Topli Uorch, Porzus. Ancora sui contesti, su De Gregori e sui rapporti con il nemico del gruppo cattolico detentore del comando osovano.
Introduzione e contesti.
Cari lettori, vi ho promesso un altro articolo relativo a quanto accadde a ‘Porzûs’, che riguarda i contatti con il nemico di Verdi, Vico, Miro, con la regia di Lino che, se conosciuti da garibaldini o gappisti allora, avrebbero potuto esser ritenuti un vero tradimento. E si sa che la resistenza fu anche fatta di informatori sul terreno, coperti, non visibili diciamo così, non inquadrati ma collaborativi, che potevano far filtrare qualcosa pure su trattive che avrebbero dovuto restare segrete, in particolare quando era chiaro ormai a tutti che il Terzo Reich aveva perso la guerra. Non solo: vi furono, come in ogni guerra ma anche in pace, notizie false e tendenziose diffuse ad arte per condizionare gli altri e funzionava alla grande l’ufficio propaganda nazifascista, di cui ci ha parlato anche Paolo Ferrari nel suo “Litorale Adriatico: progetto annessione. Propaganda e cultura per il Nuovo Ordine Europeo, 1943-1945” Rubiettino ed. 2023. Per inciso un contributo del prof. Ferrari dell’Università di Udine sull’argomento è stata da me pubblicato su www.nonsolocarnia.info con titolo: Paolo Ferrari. Guerra al confine nella propaganda nazista.
Ma quanto vi voglio raccontare sui contatti con il nemico di una parte della Osoppo che però era, di fatto, al comando della formazione friulana, non può stare in un solo articolo, e così dividerò questo argomento in due testi.
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I contatti con il nemico, insieme ad un aumento deciso della propaganda anti- garibaldina ed anti- slovena, avvennero nell’autunno/inverno 1944/45 in un contesto preciso, caratterizzato da un convincimento erroneo iniziale che la guerra sarebbe finita presto, con conseguente presa di posizione comunista su “La Nostra Lotta” e lettera di Vincenzo Bianco Vittorio, datata 24 settembre 1944 ed indirizzata alle Federazioni di Trieste, Gorizia e Udine del P.C.I., che però si trova all’ interno di un carteggio (1); continuazione e rafforzamento, da parte del gruppo osovano conservatore e cattolico che aveva in mano il comando della formazione, di attività volte alla presa del potere in ambito partigiano, con la chiesa ed in particolare l’arcivescovado al suo fianco ma anche, talvolta, pare, in regia. E da quell’ autunno, la formazione Osoppo si ritenne operativa sotto il comando diretto Anglo- americano, anche se gli angloamericani avevano, in quel momento storico, ben poche forze per sostenere truppe altrui. Non solo: per loro era fondamentale l’alleanza con i partigiani del Litorale Sloveno, che permetteva ampio spazio di manovra anche verso il Sud, via mare e via cielo.
Nel mezzo una marea di combattenti per la libertà della Patria dai nazisti e contro il fascismo, con il sogno di un mondo nuovo che doveva nascere dalle ceneri della guerra, indipendentemente dalla formazione di appartenenza.
E si sapeva pure, dopo lo sfondamento della linea Gotica e la liberazione di Belgrado, avvenuta, convenzionalmente, il 20 ottobre 1944, che i nazisti ed i loro collaboratori, assieme all’ R.S.I., piena di fascistissimi ma pure di cattolicissimi esteriormente, avevano perso il conflitto ed il nazismo era alla fine. Ma la chiesa a questo punto temeva, alla fine della guerra, l’avanzata comunista, come del resto gli angloamericani, e si dette ulteriormente da fare per condizionare il futuro, anche se bisogna riconoscere che ebbe a cuore pure la vita delle persone e dei paesi, dandosi da fare nel fornire aiuti materiali, ed esercitando la carità il più possibile (2).
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Ma invece, in quell’ autunno e in quell’inverno 1944/45, al posto della Liberazione, i partigiani e le popolazioni dovettero affrontare: un lungo periodo difficile di guerra; i grandi rastrellamenti nazifascisti contro le zone libere del Friuli Orientale e della Carnia che causarono il passaggio della Divisione Natisone, priva di tutto, sotto la dipendenza militare del IX° Corpo sloveno; ed infine il proclama Alexander del 13 novembre 1944 (3), che rimandava a tempi migliori l’attacco conclusivo al nemico, che poi si tradusse in un lento avanzare. E vi fu pure da parte dei nazifascisti una resa dei conti finale come quella che vide partigiani di pensiero comunista catturati e messi al muro il 9 aprile 1945 alle carceri di Udine, e più stragi per esempio quella di Feletto Umberto, Adegliacco, Tavagnacco e Pagnacco, avvenuta il 30 aprile 1945 (4), o quelle di Ovaro e Avasinis, avvenute il 2 maggio 1945, provocate pure dallo scarso buon senso di comandanti osovani. (5).
Sulla strage di Ovaro ho già scritto, per quanto riguarda quella di Avasinis, sappiamo, pure che, nei giorni della fine della guerra, operava in quelle zone il btg. Gemona, comandato da Giuseppe De Monte Livorno di Ragogna, dell’area cattolica dell’Osoppo, che aveva comandato prima un gruppo di partigiani del Btg. Italia della terza Brigata. Il 29 aprile 1945, esso attaccò una colonna nemica che stava attraversando il Tagliamento sul ponte di Dignano con l’intento di risalire verso Nord. Livorno confidava di poterla intercettare e di costringerla alla resa e, pertanto, tese alla stessa un agguato tra Villanova e Carpacco, ma aveva fatto male i suoi calcoli. Infatti il fuoco delle armi pesanti, montate sui blindati tedeschi, sorprese i “fazzoletti verdi” e Livorno dovette cercare riparo nei campi ai margini della strada. Ma la scheggia di un proiettile di mitragliera, esploso sul tronco di un gelso, lo raggiunse e lo colpì a morte. (6). E riporto questo a conferma, pure, di quanto diceva Romano Marchetti: “All’inizio della resistenza gli errori li fecero i garibaldini, alla fine della guerra li facemmo noi osovani”. Ma per approfondire i contesti, vorrei qui riportare il Proclama Alexander per le implicazioni che ebbe sui partigiani in lotta e le difficoltà che creò, ed anche la presa di posizione del C.L.N.A.I. nel merito.
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Il Proclama Alexander.
Con ‘Proclama Alexander”, si intende l’invito, dato dal comandante in capo delle forze Alleate nel Mediterraneo, l’inglese Harold Alexander, trasmesso il 13 novembre 1944 via radio, nel contesto del programma “Italia Combatte”, rivolto ai partigiani della penisola, a sospendere provvisoriamente la lotta.
Questo il testo: «Patrioti! La campagna estiva, iniziata l’11 maggio e condotta senza interruzione fin dopo lo sfondamento della linea gotica, è finita: inizia ora la campagna invernale. In relazione all’avanzata alleata, nel periodo trascorso, era richiesta una concomitante azione dei patrioti: ora le piogge e il fango non possono non rallentare l’avanzata alleata, e i patrioti devono cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno. Questo sarà molto duro per i patrioti, a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci; gli alleati però faranno il possibile per effettuare i rifornimenti.
In considerazione di quanto sopra esposto, il generale Alexander ordina le istruzioni ai patrioti come segue:
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- cessare le operazioni organizzate su larga scala;
- conservare le munizioni ed i materiali e tenersi pronti a nuovi ordini;
- attendere nuove istruzioni che verranno date a mezzo radio “Italia Combatte” o con mezzi speciali o con manifestini. Sarà cosa saggia non esporsi in azioni arrischiate; la parola d’ordine è: stare in guardia, stare in difesa;
- approfittare però ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti;
- continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico; studiarne le intenzioni, gli spostamenti, e comunicare tutto a chi di dovere;
- le predette disposizioni possono venire annullate da ordini di azioni particolari;
- poiché nuovi fattori potrebbero intervenire a mutare il corso della campagna invernale (spontanea ritirata tedesca per influenza di altri fronti), i patrioti siano preparati e pronti per la prossima avanzata;
- Il generale Alexander prega i capi delle formazioni di portare ai propri uomini le sue congratulazioni e l’espressione della sua profonda stima per la collaborazione offerta alle truppe da lui comandate durante la scorsa campagna estiva». (7).
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Il documento del CLNAI relativo all’interpretazione da dare al “Proclama Alexander”.
Il proclama Alexander creò certamente sconcerto nella resistenza italiana e friulana, che si trovò improvvisamente senza appoggio, tranne qualche raro lancio, ed in difficoltà per il proseguimento della lotta, mentre tornare a casa per molti sarebbe stato pericolosissimo. Così il Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia- Corpo Volontari della Libertà – il 2 dicembre 1944 emanò una direttiva rivolta a tutti i comandi regionali; al comando della Valsesia; al comando della Val d’Ossola; al Comando Piazza di Milano, in sintesi ai comandi partigiani del Nord Italia in cui si legge: «Le istruzioni, date ai patrioti del Generale Alexander per la campagna invernale, hanno provocato delle discussioni a proposito del loro significato e della loro portata. Alcuni Comandi Regionali si sono fatti eco di queste discussioni e hanno chiesto delle spiegazioni e delle Direttive al Comando Generale del C.V.L. È opinione di questo Comando che si debba reagire nel modo più fermo alle interpretazioni pessimistiche e disfattiste che da alcuni sono state date a queste istruzioni. Esse non significano affatto un rinvio di ogni prospettiva insurrezionale a dopo l’inverno; esse non significano che si debba passare alla smobilitazione delle forze partigiane.
Le istruzioni dicono testualmente “la campagna estiva è finita ed ha inizio quella invernale” dove, evidentemente, il termine “campagna invernale” non può significare: “stasi invernale”. (…). Sul piano tattico poi, le istruzioni di Alexander, constatato che “il sopravvenire della pioggia e del fango inevitabilmente significa un rallentamento del ritmo della battaglia” per le Forze Alleate in Italia, dicono ai Patrioti: “Cesserete per il momento operazioni organizzate su vasta scala”». (8).
Quindi i partigiani non dovevano intraprendere azioni insurrezionali di vasta portata, che avrebbero richiesto il supporto degli alleati, ma dovevano continuare operazioni qualora non rischiose senza aiuto alcuno, come per esempio i sabotaggi e la lotta armata a tedeschi e fascisti. E si precisava, pure, che le parole di Alexander non dovevano esser interpretate come un invito alla smobilitazione o alla stasi nella guerra di Liberazione. (9).
Di fronte al Proclama Alexander, in Friuli alcune Brigate osovane, in particolare della sinistra Tagliamento, che si consideravano ormai alle dipendenze angloamericane, decisero di mandare più uomini possibile a casa riducendo drasticamente la loro attività, mentre la gran parte dei garibaldini rimase in armi in montagna, non senza grossissime difficoltà nell’affrontare un inverno pieno di freddo e neve, e con molte perdite.
Alcuni di loro, però, fecero rientro a casa magari pensando di restarci solo qualche giorno, per mangiare qualcosa di caldo, per scaldarsi vicino al fuoco, per cercare un po’ di calore umano, come per esempio Paolo De Caneva, Gino Adami e Gino Beorchia di Trava di Lauco che, segnalati da una qualche spia, (e ne esistevano in ogni paese, ritengo più per denaro o astio che per fede) finirono in campo di concentramento. Adami e Beorchia sopravvissero, Paolo De Caneva giunse vivo alla liberazione, ma morì subito dopo. (10). E non furono i soli ad esser catturati e finire in un lager, o a venir giustiziati, magari dopo terribili torture, in quel freddo inverno. E scrivo questo anche per far comprendere che storie personali si inseriscono sempre in contesti di vita più generali.
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Per quanto riguarda il radicato odio verso gli slavi di alcuni osovani, non si può negare che pure militari poi passati alla Resistenza fossero stati mandati dal Regio Esercito Italiano, dopo il 1941, in territorio Jugoslavo a combattere contro i partigiani sloveni (11) che, quindi, potevano ancora venir vissuti da alcuni come nemici anche se non ve ne era motivo. E l’internazionalismo non albergava certo nei loro cuori.
Invece credo che, al di là dei sogni che coloro che combattevano nella Resistenza avevano allora, si sapeva, dopo Jalta (12), per quanto riguarda i nuovi confini a guerra finita, che alcuni accordi di massima erano stati raggiunti fra le potenze alleate relativamente alla ridefinizione di quello che era stato il Terzo Reich, ma non specificatamente sul confine orientale del nord Italia, problema che era stato rimandato al poi, essendo l’esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia considerato alleato seppur in tono minore. E di questi accordi diplomatici, svoltisi nel tempo e nel dopoguerra, ci parla Federico Tenca Montini nel suo “La Jugoslavia e la questione di Trieste, 1944- 1954”, Il Mulino ed. di cui consiglio la lettura.
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Un documento interessante, per capire cosa sostenesse l’ala conservatrice della Osoppo.
C’ è un documento, la “‘Relazione’ datata 20 gennaio 1945, e firmata da Spartaco del Btg. Silvio Pellico, garibaldino, che ho già citato nel mio: Laura Matelda Puppini. Resistenza e guerra in Ozak: scenari di fine guerra in: www.nonsolocarnia.info, articolo a cui vivamente rimando, che parla in modo chiaro della politica dei comandanti appartenenti alla ala democristiana della Osoppo. Tale politica era sostenuta pure da Nicholson, cioè del maggiore Thomas John Roworth (13) come riportato da Ricciotti Lazzero in modo documentato (14), e che ho ripreso nel mio sopraccitato.
Ma vediamo cosa dice la ‘Relazione’ datata 20 gennaio 1945, e firmata da Spartaco del Btg. Silvio Pellico. Questo il testo.
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«20 gennaio 1945 – Oggetto. Relazione.
Recentemente i patrioti Miro, e Vico, qualificatisi rispettivamente per Comandante e Commissario della 3^Brigata Osoppo reduci dalla montagna a seguito dei noti rastrellamenti, si presentarono al Comando del btg. Silvio Pellico, ove dichiararono:
Di non riconoscere in veruna guisa la costituzione, autorità e la competenza del “Comando Unico della pianura friulana”, le cui forze, secondo il loro parere, dovevano invece ritenersi come soggette alla loro dipendenza, e di riservarsi pertanto, con ogni mezzo ed a costo di qualsiasi conseguenza, piena ed assoluta libertà di azione, di organizzazione e di controllo nella zona.
Di considerare completamente divergenti i loro punti di vista da quelli delle formazioni garibaldine per quanto concerne la situazione politica contingente, specie nei riguardi di una ventilata collaborazione con le forze partigiane slovene, alle quali – secondo essi – dovrebbesi opporre invece una decisa ed ostile resistenza.
Parlarono in termini poco chiari di un “eventuale armistizio con i tedeschi” chiedendo quale sarebbe in tal caso il pensiero e il comportamento dei Garibaldini.
Alle esortazioni di usare tutta quella maggiore prudenza e riservatezza richiesta dalla differenza di ambiente e di condizioni tra la montagna e la pianura, onde evitare sicure persecuzioni e retate, risposero di non temere granché, date le loro “alte protezioni”. Soggiunsero anzi essere ormai noto che i tedeschi puniscono con la morte i Garibaldini mentre per i componenti della “Osoppo” si limitano tutt’al più alla deportazione in Germania.
In un successivo tempestoso colloquio con il Comandante del Btg. Silvio Pellico, il patriota Miro si espresse in termini alquanto imperiosi, dichiarando che a qualunque costo, e senza badare a spargimento di sangue, egli avrebbe condotto e propagandato la più accanita lotta contro il “pericolo comunista slavo”. Spartaco». (15). Più chiaro di così ….
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Contatti con il nemico: un primo documento.
Più fonti da me reperite parlano dei contatti dell’ala conservatrice e cattolica della Osoppo con il nemico, in funzione antislava ed anticomunista, e per condizionare la futura politica in Italia, oltre che finalizzata alla salvezza reciproca. Ma più facilmente, non so perché, si soffermano sull’incontro tra Valerio Morelli della X Mas e Verdi Candido Grassi a Vittorio Veneto. Quelle che citerò per questo ed il prossimo articolo (per Ricciotti Lazzero rimando al mio: Laura Matelda Puppini. Resistenza e guerra in Ozak: scenari di fine guerra in: www.nonsolocarnia.info) sono: Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo – Friuli, 1944-1945, IFSML, 2003; Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia, Einaudi ed. 2014; e Marco Cesselli, Porzûs. Due volti della Resistenza, riedizione integrale, Aviani&Aviani ed., 2012 (Prima ed. intitolata ‘Gli Esempi’, La Pietra ed., 1975).
La differenza tra loro è che Buvoli riporta documenti, ma si perde il contesto, Marco Cesselli chiarisce i contesti, ma è si fa fatica a seguirlo in modo dettagliato, Giacomo Pacini inserisce quanto scrive sui contatti osovani con il nemico in una visione ampia che porta alle ‘altre Gladio’.
Comunque Alberto Buvoli, a p. 158 del suo volume, in pedice al documento n.36, scrive che «La documentazione esistente ci mostra come abbastanza frequenti nel periodo fine settembre 1944- marzo 1945, i contatti fra osovani e tedeschi».
Inoltre Giacomo Pacini incomincia a trattare dei rapporti tra la Osoppo ed il nemico scrivendo che: «A inizio 1945 […] tra le due ali della Resistenza antifascista del Nordest era alle porte un feroce scontro intestino dagli esiti imprevedibili. (…). Alla brigata bianca venne imputato di aver imbastito trattative segrete con i tedeschi, al fine di creare un fronte unificato anticomunista […]». (16).
Ora però, bisogna precisare ancora una volta che, come già scritto nell’articolo precedente e non solo, la formazione Osoppo non era assolutamente una formazione ‘collaborazionista’ e bianca, era veramente una formazione partigiana, partecipata da democristiani, azionisti, socialisti e giovani spesso non politicamente schierati, ma alcuni personaggi di spicco, ai suoi vertici, fortemente anticomunisti, si mossero, dalla crisi di Pielungo in poi, in modo da creare le condizioni per un futuro cattolico e democristiano all’interno di una società che volevano ancora configurata in modo fortemente paternalistico. Ma torniamo ai rapporti con il nemico ed ai documenti che li attestano.
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Alberto Buvoli riporta in primo luogo una lettera di don Aldo Moretti Lino, all’Arcivescovo di Udine, datata 28 dicembre 1944 (17), scritta presentandosi a Sua Eminenza come facente parte del Comando della Ia Divisione d’ Assalto “Osoppo – Friuli”.
Da detta lettera apprendiamo che, all’indomani del Proclama Alexander, il Comando dell’intera Divisione Osoppo Friuli, (per inciso allora guidata formalmente da Manlio Cencig Mario, ma di fatto ancora in mano a Verdi e Aurelio) aveva avuto contatti, presumibilmente attraverso un suo intermediario della 3a Brigata, direttamente con lo Sturmbahnführer Ludolf-Jacob von Alvensleben, (18), soggetto più che temibile, visto il suo passato, dico io, che guidava, allora, il comando tedesco delle SS per la provincia del Friuli.
Il 27 novembre 1944, quindi, a seguito di detti contatti, il comando tedesco, sempre secondo Lino, aveva garantito perentoriamente, sulla sua parola d’onore, che i combattenti osovani sarebbero stati in futuro trattati come combattenti regolari «secondo le comuni leggi di guerra, allo stesso modo con cui gli osovani per parte loro, hanno sempre trattato i tedeschi e gli stessi fascisti che non siano elementi attualmente e gravemente nocivi». (19).
Ma la parola data in forma solenne dal Comando tedesco – scriveva don Moretti in questa informativa all’Arcivescovo di Udine – non risultava, alla luce dei fatti, esser stata pronunciata con sincerità né mantenuta con lealtà militare – perché proprio mentre lo Sturmbahnführer Ludolf-Jacob von Alvensleben cercava approcci con uno dei Comandi della Divisione Osoppo, veniva fucilato il comandante di Brigata Ferrini, Franco Martelli (20), «reo soltanto di essere un eroico e purissimo combattente […]». (21).
Ma, come non bastasse, l’appuntamento con il Maggiore von Alvensleben era stato preceduto «non solo dall’ ammassamento di truppe, ma addirittura dall’apertura delle ostilità da Pinzano a Travesio contro la 3a Brigata Osovana, con cui pur si voleva trattare.
Inoltre don Lino lamentava come, da parte tedesca, con scuse inaccettabili, fossero stati cambiati, senza preavviso, i punti di discussione; faceva presente all’ Arcivescovo che, verso il 10 dicembre 1944, ad accordi avvenuti, a Tramonti di Sotto il Capitano Barbasino del Btg. Valanga della Xa Mas aveva catturato in combattimento e fatto giustiziare 10 partigiani di cui 3 osovani per rappresaglia, e alla stessa data era stato fucilato, insieme ad altri tre, «come un volgare delinquente e citato all’ignominia pubblica con manifesti murali Wolf Friz, nobilissima figura di giovane combattente» che non intendeva assolutamente, secondo il noto sacerdote, compiere un attentato contro militari tedeschi, come fu vilmente affermato nei manifesti murali, ma, con la dinamite trovatagli addosso, portare a termine «un atto di sabotaggio di valore squisitamente bellico». (22).
A questo si aggiungeva quanto avevano fatto i Cosacchi (23) a Attimis e Faedis, dove avevano fucilato, senza tante formalità, un osovano preso prigioniero, questa volta provocando la reazione diretta di Francesco De Gregori, presumibilmente suo comandante, e correttamente, perché contrario alla Convenzione sul trattamento dei prigionieri di guerra siglata a Ginevra, 27 luglio 1929, il quale aveva scritto una lettera al comando cosacco di Faedis minacciando di riprendere le azioni contro il presidio ivi locato. (24).
Inoltre cosacchi, di stanza ad Attimis e Faedis, oltre che a Tarcento, continuavano a rapinare e depredare la popolazione, come se detti paesi fossero pieni di banditi e delinquenti. Ed erano giunti persino a razziare la poverissima frazione di Musi «donde i nostri s’erano ritirati appunto per evitare rappresaglie» (25), e dove era stato, persino e successivamente, impedito l’arrivo della tessera (alimentare). (26). A Chievolis, poi, continuava il noto sacerdote – per citare un luogo su cento, si arrestavano i genitori per costringere i figli a presentarsi al comando (26), ed infine la città di Udine era stata tappezzata da manifesti antipartigiani «senza contare le moltissime ignominie che abbiamo subito in passato» (27).
Comunque ci sono altri documenti ad attestare i rapporti del gruppo osovano dei soliti politici conservatori che prenderò in considerazione nel prossimo articolo per non rendere questo troppo lungo. Ma preferisco fermarmi un attimo qui per riallacciarmi alla storia di Wolf /Friz e di Wolf Marcon e di quanto quest’ ultimo aveva narrato su Bolla nel suo interrogatorio da parte dei Gap, come si evince da testimonianze ai processi, che poteva aver creato una situazione difficile per De Gregori, alimentando sospetti creati da serpi sibilanti. Ma basta affermare qualcosa con sicurezza per insinuare il dubbio e forse la certezza.
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Quelle dicerie su Bolla che potrebbero esser state la causa della salita alle malghe di Toffanin con i suoi.
Apro qui una piccola parentesi su Antonio Friz, Wolf. Egli, originario di Pontebba, era giovanissimo, neanche diciottenne, quando entrò a far parte della resistenza osovana. Ma nel corso di una azione condotta il 9 dicembre 1944, fu catturato dai tedeschi e, trovato con dell’esplosivo nelle tasche, secondo quanto scrive don Moretti al Vescovo, venne giustiziato. Quindi, spacciandosi per lui e prendendone il nome di copertura, tale Guido Marcon noto prima come Brontolo, chiese di entrare nei gap e fu accolto. Si noti che pure Marcon era di Pontebba ed era amico di Friz, almeno così pare. Ma i gappisti iniziarono a sospettare di lui e così lo inviarono a fare una azione di sabotaggio, dalla quale egli ritornò dicendo che il materiale fornito non era esploso. Quindi i sospetti si intensificarono e infine Guido Marcon fu arrestato dai gappisti, interrogato e, davanti alle sue ammissioni di essere una spia, giustiziato. (28).
Prima di essere fucilato, Marcon ebbe però il tempo di accusare Bolla, ingiustamente a mio avviso, di dare informazioni al nemico sui movimenti dei garibaldini e degli sloveni (29), ed anche di aver dato l’ordine ai suoi di uccidere il compagno Ferruccio di Cussignacco (30), di sostenere che Bolla, Paolo e Centina si incontravano in centro ad Udine, al caffè Odeon, con i comandanti della guarnigione tedesca e con i repubblichini e che ad osovani era imputabile la morte dei partigiani Giotto, Ardito ed Amor, a cui erano stati dedicati altrettanti battaglioni della “13 Martiri di Feletto U.” (31). Inoltre vi fu chi sostenne che Marcon, dopo aver confessato di essere una spia, continuò a sostenere le accuse fatte a De Gregori. (32).
Ma questo agire non era assolutamente proprio di Francesco De Gregori, ed inoltre, il partigiano della Natisone Amor ora sappiamo che era morto nella battaglia e strage di Peternel, come ho già scritto. (33). Ora, le accuse al noto comandante partigiano Bolla, oltre queste dicerie, questi bla bla, non hanno mai avuto uno straccio di conferma o di documentazione e, a mio avviso, questo modo di agire non era assolutamente proprio di Francesco De Gregori.
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Ma a questo punto mi chiedo chi avesse interesse, allora, a calunniare De Gregori, spargendo zizzania su di lui. Certamente i nazisti – che avevano stilato già una lista di ufficiali di grado superiore, effettivi nel R. E. I. prima del suo dissolvimento, che in seguito non si erano più presentati al Comando Provinciale di Udine in mano ai tedeschi ed ai repubblichini, a riprendere il servizio ma sotto un’altra ‘bandiera’, per catturarli e mandarli in un qualche lager (34), ma sorte non migliore sarebbe accaduta anche agli ufficiali effettivi di grado inferiore, sempre ricercati, essendo considerati dei traditori, e oltre ai tedeschi forse qualcun altro, fascista o partigiano troppo schierato, o qualcuno che si ricordava Bolla comandare con Sasso, o che ne so…. Infatti quando non vi è certezza, si possono fare mille ipotesi. Inoltre, da quanto narra anche Romano Marchetti, De Gregori era stato un organizzatore della resistenza osovana in Carnia.
Dopo l’8 settembre egli aveva raggiunto, in un primo tempo, la famiglia, che si trovava ospite da amici a Manzinello, quindi era rientrato ad Udine ove era stato avvicinato dal colonnello Giuseppe Talamo, poi Ugo nella Resistenza con l’Osoppo, che gli aveva proposto l’adesione all’o.d.g. del 25 novembre 1943, relativo alla necessità, da parte dei soldati ed ufficiali dell’Esercito Italiano, di dar luogo a formazioni armate allo scopo di “ridare dignità all’Italia”, o.d.g. che De Gregori aveva sottoscritto, passando il confine che ormai divideva i collaborazionisti dai patrioti. (35).
Ed il De Gregori, come ho già scritto, era sicuramente un uomo militarmente preparato, nazionalista tanto da aderire alla lotta di liberazione per ridare dignità all’ Italia, gran lavoratore coerente nel suo agire con il proprio pensiero, dotato di una solida cultura generale, e ripieno di senso del dovere e di imparzialità nel giudicare. (36). E forse per questo era inviso a qualcuno, magari fra quelli che si celavano nell’ombra muovendo però i fili, che si fanno belli da un lato ed agiscono di nascosto ‘nelle sacrestie’ come si usa dire, dall’altro. E forse avrebbe potuto, nel dopoguerra, raccontare qualcosa che avrebbe potuto disturbare qualcuno, o era già troppo ligio al dovere per altri. Infatti anche persone di destra, incorruttibili e fedeli servitori dello Stato, come poi Giorgio Ambrosoli e Paolo Borsellino, andarono a finire male, in un mondo dominato da un certo tipo di politica. Ma sono solo ipotesi e non sapremo mai la verità, perché anche i processi furono condizionati dalla politica, a partire dal modo in cui Candido Grassi Verdi ed Alfredo Berzanti Paolo impostarono la denuncia presentata per l’uccisione di Bolla e dei suoi partigiani.
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Sta di fatto, però, che sembra che dicerie circolassero allora sul comandante della Ia brigata, mai provate, come quella che egli volesse incontrare il Federale di Udine Mario Cabai ai primi di febbraio del 1945 per accordarsi con lo stesso (37), che potrebbero aver creato nei gappisti una idea errata di De Gregori, dato che Giacca sostiene che andò alle malghe per quanto detto dal Marcon a lui noto come Wolf, già catturato e prima osovano (38). Ma solo ora sappiamo che non era vero, che si trattava di due persone diverse, mentre allora i gap sapevano solo, dall’interrogatorio di Marcon Brontolo alias Wolf, mai stato della Osoppo ma che aveva rubato il nome all’amico partigiano ucciso, una serie di nefandezze compiute dagli osovani, ed in particolare da Bolla ai danni dei garibaldini. E secondo Giacca egli aveva fatto il nome di alcune spie con cui era in contatto e di borghesi che sostenevano l’Osoppo nella speranza di non essere toccati e di garantirsi la propria attività alla fine della guerra, forse sperando di aver salva la vita. (38).
Non si può certo pretendere che Giacca, ormai anziano, avesse ricordato per filo e per segno cosa aveva detto la spia Marcon allora, ma egli, nelle due interviste presenti in rete, dice sempre che quanto accaduto a Topli Uorh e Bosco Romagno fu causato da quello che disse Marcon Brontolo/ Wolf e dall’aver visto Elda Turchetti alle baite (39), fatto che aveva consolidato l’impressione negativa che già aveva di Bolla, del comando osovano della Ia Brigata e degli osovani in generale. «Erano tutti dei reazionari figli di papà. Facevano gli attendisti armati, mantenevano rapporti con i fascisti». (39). Inoltre gli era giunta notizia da Julita che due gappisti del suo reparto, “La Tremenda” erano stati uccisi in pianura da osovani a loro noti. (40). E queste potrebbero essere state le reali motivazioni che avevano spinto Toffanin con i suoi alle malghe, indipendentemente se avessero avuto un ordine a farlo, per vedere e capire cosa si stesse facendo realmente lassù, per cercare conferma o meno a voci circolanti. Ma in questa orrida storia il condizionale è d’obbligo.
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Inoltre se è possibile che Bolla vivesse i nazifascisti come il nemico palese e garibaldini e sloveni, ma più concretamente i comunisti, come il nemico occulto, egli non era tipo, per quello che ho capito di lui, da accordarsi con il nemico palese per battere quello occulto, come invece altri, e da urlare, morendo, “W il fascismo internazionale”, come riportato nel famoso documento firmato da Marino, Marco e Valerio, che pone ed ha posto molti dubbi di autenticità (40), anche perché il concetto di “internazionalismo” non gli apparteneva.
Infine: ‘Morto non parla’ e non può difendersi. Ed ecco ai processi comparire anche testimoni non si sa quanto attendibili, come Secondo Clocchiatti, don Volpe, l’osovano Romeo Lodolo e Walter Giavitto a sostenere che Francesco De Gregori aveva almeno manifestato l’intenzione di partecipare ad un colloquio con il Federale Mario Cabai, che sarebbe stato organizzato dal Clocchiatti stesso, a suo dire, ad Udine. Ma all’ultimo momento Bolla aveva detto che non poteva venire. (41). Ma il Clocchiatti si era dimostrato testimone poco credibile, avendo dato più versioni discordanti nel corso del processo di Lucca e Don Volpe avrebbe potuto aver appreso questa informazione da quanto narratogli da Secondo Clocchiatti. (42). Inoltre Romeo Lodolo aveva riferito al processo di Lucca di aver saputo da altri che il Clocchiatti era stato in contatto con la SD, Servizio di Sicurezza tedesco di Udine, e che aveva consegnato ad un garibaldino, poi catturato ed incarcerato a Cividale, alcuni documenti comprovanti che Bolla era in combutta con i fascisti, che questi aveva nascosto nel tubo di una bicicletta, però mai ritrovati (43). Quindi anche detti fatti non hanno mai trovato conferme. Ed anche ai processi testimoni vari avrebbero potuto narrare una versione o l’altra attribuendo responsabilità che non aveva mai avuto a chi era morto, salvando magari da una posizione imbarazzante qualche vivo, non romano ma friulano. Ma è sempre un parlare per parlare.
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Invece don Lino scriveva, il 23 gennaio 1944, all’Arcivescovo nel “Promemoria di Lino per Globocnick”, che le trattative con i tedeschi erano terminate per l’opposizione della Osoppo, con conseguente ‘indurimento’ dei nazisti, ma che, reso questo noto al pubblico, si poteva a suo avviso passare a nuove trattative ma segretissime, anche con i fascisti Mario Cabai e Mons. Aristide Baldassi, che era stato pure seniore della Milizia, operativo in Spagna a fianco dei franchisti. (44).
Insomma abbandonate le trattative con i nazisti, gli uomini dell’Arcivescovo passarono a quelle con i fascisti, per poi cercare contatti con la X Mas per infine approdare al Reggimento Tagliamento, passato a fine guerra in parte alla Osoppo per la difesa della cristianità.
Due considerazioni comunque risultano certe: il 23 gennaio 1945 «Le formazioni osovane stavano già compromettendosi di fronte ai garibaldini ed agli sloveni per le troppe chiacchiere che si sono fatte ovunque sui suoi scopi antisloveni ed anticomunisti e delle sue trattative con i tedeschi» come scriveva don Moretti all’ Arcivescovo. Nelle trattative con il nemico ci doveva essere sempre la stessa persona a garanzia, per esempio Vico, il cui nome compare spesso, magari accompagnato da un altro.
Per ora mi fermo qui nel mio ricercare di capire qualcosa in una storia pasticciata, dove i processi si ressero su di una marea di testimonianze orali a anni di distanza dai fatti, di memoriali e documenti redatti per l’occasione, di intromissioni, almeno a me pare così di don Volpe, presenza che si muoveva fra le quinte nel primo processo.
Grazie se leggerete questo ulteriore articolo, se lo contesterete in modo informato, se lo commenterete, se lo divulgherete ed a prossimo.
Laura Matelda Puppini
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Note.
(1) “Saluto ai nostri amici e alleati jugoslavi”, in: “La nostra lotta”, anno II, n.17, 13 ottobre 1944. Detto articolo fu scritto pochi giorni prima della liberazione di Belgrado. Il testo richiama all’unione delle forze partigiane della Venezia Giulia (allora ancora sotto l’Ozak) al fine di liberare i territori dai nazisti e dai fascisti, vivendo le forze Anglo Americane avanzanti da Sud- Ovest e quelle russe avanzanti da Est come alleate delle forze partigiane, come era vero. E si augura una fratellanza comune fra tutti i popoli, che diventeranno creatori di nuova democrazia. (Il testo è riportato in Pierluigi Pallante, Il P.C.I. e la questione nazionale Friuli – Venezia Giulia, Del Bianco ed., 1980, pp. 205-207). Contenuti analoghi si trovano nella cosiddetta “Riservatissima” datata 24 settembre 1944 e firmata da Vincenzo Bianco Vittorio, che è reperibile presso l’Archivio dell’Istituto Gramsci di Roma. Cfr. nel merito:https://www.nonsolocarnia.info/su-quella-lettera-di-vincenzo-bianco-datata-24-settembre-1944-ed-alcuni-problemi-per-fonti-documentarie/. Essa è stata pure pubblicata in: Pierluigi Pallante, Il P.C.I. e la questione nazionale Friuli – Venezia Giulia, Del Bianco ed., 1980, pp. 192-201.
(2) Cfr. su www.nonsolocarnia.info il mio: Cattolici nella guerra di Liberazione.
(3) Con “Proclama Alexander”, si intende il comunicato radio fatto alla resistenza italiana dal dal comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo feldmaresciallo inglese Harold Alexander, il 13 novembre 1944, che sanciva il rimando dell’attacco finale a dopo l’inverno. Infatti gli angloamericani avevano pochi uomini e mezzi a disposizione, avendoli utilizzati prima nello sbarco in Normandia il 6 giugno 1944, poi nell’ operazione Dragon al sud della Francia, ed infine contro i partigiani dell’ELAS in Grecia. (https://it.wikipedia.org/wiki/Proclama_Alexander).
(5) Cfr. su www.nonsolocarnia.info i numerosi articoli sulle due stragi. Reputo, dalle fonti visionate, che pur essendo dette stragi causate una dai cosacchi e l’altra dai nazisti, non si possa negare che vi furono delle provocazioni pesanti da parte osovana, causate anche da comandanti filo- democristiani che volevano essere protagonisti in una ritirata ormai già esecutiva, secondo me.
(6) https://www.partigianiosoppo.it/Eventi/giuseppe-de-monte-livorno/.
(7) https://lombardia.anpi.it/voghera/resistenza/proclamaalexander.pdf. Sempre per il Proclama Alexander e sue ripercussioni sulla resistenza, cfr. anche: Il proclama Alexander, e l’atteggiamento della Resistenza all’inizio dell’inverno, in: https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0068570_1953_22-27_42.pdf.
(8) Ivi, pp. 28-29.
(9) Ivi, pp. 29-30.
(10) Schede n. 3 – n. 22 – n. 111 in 472 schede di partigiani garibaldini, uomini e donne che scrissero la storia della democrazia, operativi in Carnia o carnici, in. Nonsolocarnia.info Link: https://www.nonsolocarnia.info/472-schede-di-partigiani-garibaldini-uomini-e-donne-che-scrissero-la-storia-della-democrazia-operativi-in-carnia-o-carnici/).
(11) Cfr. a proposito l’interessantissimo volume di Davide Conti: “L’Occupazione Italiana dei Balcani. Crimini di Guerra e Mito della “Brava Gente”, Odradek ed., 2008.
(12) Dal 4 all’11 febbraio 1945 si tenne la conferenza di Jalta a cui parteciparono, come attori principali, Wiston Chuchill, Franklin Delano Roosvelt, e Josif Stalin, per discutere del futuro dei territori che erano appartenuti al Terzo Reich. (Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Jalta).
(13) Nicholson, al secolo l’ingegnere Thomas John Roworth, aveva combattuto in Africa contro italiani e tedeschi. Catturato, era stato portato in Italia ove era stato internato in vari campi di prigionia: da Capua a Caserta, da Roma a Sulmona e Bologna. Quindi, dopo l’8 settembre, era riuscito a scappare, raggiungendo prima Modena e poi Roma, ove, braccato, aveva trovato rifugio in Vaticano, dove andò spesso a trovarlo Monsignor Giovambattista Montini, futuro Papa Paolo VI. Quindi, dopo la liberazione di Roma, fu contattato dai suoi e portato a Monopoli, presso la base delle Special Forces, e quindi, affiancato da ‘Piave’, Cino Boccazzi, medico, valdostano, ma residente a Treviso, venne paracadutato in Friuli. (Ricciotti Lazzero, La Decima Mas. Compagnia di Ventura del Principe Nero, Rizzoli, Milano, pp. 128-129.
(14) Ricciotti Lazzero, ‘La Decima Mas. Compagnia di Ventura del Principe Nero’, Rizzoli, Milano, 1984. Per citazioni e pagine relative, cfr. il mio: Laura Matelda Puppini. Resistenza e guerra in Ozak: scenari di fine guerra in: www.nonsolocarnia.info.
(15) Documento n. 21654, datato 20 gennaio 1945, copia conforme all’originale, avente come oggetto: “Relazione”, firmato da Spartaco, in IFSML, Fondo Lubiana.
(16) Giacomo Pacini, Le altre Gladio. La lotta segreta anticomunista in Italia, Einaudi ed. 2014, p. 38.
(17) “Lettera di Lino all’Arcivescovo di Udine sui contatti con il nemico”, in: Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo – Friuli. Documenti 1944-1945, doc. n. 36, pp. 156-158. In pedice alla stessa si legge che l’originale si trova in: Biblioteca Seminario Udine. Archivio Osoppo, H9, 219.2., che è stata scritta da don Lino e firmata con firma autografa e che è indirizzata “a Sua Eccellenza Ill.ma e Rev. Ma Mons. Giuseppe Nogara, Arcivescovo di Udine”. Buvoli precisa che di detta missiva esiste pure una specie di brutta copia con alcune correzioni ortografiche fatte a mano dallo stesso odn Moretti. (Ivi, p. 158).
(18) Ludolf-Jacob von Alvensleben faceva parte di una nobile casata tedesca. Figlio di Ludolf Udo, era nato a Wittenmoor, allora nella provincia prussiana della Sassonia. Dopo aver frequentato la Ritterakademie a Brandenburgo, si arruolò volontario nell’ esercito tedesco nel corso della prima guerra mondiale, ottenendo la Croce di Ferro di II classe, e fu congedato come tenente di riserva. Dopo un periodo di gestione della tenuta familiare di Plutowo, che risultò fallimentare anche per problemi nazionali ed internazionali, nel giugno del 1932 entrò a far parte delle SS e del Partito Nazista. Fece poi una veloce carriera militare e, nel periodo dal 1939 al 1943, fu operativo presso l’ufficio principale per il personale delle SS e quindi fu nominato Standartenführer, massimo grado per un ufficiale di campo. Dopo l’invasione della Polonia operò ivi con le SS, come Inspektionsführer cioè capo del servizio per le ispezioni a Danzica. «Ludolf Jakob stabilì il suo quartier generale nella sua tenuta espropriata a Plutowo […]. Le cantine della tenuta divennero teatro di torture e omicidi di centinaia di ebrei e persone di etnia polacca». Quindi fu inviato nel distretto di Lublino per prestare servizio sotto il capo delle SS e della polizia, l’Oberführer Odilo Globočnik. Nel febbraio 1940 divenne anche capo del campo di Lublino-Lipowa. Tra l’ottobre 1939 e la primavera e l’estate del 1940, utilizzò i suoi ausiliari nel massacro dell’intellighenzia polacca nella Prussia occidentale e successivamente a Lublino e Varsavia: operazione nota come AB-Aktion. Nell’aprile 1940, comandò il Selbstschutz durante il massacro di oltre 160 civili polacchi a Jozefow nel distretto di Lublino. Nel giugno 1940, sotto il suo ordine, a Radawiec fu compiuto un altro massacro di 27 civili. Nel 1942 prestò servizio nelle Waffen-SS come Fachführer (ufficiale specializzato) e raggiunse il grado di Sturmbannführer, comandante dell’unità di assalto, equivalente a quello di maggiore. Quindi l 1º novembre 1942 fu assegnato ai compiti di polizia sotto lo HSSPF Russland Süd, SS- Obergruppenführer Hans-Adolf Prützmann, oltre agli altri compiti. Dall’ 11 maggio 1944, anche Alvensleben giunse in Ozak, grazie a Globočnik, che portò con sé molti dei suoi fidati collaboratori dell’Operazione Reinhard. Il 27 ottobre 1944, Ludolf-Jacob von Alvensleben fu nominato SS- und Polizeikommandeur per il “Friuli” con sede a Udine. Il 10 aprile 1945 gli fu conferito il titolo di SS- und Polizeiführer (SSPF) Adriatische-West che mantenne fino alla resa delle forze tedesche in Italia. Dopo la guerra sfuggì alle indagini e al procedimento giudiziario e si dice che sia morto quando la sua macchina si ribaltò su una strada fuori Dortmund, nell’agosto del 1953. (https://it.wikipedia.org/wiki/Ludolf_Jakob_von_Alvensleben).
(19) “Lettera di Lino all’Arcivescovo di Udine, op. cit.”, pp. 156-157.
(20) Ivi, p. 157.
(21) Franco Martelli era nato a Catania nel 1911, e morì, giustiziato dal nemico, a Pordenone il 27 novembre 1944. Militare delle Forze Armate Italiane, nel 1941 partecipò alle operazioni belliche in Slovenia, come capitano del reggimento “Cavalleggeri di Saluzzo”. Nei giorni successivi all’armistizio, come moti militari italiani operativi nella penisola jugoslava, raggiunse il Friuli, ove si dedicò all’organizzazione del movimento partigiano. Quindi comandò per oltre un anno la formazione “Ippolito Nievo B”, dipendente dalla 4ª divisione “Osoppo-Friuli”. Nel novembre del 1944, catturato dai nazifascisti, resistette per giorni e giorni alle più atroci torture, finché fu fucilato. Prima di morire Franco Martelli scrisse al tenente Michele Galati, di Belcastro (Catanzaro), per raccomandargli i quattro figli in tenera età, che furono adottati dal Galati aggiungendo il suo cognome a quello paterno. Pordenone ha dedicato al maggiore Martelli un viale, nel luogo presso il quale è stato ucciso, in via Montereale, è stata apposta una lapide e un suo busto, opera dello scultore Ado Furlan, è stato collocato nel giardino del Centro Studi di Pordenone, in piazza Maestri del Lavoro. Ma anche Catania lo ha ricordato, intitolandogli una via. (https://it.wikipedia.org/wiki/Franco_Martelli_(militare_1911) e https://www.anpi.it/biografia/franco-martelli). Secondo Gian Luigi Bettoli, che ben conosce la resistenza della destra Tagliamento, il maggiore Franco Martelli fu il capo di stato maggiore della brigata unificata Osoppo-Garibaldi “Ippolito Nievo B”, operante nella pianura pordenonese e nei territori circostanti delle province di Tv, Ud e Ve (considerando con un anacronismo Udine come provincia già staccata da Pordenone), il cui comandante fu Rino Favot “Sergio” ed il commissario politico Ardito Fornasir “Ario”, entrambi garibaldini e comunisti. (Cfr. precisazione in commento a questo articolo).
(22) Le due citazioni e queste informazioni si trovano in: “Lettera di Lino all’Arcivescovo di Udine, op. cit.”, p. 157.
(23) Però i Cosacchi, pur operando come truppe collaborazioniste dei Nazisti, avevano i loro comandanti e bisogna dire che con questi la 3a Brigata osovana non aveva fatto alcun accordo.
(24) “Lettera di Lino all’Arcivescovo di Udine, op. cit.”, p. 157. Per la reazione di Francesco De Gregori, ivi, nota 5 p. 158.
(25) Ivi, pp. 157-158.
(26) Ibidem.
(27) Ivi, p. 158. Ma ciò era accaduto anche e per esempio, in comune di Forni Avoltri, dove parenti dei partigiani garibaldini erano stati arrestati dalle SS costringendo i giovani garibaldini a deporre le armi ed a presentarsi al comando tedesco. Non solo: anche all’osovano Giovanni De Mattia di Sutrio fu ucciso dai nazisti (si faceva il nome di una donna terribile affiliata alle SS) il fratello Giacomo, e la madre fu internata.
(28) Queste informazioni su Antonio Friz e Guido Marcon sono tratte da: Alessandra Kersevan, Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, Kappa Vu, 1995, pp. 90- 93; pp. 103-104; pp. 107- 108. Per Brontolo poi Wolf, vedi ivi, p. 90 e p. 93.
(29) Ivi, p. 91.
(30) Ivi, p.
(31) Ivi, p. 89.
(32) Ivi, p. 107.
(33) Giovanni Padoan (Vanni), Abbiamo lottato insieme, Del Bianco ed. 1965., p. 74. Vedi anche il mio: Parlando di e ‘divagando’ su Porzus e gappisti …. di Laura Matelda Puppini (con ulteriori informazioni aggiunte il 6 agosto 2025).
(34) Per l’elenco di ufficiali superiori ricercati, nel quale compariva pure il nome del colonnello Giuseppe Talamo, stilato dal Comando militare provinciale di Udine, cfr. Flavio Fabbroni, il 33° Comando militare provinciale di Udine, novembre 1943- aprile 1944, in Storia Contemporanea in Friuli, n. 43, pp. 201- 244.
(35) Scheda di Francesco De Gregori di Laura Matelda Puppini, in Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, IFSML e Kappa vu ed., 2013, p. 388. Per De Gregori come organizzatore della resistenza osovana, ivi, p. 89.
(36) Questa descrizione del capitano Francesco De Gregori deriva da descrizioni della sua personalità in: “Il diario di Bolla”, a cura di Giannino Angeli, A.P.O. ed. 2002, pp. 12, 13, 27, e motivazione della concessione della medaglia d’ oro alla memoria, pp. 57-58.
(37) Di questo incontro o meglio di “progettato incontri tra Francesco De Gregori e Mario Cabai, Federale fascista di Udine, parla pure Marco Cesselli nel suo: Porzûs. Due volti della Resistenza, riedizione integrale, Aviani&Aviani ed., 2012 a p. 47. don Lino in un suo “Promemoria di Lino per Globocnick”, indirizzato a Mons. Giuseppe Nogara, pubblicato in Alberto Buvoli, op. cit., doc. n. 36 c, pp. 162 – 164, parla di possibili incontri con Mario Cabai e don Baldassi, fascisti, ma senza dire chi sarà l’intermediario.
(38) Mario Bruno Bellato, “Resoconto incontro con Mario Toffanin, comandante Brigate Gap Friuli avvenuto in Capodistria (Skoppie) l’11.12.93, in: https://www.archivioteca.it/wp-content/uploads/2012/10/Intervista-Giacca.pdf , p. 6; “Intervista al Comandante Giacca”, a cura del Collettivo Propaganda di Rivoluzione, Quaderni di rivoluzione, Supplemento a ‘Rivoluzione’ Padova 2005, leggibile online in: https://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf. p. 14-15. Per la Turchetti, Ivi, p. 16.
(39) Ibidem.
(40) Ivi, p. 15.
(41) Marco Cesselli, Porzûs. Due volti della Resistenza, riedizione integrale, Aviani&Aviani ed., 2012, p. 47.
(42) In: “Il processo di Porzûs. Testo della sentenza della Corte d’Assise d’ Appello di Firenze sull’eccidio di Porzûs con prefazione di Gianfranco Bianchi e note di Silvano Silvani, avvocato, edizioni Ribis – La Nuova Base ed. 2004, a p. 325 si fa notare come Secondo Clocchiatti non sempre fosse stato costante o coerente nell’esposizione, ed avesse pure detto delle assurdità. Inoltre in almeno un caso aveva dato a don Vale una versione dei fatti e al giudice istruttore altro. Inoltre il Clocchiatti aveva reso diverse deposizioni e, al di fuori del processo, prima di ogni testimonianza, fece anche dichiarazioni verbali a don Volpe. (Ibidem).
(43) Marco Cesselli, Porzûs, op. cit., p.48.
(45) “Promemoria di Lino per Globocnick, op. cit.”, p. 163.
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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta Francesco De Gregori, ed è una già più volte utilizzata. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/topli-uorch-porzus-ancora-sui-contesti-su-de-gregori-e-sui-rapporti-con-il-nemico-del-gruppo-cattolico-detentore-del-comando-osovano/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/11/BollaImmagine1.png?fit=768%2C1024&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/11/BollaImmagine1.png?resize=150%2C150&ssl=1STORIAIntroduzione e contesti. Cari lettori, vi ho promesso un altro articolo relativo a quanto accadde a ‘Porzûs’, che riguarda i contatti con il nemico di Verdi, Vico, Miro, con la regia di Lino che, se conosciuti da garibaldini o gappisti allora, avrebbero potuto esser ritenuti un vero tradimento. E si...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia




E’ marginale, ma comunque meglio correggere una confusione prodotta dai siti internet citati alla nota 21. Il maggiore Franco Martelli fu il capo di stato maggiore della brigata unificata Osoppo-Garibaldi “Ippolito Nievo B”, operante nella pianura pordenonese e nei territori circostanti delle province di Tv, Ud e Ve (considerando con un anacronismo Udine come provincia già staccata da Pordenone), il cui comandante fu Rino Favot “Sergio” ed il commissario politico Ardito Fornasir “Ario”, entrambi garibaldini e comunisti.
Grazie Gigi per la precisazione. Laura Matelda Puppini