Si è tenuto il 18 aprile 2026 a Gemona in quanto centro della Comunità di Montagna del Gemonese, un altro incontro nel ricordo di Enzo Cainero, la cui figura è stata ampiamente tratteggiata da chi lo ha conosciuto. In particolare il sindaco di Gemona, Roberto Revelant, ha precisato come sia determinante, proprio anche in suo nome, sottolineare l’importanza di guardare, come pubblici amministratori, alle comunità per farle crescere e non solo ai problemi contingenti e di andare avanti senza dimenticare da dove proveniamo. 

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Si sono poi susseguiti altri interventi istituzionali fra cui quello dell’Arcivescovo di Udine Mons. Riccardo Lamba e quello dell’Assessora alle Finanze della Regione Fvg. Barbara Zilli, che ha sottolineato l’importanza di investire nella zona montana e pedemontana ma, dico io, bisogna vedere come ed in che cosa. Per esempio in Carnia saremmo interessati non ad investimenti in alberghi a 5 stelle o stradoni montani ma in sanità e trasporti. Inoltre Barbara Zilli ha sottolineato come la Regione sia interessata anche a vagliare proposte dei sindaci dei comuni montani per il territorio che mirino pure a far superare i gap dello spopolamento e di una situazione di stallo. Ma a mio avviso non basta che un imprenditore decida di investire in un posto per risolvere i problemi dello stesso, e se Resia è un felice e contemporaneo esempio, certamente il gruppo delle cooperative carniche, che agì dal 1906 al fascismo, che poi lo distrusse di fatto, rappresenta un esempio ben maggiore di imprenditorialità montana a cui guardare, pur non trascurano l’esempio di Eurolls. 

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Quindi ha preso la parola in veste di presidente della Sezione Ana di Gemona, Ivo Del Negro, uno dei sindaci del terremoto, che ha parlato delle proposte fatta da Cainero anche nel filmato, più che attuali e dei suoi incontri con Enzo Cainero alle adunate alpine. Inoltre ha rammentato che nel 2006, nel trentesimo del terremoto, il noto promotore sportivo aveva fatto terminare a Gemona una tappa del giro d’ Italia, ed aveva inserito lui ed il sindaco di Gemona all’epoca, nella giuria finale. Ed allora il giro aveva percorso facendola conoscere e così valorizzandola, anche la strada che da Avasinis raggiunge Monte Prat passando per Cuel di Forcja, in comune di Forgaria. Ma soprattutto Cainero, semrpe secondo Del Negro, è stato il primo che, nel 2008, ha portato il Giro d’ Italia nel Canal del Ferro e la Val Canale, proprio quando, applicando il neonato trattato di Schengen, dal 1° gennaio di quell’anno non esistevano più barre di confine. Così gli amministratori della Comunità Montana con Cainero in testa, erano andati a togliere quelle sbarre, per aprire l’Italia all’ Europa in modo simbolico, non dovendo più presentare documenti al confine che diventava libero. 

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Poi, per terminare gli incontri istituzionali, ha preso la parola Ivan Buzzi, sindaco di Pontebba e presidente regionale Uncem, che ha sottolineato il valore degli incontri per portare nuove ipotesi di sviluppo e crescita per i territori montani regionali. Ed ha aggiunto che, se ci si pone questo fine, bisogna, come precisato da Enzo Cainero, superare le divisioni anche fra comuni e territori e lavorare in maniera sinergica tutti insieme, come accadde dopo il terremoto del 1976.

Quindi l’incontro è continuato con la interessante relazione videoregistrata della professoressa Anna Giorgi. 

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L’intervento della professoressa Anna Giorgi, Professoressa di Botanica Ambientale e Applicata presso l’Università Statale di Milano. È direttrice del polo UNIMONT, l’Università della Montagna con sede a Edolo, e coordinatrice del Centro di Ricerca Ge.S.Di.Mont dedicato alla gestione sostenibile e alla valorizzazione delle aree montane.

«L’ intervento si è tenuto in videoconferenza. La professoressa si è scusata di non poter essere presente di persona, per uno scambio proficuo di idee ed una ricerca di fare rete, perchè  lavorare insieme in montagna significa anche prendere atto delle istanze presenti in territori che hanno una enorme fragilità che, a suo avviso, non è quella di carattere ambientale, come spesso si sente e si legge, ma la scarsa presenza e quindi rilevanza che essi hanno nei luoghi dove si prendono decisioni importanti.

E questo, ha detto la professoressa, si nota in particolare guardando cosa accade dall’ Osservatorio che Ella coordina, cioè il polo universitario creato dall’ Università Statale di Milano a Edolo, un piccolo centro della Val Camonica, che attualmente è sede sia di attività didattica che di ricerca e di terza missione, cioè che si apre direttamente al territorio e che riguarda esclusivamente gli ambiti montani. Attualmente il polo di Edolo conta 250 studenti che frequentano il corso triennale e magistrale e master internazionali in lingua inglese dove i docenti insegnano quello che hanno appreso anche loro a fare: cioè la stesura di progettualità strategica per la sostenibilità dei territori montani e il relativo full racing (termine difficile da tradurre ma legato all’uso del territorio a fini sportivi se ho ben compreso).

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La docente universitaria ha continuato dicendo che se si hanno delle progettualità interessanti per la montagna i finanziamenti si trovano, ma quello di cui si deve tener conto è la debolezza strutturale della componente residente della montagna, che è numericamente troppo bassa per sostenere attivamente i progetti. La debolezza della montagna è data dal fatto che i paesi si stanno spopolando in modo significativo. Basti pensare che negli ultimi 10 anni la montagna italiana ha perso il 5% dei residenti, e l’Italia il 2,8%. Solo 4 regioni sono andate in controtendenza e sono cresciute e sono: la Lombardia in particolare Milano, l’Emilia Romagna, in particolare Bologna, il Lazio, in particolare Roma, e poi, faro nella notte, il Trentino Alto Adige, che è al 100% territorio montano ma che è cresciuto del 3,5%. Ed il caso del Trentino Alto Adige ci dice che il fatto che un territorio sia montano non è una palla al piede.

E se è vero che il Trentino Alto Adige è Regione Autonoma, è anche vero che è autonoma pure la Regione Friuli Venezia Giulia che è una delle regioni che, negli ultimi 10 anni, ha perso più residenti in montagna, circa l’11%. Nell’ area alpina è veramente la regione con la parte montana più in crisi, pur rappresentando la stessa il 43% del suo territorio globale. E i residenti delle montagne sono solo il 5% dei friulani ma però devono portare il peso del 43% del territorio regionale. E si sta poco a capire che questa è la reale fragilità della montagna friulana. 

Ma come si fa a chiedere al 5% della popolazione di gestire, programmare, creare lavoro, mettere a sistema il 43% del territorio di una regione? Questo è il nodo del problema. E laddove c’è uno squilibrio forte fra la superficie montana da gestire (rispetto a quella regionale complessiva), e la percentuale di popolazione che lì vive, si può parlare tranquillamente di spopolamento, perdita di competitività, riduzione del reddito medio, riduzione delle imprese ed in generale di una situazione di decadimento. E negli ultimi 10 anni, in particolare nei primi del periodo, il Friuli ha perso, nelle zone montane, circa il 9% delle imprese. (Queste percentuali sono state estratte dai dati pubblicati sul “Libro bianco sulla montagna” realizzato dall’Università degli Studi di Milano, polo UNIMONT, su incarico del Dipartimento Affari Regionali ed Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri pubblicato nel 2024- ha precisato la nota docente).  

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Quindi il problema fondamentale, per la montagna friulana, è questo ma non lo si può affrontare solo nelle città, dove ci sono i centri di conoscenza, di potere e decisionali, perché sul territorio ci deve essere poi chi prende la palla e la porta a canestro. E se ciò non accade, ogni pianificazione, ogni progettualità per la montagna non può andare a buon fine. Ed allora si deve fare in modo che i territori montani non perdano più residenti ed anzi, si rafforzino diventando presidi ma presidi di forze giovani.

Sulla stampa si leggono e si sentono dichiarazioni invero discutibili, per esempio quello di defiscalizzare le pensioni dei pensionati che decidono di andare a vivere nelle aree montane che fanno parte delle aree interne. Ma questa non è la via giusta perché i territori montani, in particolare quelli in crisi, mancano anche di servizi. In Friuli Venezia Giulia, per esempio, bisogna puntare sulle comunità nei comuni classificati come montani dall’ Istat, (1), e sui loro rappresentanti che esplichino i bisogni dei cittadini ed anche definiscano cosa essi realmente possono attualmente offrire. Infatti ora non siamo più come alla fine della seconda guerra mondiale quando l’Italia era distrutta, le montagne erano in difficoltà e sorse la volontà di vedere forme di emolumenti che compensassero lo svantaggio dei territori montani rispetto agli altri della penisola.

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Ma oggi, nel terzo millennio, si dovrebbe rivedere il concetto di svantaggio e cosa significhi con gli strumenti, anche tecnologici, che abbiamo oggi a disposizione pure per comunicare e per costruire da luoghi molto lontani. Ed è auspicabile che si impari, in montagna, ad utilizzare quanto è in nostro possesso attualmente per interagire, per fare in modo che i territori montani diventino parte attiva, capace di contribuire alla collettività dell’intera nazione. Non si può continuare a far in modo che la montagna venga percepita solo come il parente povero che viene a chiedere risorse in denaro, dando magari fastidio perché poi, alla fine, si parte dal presupposto che non restituirà niente. Ed è questa sensazione che si prova quando si cerca di presentare la nuova lettura possibile per i territori montani e questa nuova lettura  deriva anche dal fatto che esistono esperienze positive come il suo vivere a Edolo con 250 studenti (di Unimont) che provengono da tutta Italia e che vogliono prepararsi per poter vivere e operare in montagna. Ci sono giovani interessati, non sono tutti disgustati o delusi dalla montagna ed orientati ad abbandonarla.

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L’UNIMONT, dopo 30 anni di lavoro, a piccolissimi passi è cresciuto ed è presente in tavoli internazionali e delegazioni che vengono anche da Bruxelles, formate da diversi rappresentanti di paesi europei. vengono invitate al polo di Edolo, per visitarlo per mostrare cosa sta accadendo lì e come si opera. 

Quindi anche in montagna si può diventare centro di scambio e progettazione oggi, con gli strumenti del terzo millennio, se si lavora con metodo e con un’ azione che non releghi la montagna alla marginalità ma che fa ricognizione di ciò che di buono e di bello di utile la montagna può fornire alla società e lo rende noto agli altri, permettendo che venga ottimizzato, per poter ottenere il riconoscimento che merita a livello economico e sociale.

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La montagna va quindi rigenerata grazie alle condizioni attuali. E ci si chiede come mai da un lato nel mondo si stia ragionando, da parte delle nazioni ricche e potenti del pianeta, di costruire una stazione permanente sulla luna e d’ altro lato non si stia ragionando e non si riesca a trovare ‘la quadra’ per gestire e promuovere i fantastici territori della montagna. E poi non si può dimenticare che oggi, anche a causa di fattori quali il cambiamento climatico o il diffondersi di epidemie come quella del covid, la montagna pare proprio poter offrire tantissimo in termini di qualità della vita e di salubrità della vita stessa.  E basta pensare a cosa accade nelle grandi città d’estate, con le temperature che raggiungono i 40°: la gente cerca di scappare in montagna sperando di trovare un clima più mite. Però questo ed altri processi andrebbero gestiti con competenza.

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 Ma il problema è quello che le persone che presidiano questi territori sono poche e spesso non esistono modelli sistematizzati da poter applicare. Ed anche questo accade per la mancanza di presidi culturalmente preparati. Quindi mentre si continua a vedere un investimento in costruzione di edifici, poi si vede come 9 di questi edifici su 10 restino vuoti evengano abbandonati e si degradino nel tempo. Ora si sa che la costruzione di un edificio è un tipo di intervento che può portare un po’ di ossigeno alle maestranze locali, ed è quindi comprensibile come venga visto con favore, ma bisogna ‘puntare’ il dito’ sul conoscere le situazioni per cercare di capire perché certe di esse avvengano.

Infatti in montagna non si pensa a costruire ciò che serve, non si pensano quegli edifici che potrebbero contenere progetti ed iniziative capaci di generare valore attraverso servizi importanti per la società, attraverso  prodotti di qualità per cui la società pagherebbe volentieri. Ed è questa la strategia che si deve cercare di applicare e di far diventare sistema. Ed alla fine la professoressa si è soffermata sulla perimetrazione dei territori montani.

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Ella ha detto che tutto ciò che ha narrato si basa sulla specificità dei territori montani che è alta, sia che si tratti di Appennini sia che si tratti di Alpi, pur avendo le due dorsali caratteristiche diverse. Ma sia sulle Alpi che sugli Appennini, pur nelle differenti situazioni, si hanno degli elementi comuni: la verticalità e la conca. Quando ci troviamo davanti ad una montagna, sappiamo riconoscere ad occhio nudo, senza che ce lo spieghino grandi specialisti,  le sue caratteristiche, come quando ci troviamo davanti ad una collina. E così se ci troviamo in montagna, non possiamo costruire contesti confusi perché ci sono fra la montagna ed altri contesti ambientali delle delimitazioni che sono chiare. Ed è importante individuare le specificità della montagna che sono anche la sua cultura, la sua storia e la sua tradizione, ed anche l’affezione per il proprio territorio. E tutti questi aspetti derivano dall’ influsso dalle condizioni ambientali sulla comunità umana. Ma ora si parla anche di una influenza di carattere genetico perché c’ è una integrazione fra l’ambiente in cui si vive e gli esseri viventi che popolano determinati luoghi.

Infatti, prendendo l’esempio delle  montagne, a causa delle loro peculiarità anche climatiche, esse condizionano tutta la vita che si svolge sui loro territori. Fare agricoltura in montagna, per esempio, è diverso che far agricoltura in collina od in pianura. Progettare la viabilità in montagna: ponti, strade, viadotti è cosa ben diversa che progettarli in pianura od in collina.

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L’istat, nel lontano 1958, ha elaborato una classificazione dei territori che formano l’Italia in base alle zone altimetriche, individuando sulla penisola italiana zone montane, zone collinari e zone di pianura. Le zone di montagna comprendono 2487 comuni su circa 8000 che sono il totale di quelli italiani. Questo ci dice che il 35,2% della superfice nazionale, secondo Istat, è montana ma solo il 12% della popolazione italiana vive in montagna. Ma per la definizione dei comuni montani è ancora in vigore la legge del 1952 (la legge n.991 del 25 luglio 1952), che è quella che non si vuole superare, anche se vi è la legge del 2025 (la legge n. 131 del 12 settembre 2025) che vorrebbe riperimetrare la montagna rispetto ai criteri ancora in auge del 1952. Infatti allora vennero definiti montani  ben 4.062 comuni, con  le montagne che coprirebbero il 62% del territorio nazionale, contro il 32% della classificazione Istat con il 33% della popolazione nazionale residente in montagna. Ora uno si chiede come siano possibili queste differenze. Poi però andando a vedere l’elenco dei comuni considerati parzialmente montani, ci si trova davanti a Roma e Bologna. (2).

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Ma perché è importante delimitare la montagna vera distinguendola dalle altre tipologie di territorio e permettere di sbloccare l’iter della nuova legge che porterebbe dei vantaggi alla montagna tutta? (3). Per potere offrire alla montagna una serie di nuove opportunità, come il favorire il lavoro smart working, che è funzionale all’ imprenditorialità giovanile, che è la vera sfida per il territorio montano e facilita la permanenza dei servizi in montagna seguendo criteri nuovi. Perché si comprende bene che, se non ci sono in montagna più gli ospedali e le scuole, le persone vanno via.

E questo è il contesto su cui si deve andare ad incidere in maniera significativa. Ma accendere il riflettore su queste situazioni significa andare a vedere davvero quali sono i comuni montani e lasciare fuori dai monitoraggi e dalla raccolta di dati, quindi dalla sistematizzazione dei dati, tutto ciò che montagna non è.

La collina, che frequentemente è l’ambiente più prossimo alla montagna, è molto più popolata di quest’ ultima e dotata di imprenditorialità e servizi, e se noi facciamo di tutta un’erba un fascio, la media non dà ragione alla montagna. E quindi per poter monitorare e capire cosa succede nei territori montani, noi dobbiamo aver chiaro quali siano i comuni ed i territori realmente montani e dobbiamo fare sistema.

Se al tavolo di lavoro per la montagna, oltre la stessa, sono presenti altre dimensioni geografiche, magari queste dimensioni sono più forti, sono più rappresentate ed hanno più rappresentanti della montagna, va a finire che quest’ ultima non ha più voce. Per questo bisogna correttamente delimitare la montagna vera, senza banalizzare dicendo che ci sono altri problemi a cui pensare, perché è nostro compito ‘mettere in ordine le cose’, applicando metodi scientifici e onestà intellettuale. Quindi ed in sintesi, la montagna è montagna, la collina è collina, la pianura è pianura, come ci sta dicendo l’ISTAT dal 1958, che, da allora, produce dei report periodici sullo stato dei territori italiani classificati su base altimetrica, Istat che considera montani 2.480 comuni italiani. E sono questi report che devono esser messi sul tavolo di studio per la montagna in primo luogo, e mostreranno ancora una montagna marginale, ma sarà sempre più marginale se si vorrà ampliare il numero dei comuni montani comprendendone alcuni che montani non sono affatto.

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È del 17 aprile 2026 l’ultimo articolo polemico che annuncia una class action nei confronti del Ministro Calderoli da parte di sindaci di comuni di collina che si sentono esclusi da questo presunto contesto di vantaggi dati alla montagna, perché dovrebbero, secondo loro, rinunciare a fondi messi a disposizione per la montagna (3).

Ma si deve invece sostenere e studiare una strategia per le montagne italiane, non per le aree interne che sono classificate sulla base dello svantaggio socio- economico che presentano, e quindi comprendono sia la montagna che la parte rurale di pianura in condizioni similari di svantaggio. La malattia è la stessa, ma la cura deve essere diversa, perché la montagna è verticale tanto per dire una sua caratteristica, ed impone approcci specifici, la pianura ha caratteristiche diverse ed impone approcci altrettanto specifici.

E la politica dovrebbe avere per analizzare questi temi un metodo scientifico onde ottenere strategie che diano la possibilità anche ai territori, sulla base delle loro specificità, di esprimersi. Un messaggio forte e chiaro sta emergendo, in questa fase di grande crisi geopolitica globale: il modello di sviluppo che è stato adottato e che si è realizzato negli ultimi ottant’ anni è uno solo ed è centrato sulle grandi città, sulle metropoli che crescono continuamente, che si arricchiscono continuamente, mentre tutto intorno la tendenza è all’ impoverimento. E questo sta avvenendo a livello globale, con tutto ciò che ne consegue. Ma non si può continuare così, anche perché questo sistema sta andando in crisi e lo vediamo ogni giorno. Basta chiudere lo stretto di Hormuz che siamo nel panico.

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 Come si fa a rendere la società, o meglio le società umane meno esposte agli shock ed a renderle più resilienti, (dove la resilienza è quella capacità di rispondere agli shock adattandosi e si basa sulla diversità)? Infatti un sistema che è composto da elementi diversi avrà qualche elemento capace di reagire. Ed anche i modelli di sviluppo dovrebbero essere diversificati e basati sulle specificità dei luoghi per costruire una società più resiliente. Bisogna quindi puntare ad un approccio che veda una grande contaminazione fra grandi e piccoli, fra le città ed i piccoli comuni, come ha fatto la grande università statale di Milano penetrando piano piano in un piccolo comune come Edolo. E questa ‘penetrazione’ sta portando a dei risultati visibili e ad alcune condivisioni. Questo cammino ci ha permesso di constatare cosa di concreto si può fare, anche analizzando quali approcci sono andati a buon fine e quali no. E poi bisogna giungere alla alleanza fra mondi diversi senza la quale  non si può pensare in alcun modo di studiare e portare a termine soluzioni efficaci per il domani». (4) .

Ora comunque, e questo lo dico io, bisogna vedere cosa è previsto dal DPCM n. 121 dell’11 maggio 2026 che ha ridotto il numero dei comuni detti sinora montani, un elenco dei quali è stato definito anche sulla base della legge 3 dicembre 1971, n. 1102. 

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Riflessioni personali nel merito della relazione della professoressa Anna Giorgi: di quale montagna stiamo parlando?

Nel merito solo alcune riflessioni, dopo aver ringraziato la docente universitaria Anna Giorgi per l’interessante relazione e Alberto Pertoldi per averla invitata a partecipare al convengo: la prima sull’ emigrazione dei giovani più istruiti e capaci dalle aree montane per scelta politica prima, per mancanza di lavoro e condizionamenti vari poi. La seconda è relativa alla resistenza al cambiamento in particolare della classe politica locale e della sua tendenza a ripetere comportamenti legati al passato, con il risultato che continua a chiedere denaro, unica cosa che cerca di fare, senza utilmente spenderlo né valutare in modo scientifico e proficuo le possibilità per farlo, pensando che progresso significhi solo favorire in ogni modo qualsiasi impresa anche colonialista voglia insediarsi sul territorio per magari prendere sovvenzioni e poi andarsene. Invece la classe politica locale dovrebbe pensare, se non vuole vedere la montagna morire, ai suoi cittadini che sono poi contribuenti, e considerare l’importanza dei servizi anche sanitari, non pensare sempre che ognuno possa arrangiarsi come può diventando una vittima invece che una risorsa per certe soluzioni programmatorie calate dall’ alto che allontanano dal vivere in montagna.

Inoltre il territorio si va modificando in continuazione a causa d scellerate politiche economiche e così la Carnia, terra di acque e prati, allevamento e boschi, si è trasformata in un territorio dai greti quasi asciutti ed il Tagliamento ridotto ad un rigagnolo mentre il lago di Cavazzo è in crisi ed oggetto di appetiti friulani, le variazioni climatiche provocano continue frane e i monti bruciano più facilmente (vedi recentissimo caso Amariana a cui ho dedicato più articoli). Insomma rischiamo che una pessima politica del territorio da parte di persone che non riconoscono nemmeno i cambiamenti climatici privino la montagna di quelle risorse che ne costituivano la sua specificità.

Inoltre in Carnia mancano MMG, il servizio di guardia medica è centralizzato a Tolmezzo e i professionisti che lo svolgono non visitano in casa, ed il pronto soccorso rischia di intasarsi, il trasporto pubblico è in crisi, manca un reale servizio taxi, banche chiudono persino gli sportelli esterni di prelievo bancomat dopo aver chiuso le filiali, i negozi di prossimità sono sempre meno, in un contesto ove il segnale per cellulari ed internet non è semrpe presente. Ma se fai notare queste cose, sei una prefica. 

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Anche di questo bisogna tener conto e di altre amenità proposte dalla destra, in particolare, ora come ora, come un enorme impianto a biomassa per la cartiera a Tolmezzo, voluto tenacemente dal Consorzio Boschi Carnici, che riempirà di fumi la conca tolmezzina, alla faccia della energia pulita voluta dalal Ue e priverà di legno i boschi, che potrebbero diventare unicamente produttori di cippato funzionale alla stessa. Inoltre sul Monte Zoncolan è in progetto la realizzazione, da parte della Regione FVG, del nuovo bacino Tamai, un’infrastruttura di accumulo idrico pensata per potenziare e garantire il sistema di innevamento artificiale del polo sciistico. Il bacino idrico avrà una capienza programmata di 30.000 metri cubi d’acqua. Ma per ora nessuno sa, dato che piove ormai pochissimo, dove andranno a prendere questa acqua dolce. Se poi, per seguire Stefano Mazzolini, si realizzerà il traforo di Monte Croce carnico intaccando il ‘fontanon di Timau’, non si berrà più. Ma cosa vuoi che sia… Ma che sviluppo si può avere in una montagna che fu bellissima, trasformata in una landa desolata invivibile… percorsa da moto sfreccianti e quad?  Inoltre avviso che scriverò due righe pure sull’esperienza di Baita Torino in Carnia, frutto dell’impegno dell’Università di Trieste, a cui però la politica locale ha ben poco creduto, e nell’ immediato sulla centrale a biomasse della cartiera, che non vorrei ci obbligasse ad abbandonare la conca tolmezzina.

Ricordo infine che pare pure che Carniacque fosse andata in crisi non solo a causa dei comuni della Carnia ma anche perché la cartiera non pagava per l’acqua utilizzata (chiedere al bravissimo avv. Fabrizio Luches, che ora è segretario di Massimiliano Fedriga, allora aderente al M5s mandato dalla Regione Fvg a controllare la società e preso a pesci in faccia dal Pd locale), pare servendosi dell’arma del ricatto: o così o si chiude. Ma naturalmente queste sono considerazioni mie, e se erro correggetemi

Ora bisogna vedere cosa è previsto dal DPCM n. 121 dell’11 maggio 2026 pubblicato sulla G.U. del 7 luglio.      

Laura Matelda Puppini

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Note.

(1). La professoressa ha fatto questa precisazione perché esistono diverse classificazioni dei comuni montani nel corso del tempo, fra cui una dell’Uncem che ne classifica 4050, frutto, secondo la nota docente, di una lettura del territorio montano che aveva come riferimento una legge del 1952 (presumibilmente la legge n.991 del 25 luglio 1952) che era molto ampia e contemplava un numero enorme di comuni montani, oltre che prevederne di parzialmente montani fra cui Roma e Bologna. La Regione Fvg ha però continuato a classificato come “Parzialmente montani” anche i seguenti comuni: Caneva di Pordenone, Capriva, Cividale del Friuli, Cormons, Faedis, Fogliano- Redipuglia, Gemona del Friuli, Gorizia Monfalcone, Mossa, Povoletto, Ronchi dei Legionari, San Lorenzo isontino, Spilimbergo, Tarcento e Trieste. (https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/istruzione-ricerca/regione-per-scuole/FOGLIA28/allegati/Elenco_comuni_montani1.pdf). Però pare classificazione obsoleta rispetto a quella statale ed è relativa al 2002. (Cfr. anche: https://legislazionetecnica.it/node/4818370). Attualmente è in vigore, se ho ben compreso, la legge approvata il 12 settembre 2025, n. 131, interessante per quanto riguarda la sanità e la scuola in montagna. Quindi c’è il DPCM n. 121 del 1926, che riporta un nuovo elenco dei comuni montani a fini di agevolazioni varie, ma è stato approvato il 7 luglio 2026 e quindi dopo l’incontro avvenuto a Gemona. (Cfr. Regolamento recante i criteri per la classificazione dei comuni montani, in attuazione dell’articolo 2, comma 1, della legge 12 settembre 2025, n. 131. (26G00138) https://www.gazzettaufficiale.it/atto/stampa/serie_generale/originario). Cfr. anche nel merito: https://www.fiscoetasse.com/new-rassegna-stampa/3597-comuni-montani-2026-elenco-da-considerare-e-requisiti.html.).

(2) Nella storia delle leggi per la montagna, da quella del 1952 a quella istitutiva delle Comunità montane e via dicendo, il problema più grosso è sempre stato quello di definire i comuni montani in quanto politici vari, come si profilavano contributi statali per i territori di questo tipo, con i soliti escamotage facevano in modo che venissero inseriti fra i territori montani comuni che non lo erano affatto, e questa è cosa nota.

(3) DPCM n. 121 dell’11 maggio 2026, che riporta un nuovo elenco dei comuni montani a fini di agevolazioni varie con nuova definizione dei territori montani ed altro ancora, è stato approvato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 7 luglio 2026 e quindi dopo l’incontro avvenuto a Gemona.

(4) Videoconferenza di Anna Giorgi, Professoressa di Botanica Ambientale e Applicata presso l’Università Statale di Milano, direttrice del polo UNIMONT, l’Università della Montagna con sede a Edolo, e coordinatrice del Centro di Ricerca Ge.S.Di.Mont dedicato alla gestione sostenibile e alla valorizzazione delle aree montane, tenuta il 18 aprile 2026 a Gemona del Friuli. Registrazione di Laura Matelda Puppini, trascrizione però non parola per parola di Laura Matelda Puppini.

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L’immagine che accompagna l’articolo è una di quelle scattate da me Laura Matelda Puppini nel corso dell’incontro del 18 aprile 2026 a Gemona dove si vedono alcuni partecipanti ed il mediatore Flavio Presacco al centro. L.M.P.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1.05.08).

 

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