Riprendo qui, come promesso, il discorso sui contatti della formazione Osoppo con nazisti e Decima Mas, principalmnete per una unione di forze in funzione antislovena e non solo. 

Contatti voluti da comandanti osovani con i nazisti.

Intendo proseguire qui il discorso sui contatti con il nemico che alcuni personaggi in vista della Osoppo, che poi formarono un nuovo comando, tennero principalmente nell’autunno inverno 1944/1945, di cui ho già iniziato a scrivere nel mio precedente su ‘Porzûs’.

Dette trattative furono portate avanti dai soliti: Vico Giovanni Battista Carron, Verdi Candido Grassi, Miro Giorgio Simonutti, insomma da Verdi ed i vertici della terza Brigata, sostenuti da un piccolo gruppo di altri dell’area conservatrice e democristiana della Osoppo, che avevano in mano il comando della formazione, con don Lino come referente dell’Arcivescovo e suo tramite.  

E, ai tempi di questi contatti con il nemico, vi era già in animo di far saltare Miari, Giovanni Battista Marin, anche Plauto, dalla carica di Delegato politico divisionale, perché, secondo don Moretti, era un socialista moderato e non un democristiano e, se era stato molto utile inizialmente, però in quella fase della lotta vuoi per la sua età, vuoi per la sua mentalità borghese, vuoi per la lentezza nel lavoro e chissà, dico io, per quali altri reconditi motivi «era diventato poco gradito al Comando». Si pensava quindi di sostituirlo con il democristiano Vico (1), l’uomo delle trattative con i nazisti.  

Inoltre gran parte degli osovani risultavano, secondo don Moretti, allora cattolici, ed i delegati politici di brigata erano quasi tutti democristiani. Infatti tale ruolo era ricoperto da Paolo Alfredo Berzanti nella prima Brigata; da Riva Angelino Coradazzi nella seconda, quella carnica; da Vico, Giovanni Battista Carron nella terza, ma se egli fosse stato chiamato a subentrare a Plauto, non c’erano problemi, sarebbe stato sostituito da Ivo, Giorgio Gurisatti, sempre del partito, mentre nella quarta Brigata rimaneva in carica uno del P.d’A., senza altre informazioni nel merito, e nella quinta, dopo le dimissioni, forse forzate come poteva accadere nella Osoppo, di uno che si definiva comunista cattolico, di cui don Lino non svela neppure il nome, era stato nominato un democristiano, tale Tebaldo, «questo non tanto ferrato nelle nostre idee come i precedenti». (2). Insomma la formazione non garibaldina era diventata, nei suoi vertici, praticamente tutta democristiana.   

 Infine bisogna rammentare che vi era stato un incontro, il 18 e 19 gennaio 1945, di alcuni rappresentanti osovani e cioè di Mario, Verdi, Vico, Paolo, Enea, Aurelio e Lino, insomma direi dei soliti che decidevano di rafforzare la presenza cattolica e conservatrice in seno alla resistenza sia nominando un loro incaricato a far parte del Comando Regionale Veneto, sia rivedendo il Comando. (3). Quindi nominavano Verdi Vice comandante di Divisione, Maso, Pietro Maset, cattolico ma non democristiano, Capo di Stato Maggiore divisionale, ed essendo questi a combattere, veniva nominato, come facente funzioni al suo posto, Silvero, mentre Aurelio assurgeva alla carica di Amministratore Divisionale. (4). Un passo dopo l’altro, l’area clericale prendeva il potere all’ interno della Osoppo sbaragliando tutti coloro che riteneva fossero sia nemici palesi che occulti, pur appartenendo alla stessa formazione partigiana.

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Naturalmente, per continuare questo discorso, ancora una volta inizio dalla raccolta documentaria di Alberto Buvoli, dalla quale ho già ripreso la lettera scritta da don Aldo Moretti Lino, all’Arcivescovo di Udine, datata 28 dicembre 1944, presentandosi a Sua Eminenza come facente parte del Comando della Ia Divisione d’ Assalto “Osoppo – Friuli”, di cui ho già parlato nel mio: Topli Uorch, Porzus. Ancora sui contesti, su De Gregori e sui rapporti con il nemico del gruppo cattolico detentore del comando osovano, su: www.nonsolocarnia.info.

Questa però non è la prima missiva che parla dei contatti con i tedeschi perché, cronologicamente, si può ritenere che, in primo luogo, don Aldo Moretti o avesse incontrato l’Arcivescovo o gli avesse inviato una missiva ‘riservatissima’, che significava solo da non divulgare, proponendo o accettando incontri con i nazisti anche per preservare, ma è opinione mia, gli osovani cattolici da morte o altre sciagure, perché avrebbero dovuto, dopo la fine della guerra,  creare la nuova classe dirigente friulana.

Quindi, successivamente, con la benedizione dell’alto Prelato, il compito di mettersi in contatto con con Ludolf Jacob von Alvensleben a nome della Osoppo veniva affidato presumibilmente a Vico che, successivamente, pareva aver raggiunto con il comandante nazista un accordo basato sulla parola d’onore.

Ed anche al processo di Brescia per quanto accaduto a Porzûs e Bosco Romagno, veniva portata una lettera datata 27 novembre 1944, dalla quale si evinceva che i nazisti garantivano agli osovani che sarebbero stati considerati come militari regolari (5).  Ma poi tutto andava a finire in fumo, tanto da convincere don Lino a informare l’Arcivescovo della possibilità di trattare direttamente con Odilo Globočnik, come del resto pareva ovvio.

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Infatti bisogna fare ancora una precisazione: quando si parla di accordi con gli uomini di Hitler, si deve ricordare che i comandanti nazisti, anche se non seguivano una linea unificata nelle fasi esplorative dando pure presunte rassicurazioni o ritenute erroneamente tali, poi dovevano seguire gli ordini del Terzo Reich, che procedeva in ambito militare in senso gerarchico non a file sparse, come invece la resistenza osovana in Friuli.

Ed in sintesi chi comandava in Ozak erano Friedrich Rainer e, appunto, Odilo Globočnick, nato a Trieste da famiglia slovena, che nel Litorale Adriatico rivestiva la funzione di comandante superiore delle SS e della polizia nazista oltre quella di coordinatore in capo per la lotta antipartigiana. (6). E, a livello di intese formali con il nemico, ritengo che il loro parere fosse vincolante. Ed ecco allora don Moretti proporre all’Arcivescovo di rivolgersi direttamente a Globočnick, Pensate un po’ voi, con chi gli osovani cercavano di accordarsi!

Pare, sempre secondo Marco Cesselli, che inizialmente, sempre attraverso l’Arcivescovado, fosse stata inviata, nel dicembre 1944 o primi di gennaio 1945, una proposta scritta di accordo al noto comandante nazista, che aveva risposto di suo pugno sostenendo che una intesa attraverso scambio di missive reciproche sarebbe risultata lunga e complicata, e che sarebbe stato preferibile l’invio di un intermediario osovano. Ma alla seconda richiesta di una risposta scritta, Globočnick, abituato sempre e comunque ad esser obbedito, aveva di fatto interrotto ogni contatto diretto con l’Osoppo, tanto che Verdi, il 18 gennaio 1945, forse all’ incontro che ho già citato, aveva asserito che loro partigiani avevano rifiutato ogni trattativa con i tedeschi, il che però non rispondeva al vero, sempre secondo Cesselli, che era stato osovano pure lui. (7).

A quel punto, però, alcuni politici osovani, si presume uno o due del solito gruppetto, avevano insistito perché dette trattative proseguissero (8), e così don Lino aveva predisposto un nuovo testo per una secondo missiva da inviare al noto capo nazista tramite l’Arcivescovado, di cui conosciamo una traccia.

Infatti dei contenuti di questo tentativo di intesa parla uno scritto di don Aldo Moretti all’Arcivescovo di Udine Mons. Giuseppe Nogara, intitolato: “Promemoria per Gl.”, già da me citato nell’ articolo precedente, ove Gl sta per Odilo Globočnik. Esso è datato 23 gennaio 1945 (9), e rappresenta il preliminare per un ulteriore tentativo di riprendere i contatti con il noto rappresentate del Terzo Reich, accettandone le condizioni.

In esso si legge che “il comando responsabile della Osoppo” che era quello nuovo di zecca uscito dall’ incontro del 18 e 19 gennaio 1945, accettava di mandare il rappresentante richiesto per trattare con Globočnik a condizione che da ambo le parti fosse garantito il più rigoroso segreto, perché nulla doveva trapelare né verso i nazisti non coinvolti, né verso repubblicani, né verso i fascisti, gli sloveni, i garibaldini. (10). E dal canto suo, il comando responsabile della Osoppo assicurava il proprio silenzio anche nei confronti degli altri osovani non direttamente coinvolti in dette trattative. (11). Insomma tutto doveva avvenire, come si dice in friulano, “di squindòn”, di nascosto.

Inoltre si davano garanzie che nessuno avrebbe poi seguito il noto nazista, né lo avrebbe fatto spiare nel corso del colloquio, prima dello stesso o poi, quasi ignorando che Odilo Globočnick, sapeva prendere le sue precauzioni, e ponendo i rappresentanti del Terzo Reich alla pari di coloro che formavano il Comando della Osoppo, che si dimostravano, così facendo, ben poco credibili agli occhi di tutti, dando adito ad ogni tipo di sospetti.

Si chiedeva poi che l’incontro avvenisse non a Udine ma a Trieste o in zona Buttrio Pradamano, come suggerito poi, e si precisava che il mediatore per l’Osoppo era uomo che conosceva discretamente il tedesco (12), che forse era sempre Vico, Giovanni Battista Carron.

Infine don Lino sottolineava che detta trattativa doveva avere come motivazione, palese dico io, l’introduzione di metodi umanitari nella lotta, ma non doveva essere sancita da scritto alcuno, e fissava pure l’ora di partenza dell’emissario osovano. (13). Ma presumibilmente la proposta non ebbe seguito, non sappiamo perché. Infatti anche ad 80 anni da questi accadimenti poco si sa degli stessi, e quando ero giovane non si sapeva nulla sull’argomento, essendo, fra l’altro, una parte dell’Archivio Osoppo ritenuto proprietà privata di don Aldo Moretti e quindi accessibile solo con la sua firma. Almeno questo mi fu detto allora. Però io non conoscevo don Aldo Moretti né sapevo dove e come trovarlo.

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Ma, ritornando ai fatti, alla seconda missiva a Odilo Globočnik seguiva ancora il silenzio, ed infine don Lino veniva a conoscenza, solo il 27 febbraio 1945 incontrando l’Arcivescovo, che i nazisti avevano respinto, già giorni prima, ogni idea di trattativa con i partigiani. (14). Quello che pare però a me strano è che i nazisti volessero accordi segretissimi, mentre li volevano sicuramente, i partigiani coinvolti, che stavano “perdendo la faccia” verso i garibaldini e parte della popolazione, dato che voci vere o false, sui contatti di comandanti osovani con i nazisti certamente erano circolate.  Infatti sempre don Lino, nel promemoria per Globočnick, scrive che «Le formazioni osovane stavano già compromettendosi di fronte ai garibaldini ed agli sloveni per le troppe chiacchiere che si sono ovunque fatte su suoi scopi antisloveni e anticomunisti e sulle sue trattative con i tedeschi».  (15).

Inoltre sarebbe interessante sapere se i nazisti avessero inteso questi accordi come il preludio ad una unione delle proprie forze armate contro la resistenza slovena, slava, garibaldina e comunista, cosa che però non era l’obiettivo del comando osovano.

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Ma, ritornando un attimo indietro, Alberto Buvoli e Giacomo Pacini citano pure una lettera che, Giovanni Battista Carron, Vico, veneto, ai tempi della crisi di Pielungo in forza al btg. Libertà e Giustizia della Osoppo al fianco di Verdi ed Aurelio, e quindi diventato Delegato politico della terza Brigata, scrisse a von Alvensleben, benché Buvoli la intitoli: “Lettera di Vico al comandante tedesco della zona di Pinzano”, (16) potendo così ingenerare confusione in alcuni lettori.

Questa lettera, inviata in forma personale, e datata 24 dicembre 1944, sembra segnare la conclusione della prima trattativa, quella con Alvensleben, comunicata poi all’Arcivescovo da don Lino con la sua indirizzata al noto prelato datata 28 dicembre 1944, da me già citata.

Pertanto, come già ipotizzato, si deve ritenere che, dopo una serie di contatti avvenuti tra Vico, in rappresentanza di coloro che di fatto guidavano il comando osovano, e Ludolf-Jacob von Alvensleben trascinatisi dall’autunno 1944 fino alal fine di dicembre dello stesso anno, la trattativa fosse definitivamente fallita, tanto che si pensò, appunto, di passare a proporre un accordo con gli uomini del Terzo Reich direttamente a Odilo Globočnik, trovandosi di fronte ad un rifiuto.

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Comunque per ritornare alla lettera di Vico, in essa si legge: «Ill.mo Signor Maggiore, mi rivolgo a voi non come al Comandante delle SS ed esecutore di ordini superiori, ma come all’uomo d’armi che ho potuto conoscere in occasione degli ultimi colloqui. Parliamoci chiaro, credete Voi che il tentativo di annientare la Osoppo sia stata una bella operazione? (18). Penso che il modo di combattere dei nostri uomini vi ha dimostrato la fermezza delle nostre convinzioni.

Sapete bene che noi non siamo i banditi al soldo della plutocrazia anglo- americana (19), noi siamo degli Italiani decisi a impedire che la nostra patria sia trattata come vinta. (20). Noi siamo convinti di essere i continuatori delle nostre guerre di indipendenza (21) i combattenti della libertà. 

Non credo che sia Vostra convinzione che il nostro movimento sia alla fine, noi abbiamo dalla nostra parte gli uomini migliori del Friuli e d’Italia. In questi giorni Voi date ordine di arrestare liberi professionisti, sacerdoti e uomini di alta posizione sociale, ma non sapete che dietro a questi sta un popolo intero. E credete utile rendere ancora più profondo il già profondo abisso che separa i nostri due popoli? (…).

Avete fatto la proposta che sarebbe stato sufficiente se noi avessimo lasciato libera una zona fra il Tagliamento e il Piave. Bene: ci siamo ritirati verso il confine slavo e tuttavia siamo stati continuamente attaccati, cosicché dovemmo allontanarci ancora di più. Perché? Ne potete avere qualche utilità?». (22).

Quindi così concludeva la missiva: «Vi richiamo, Signor Maggiore, alla parola data, che cioè i patrioti della Osoppo debbono essere trattati come legittimi combattenti. Confido che manterrete la vostra parola e che ai nostri uomini sarà risparmiato lo scudiscio ed il patibolo […]. Spero di avere l’onore di un altro incontro e alla fine della guerra riprenderò con Voi la discussione sui gravi problemi di una morale ricostruzione di questa povera Europa. Gradite i miei saluti. Evviva l’Italia libera». (23).

Da questo finale, pare che Carron non ritenesse Ludolf-Jacob von Alvensleben, pezzo grosso del Terzo Reich un nemico, ma semplicemente una persona con cui, nel dopoguerra, parlare al caffè o in chissà quale sede, di un futuro europeo che, a suo avviso, pare qui, non avrebbe escluso coloro che erano stati ai vertici del nazismo, il che è a dir poco, allucinante. Inoltre terminare una lettera ad un esponente di spicco del Terzo Reich, forza occupante l’Italia, con “Viva l’Italia libera”, sottinteso dai nazifascisti, pare quasi una presa in giro, e Vico può ringraziare Dio che Globočnik non lo abbia fatto ricercare e mettere al muro per questo.

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Quindi Alberto Buvoli riporta integralmente, (e Marco Cesselli e Giacomo Pacini citano) una terza lettera, firmata da Paolo (Alfredo Berzanti, delegato politico della Ia Brigata guidata da Bolla, che si evince anche da qui non facesse parte del gruppo democristiano ed interessato ad accordi con il nemico) e Mario (Manlio Cencig, allora Comandante dell’intera formazione Osoppo/Friuli) datata 7 gennaio 1945 ed indirizzata a Monsignor Nogara Arcivescovo di Udine (24), da cui si evince che fosse stato proprio quest’ultimo ad auspicare che si potesse trovare, tramite trattative, un modus vivendi con i nazisti, onde evitare ulteriori problemi alle popolazioni. Detta lettera ritengo faccia riferimento ad un primo approccio con Globočnik. Infatti così scrivevano i due noti osovani a Monsignor Giuseppe Nogara:

«Vostra Eccellenza informa questo comando con lettera del 3 corrente (prot. 224/45 P.A.), (non giunta in copia ai posteri N.d.r.) che l’Autorità germanica “trova l’intesa per lettera assai lunga e difficile”.
Ciò è certamente vero quando si vogliano iniziare delle trattative. Questo comando però considera come prerequisita ad ogni colloquio la risposta alla sua lettera del 28/12/1944, (ma non è chiaro di cosa stia parlando, se dell’informativa di Lino all’Arcivescovo o di altro testo non pervenutoci N.d.r.), e giudica che il proprio onore esiga non una risposta confidenziale fatta a voce, ma una risposta formale per iscritto, il cui tenore possa essere vagliato. Solo dopo quanto sopra, si potrà esaminare se sarà il caso di addivenire eventualmente, ad un abboccamento.

Vostra Eccellenza auspica che si possa trovare con eventuali trattative un “modus vivendi” per evitare nuovi malanni alle popolazioni le quali, in via ordinaria, sono quelle che portano le più gravi e dolorose conseguenze di conflitti a mano armata. […]. Poiché la stessa guerra, pur restando tale, ha le sue leggi, vorremmo anche noi augurarci d’aver a che fare con un nemico leale, che sappia riconoscere tali leggi e rispettarle con onore militare.

Questo Comando trova certo doloroso che i nostri paesi e le nostre popolazioni abbiano a patire le efferatezze ricordate da Vostra Eccellenza: giudica però che queste non sono affatto “logiche conseguenze di conflitti a mano armata”, se non per chi parte da quei principi di feroce inumanità che i tedeschi hanno fatto propri e contro i quali non potremo mai cessare, malgrado la nostra assoluta inferiorità bellica, di essere fieri ribelli.

Del resto gli scopi della nostra lotta, che devono tener di mira il quadro complessivo e non particolaristico della nostra Patria, non consentono a questo Comando di fermare la sua opera di fronte a sia pur dolorosi sacrifici (dovuti indirettamente ad essa) delle popolazioni di alcuni paesi. Ciò avendo certezza che questi sacrifici serviranno indubbiamente a risparmiare domani alla nostra Italia sacrifici più gravi e di portata più vasta. Questo non toglie, naturalmente, che da parte nostra si cerchi volta per volta di evitare, nel limite del possibile, pretesti di azioni di rappresaglia sulle popolazioni inermi ed innocenti.

Resta tuttavia per fermo che questo Comando non defletterà dal condurre con i mezzi a sua disposizione quella lotta contro i tedeschi e contro il fascismo che è ragione principale della sua stessa esistenza e fine essenziale del suo operare.

Il dolore che noi sentiamo per la rovina dei nostri paesi non può in nessun caso essere tanto forte quanto il rimorso che noi avremmo se, deponendo le armi ed abbandonando la causa, contribuissimo con la nostra passività alla rovina morale e materiale della nostra Patria». (25).

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Questa posizione venne ribadita in un verbale stilato a inizio gennaio 1945 dove si legge che: «con i tedeschi fu rifiutata, pur salvando le forme diplomatiche, ogni trattativa, da loro in più modi richiesta, perché tali richieste erano improntate all’assurdo calcolo di fare noi loro amici contro terzi». (26). In sintesi par di capire quanto ho ipotizzato prima e cioè che i nazisti sperassero in un accordo con i partigiani del fazzoletto verde per creare una forza armata congiunta in funzione antislovena e garibaldina e, quindi, in sintesi, dal loro punto di vista, anticomunista.

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Quindi, dopo l’ultimo tentativo di trattare con Globočnik, voluto, pare, da due o tre del nuovo comando post 18-19 gennaio 1945, i rapporti con i nazisti si interrompevano, ma subito dopo avveniva l’incontro tra Verdi e Manlio Morelli della X Mas a Vittorio Veneto, di cui ci parlano sia Pacini che Cesselli (27) e brevemente pure Alberto Buvoli. Sullo sfondo: la fine della guerra ed un accordo in funzione anticomunista e di salvezza di alcuni collaborazionisti cattolici. Quello che appare è, come ho già scritto, che prima si sia tentato, sempre da parte dei soliti ‘quattro’, un accordo con i tedeschi, poi con la Decima Mas, ambedue falliti, ed infine si sia ripiegato sul Reggimento Tagliamento, passato in forze alla Osoppo.

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Contatti fra il vice-comandante divisionale osovano Verdi e la Decima Mas.

Abbandonate le trattative con i tedeschi, Verdi, ormai vice-comandante divisionale, incontrava una o due volte (le fonti sono discordanti) la X Mas.

Il primo incontro tra Verdi e Manlio Morelli, capitano e comandante del Btg. Valanga della Decima (28), ebbe luogo a Vittorio Veneto il 30 o 31 gennaio 1945, come testimoniato da Maria Pasquinelli che fece da intermediaria e come risulta dal memoriale del capitano Morelli, non il 25 febbraio 1945, come dichiarato, invece, da Cino Boccazzi, Piave (29) ai processi. Documentazione sullo stesso si trova negli archivi americani. (30).

L’incontro fu voluto e richiesto da Cino Boccazzi, nome di battaglia Piave, paracadutato dagli alleati in Friuli assieme a Nicholson nell’autunno 1944, con compiti di osservatore presso le brigate partigiane Osoppo. Secondo la documentazione custodita in Usa, Boccazzi fu catturato da militi della Xa Mas il 14 dicembre 1944, «che lo avrebbero però trattato con riguardo, concedendogli anche “larga possibilità di movimento e di comunicazione via radio […]”», (31), in quanto era la persona ideale per fare da intermediario con la Osoppo. Infatti «la ragione di questo presunto trattamento di favore sarebbe stata dovuta proprio ai rapporti che l’ufficiale aveva allacciato con la Brigata Osoppo con la quale Borghese (Junio Valerio comandante N.d.r.), nonostante la contrarietà di larga parte della Decima, era inteso a stipulare un’intesa in funzione antislava». (32). Ma la possibilità di aprire una trattativa con la formazione friulana non garibaldina in funzione antislovena pare fosse scaturita, secondo Manlio Morelli, proprio da un lungo colloquio che egli aveva avuto con Boccazzi dopo la sua cattura. Quindi Morelli aveva fatto presente quanto emerso da quel colloquio a Borghese, che aveva accettato la proposta. (33).

Pertanto era stato permesso a Piave, sempre dell’area conservatrice della Osoppo, di prendere contatti con il comando osovano, nella persona di Candido Grassi Verdi, affinché si recasse a Vittorio Veneto per un incontro onde «collaborare in maniera armoniosa ed amichevole per lottare contro gli slavi». (34). E, sempre secondo Pacini, «Un autorevole avvallo allo svolgimento di quella trattativa, l’aveva dato il maggiore inglese Thomas John Roworth, (Nicholson), capo della missione Soe nell’Italia Nordorientale […]» (35).

Successivamente, ad Italia liberata, Cino Boccazzi narrò che aveva promosso quell’ incontro sotto la minaccia della cattura da parte dei marò di sua moglie e di sua figlia. (36). Ma non ci sono altri a testimoniarlo e, pur non avendo nulla in mano per confutare quanto detto da Boccazzi, che potrebbe essere veritiero, la mia impressione, che però resta tale, è che, nel dopoguerra ed utilizzando pure i processi per Porzûs, ma non solo, come ‘palcoscenico’, si siano vendute anche mezze verità in versione autoassolutoria da parte della componente conservatrice e democristiana osovana, desiderosa di acquistare, agli occhi della Nazione, una totale purezza di azione in tempo di guerra.

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Un’altra versione raccontata al processo di Lucca per i fatti detti di Porzûs, narrava, invece, che, volendo la Decima un approccio con la Osoppo per costruire un unico fronte anti-sloveno, aveva inviato Maria Pasquinelli a intercettare Enea, Gastone Valente, che però non aveva voluto saperne, neppure sotto la minaccia che venisse ucciso suo zio, prigioniero dei tedeschi. Un altro tentativo in tal senso era pure stato fatto con l’azionista Bracchi, sempre con esito negativo, ed infine era stato catturato Cino Boccazzi e finalmente detto colloquio fra il Morelli e Verdi aveva potuto aver luogo. (37). Ma tutta la Xa Mas non era assolutamente d’accordo su questa linea operativa.

Infatti arrivare ad una collaborazione per la Decima, sempre secondo Manlio Maria Morelli, risultò molto difficile, in quanto: «Per la Decima era impossibile rimanere a lungo nell’ area giuliana, controllata completamente dai tedeschi […] senza assumere posizioni di difesa sostenibili con la forza delle armi» (38). Inoltre per la Decima era impensabile aggregarsi con la Osoppo (39). «Al termine dell’incontro- scrive Pacini- Morelli e Verdi giunsero alla conclusione che la sola possibilità di ottenere una concreta sinergia tra partigiani bianchi e marò della Decima era che a unirsi alla Osoppo fosse il battaglione Valanga, l’unica unità della X Mas specializzata nella guerra in montagna» (40). Il Valanga era composto da oltre seicento uomini, ben armati e organizzati, che avrebbero potuto posizionarsi con l’obiettivo di evitare ogni contatto con i tedeschi, e quindi future rappresaglie naziste, mentre l’Osoppo avrebbe potuto garantire i collegamenti tra i comandi delle due unità e le forze congiunte dislocate in montagna. (41).

Morelli ed il gruppo che guidava sarebbero stati anche disponibili a questa soluzione, e pure al passaggio del Btg. Valanga sotto il Comando osovano, conservando armi e gradi, per unire le forze in funzione anti slava, (42) ma altri ufficiali della Xa pensavano che il Morelli non potesse decidere da solo su questioni così importanti.

Andò così a finire che questi progetti restarono lettera morta perché trovarono una forte opposizione all’ interno della Decima Mas. E Manlio Morelli, nel suo memoriale, parla di un duro scontro tra Junio Valerio Borghese da una parte e Scarelli e Corrado, ufficiali di alto grado (43), dall’altra, che pretendevano l’approvazione, da parte di tutta la Decima Mas, di detta operazione di collaborazione con una forza partigiana. Ma questa non giunse mai, perché, come disse poi il Boccazzi, se Borghese era favorevole, altri comandanti della Decima continuarono ad erano contrari a detto accordo (44).

Secondo Cesselli, Verdi, prima dell’incontro, aveva inviato un pro- memoria, o meglio una traccia a Morelli sui contenuti per un possibile accordo e, dopo l’incontro, scrisse ed inviò un secondo testo sempre con stesso argomento, che però non ebbe seguito. (45).

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Su altra fonte, invece, si legge che l’incontro tra Morelli per la Xa Mas e Verdi per la Osoppo, avvenne per favorire «il passaggio degli uomini della X MAS nelle file osovane per combattere contro i tedeschi come unica soluzione accettabile, per riscattarli dal loro passato». (46). Ma sia come sia, si trattò sempre di un possibile accordo con il nemico, e che nemico, da parte del comando di una forza schierata con i partigiani, il che fa ben poco onore a chi la condusse, semrpe secondo me. 

Infine, il 21 febbraio 1945, giunse il No alle trattative del comando alleato a Nicholson, trattative comunicate allo stesso sempre dal maggiore Thomas John Roworth, il 10 febbraio 1945 in questi termini: «[…] i ragazzi di Willie (Valerio Borghese N.d.r.) hanno già proposto azione congiunta anti- slovena con Osoppo e attualmente hanno preparato una linea di resistenza fortificata contro probabili attacchi sloveni». (47). Con un radiomessaggio inviato il 21 febbraio 1945 al comando osovano, Nicholson si esprimeva in questi termini: «Avvertire energicamente Verdi di venir fuori etc.», in sintesi di interrompere qualsiasi contatto con la Xa Mas. (48). Non solo: anche il Comando Militare Regionale Veneto si era espresso contro trattative con il nemico, diffondendo una circolare con queste parole: «A qualunque costo e per nessuna ragione si viene a patti con chi martirizza, fucila e impicca i nostri compagni, brucia le nostre case, profana i nostri focolari, devasta la nostra terra, ci spoglia sistematicamente di tutto». (49). 

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Ma Giacomo Pacini racconta che vi fu, prima che il comando alleato ponesse fine a questa trattativa con la Decima, un secondo tentativo di accordo tra la Osoppo e la Xa Mas, con la mediazione di Antonio Marceglia (50). ufficiale della marina che aveva fatto parte della Decima Mas come militare italiano prima dell’8 settembre 1943, e che conosceva benissimo Junio Valerio Borghese. «A inizio 1945- riporta Pacini – su disposizione del controspionaggio americano con il quale da tempo aveva iniziato a collaborare, Marceglia si era recato nei territori del Nord con i compiti sia di preservare gli impianti del triangolo industriale dalla “furia” dei tedeschi in ritirata, sia di operare per favorire un’intesa fra reparti dell’esercito di Salò in disfacimento, uomini della Decima e, appunto le Brigate Osoppo». (51).

A questo fine il compito di Marceglia era quello- continua Pacini- di fare da mediatore tra Junio Valerio Borghese e la formazione partigiana osovana, che avrebbe dovuto portare i marò della Decima Mas e i partigiani ad unire le loro forze e giungere uniti alla fine della guerra in funzione antislava. Ma questo progetto non trovò né il consenso della Decima Mas né quello degli americani che ritennero rischioso utilizzare una forza sino ad allora nemica, contro un loro alleato e cioè l’esercito Jugoslavo. (52).

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E in chiusura di questo ulteriore articolo sui contesti in cui avvenne l’eccidio di Topli Uorh, erroneamente Porzûs, riporto che Giacomo Pacini scrive che «il pretesto per la strage di Porzûs era stato un presunto incontro fra Bolla e uomini del comandante Borghese» (53), di cui però non esiste traccia alcuna e considerato ora come mai avvenuto. Sarebbe interessante però sapere chi continuava a spargere dicerie e zizzania sul noto comandante, capitano De Gregori. Ma temo non lo sapremo mai.

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Per la Decima Mas ricordo gli articoli già da me pubblicati relativamente alla stessa: su www.nonsolocarnia.info: 

Storia della collaborazionista X Mas con i nazisti occupanti, dopo l’8 settembre 1943. Per conoscere e non ripetere errori.

X Mas o Decima Mas. Da “Lotta partigiana a Maniago – numero unico a cura dell’Anpi, 1° maggio 1946, primo anniversario della Liberazione” e dal processo di Vicenza.

No alla X Mas nelle sedi istituzionali della Repubblica italiana. Motivi storici.

Sole De Felice, La Decima Flottiglia Mas e la Venezia Giulia, 1943-45, un libro davvero brutto e fuorviante.

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Senza voler offendere alcuno questo ho scritto, per dare la mia versione di contesti e fatti, e liberarmi, e lo dico sul serio, di ‘Porzûs ed i suoi fantasmi’, che popolano ancora il Friuli Venezia Giulia. E ricordo che la resistenza osovana fu anche e soprattutto altra cosa, rispetto ai pasticci che i  politici osovani di area conservatrice e democristiana fecero, mentre i loro fratelli e le loro sorelle nella lotta, come li chiamava Romano Marchetti,  e pure civili cadevano sotto il fuoco di quel nemico con cui loro cercavano trattative. Quindi scriverò sui contatti con i cosacchi, che però furono principalmente svolti per richiedere un passaggio nell’autunno inverno 1944-1945, senza esser sterminati.  Ed i contatti con il nemico degli osovani, vuoi per salvarsi e salvare ai propri la pelle, vuoi per motivi politici, divennero, ad un certo punto e prima di Porzûs di pubblico dominio, e raggiunsero anche i garibaldini, tenuti dalla Osoppo all’ oscuro di tutto. 

Laura Matelda Puppini

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Note.

(1) Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo – Friuli, 1944-1945, IFSML, 2003, “Rapporto di don Lino alla Dc sulla Ia Divisione Osoppo” documento n. 35, datato Z.O. 23 novembre 1944, p. 152. 

(2) Ivi, pp. 152 -153.

(3) Alberto Buvoli, op. cit., “Verbale della riunione dei comandanti dell’Osoppo del 18 e 19 gennaio 1945”, doc. n. 39, pp. 170 – 171.

(4) Ivi, p. 172.

(5) Marco Cesselli, Porzûs. Due volti della Resistenza, riedizione integrale, Aviani&Aviani ed., 2012, nota 6 p. 41.

(6) Odilo Globocnick era nato a Trieste il 21 aprile 1904. Egli era un ufficiale di alto grado nazista e un politico austriaco, di genitori sloveni ma di fatto austriaco, se si considera l’anno di nascita e il passaggio di Trieste all’Italia solo dopo la prima guerra mondiale. Ufficiale delle SS e supervisore della costruzione di diversi campi di concentramento in Polonia, fu uno dei maggiori responsabili dello sterminio di milioni di persone durante l’Olocausto. Divenne noto anche come “boia di Lublino. Nel 1922 egli era entrato a far parte di una organizzazione paramilitare di estrema destra della Carinzia. Nel 1931 si iscrisse al Partito nazista austriaco. Con l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, Hitler decise di nominare Globočnik, allora uno dei più importanti membri del partito della sezione austriaca, Gauleiter di Vienna, il 22 maggio 1938. Ma sfruttò la sua posizione per arricchirsi e quindi venne sollevato dall’ incarico. Volontario nella divisione “Das Reich” delle Waffen-SS dal marzo al novembre 1939, prese parte alla campagna di Polonia, e quindi il 9 novembre 1939, venne rimosso da detto incarico da Himmler e nominato comandante delle SS e della polizia del distretto di Lublino, come veniva allora chiamata la Polonia. Quindi nell’ottobre 1943 incominciò a costruire campi di sterminio e ne realizzò tre, per ordine di Himmler: uno a Belžec, ed altri due rispettivamente a Sobibór e Treblinka. Quindi fu inviato, dopo l’8 settembre 1943, a Trieste con funzione di coordinamento della lotta antipartigiana in OZAK, e trasformò la Risiera di San Saba in un campo di concentramento e morte. Con la resa della Germania nazista, Globočnik tentò di fuggire attraverso l’Austria, ma venne catturato il 31 maggio 1945 in Carinzia da un reparto inglese, che lo condusse a Paternion per essere interrogato. Prima dell’interrogatorio si suicidò ingerendo una capsula di cianuro. Il suo corpo venne cremato e le sue ceneri disperse senza alcuna cerimonia in un luogo imprecisato fuori dalla chiesa locale. (https://it.wikipedia.org/wiki/Odilo_Globo%C4%8Dnik).

(7) Marco Cesselli, op. cit., pp. 41 – 42.

(8) Ivi, p. 42.

(9) Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo Friuli. Documenti 1944-45, IFSML, 2003“Promemoria di Lino per Globocnick”, doc. 36c, pp. 162- 164.

(10) Ivi, p. 163.

(11) Ibidem.

(12) Ibidem. 

(13) Ibidem. 

(14) Marco Cesselli, op. cit., p. 42.

(15) Alberto Buvoli, op. cit. “Promemoria di Lino per Globocnick” doc. 36c, p. 163.

(16) La lettera è riportata sia nella versione in tedesco sia in quella in italiano, in: Alberto Buvoli, op. cit. “Lettera di Vico al comandante tedesco della zona di Pinzano” doc. n., 36a, pp. 158- 160. Della stessa parla anche Giacomo Pacini nel suo: Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia, Einaudi ed. 2014, pp. 39-40. Che la lettera fosse stata inviata a Ludolf Jacob von Alvensleben è chiaro dal testo tedesco in cui si legge come spedita al “Geehrter herr Sturmbannführer”, e nel merito non ha dubbi Pacini. (Ivi, p. 39).

(17) Ivi, p. 39.

(18) Alberto Buvoli, op. cit. “Lettera di Vico al comandante tedesco della zona di Pinzano”, op. cit., pp. 159-160. Ritengo che qui il riferimento fosse a quanto accaduto nella destra Tagliamento e ad altri fatti poi descritti in forma particolare nella lettera di don Lino all’Arcivescovo, datata 4 giorni dopo e riportata integralmente sempre in Alberto Buvoli, op. cit., “Lettera di Lino all’Arcivescovo di Udine sui contatti col nemico”, doc. 36, pp. 156- 158.

(19) L’accusa che i nazisti facevano a chi collaborava con gli anglo americani era quella di essere venduti alla società imperialista americana e plutocratica, ove chi più ricco era più aveva potere. Vedasi per questo su nonsolocarnia.info. “Paolo Ferrari. Guerra al confine nella propaganda nazista.

(20) Non si capisce come potesse interessare al Terzo Reich, già sulla via dell’annientamento, un ragionamento di questo tipo, dato che i nazisti ragionavano, come del resto tutti in una guerra: “O sei con me o sei contro di me”. E era come dire ai tedeschi che ormai loro erano perduti, mentre l’Italia poteva richiedere qualcosa di più. Ma allora perché fare accordi con i perdenti?

(21) Però erano i garibaldini che si richiamarono alle guerre di indipendenza nei nomi dati ai battaglioni: per esempio il Mameli, ed il Manin della Natisone, mentre gli osovani avevano battaglioni e brigate per lo più con rifermenti numerici e territoriali. Ma ad un certo punto anche i fascisti si collegarono al risorgimento, e pertanto era allora uso comune farlo. Non si capisce poi come questo potesse interessare a un personaggio del calibro di Ludolf Jacob von Alvensleben.

(22) Alberto Buvoli, op. cit., “Lettera di Vico, op. cit., p. 160.

(23) Ibidem. 

(24) Alberto Buvoli, op. cit., “Lettera di Paolo e Mario all’Arcivescovo di Udine sui colloqui con l’autorità tedesca, datata 7 gennaio 1945, doc. n. 36b, pp. 161-162.

(25) Ibidem. 

(26) Giacomo Pacini, op. cit., p. 40. Il riferimento è al verbale allegato alla lettera del 7 gennaio 1945 a Sua Eminenza l’Arcivescovo di Udine. (Ivi, nota 18, p. 51).

(27) Giacomo Pacini, op. cit., pp. 42-45, e Marco Cesselli, Porzûs. Due volti della Resistenza, riedizione integrale, Aviani&Aviani ed., 2012, pp. 43-44.

(28) Manlio Morelli era allora il comandante del btg. Valanga della Xa Mas, formato da 4 compagnie. Dopo l’attività in Piemonte partecipò alle operazioni in Carnia (novembre-dicembre 1944) e giunse nel goriziano in tempo per partecipare all’operazione per sbloccare i reparti del “Fulmine” a Tarnova. (https://associazionedecimaflottigliamas.it/battaglione-valanga/).

(29) Le diverse date fornite da Cino Boccazzi e da Maria Pasquinelli sono riportate in: “Il processo di Porzûs. Testo della sentenza della Corte d’Assise d’ Appello di Firenze sull’eccidio di Porzûs” con prefazione di Gianfranco Bianchi e note di Silvano Silvani, avvocato, edizioni Ribis – La Nuova Base ed. 2004, p. 321. Il memoriale di Manlio Maria Morelli è citato in Giacomo Pacini, op. cit., p. 43.

(30) Ivi, pp. 42-43. In nota 23 a p. 52, Pacini cita come fonte un documento presente in: “National Archives and Records Administration (NARA) che è un’agenzia indipendente del governo federale degli Stati Uniti d’America, incaricata di conservare importanti documenti governativi e storici. La collocazione del documento è NARA, rg. 226, s.174, b.117, ed esso è intitolato “Notizie sulla Decima Flottiglia Mas […]”. Detto testo è citato da altro testo e cioè da: N. Tranfaglia (a cura di) Come nasce la Repubblica. La mafia, il Vaticano, il neofascismo nei documenti americani e italiani 1943-1947, Bompiani, Mi, 2004, pp. 46-54. Nella nota seguente, Giacomo Pacini cita un documento sempre dallo stesso volume (pp. 54-58), presente sempre in NARA, (rg. 226, s.108A, b258, f. jzx.2080) con oggetto: “Accordi intercorsi tra il Comando della Decima e la Divisione patriottica Osoppo”.  Nelle note successive: 25-26-27-28, sempre in Giacomo Pacini, op. cit., p. 52, si sottolinea quanto interesse ci fosse da più parti per la situazione del Friuli Venezia Giulia e della Carnia a causa della vicinanza con la penisola jugoslava e della possibilità di penetrazione dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo.

(31) Giacomo Pacini, op. cit., p. 42.

(32) Ivi, pp. 42-43.

(33) Ivi, p. 43.

(34) Ibidem. 

(35) Ivi, p. 42.

(36) Giacomo Pacini, op. cit., nota 23, p. 52. La fonte di Pacini è sempre il volume di curato da N. Tranfaglia, “Come nasce una Repubblica, op. cit. in nota 30 di questo scritto. 

(37) Marco Cesselli, op. cit., p. 44.

(38) Giacomo Pacini, op. cit, p. 43.

(39) Ibidem.

(40) Ibidem. 

(41) Ibidem. 

(42) Marco Cesselli, op. cit., p. 44.

(43) Qui Corrado è Uberto Corrado, comandante del Btg. Lupo, Scarelli è Rodolfo Scarelli, comandante del Btg. Freccia.

(44) Giacomo Pacini, op. cit., pp. 43-44.

(45) Marco Cesselli, op. cit., p. 44.

(46) Presunta trattativa tra la Osoppo e la X MAS, in Dizionario della Resistenza in Fvg a cura dell’ irsrec@irsrecfvg.eu, in: https://www.dizionarioresistenzafvg.it/presenza-della-x-mas-in-friuli-venezia-giulia/.

(47) Alberto Buvoli, op. cit., Nota a: “Lettera di Paolo e Mario all’ Arcivescovo di Udine sui colloqui con l’autorità tedesca”, doc. n. 36b, p.162.

(48) Ibidem. 

(49) Alberto Buvoli, op. cit., pp. 37-38. In nota 17 a p.38, si legge che il testo del Comando Militare Regionale Veneto si trova in Archivio Osoppo, H3, 74, 2.

(50) Antonio Marceglia era nato a Pirano il 28 luglio 1915 ed è morto a Venezia il 13 luglio 1992. Capitano di marina con al Decima Mas prima dell’armistizio, comandò azioni che passarono alla storia contro gli Inglesi: ad Alessandria d’ Egitto e contro la base navale di Gibilterra. Quindi fu catturato dagli Inglesi e portato prigioniero in Palestina ed India. Liberato nel 1944, partecipò alla lotta contro i tedeschi occupanti, come esperto nei mezzi d’ assalto. Terminata la guerra, decise di non continuare la vita militare come ufficiale effettivo di marina, ma si iscrisse fra gli ufficiali di complemento e fu pure membro del Consiglio di Amministrazione della Banca d’ Italia. A lui sono pure intitolate una fregata missilistica ed una palestra al Lido di Venezia. Fu insignito di medaglia d’oro al valor militare. (https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Marceglia e https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/storia/la-nostra-storia/medaglie/Pagine/MarcegliaAntonio.aspx).

(51) Giacomo Pacini, op. cit., pp. 44-45.

(52). Ivi, p. 45.

(53) Ivi, p. 42.

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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta Candido Grassi, Verdi, ed è una di quelle già da me utilizzate. L.M.P. 

 

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