo caso le interviste divergono in modo eclatante.
INTERV. 1 – Qui non si legge che il Toffanin sia stato arrestato mentre combatteva con la resistenza croata, ma solo che prima si recò a Lubiana e quindi a Zagabria, dove, dopo l’invasione nazifascista, si arruolò con i partigiani. Al momento della firma dell’Armistizio, si trovava in Istria e «qualchedun me ga dito de andar a Trieste». (Rescoconto, p. 4). Poi da Trieste, secondo questa fonte, come da ordini ricevuti, si spostò in provincia di Udine e, mentre si trovava a Godia, fu arrestato dalla Guardia (territoriale), che però io non so quale fosse allora in Ozak, dove c’era l’MDT Milizia di Difesa Territoriale o Landschutz-Miliz, in quanto territorio guidato direttamente dal Terzo Reich. E siamo nel 1944.
Qui pare che al momento dell’arresto, egli facesse mercato nero, per sua stessa ammissione, ma questo lascia perplessi perché nessuno ha mai dichiarato, neppure uno dei soliti informati non si sa da chi o testimoni oculari non si sa di che cosa, che i gappisti facessero mercato nero, esponendosi, fra l’altro, nella vendita. Ed anche se uno, senza ordine alcuno, lo avesse fatto, e non certo un partigiano o gappista, (e ce ne furono parecchi in Italia), si sarebbe ben guardato dal dichiararlo a posteriori, mettendosi una pietra al collo. Ma invece leggete cosa scrive Bellato nel suo testo come riferito dal Toffanin a lui, personalmente: «Alora xe suceso così. In quel periodo mi fazevo mercato nero con altri compagni. Se gera a Godia in un ambiente pubblico. Gavevo in tasca tanti schei: 250 franchi, tanti schei. Savè, i schei serviva a comperar tante robe necesarie per il partito nostro e i ns. combatenti» (Resoconto, p. 5).
In sintesi e per inciso, qui un lettore potrebbe capire che il Partito Comunista si sosteneva con il mercato nero, il che non ha altra fonte se non l’intervista di Bellato a Toffanin. Inoltre questo è davvero difficile da sostenere perché chi faceva mercato nero era noto, altrimenti nessuno comperava da lui, poi perché ai partigiani comunisti servivano generi alimentari non soldi per acquistare a loro volta questi, magari a mercato nero, unica possibilità in certi momenti. E questo viene suffragato pure da quanto narratomi dalla figlia di Vittorio Tempo, e cioè che i partigiani cercavano nei locali e bottegoni, alimenti o denaro, ma non vendevano nulla. (Cfr. Ricordo di Vittorio Tempo, ucciso dopo esser stato portato alla caserma Piave di Palmanova, e del campo di concentramento di Gonars, dalla voce di Vittoria Tempo Not. Per non dimenticare. In: www.nonsolocarnia.info).
Ma continuiamo con l’intervista a Giacca di Bellato. «Ariva la Guardia e me dize: «Lei viene con noi. Mi vado me toca andar con loro. No parlo e sto sempre sito. (? Zito N.d.r.). Gero in stanza solo. Un giorno i ga portà un altro che conossevo. Apena che l’ ze entrà go fato con la man cozì: Zitto. Ga capio subito e no ga parlà mai.
Dopo pochi giorni, i ga verto la porta, i me ga ciamà e i me ga dito: Lei è libero. Cozì xe andada. No so se i ga pagà centomila franchi per liberarme. So solo questo che go contà». (Resoconto, op. cit., p. 5).
_______________________
Ma la cosa più eclatante è che questo non corrisponde a quanto riportato, come detto da Giacca, nell’altra intervista.
In INTERV. 2 – Toffanin narra che espatriò a Lubiana per evitare di fare il militare, e che, poi, rischiando di venir arrestato dalla polizia italiana al potere, decise di spostarsi a Zagabria, dove, grazie ai compagni, riuscì a trovare lavoro come muratore. E questo pare sia accaduto prima dell’aprile 1941.
Ma il 6 aprile 1941 sentì alla radio che Belgrado era stata bombardata. Quindi gli fu richiesto di avvisare gli altri compagni del rione dell’accaduto, ed un altro andò ad avvisare gli altri, ed infine si trovarono in circa 300 o 400 radunati intorno alla Sava. Da lì cominciò la lotta partigiana. E Toffanin iniziò ad agire con modalità diremmo oggi da gappista in Zagabria, con azioni fulminee e spostandosi continuamente, dopo non essersi più presentato in fabbrica. Non sappiamo però che nome di copertura avesse in Croazia.
A seguire il racconto del suo arresto. «Un giorno del 1943, il Comitato Centrale del Partito di Zagabria ci disse che dovevamo sparire tutti, dal momento che in città era arrivata una forte divisione di polizia tedesca. Quindi andai in Slavonia, ma lì fui arrestato e consegnato ai tedeschi.
Era il 20 marzo 1943. Feci quarantatre giorni di prigione a Zagabria e poi fui portato in un campo di concentramento a Zemun (4), vicino a Belgrado, dove rimasi circa tre mesi.
Qui arrivò una commissione di gerarchi (non si sa se fascisti italiani o capi nazisti n.d.r.) che ci misero in fila per scegliere quelli che dovevano essere trasferiti in Germania. Io avevo allora 30 anni. Con me c’erano un certo Carpelli e Dobrilla Vittorio, che abitavano a Zagabria. Fummo caricati su un convoglio ferroviario con destinazione Germania». (Intervista, op. cit., pp. 8 – 9).
Quindi alla domanda su come fosse riuscito a scappare, così ha risposto: «Arrivammo a Zagabria. Io mi guardavo sempre intorno se vedevo qualcosa di nuovo. Vidi entrare nell’ ufficio dei tedeschi un vecchio. Chiamai Vittorio e gli dissi: “Tu che hai la possibilità, vai a parlare con quel vecchio, che secondo me è un interprete, e chiedigli se si può avere un breve permesso per fare una visita a casa, visto che siamo qui di passaggio”. E così andò. Mi diedero un foglio di permesso. E così anche ad altri ventisette che erano con me prigionieri a Zemun» (Intervista, op. cit., p. 9).
E così continua il Toffanin: «Vittorio disse: “Noi andiamo in Istria”, ma io risposi: “No, adesso ascoltatemi bene: prendete il tram n.5 che vi porta oltre la Sava, ma non andate in osteria”. Io vivevo a Zagabria e la conoscevo bene. “Bisogna andare dietro l’osteria, a cento metri, sedetevi e qualcuno verrà a prendervi”». (Ivi, p. 10). Fin qui la testimonianza di Giacca.
Qui però io non capisco come abbiano fatto i 27 oltre Toffanin a scappare, perché dubito che i nazisti avessero loro dato un permesso. Inoltre come avevano potuto, 27 persone vestite di una divisa da campo di concentramento o con vestiti sporchi e lerci e senza soldi a prendere un tram senza farsi notare? Mistero.
Comunque, sia come sia, il noto gappista, secondo questa intervista, così continuò: «Io fui l’ultimo ad uscire dal campo di lavoro tedesco e raggiunsi subito un corriere che avevo conosciuto dove lavoravo. Si chiamava Deva ed io gli dissi: “Dietro l’osteria ci sono 27 giovani che aspettano che li porti nelle case”. Già allora c’erano molte famiglie che aiutavano i partigiani». E così i 27 trovarono un rifugio. (Ibidem).
_______________________
A questo punto io credo che Mario Toffanin, anziano, abbia forse raccontato a spezzoni, confondendo un po’ e mettendo sé stesso al centro, come già scritto, oppure che vi siano state delle interpretazioni discutibili su quanto da lui realmente detto da parte degli intervistatori che hanno riassunto, o che questi siano stati influenzati, nel trascrivere, da quanto risultato ai processi e dalle loro aspettative o che ne so, ma una cosa credo sia certa: se uno non è troppo anziano, non è confuso e non è quasi alla demenza senile, non può dimenticarsi di quando è stato arrestato e dove. A meno che Toffanin non sia stato catturato due volte e lasciato poi andare, ma io non capisco più niente.
Non ho reperito altre fonti che spieghino quando Giacca fu preso prigioniero dal nemico.
_______________________
L’arrivo a Trieste e poi l’invio ad Udine.
INTERV. 1 – Verso la fine del fascismo (5) (8 settembre 1943), me trovavo in Istria. (…). Qualchidun me ga dito de andar a Trieste. Savé, no; TrIeste xe la mia cità. (6). Conosso tuti a Trieste. Arivo a Trieste e me presento da Frausin (7). Frausin gera il comandante de Trieste. Alora ghe conto, come fasso con voi, la mia storia.
Gavevo una bela giacca de cuoio. Frausin dize: – ‘Alora, ti come gavemo de cjamarte? E me vardava. Te ciameremo Giacca. – E così son diventà ‘Giaca’, partigiano della mia cità di Trieste. (…). Dopo, Frausin, un giorno me dize che me gavaria mandà a Udine. Mi non conossevo Udine. No me piaseva andarghe. Ma se il Partito decide, se la Cellula decide, bisogna obedir. A me mi piaseva tornar nella mia tera, nela mia Istria (dove però prima non aveva mai combattuto trovandosi partigiano in Croazia n.d.r.); opure me saria piazuo anche andar a Padova a far il gapista. A Padova go tanti parenti, che i podeva nasconderne e darne de magnar. Ma la Celula ga deciso cozì e cozì go fato». (Resoconto pp. 4- 5).
Poi nulla sul fatto di esser entrato con un suo gruppo a far parte della Picelli- Natisone, ma solo che egli diventò «il capo de tuti i Gap friulani» al posto di Maks, Mario Karis, (8) verosimilmente, che si sa esser stato, ad un certo punto, anche gappista nel manzanese ma non comandante di tutti i Gap. Però, continua Toffanin «Franco e Ultra i gera i miei comandanti» (Resoconto, p. 5). Ma aggiunge: «Ma gero anche autonomo per certe robe. De tanto in tanto se copava do – tre fassisti là». (Ibidem). Quindi in sintesi non si sa se l’azione di Topli Uorh fu autonoma o ordinata da Modesti e Alfio Tambosso, Ultra, e se fu ordinata cosa dissero di fare i due noti comunisti a Giacca.
Inoltre qui Toffanin dice che vennero realizzate in Friuli 3 Brigate GAP e 4 SAP, ma non vi sono altre fonti a confermarlo, ed i documenti che ho già pubblicato parlano solo di una brigata gappista da cui si originò poi una seconda. (9).
E se Giacca andò a guidare i gap friulani al posto di Maks, ammesso che i Gap avessero un capo Brigata, allora, leggendo l’intervista di Bellato, si potrebbe ritenere che i comandati venissero scelti fra coloro che non abitavano nei luoghi, ma i Gap dovevano per loro natura conoscere paesi e persone. Pertanto, ancora una volta, non si capisce nulla.
_______________________
INTERV. 2.
In questo testo Toffanin narra che rientrò a Trieste, a casa, dove aveva lasciato la moglie e due figli, il giorno prima dell’8 settembre 1943, e che poi aderì ai Gap triestini, dei quali divenne responsabile. (Intervista, op. cit., Cenni biografici e p. 10). Ma nell’aprile ’44, dopo un’azione in via Carducci a Trieste, un compagno fu arrestato e, presumibilmente sotto tortura e minacce, disse chi erano gli altri e dove abitavano. (Ivi, pp. 10-11). Ma, a parte l’imprudenza di far sapere a tutti i componenti del gruppo chi fossero i compagni e dove abitassero, se così fosse stato, più di azioni da Gap parrebbero da Sap, a mio avviso. Ed allora si capisce ancor meno a cosa servisse un capo. Inoltre questo, per quanto accaduto, pare un piccolo gruppo. E non sappiamo se anche nella città giuliana, Toffanin agisse con un nome di copertura o meno e quale fosse.
Comunque qualcuno avvisò in tempo la moglie di Toffanin, Giorgina, e non credo invero avesse avuto una premonizione come dice qui Giacca, che stavano venendo a catturare il marito, e lei lo svegliò nel cuore della notte e gli disse di scappare.
Così Mario Toffanin si nascose in un bunker che nessuno conosceva, che aveva scavato nei pressi di casa sua e vide i militi entrare nella stessa. E dopo perquisizione e non avendolo trovato, catturarono sua moglie Giorgina e la condussero ad Auschwitz, dove rimase internata 16 mesi, uscendone miracolosamente viva. (Ivi, p. 11).
Quindi Giacca raggiunse il responsabile del Partito Comunista Triestino che gli disse che ormai era troppo conosciuto a Trieste ed era stato segnalato, e lo inviò ad Udine. Egli avrebbe preferito altra località ma «gli ordini sono ordini» (Ivi) ritornello che si ripete nelle interviste date però da un Giacca anziano, che aveva forse anche sentito come si era difeso Adolf Eichmann al suo processo di Gerusalemme, che venne riassunto in modo spiccio con la frase “gli ordini sono ordini”, cioè che ruotava attorno al principio di obbedienza ai comandi superiori. Comunque, dico io ed appare chiaro ai più, che restare a Trieste per lui sarebbe stato davvero pericoloso.
Quindi il Toffanin seguì le indicazioni precise dategli e si incontrò ad Udine con Lino Zocchi (erroneamente a p. 11 dell’intervista Occhi N.d.r.) Ninci il comandante in capo delle Garibaldi friul – giuliane, veterano della guerra di Spagna, che gli fece conoscere Dario di Napoli, che aveva in quel momento in mano i GAP friulani, che però sparì subito dopo quella presentazione, ed egli si trovò al suo posto. Questo accadeva, secondo Giacca, nell’aprile 1944.
Ma è difficile che un fuggiasco venisse subito messo a capo di tutti i GAP e ritengo sia tutto da dimostrare quanto Giacca dice «Io ero a capo di sei brigate che operavano da Udine fino a Monfalcone». (Ivi, p. 11). Inoltre non capisco come mai Zocchi, che era il comandante delle Garibaldi, si occupasse anche dei Gap che non dipendevano dalla stessa.
Poi le informazioni si fanno ulteriormente confuse quando Toffanin dichiara che Sasso e Vanni erano i comandanti della Garibaldi, (Intervista, p. 12), mentre lo erano solo della Brigata e poi Divisione Natisone, mentre il comandante della Formazione Garibaldi era Lino Zocchi ed il commissario politico Mario Lizzero. Non solo: egli afferma che era contrario a spostare ‘uomini’ (nella realtà la Divisione Natisone intera) alle dipendenze militari del IX Corpo (Ibidem), ma questo è proprio o un elemento di megalomania, perché egli non comandò mai la Natisone, o fu un rivivere in senso opposto quanto aveva vissuto alle dipendenze della stessa dai primi di agosto alla fine settembre 1944, quando era lui che aveva dovuto sottostare agli ordini divisionali e della brigata Picelli, per poter stare nella Natisone, come da lui chiesto per sé e per i suoi uomini.
In sintesi molti punti non tanto oscuri quanto contradditori restano nella vita di Mario Toffanin, mentre ci si avvicina, nella sua storia, all’ eccidio di Topli Uorh.
_______________________
Ho riportato questo confronto fra quanto scritto in due interviste alla stessa persona sulla sua vita, che si chiama pure confrontare ed incrociare le fonti, per far capire quante contraddizioni ci possano essere in fonte orale su un tema che dovrebbe conoscere benissimo, a causa dell’ intervistatore o dell’ idea che l’intervistato si è fatto d lui, dell’età del soggetto, magari della sua memoria labile ed un po’ offuscata, del desiderio di lasciare ai posteri una immagine positiva di sé, dell’interposizione di sogni sulla realtà vissuta, fatta anche di “odi ed amori” “simpatie ed antipatie”, e via dicendo, e, in questo caso, dal fatto che quello che accadde alle malghe e in bosco Romagno assunse nella vita del Toffanin una importanza tale da offuscare il suo ricordo in altro modo. Ma queste sono solo illazioni mie, e di fatto il dato che resta palese è che le due interviste fatte alla stessa persona, raccontano versioni diverse della sua vita.
E per ora mi fermo qui. Ma la storia continua con l’analisi di quanto accadde a Topli Uorh e Bosco Romagno e della diversa documentazione. Vorrei inoltre precisare che partigiani e gappisti, pur essendo uomini onesti d’ onore più di tanti altri, erano usi o tacere sulla loro attività o anche a raccontare storielle, perchè erano stati preparati a rispondere, negli interrogatori nemici dopo cattura, su domande precise: “Non so”, “Non lo conosco” e via dicendo. Non solo: molti comunisti avevano già vissuto interrogatori e la galera. Ho riportato questo confronto, e lo ripeto, non per offendere alcuno o insinuare qualcosa, ma solo per dimostrare che bisogna avere molta cautela con le interviste e le fonti orali, che a livello metodologico le fonti devono essere incrociate, e per far capire che ben poco sappiamo del Toffanin anche se più volte intervistato.
Laura Matelda Puppini
_______________________
(1) Cfr. su www.nonsolocarnia.info l’articolo: Intervista a Giacca/Toffanin di Mario Bruno Bellato datata 1993. Analisi critica.
(2) Il cognome Toffanin è tipico delle zone del padovano, ove rappresenta il 75esimo cognome per diffusione, e del vicentino e veneziano. (Voce Toffanin’ in: www.cognomix.it).
(3) Cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Cantiere_navale_di_Trieste.
(4) Esiste un lungo articolo in: https://croatiannaiveartinfo.blogspot.com/2021/10/mirko-virius-campo-di-concentramento-di.html?m=0. Sul Campo di Concentramento di Zemun, a firma di Mirko Virius, che vi invito a leggere, perché non posso qui riportarlo. Detto campo, chiamato di Sajmištem, dalla località di Sajmišt, in croato fiera come mercato e luogo espositivo di merci di Belgrado, ove si trovava, e fu realizzato vicino a Zemun, detta anche Semlin o Semliu, che dal 1934 risultava essere uno dei comuni che formavano la città di Belgrado. Nel 1941 fu occupata dai tedeschi e nuovamente divisa da Belgrado, ma poi, dopo la formazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, venne riannessa alla capitale. (https://it.wikipedia.org/wiki/Zemun). Nel Campo di sterminio di Sajmištem, poi chiamato di Zemun, vennero rinchiusi in particolare serbi, ebrei, rom ed oppositori politici, come dovunque. Il campo, inaugurato il 21 ottobre 1941, e quindi realizzato dopo l’occupazione nazifascista del Regno di Jugoslavia, fu organizzato e gestito dalle unità delle SS Einsatzgruppen di stanza nella Serbia occupata. Molti dei prigionieri vennero uccisi altri, tra cui anche donne e bambini, vennero sterminati dalle malattie e dalla mal nutrizione, altri ancora furono sterminati da un camion pieno di benzina che esplose o fu fatto esplodere a questo fine. «Si stima che circa 32.000 prigionieri, per lo più serbi, siano passati attraverso il campo durante questo periodo, 10.600 dei quali sono stati uccisi o sono morti a causa della fame e delle malattie. Le condizioni a Sajmište erano così precarie che alcuni iniziarono a paragonarlo a Jasenovac e ad altri grandi campi di concentramento in tutta Europa. Nel 1943 e nel 1944, le prove delle atrocità commesse nel campo furono distrutte dalle unità dell’SS-Standartenführer Paul Blobel, e migliaia di cadaveri furono riesumati da fosse comuni e inceneriti. Nel maggio 1944, i tedeschi trasferirono il controllo del campo all’NDH e quel luglio fu chiuso. Le stime del numero di morti a Sajmište vanno da 20.000 a 23.000, con il numero di morti ebrei stimato tra 7.000 e 10.000. Si pensa che la metà di tutti gli ebrei serbi sia morta nel campo». (Mirko Virius, Campo di concentramento di Zemun, in: https://croatiannaiveartinfo.blogspot.com/2021/10/mirko-virius-campo-di-concentramento-di.html?m=0. Quindi terminata la guerra, i maggiori responsabili di questi eccidi furono consegnati alle autorità jugoslava, come da accordi, processati e giustiziati. (Ivi).
(5) Con fine del fascismo si potrebbe intendere più facilmente il 25 luglio 1943, ma qui l’intervistatore precisa che trattasi dell’8 settembre 1943.
(6) Poi però dice che Padova è la sua città, e che avrebbe voluto andare a combattere lì, dove aveva molti parenti a cui poteva appoggiarsi.
(7) Luigi Frausin, nato a Muggia il 21 giugno 1898, carpentiere in un primo tempo socialista, quindi all’estero diventò comunista e, rientrato in Italia, finì in galera per la sua attività politica. Amnistiato nel 1937 non restò molto in libertà perché finì al confino a Lipari e Ventotene. Quindi, di nuovo in libertà dopo il 25 luglio 1943, si dedicò ad organizzare la lotta armata contro i nazifascisti, avendo pure contatti con la resistenza slovena, e fu egli ad organizzare i primi Gap a Trieste e Monfalcone. Non solo, da quanto si sa partecipò anche ad incontri a Milano e Padova per sostenere l’unità di lotta fra forze partigiane italiane e slovene. Il 24 agosto 1944, a causa di una spiata, fu catturato dall’ Ispettorato Speciale di PS di Trieste, divenuto famoso per la sua spietatezza e chiamato anche ‘Banda Collotti’ dal nome del suo capo, assieme al nipote Giorgio. Torturati con particolare efferatezza, non parlarono, e finirono la loro vita alla risiera di San Sabba. È stato insignito della medaglia d’ oro al valor militare alla memoria. (https://www.anpi.it/biografia/luigi-frausin e https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Frausin).
(8) Trattasi, presumibilmente, di Karis Mario Maks, nato a Trieste nel 1911, carpentiere nei cantieri di Trieste e di Monfalcone, membro dell’organizzazione clandestina comunista triestina Nell’ottobre del 1930 venne arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a due anni di reclusione, che scontò presso le carceri di Alessandria e di Viterbo. Liberato il 26 ottobre 1932 e chiamato al servizio militare, costituì a La Spezia una cellula comunista tra i marinai e l’11 gennaio 1934 fu arrestato e nuovamente condannato dal Tribunale speciale, questa volta a 16 anni di reclusione. Nel 1940 venne scarcerato per condono condizionale ma nell’aprile del 1941 fu nuovamente arrestato per la terza volta ed internato a Corropoli. Rilasciato nel 1942, si aggregò alle formazioni partigiane slovene e nel marzo del 1943 assunse il comando del distaccamento «Garibaldi» e nel settembre dello stesso anno, quello di commissario del battaglione «Garibaldi». Ferito in combattimento, fu inviato in pianura e posto al comando dei reparti gappisti e di intendenza dei paesi del Manzanese. Nel dopoguerra rientrò a Trieste e fu più volte arrestato per attività politica dalle autorità angloamericane di occupazione. Costretto a trasferirsi in Jugoslavia, si stabilì a Circhina dove ricoprì vari incarichi nel partito e nelle organizzazioni partigiane slovene. (Scheda di Mario Karis, Maks, in: https://www.associazione-apertamente.org/m/2025/08/30/la-lotta-di-liberazione-al-confine-orientale/).
(9) Vedi gli articoli da me pubblicati su www.nonsolocarnia.info intitolati: «Cercando di capire Porzus. Documento n.3 della seconda brigata gappista, redatto in modo simile a quelli che ho siglato 1 e 2 della prima Brigata.» che starebbe ad indicare la presenza di una neonata seconda brigata solo nel gennaio 1945.
_______________________
L’immagine che accompagna l’articolo è una di quelle già da me utilizzate, edè una foto scattata da Riccardo Toffoletti a Mario Toffanin ormai anziano, quando andò ad intervistarlo. Essa è stata pubblicata sul numero di PerImmagine dell’ inverno 1997-1998. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/ancora-sulluso-di-fonti-orali-due-interviste-a-mario-toffanin-giacca-sulla-sua-vita-a-confronto-ma-non-dicono-le-stesse-cose/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/09/Giacca.jpg?fit=323%2C400&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/09/Giacca.jpg?resize=150%2C150&ssl=1Senza categoriaPer chiarire quanto ci si possa fidare delle testimonianze orali, che vanno prese con le pinze si fa per dire, cercherò qui di mettere a confronto quanto dichiarato da Mario Toffanin nelle due interviste già citate e cioè: Mario Bruno Bellato, “Resoconto incontro con Mario Toffanin, comandante Brigate GAP...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





Rispondi