Vorrei, con questo mio articolo, mostrare ai miei lettori quanto sia difficile scrivere di resistenza, per informazioni anche contrastanti, se riferite a singoli casi. E per questo mi servo del caso di Cip e dei suoi.

Nel mio: Laura Matelda Puppini “Porzûs” – Topli Uorch. E se fosse stato un atto solitario, frutto di tensioni, senza mandante alcuno? Confutazione documentata di alcune tesi, su www.nonsolocarnia.info, 19 novembre 2016», scrivevo che il gruppo comandato dall’osovano Cip, ad Andreis, aveva patteggiato, i primi giorni di dicembre, con la Xa Mas una pace momentanea, attraverso la mediazione del prete, essendo i suoi partigiani, dopo il rastrellamento del novembre, in condizioni precarie. (Mario Candotti, Seconda fase dell’offensiva tedesca contro la Zona Libera della Carnia e del Friuli. Operazioni militari nella destra orografica del Meduna nell’alta Val Meduna e nelle Prealpi Carniche occidentali, Storia Contemporanea in Friuli, n. 8, note 18 e 19, pp. 216-217).
Nel merito di questa mia affermazione, documentata, interveniva Gian Luigi Bettoli, detto Gigi, asserendo, pure lui in modo documentato,  che Cip era un garibaldino del Btg. Nino Bixio, facente parte della Brigata unificata Ippolito Nievo A.

In effetti, Mario Candotti, nel suo: Seconda fase dell’offensiva tedesca contro la Zona Libera della Carnia e del Friuli. Operazioni militari nella destra orografica del Meduna nell’alta Val Meduna e nelle Prealpi Carniche occidentali, in: Storia Contemporanea in Friuli, n. 8, 1977, nota 19 p. 217, definiva Cip osovano, riprendendo una affermazione di Giovanni Angelo Colonnello. Ma successivamente sempre Mario Candotti, nel suo La lotta partigiana in Valcellina, in S.C. in F n.10, 1979, a p. 197, avendo ascoltato le testimonianze di Italo Mestre, commissario e comandante del Btg. Nino Bixio, nome di battaglia Diego, datate Azzano Decimo, 4 dicembre 1978, 17 e 31 gennaio 1979 (c/o Ifsml, busta X fasc. 6), dava altra versione dell’appartenenza partigiana di Cip, scrivendo che: «Un gruppetto di uomini del Bixio, al comando di Cip e Stella rimase ad Andreis fino al febbraio ’45; poi rientrò al battaglione» ed ipotizzando, quindi, l’appartenenza di Cip alla Garibaldi.

Vediamo ora cosa dice analiticamente Giovanni Angelo Colonnello nel suo: Friuli Venezia Giulia, zone jugoslave, guerra di Liberazione, Ud, 1965, alle pp. 176-177:

«Combattimenti ad Andreis.
(…).
Il 27 ottobre Tribuno consegnò al parroco denaro e segale per le famiglie bisognose. L’apparizione temporanea ad Andreis, il 19 novembre, di una cinquantina di repubblichini, giunti da Passo di Monte Croce Carnico, e poi rientrati in sede, è di cattivo auspicio: all’alba del giorno seguente, infatti, i nazifascisti in forze attaccano un reparto partigiano che lamenta un morto e sette dispersi tra cui sei ragazze del paese che stavano trasportando munizioni. Il comandante repubblichino degli alpini la notte del 21 novembre, dopo interrogatorio, per il mattino seguente decreta la fucilazione delle sei ragazze e l’incendio di Bos-Plans. Intercede il parroco e le ragazze vengono risparmiate. Sei giorni dopo, il 27, il garibaldino Biella, comandante di brigata, fornisce alle famiglie povere di Andreis un quintale di carne e altri generi di consumo.
Nei giorni successivi la popolazione di Andreis ha cercato in ogni maniera possibile di assistere i partigiani scesi a valle in condizioni fisiche precarie dopo aver duramente combattuto contro il nemico in offensiva per l’eliminazione della Zona Libera del Friuli; popolazione che non ha potuto digerire l’azione, in altra parte riferita, promossa dal delegato osovano Cip, succeduto a Costa, intesa a creare contatti con il nemico per una tregua».

Ed a p. 335, sempre dello stesso volume, il Colonnello precisa:

«Il 4 dicembre 1944 ad Andreis si ebbe sentore che il nemico aveva in animo di effettuare, il giorno successivo, un ulteriore rastrellamento in paese e subito si presentò al parroco il delegato osovano Cip il quale “trovando opportuna e necessaria una tregua per riorganizzarsi” chiese un colloquio con la parte avversaria pregando il parroco di servire da intermediario tra i due campi. Il parroco partì immediatamente per Maniago, ove riuscì ad avere un colloquio con il comandante il presidio della X Mas Bertossi, quindi, in bicicletta e sotto una pioggia gelata, raggiunse Conegliano. Qui conferì con il comandante degli alpini repubblichini il quale dispose l’invio di un suo rappresentante, con buona scorta, ad Andreis. Il colloquio si svolse in canonica dove alla stessa tavola repubblichini e partigiani osovani pranzarono poi insieme. Due giorni dopo seguirono, a Maniago i colloqui con gli ufficiali della X Mas».

Chi era stato sicuramente catturato dalla X Mas, per sua stessa ammissione, era però Arturo Zambon, nome di battaglia Comici, vice- capo di Stato Maggiore della Brigata Unificata Ippolito Nievo A, che nel suo: Valcellina e Valcolvera. 1944 -1945: Uomini e luoghi, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1995, scrive di esser stato catturato dalla X Mas vicino a Maniago, di esser stato interrogato sulla sua appartenenza alla Osoppo od alla Garibaldi, e quindi, invece di venire bastonato come si attendeva, di esser stato informato dall’ufficiale dei marò Bertozzi che c’erano trattative in corso “tra il mio ed i suoi comandi superiori” (dal contesto pare di capire della Osoppo). Poi veniva portato, a mezzogiorno, a mangiare in ristorante a Maniago con il comandante e alcuni ufficiali della X Mas (uno dei quali si metteva pure a cantare inni della X Mas, in modo che tutti lo vedessero (Ivi, pp. 87 – 88).
Infine veniva spostato a Conegliano e quindi a Thiene, da dove fuggiva. (Si ringrazia Marco Puppini per avermi trasmesso questa informazione e la fonte).

Ed in effetti anche sull’articolo di ricordo all’atto della morte di Arturo Zambon, nel 2012, l’articolista del Messaggero Veneto sottolineava come lo Zambon, nome di battaglia Comici, fosse stato catturato, nelle ultime settimane di guerra, da militi della X Mas, fosse stato interrogato a Conegliano, e fosse riuscito ad evadere durante il suo trasferimento a Thiene. (http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2012/11/04/news/morto-a-90-anni-l-ex-partigiano-arturo-zambon-comici-1.5972974).

Cosa dice, invece Italo Mestre, Diego?

Dice che egli scese in pianura, per cercare di salvare i due suoi fratelli catturati dai repubblichini, che il Btg. Bixio, (comandato da Marcello, Severino De Faveri, caduto il 15 aprile 1945 ndr) ripiegò da Malga Bachet a Col dei S’ Cios a causa di un incendio che provocò la perdita di gran parte dei viveri, delle armi e delle munizioni, e quindi sul Cansiglio, ove prese contatto con la Divisione Nino Nanetti. Poi si unì con la Brigata Ciro Menotti, trasformandosi in Brigata Nino Bixio.

Quindi solo alla fine del febbraio 1945, il Bixio riprese i collegamenti con Cip e Stella, che erano rimasti nella zona di Andreis. Cip e Stella erano due fratelli i quali, con un gruppo di 15 uomini circa della Ippolito Nievo A, si erano rifugiati, fin dall’ottobre 1944 nella zona di Andreis, dove avevano passato tutto l’inverno. Proprio durante l’inverno egli aveva cercato di contattarli, anche per rifornire quel reparto isolato, ma vi riuscì solo alla fine del febbraio ‘45. In principio Cip e Stella rifiutarono aiuti, perché erano già riforniti da Rosina Boz di Andreis, ma in un secondo tempo si convinsero, e si unirono al Btg. Bixio, che allora si stava trasformando in Brigata.

Infine Diego precisa che il Bixio si era ingrossato anche grazie ad un reparto di repubblichini catturato nelle pedemontana, il cui comandante era colui che poi divenne il partigiano Aramis. (Testimonianze di Italo Mestre, commissario e comandante del Btg. Nino Bixio, nome di battaglia Diego, datate Azzano Decimo, 4 dicembre 1978, 17 e 31 gennaio 1979 (c/o Ifsml, busta X fasc. 6). Ma ciò non mi appare strano.

Però nel breve scambio fra me e Bettoli era sfuggito un aspetto davvero importante: e cioè quando ed in che sede si sentì parlare per la prima volta di Cip, garibaldino, e del suo tentativo di chiedere aiuto alla X Mas. Egli viene ricordato nella sentenza della Corte di Assise di Vicenza, datata 4 giugno 1947, relativa al processo contro i comandanti della X Mas: Bertozzi Umberto, Banchieri Franco e Benedetti Ranunzio, (Junio Valerio Borghese, Pena capitale per il braccio Dx di Borghese, la sentenza della Corte di Assise di Vicenza, http://digilander.iol.it/ladecimamas/sent2.htm, in: http://digilander.iol.it/ladecimamas/intro.htm), imputati di: «collaborazionismo col tedesco invasore a sensi art. 5 D.L.L. 27/7/1944 n. 159 e 51 cod. pen. mil. guerra, per avere dopo l’8/9/1943, e fino alla liberazione, il primo quale comandante dell’ufficio J (I ndr) della X Mas ed ufficiale della medesima, gli altri quali sottufficiali e marinai della medesima, in varie provincie di Italia, collaborato col tedesco invasore sul piano militare, disponendo o partecipando a rastrellamenti, arresti, interrogatori, perquisizioni, deportazioni, incendi, saccheggi, uccisioni, rapine, usando sistematicamente e facendo usare sistemi vessatori e sevizie particolarmente efferate, in danno di numerosi partigiani allo scopo di stroncare il movimento di liberazione nazionale» (Ivi).  Una serie di omicidi venivano poi contestati al solo Bertozzi. Nella descrizione degli imputati, ai fini della sentenza, si fa notare come il Bertozzi ed il Banchieri avessero «per mesi ed anni, esercitato senza interruzione una enorme, intensa, spietata attività contro i partigiani e a favore diretto dei tedeschi, coi quali collaboravano sempre militarmente, vantando con essi il proprio cameratismo» (Ivi) e se avevano fatto una qualche concessione era solo per secondi fini.

«Risulta che il Bertozzi, in varie occasioni, ebbe a trattar bene taluni partigiani, ma si trattò sempre di casi speciali; e l’atteggiamento era determinato da motivi speciali. In qualche caso, come nel trattamento fatto al Pellegrini (verb. dibat. f. 307), allievo ufficiale di Marina di Venezia, di cui era stata scoperta l’attività partigiana, e degli altri 24 compagni di costui, risulta che il Bertozzi li salvò dalla deportazione, ma col persuaderli ad arruolarsi nella X Mas, con che egli otteneva un vantaggio notevole per la causa nazifascista, e un personale successo. Quanto al capitano Bressan, si trattò di un curioso atteggiamento del Bertozzi, richiamato dal Bressan al dovere di rispettare un ufficiale nemico prigioniero, onde il Bertozzi si astenne dall’usar violenze al Bressan, mentre contemporaneamente si sfogava nel modo peggiore contro il parroco don Panarotto che al Bressan aveva dato ricovero. Quanto al fatto del capitano Pellizzone, capo partigiano, il Bertozzi trattò correttamente con costui, perché gli premeva fare un cambio di prigionieri. e alle stesse preoccupazioni, o a qualcosa di simile, vanno riferite le trattative, che però non ebbero successo, ricordate dal teste don Pulin (verb. dibat. f. 303) circa un’intesa col capo garibaldino di Andreis “Cip”.  Poste nei giusti, modestissimi limiti, tali manifestazioni del Bertozzi, che non possono considerarsi come benemerenze, nulla risulta a suo favore, di fronte al cumulo delle accuse provatissime, fra cui quelle che coinvolgono il Bertozzi nella responsabilità per l’uccisione di quasi un centinaio di giovani che così furono immolati per la causa della libertà nazionale. E pertanto, ove pure in una lievissima percentuale delle molteplici accuse si potesse ritenere che il comportamento del Bertozzi, tenendo conto di tutte le circostanze previste dall’art. 133 c.p. meritasse qualche indulgenza, l’indulgenza non potrebbe mai aver luogo di fronte al cumulo enorme di attività delittuose a favore dei tedeschi, di vigliacche violenze sui partigiani arrestati, e al numero degli omicidi, molti dei quali furono consumati con vera efferata crudeltà. Altrettanto va detto per il Banchieri» – si legge sulla sentenza.

Il processo si concluse con la condanna a morte, mi consta mai eseguita, per Umberto Bertozzi, e Franco Banchieri, accusati «di collaborazione militare col tedesco invasore a sensi dell’art. 5 D.L.L. 27.7.44 n. 159 e art. 51 c.p.m.g. come al n. 1 del decreto di citazione». (Ivi). Umberto Bertozzi fu poi considerato pure reo «di omicidio volontario continuato aggravato per la crudeltà art. 575, 577 n. 4 e 81 c.p. in relaz. all’art. 61 n. 4 c.p. (escluso il fatto di cui al n. 5 del capo d’imputazione)». (Ivi). Ambedue venivano condannati «alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena, e il Bertozzi, inoltre, all’ergastolo, pena questa assorbita da quella capitale». (Ivi). Venne invece decretato il non luogo a procedere per Ranunzio Benedetti relativamente all’imputazione di collaborazionismo militare, per estinzione del reato per amnistia, e ne veniva ordinata la scarcerazione, qualora non fosse stato detenuto per altre ragioni. Dalla sentenza non pare proprio che il Benedetti fosse esente da imputazioni, ma fu assolto per insufficienza di prove, cioè «con la formula dubitativa». (Ivi).

Quindi la storia narrata al processo da don Pulin, di cui si dovrebbe vedere almeno la verbalizzazione della testimonianza, potrebbe essere anche solamente una storiella un po’ingigantita e non ben ricordata per evitare la fucilazione al Bertozzi, oppure Cip si era rivolto al prete e questi di sua iniziativa andò dalla X Mas, non certo però a chiedere un aiuto per poveri partigiani affamati, dato che l’Ufficio I della X Mas aveva persone spietate, basti leggere le descrizioni fatte nella sentenza. O forse il prete confuse Cip con un altro, per esempio con Comici, o che ne so … Insomma credo che non si possa veramente e del tutto sapere che cosa accadde, se accadde, anche se appare chiaro, in detta sentenza, che Cip di Andreis era un garibaldino ed anche che, in ogni caso, il contatto non era andato a buon fine, e quindi non era terminato con un amorevole pranzo insieme, in una situazione di tregua.

Infine Maria Pia Valerio nel suo: “Un prete scomodo”, Edizioni L’Omino Rosso, 2015,  che riporta il diario di don Rino Perlin, parroco nel 1944-45 di Andreis, parla, secondo Gian Luigi Bettoli (che cita il volume nel suo secondo commento al mio: Laura Matelda Puppini, Porzûs” – Topli Uorch. E se fosse stato un atto solitario, frutto di tensioni, cit., mentre io sto attendendo di leggere una copia del volume richiesto più di una settimana fa in prestito interbibliotecario) della vicenda dello strano accordo tra quel reparto garibaldino distaccato in Andreis e la Xa Mas, con la mediazione di don Perlin. Ma il prete citato nella sentenza della X Mas, è don Pulin. Però la copia della sentenza riportata dal sito citato, reperita dalla ricercatrice Carla Gemignani di Cuorgnè era scritta a mano ed è  stata trascritta dall’originale da: Fruzzetti, Grossi e Michelucci (Junio Valerio Borghese, Pena capitale per il braccio Dx di Borghese, la sentenza della Corte di Assise di Vicenza, cit.), che potrebbero aver confuso una “er” con una “u”. Ma ipotizzo e non so.

Rammento poi come, nei primissimi anni del dopoguerra, pare che l’area cattolica e “benpensante” dell’Italia, quella che voleva, in sintesi, una pacificazione sociale con gli ex- fascisti, in preminente funzione, probabilmente, anticomunista, ed in un clima di guerra fredda, (cfr. Giacomo Pacini, Le altre Gladio, Einaudi 2014) tentasse di limitare la portata degli orrendi delitti compiuti la X Mas, da repubblichini legionari, almeno così a me sembra. In proposito basti leggere quanto scrive il maestro Antonio Toppan, uno degli iniziatori del nuovo corso antipartigiano e di difesa della X Mas, che così si esprime: “Si invoca contro di essi (quelli X Mas imputati a Roma ndr) il codice penale militare, ma quel codice conserva un’autorità a condizione che coincida puntualmente col codice della coscienza morale. Dopo l’otto settembre nessuno aveva in Italia- secondo il maestro- l’autorità morale necessaria ad imporre al cittadino questa o quella condotta; oggi nessuno ha in Italia l’autorità morale necessaria a pronunciare sentenze di morte. Il fatto che si continui a pronunciarne prova soltanto che la guerra continua da parte di una complessa organizzazione armata contro singoli individui inerti».  (Antonio Toppan, Fatti e misfatti in Carnia durante l’occupazione tedesca – narrazione obiettiva, Val Degano, 25 luglio 1943 – 5 maggio 1945, Tip. V.I.T.A., 15 novembre 1948, prima edizione, p.127). Si sta parlando di persone accusate di efferrati assassini, di torture inimmaginabili, ma Toppan pensa siano delle povere vittime. E così continua, facendo di “tutte le erbe un fascio”: «Il solo che avesse il diritto di esigere dai suoi soldati l’obbedienza era il re, che oggi sarebbe l’ultimo a chiedere ragione delle disubbidienze, perchè fra noi supestiti della tragedia, non vi è nessuno che dal giugno del ’40 sia immune da errori, ed è tanto se fra noi si trova qualcuno immune da colpe» (Ivi), dimenticando che vi sono peccati veniali, inezie, e peccati mortali e gravissimi, e che il Re era scappato.

Cosa fu il dopoguerra si evince anche da questo, ma è altra storia, che rimanda pure al tentato golpe di Junio Valerio Borghese della notte fra il 7 e 8 dicembre 1970 (cfr. in proposito anche il recentissimo, Silvia Morosi e Paolo Rastelli, La rivolta dell’Immacolata: 46 anni fa il golpe del Principe Borghese, in pochestorie.corriere.it, datato 8 dicembre 2016) ed ad altre “quisquiglie”, si fa per dire, descritte pure in: Ferdinando Imposimato, La repubblica delle stragi impunite, Newton Compton ed., 2013.

Comunque, per quanto mi riguarda, cancellerò il riferimento a Cip osovano, che avevo ripreso da Giovanni Angelo Colonnello, non ritenendolo provato. Forse Cip era garibaldino, forse … Ma non è chiaro cosa fece Cip e non pare proprio sia finito in un ristorante con la X Mas, cosa che accadde invece ad Arturo Zambon,  Comici, non per sua volontà, ma per interesse calcolato. E Cip non ha ancora un nome e cognome.

Per ora mi fermo qui. Questo è quanto io ho trovato sull’argomento per ora.

Grazie all’Anpi Udine sappiamo che esisteva un garibaldino con nome di battaglia Cip, che si chiamava Giuseppe Roman, che era nato il 30 marzo 1925, ed era figlio di Giobatta e Paulon Maria, era di Barcis e fu partigiano dal 3 luglio 1944 al 24 giugno 1945. (Documento intestato Commissione Regionale Triveneta per il riconoscimento qualifica partigiani – Gruppo divisione garibaldini del Friuli –  Partigiani del Comune di Barcis, in: Archivio Storico dell’Anpi di Udine. Il documento mi è stato inviato dal dott. Patrick Del Negro che ringrazio).

L’Anpi Udine, attraverso il dott. Patrick Del Negro mi ha inviato anche il seguente riferimento bibliografico sulla vicenda: «A Natale ’44 il Bixio si raccolse completo alla Malga Bachet. Causa un incendio in cui perdette quasi tutto il materiale, il battaglione si spostò a Col dei S’cios, poi in Cansiglio, dove entrò a far parte integrante della Brigata Ciro Menotti della Nino Nanetti. Un gruppetto di 15 uomini del Bixio, al comando di Cip e Stella rimase ad Andreis fino al febbraio ’45; poi rientrò al battaglione». (Informazioni tratte dall’intervista di Mario Candotti ad Italo Mestre Diego già da me citata, in: Aldo Colonnello, 1944 Dies Irae, Valcellina l’incendio nazista di Barcis, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1994, p. 98, in: Biblioteca della Resistenza dell’ANPI di Udine).

Dalle fonti inviatemi dal dott. Del Negro non risulta però un Roman con stessi genitori e nome di battaglia Stella. E non sappiamo ancora cosa accadde davvero in quell’ autunno inverno 1944-1945 ad Andreis, se qualcosa di particolare accadde.

Laura Matelda Puppini

 

 

 

 

 

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