Il gruppo Gli Ultimi, sorto nel 1971, svolse anche il compito di sottrarre alle discariche ed alla distruzione immagini fotografiche segnate dal tempo, e/o di valorizzarle. E mi riferisco all’archivio Umberto Antonelli, a quello di Vittorio Molinari, alle lastre di Giuseppe di Sopra, alle immagini su pellicola di Umberto Candoni. Ma poi problemi politici e non solo, che ruotavano intorno alla creazione della ‘fototeca della Carnia’ da parte del Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia, e successivamente la nascita di due poli interessati alle immagini: ‘Cjargne culture’ sorta dalle ceneri del Coordinamento e il Circolo Fotografico Carnico, che sappia io privato, portarono alla difficoltà di capire, da parte del Gruppo Gli Ultimi, dove fossero andate a finire molte immagini e schede. Chi fece da mediatore, entrando nel gruppo Gli Ultimi, fu Giorgio Ferigo, allora pure Presidente di ‘Cjargne Culture’, che si dette da fare per capire e recuperare, permettendo l’uscita del volume su Vittorio Molinari, alla fine del 2007. Il volume usciva, Giorgio ci lasciava, portando un vuoto difficilmente colmabile, ed io abbandonavo, nel dicembre 2007, il gruppo ‘Gli Ultimi’, che forse ancora esiste.

‘Bepo di Marc’ con la moglie e la figlia.

Chi era ‘Bepo di Marc’.

Uno dei fotografi le cui immagini giunsero al gruppo ‘Gli Ultimi’, fu Giuseppe Di Sopra, detto ‘Bepo di Marc’, perché figlio di Marco di Sopra, muratore ed operaio di Stalis di Rigolato, classe 1850.
Pietro Giuseppe Di Sopra, di Marco ed Agata Pascutti, era nato a Stalis di Rigolato il 26 ottobre 1882, e si era sposato, nel 1909, con Angela D’Agaro di Giacomo. Da lei aveva avuto due figli: Amelia ed un maschio morto adolescente. Socialista dell’ala più dura assieme a Daniele Gortana, e pure capo operaio, egli risulta, con il cognome riportato senza interruzioni (Disopra Giuseppe Pietro), schedato per le sue idee politiche (Archivio Centrale dello Stato – Casellario politico centrale- busta 1820 – periodo 1909 – 1942). Sulla scheda a lui relativa compare come esercitante la professione di commerciante, nonché, nel 1942, residente in Argentina.
In effetti ‘Bepo di Marc’ emigrò, assieme al padre di Raniero Di Qual, a Villa Ojo de Agua, paese posto nella provincia di ‘Santiago del Estero’ in Argentina nel 1924 o 1926, cioè con l’avvento del regime fascista e per motivi economici, mentre Chiara Brocchetto colloca la sua emigrazione definitiva, non si sa da che fonte, nel 1932. (Chiara Brocchetto, fotografi della Carnia fra ‘800 e ‘900, Associazione Culturale Elio cav. Cortolezzis, 2006, p. 44).

Sua figlia Amelia sposò, il 14 dicembre 1929, Arcangelo Durigon, della frazione di Gracco di Rigolato, che poi la raggiunse in Argentina. ‘Bepo di Marc’ morì nel 1963 probabilmente di paresi. Prima di morire vendette tutto quello che aveva in Carnia, perché non aveva fatto fortuna neppure all’estero. La sua casa, negli anni Novanta, risultava acquistata da un veneziano. Amelia ed Arcangelo non ebbero figli naturali, e così adottarono una piccola bimba di colore, Rosita. Nel 1973 giunse a Giustina Di Qual l’ultima lettera dall’Argentina, scritta da Amelia, che era restata sola con Rosita, allora ragazzetta. Rimasto legato al suo paese, finita la seconda guerra mondiale e caduto il fascismo, ‘Bepo di Marc’, nel 1946, mandò una sua fotografia a Vuezzis. Prima di emigrare partecipò alla costruzione della strada per Givigliana lavorando con la cooperativa rossa locale quale capo operaio.  Viene ricordato pure per avere scritto una lettera sulle campane di Givigliana. (Fonti. Anagrafe del comune di Rigolato e più fonti orali, di cui una molto informata, una donna, ma che all’epoca non volle essere citata).

Davide D’ Agaro, il nonno, con i nipoti: Arduino, Bruno e Luigia D’ Agaro.

Ho chiesto alcune informazioni su Giuseppe di Sopra pure al maestro Guido Durigon di Vuezzis, che mi ha concesso un’intervista il 9 aprile 1991. E così mi ha raccontato.
«Giuseppe Di Sopra, detto ‘Bepo di Marc’, abitava a Stalis di Rigolato e faceva, di mestiere, sia il fotografo sia l’assistente ai lavori sulle strade. Il particolare aveva svolto questa seconda professione durante la prima guerra mondiale, quando erano state costruite le strade di accesso al Monte Crostis, e questo me lo ricordo bene. Non so invece se avesse lavorato anche nella realizzazione della strada che porta a Givigliana.
Infatti non era stato arruolato come militare nel corso del conflitto, perché aveva un braccio un po’ anchilosato. E non mi pare avesse fatto parte di alcuna cooperativa.
Egli era intelligente, sveglio, molto attivo, e sapeva il fatto suo. Ad un certo punto aveva anche comperato un camion, per fare trasporti, ma al primo viaggio a Villa Santina, non pratico nella guida di quel mezzo, era andato a finire in un negozio di piatti e scodelle, rompendoli, facendo un frico di terracotte e ceramiche!
Non so dove avesse imparato a fotografare né che macchina fotografica adoperasse, ma penso che ne avesse una sola. Mi pare che per un breve periodo fosse stato in Germania, non però come muratore a causa della sua menomazione, e può darsi che abbia imparato lì a fotografare ed a porre, in modo accorto, oggetti per creare e completare l’immagine da ritrarre. So però che studiava bene la posizione dei suoi clienti prima dello scatto, ma credo fosse, pure, un autodidatta. Infatti allora, in zona, non c’erano fotografi presso cui fare l’apprendistato, ma per la verità veniva spesso in zona Giuseppe Di Piazza, originario di Tualis, che aveva un bello studio a Gemona del Friuli. Non si sa neppure per Di Piazza ove avesse imparato a fotografare, e quando decideva di ritornare a Tualis preavvisava, per fare in modo che chi voleva farsi ritrarre da lui ne venisse a conoscenza.

Caterina Zanier, detta Catin di Catineto.

‘Bepo di Marc, detto Bepo il fotografo, aveva pure una stanza predisposta a studio ed una per la camera oscura. E da lui giungevano molte persone a farsi fotografare, in particolare la domenica. Non credo avesse molti rapporti con altri fotografi, per il semplice motivo che, allora, muoversi non era facile e da Stalis ci si doveva spostare, per un tratto, a piedi. Ma avrebbe potuto incontrare altri fotografi alle fiere di San Martino di Ovaro o dei Santi. E bisogna tener conto del fatto che, se due facevano lo stesso mestiere, erano gelosi dei loro segreti e non si scambiavano di certo informazioni, e semmai uno o stava zitto o cercava di carpire segreti e tecniche all’altro: non insegnava certo le proprie!
So invece che Bepo faceva anche cartoline. E mi ricordo un suo panorama di Vuezzis, e di averne ricevuta una con scritto sotto ‘Saluti da Rigolato con la neve’, che riportava la sua firma». (Intervista di Laura Matelda Puppini a Guido Durigon, Tolmezzo 9 aprile 1991).  Da che si sa, egli fotografò nel periodo antecedente la prima guerra mondiale e successivamente, non durante la stessa, forse per qualche veto militare imposto, essendo la zona di Rigolato zona di guerra.

Stalis ripresa dalla strada che porta a Givigliana.

Il fondo Giuseppe Di Sopra.

Le lastre di ‘Bepo di Marc’ rimasero all’ interno della sua casa per anni ed anni, finchè un nuovo proprietario pensò ad una ristrutturazione della stessa. Purtroppo chi intervenne non si rese conto del patrimonio contenutovi, e molte lastre vennero buttate via. Chi pare abbia salvato un centinaio delle stesse, prima della catastrofe culturale che sarebbe stata data dalla totale perdita del fondo fotografico, fu Dimitri Pochero, residente a Rigolato, fornitore di materiali edili, che poi dette le lastre che aveva potuto recuperare a Mario e Jole Gussetti. Questi, a loro volta, vollero donare le lastre del fondo al senatore Bruno Lepre, la cui famiglia era originaria di Rigolato, ed attraverso il padre giunsero al figlio Marco, che attualmente ha sia le lastre sia le copie a contatto fatte per la fototeca della Carnia mai partorita.  Per la creazione della fototeca, io schedai 58 immagini, e forse un paio in più, e quindi consegnai le schede, come convenuto, all’allora Presidente del Coordinamento, nel contesto del progetto ‘fototeca della Carnia’. Ora ho trovato dette schede. Inoltre all’epoca, con fondi della Comunità Montana, vennero fatte stampare dal Coordinamento dei Circoli Culturali della Carnia, sempre per la erigenda fototeca mai nata, copie a contatto anche di tutte le immagini di Giuseppe Di Sopra. Per un periodo non seppi nulla delle stesse ma, dopo una burrascosa assemblea del gruppo Gli Ultimi, avvenuta nel febbraio 2005, Dino Zanier membro a sua volta del gruppo, mi dette sia le stampe a contatto Molinari sia quelle Di Sopra. Ma quando ebbi in mano l’album che conteneva le seconde, notai che ne mancavano alcune, e che un paio di paesaggi parevano sostituiti con copie scure. Mancavano, tra le copie a contatto, da che ho segnato, una immagine con i bambini dell’asilo, quella con la famiglia del fotografo qui riportata, e vi erano foto Di Sopra poste nel contenitore Vittorio Molinari, quasi che qualcuno avesse utilizzato immagini senza poi saperle riporre nel giusto raccoglitore. Non da ultimo risultavano 111 lastre di Giuseppe Di Sopra, ma pare fossero nella realtà meno, cioè 105, ed alcune lastre, come nel caso di quella che ritrae Maria Lepre Gusetti potrebbero avere stesso soggetto, cioè Di Sopra faceva anche due lastre, se del caso, per poi dare la migliore. Infine, come convenuto, detti il contenitore, con le copie a contatto del fotografo di Stalis, a Marco Lepre, del gruppo Gli Ultimi e possessore del fondo. Per verificare se quanto appuntai allora è corretto, bisogna che Marco cerchi le lastre e le copie a contatto.
Risulta infine, che Angelo Candido abbia trovato un pezzo di pellicola, sviluppata, del fotografo di Stalis.

Maria Lepre in Gussetti con i figli Mario, Velia ed Urbana.

E per finire, a me francamente dispiacque molto che la fototeca della Carnia, ai primi anni ’90, rimanesse una ipotesi codificata che miseramente fallì, quando poteva decollare alla grande, per beghe di bassissima lega, voglia di emergere di alcuni, poco interesse, per non dire nullo, da parte della Comunità Montana, a proseguire il progetto. Ma questo è ieri. Oggi potremmo riprendere l’ipotesi, magari collocandola nei locali dell’ex-scuola elementare di via Battisti?

Infine vorrei sapere chi ha fornito stampe a contatto di Giuseppe Di Sopra a Chiara Brocchetto, op. cit., pubblicate alle pp. 136-137-138-139, che attribuisce il possesso del fondo erroneamente al gruppo ‘Gli Ultimi’, a cui Marco Lepre mai lo donò.

Giacomo D’ Andrea, detto Jacomin Corneli.

 

Giuseppe Di Sopra: un fotografo socialista ove anche la povertà ha la sua dignità.

Le immagini del Di Sopra risultano di formati diversi, che vanno da quello grande 13 x 18, al 10 x 15, al piccolo 9 x 12, utilizzato solo per pochissime immagini fra quelle pervenute, il che fa ipotizzare che avesse avuto, nel tempo, non solo una macchina fotografica. Inoltre la gran parte delle immagini da me schedate risalgono al primo dopoguerra ed alla prima metà degli anni ’20, rappresentano persone, e ben poche paesaggi. Si nota un numero notevole di donne ritratte, con compostezza, dignità, cura dei particolari: giovanette, madri con figli, anziane. Anche chi era povero aveva un suo posto d’onore nelle immagini del Di Sopra, a differenza di quelle di Antonelli, dove pare che solo la bellezza femminea giovanile ed il vestito d’epoca avessero valore. I fondali di Di Sopra ricalcano quelli introdotti dall’ambulante prussiano Ferdinand Brosy, e cioè un lenzuolo od un tappeto, e spesso ‘Bepo di Marc’ come del resto altri, fotografava all’aperto o utilizzando, all’interno, la luce naturale data dalle finestre o quella di una lampadina anche sapientemente schermata per dirigere il getto di luce, come nell’immagine che lo ritrae con moglie e figlia. Si nota, poi, come egli faccia cadere la luce su catenine fibie, ecc. che risultano poste in evidenza, e come, seguendo i tempi e la moda dell’epoca, possedesse alcuni oggetti che poneva in mano a chi doveva ritrarre o nell’ambiente per completare l’immagine.  Il suo studio era la sua casa, all’aperto, all’interno: le pareti facevano da fondale, come un deposito esterno, la grata di una finestra, una porta, un muro esterno.

E per ora chiudo qui questo articolo, ricordando con quanta passione, assieme ad Alido, cercai, nel 1990, persone, luoghi, segni, e ringrazio coloro che mi hanno aiutato a schedare, attenti al ricordo del passato, sperando che ora lastre, immagini di Giuseppe di Sopra e le schede originali escano di nuovo per esser ‘donati’ alla comunità ed ad una fototeca della Carnia che abbia una sua realizzazione. E scrivo questo non certo per ricordare vecchi dissidi ma per ricompattare archivi e proporre, inseguendo un sogno in cui credetti.

Laura Matelda Puppini

Le immagini che corredano l’articolo sono state eseguite da Giuseppe Di Sopra, ed ho già specificato la loro provenienza. L’immagine di presentazione ritrae il fotografo, ed è un particolare di una in cui egli è ritratto con la moglie e, sullo sfondo, il giornale Il Lavoratore. VIETATA LA RIPRODUZIONE ANCHE DI POCHE RIGHE SENZA CITARE LA FONTE. SE QUALCUNO INTENDE RIPORTARE L’ARTICOLO INTERO  È PREGATO DI CHIEDERE L’AUTORIZZAZIONE. IN OGNI CASO È VIETATO RIPRODURRE LE IMMAGINI, ANCHE CITANDO LA FONTE, SENZA PERMESSO. OVVIAMENTE SI PUÒ LINKARE CON L’IMMAGINE DI PRESENTAZIONE che puo’ apparire su condivisione diretta facebook. IO HO SCRITTO QUELLO CHE SO E CHE MI È STATO NARRATO, MA SE VI È QUALCHE POSSIBILE ERRORE, VI PREGO DI SCRIVERLO COME COMMENTO O A ME DIRETTAMENTE. Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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