Generale Bruno Petti. Esperienze di vita in diversi contesti montani anche in funzione del loro possibile sviluppo.
Gentilmente mi è stata inviata una trascrizione dell’incontro tenutosi a San Pietro al Natisone il 24 ottobre 2025, organizzato dagli amici di Enzo Cainero assieme al figlio Andrea, dall’ UNCEM – FVG e dalla Comunità di montagna del Natisone e Torre, risparmiando a me questo compito. Riporto quindi da detto pdf l’intervento di Bruno Petti, Generale di Corpo d’Armata, già Comandante delle Truppe Alpine, ed ora in quiescenza, come si legge da lui riportato, ma volto da me al passato remoto ed in prima persona. Vi garantisco però che sentire l’ufficiale di grado maggiore parlare è stata altra cosa, molto più interessante che leggerlo, ed il suo intervento è stato seguito da applausi scroscianti. Ma sia come sia, vi prego di tenerlo in considerazione e visionarlo per capire come la montagna abbia dovuto ricorrere a vari escamotage in base alle risorse umane presenti per poter accedere ad una propria progettualità, con esisti diversi. Il generale, a San Pietro al Natisone, ha ripercorso la sua esperienza da comandante in zone montane, sottolineando come anche l’Esercito avesse avuto un suo ruolo civile in ambito montano. Dalle osservazioni riportate possono scaturire interessanti spunti di riflessione.

Il generale Bruno Petti. Da: https://www.24mocorso.it/Sito%20modificato%20da%20Peppe/cerimonia_di_avvicendamento_petti.htm
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«La prima esperienza – ha raccontato il generale – l’ho fatta a Venzone nei primi anni ’70 quando, da giovane tenente, cittadino e scapolo, mi trovai immerso in un ambiente paesano molto chiuso, la cui collettività mi apparve solo legata a interessi particolari e decisamente poco propensa a iniziative di promozione sociale, economica, turistica e culturale. La breve durata della permanenza in quella sede non mi permise quindi di intravvedere cambiamenti in atto e possibili».
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Quindi il generale ha sottolineato un problema che può essere presente nelle realtà locali del Friuli: la chiusura ‘mentale’ degli abitanti volti al loro passato più che guardare al futuro. Ma erano i primi anni ’70… Però è anche chiaro che se la classe politci si disinteressa di un territorio, esso finisce per spopolarsi e non riuscire a sopravvivere.
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«L’esperienza successiva fu a Tarvisio un paio di anni dopo, quando ero ormai sposato ma anche il mio spirito critico era maturato. Il Friuli era appena stato colpito dal terremoto, ma il paese, poco danneggiato dal sisma, non viveva allora fermento alcuno di ricostruzione o sviluppo.
Così un giorno, osservando il vecchio bacino idroelettrico trasformato in discarica, rimasi stupito dalla rinuncia all’indipendenza energetica del paese. Solo in seguito realizzai che la collettività locale era allora ancora indecisa sulla vocazione da dare al proprio paese: se emporiale, turistica, o orientata a un terziario collegato alla sua realtà tri-confinaria.
Ma di fatto Tarvisio presentava allora alcuni problemi pregressi: infatti convivevano sul territorio gravi carenze infrastrutturali e nei servizi che si presentavano apparentemente senza soluzione e che parevano quasi un tributo che i residenti dovevano pagare per restare a vivere lì.
In compenso, proliferavano iniziative “anomale” (un esempio fra tutti il grande mercato per turisti di passaggio) che non giovavano allo sviluppo della cittadina, che si trovava in permanente competizione con i centri similari nelle regioni confinanti.
Nel tempo, però, si aprirono spiragli di collaborazione (che iniziò con un evento sportivo attraverso i tre confini) e incominciarono a prendere piede iniziative immobiliari sorprendenti, propagandate in tutta Italia.

Tarvisio. Da: https://www.udinetoday.it/social/tarvisio-cosa-vedere-fare.html
Quindi ad un certo punto, quasi improvvisamente, si manifestò sul territorio una vera rivoluzione infrastrutturale (oleodotto, gasdotto, superstrada, autostrada, nuova ferrovia) che comportò sensibili cambiamenti quali stravolgimenti di abitudini e dei ritmi di vita, problemi di sicurezza e un’immigrazione indotta, con non pochi effetti diffusi e collaterali.
Nello scorcio del periodo in cui rimasi a Tarvisio, quasi sette anni, si presentarono pure nuove forme collaborative e un certo cambiamento, ma non si capiva chi governasse questa nuova situazione».
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Questa esperienza propone altre considerazioni su di una programmazione che non guarda al futuro ma che vede solo le mode di un momento basate su analisi affrettate e poco proiettate nel tempo, anche se allora mancavano molti strumenti presenti oggi. Così la piana di Amaro, per esempio, fu sacrificata per un centro commerciale costruito da trevisani, se non erro, che subito fu caratterizzato da affitti altissimi e dalla concorrenza oltralpe. Inoltre esiste un reale problema di governo e governance nei piccoli comuni, e pure, ora come ora, si devono superare visioni troppo localistiche e volgere ad una analisi delle realtà territoriali in un contesto più ampio. Almeno queste le mie considerazioni.
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Merano dicembre 2017. Foto di Laura Matelda Puppini
«La terza esperienza che feci come ufficiale fu a Merano cinque anni dopo, rivestendo ormai un ruolo superiore e avendo raggiunto una maturità che mi incoraggiava a studiare ed analizzare una realtà molto diversa dalle precedenti da me sperimentate.
Infatti Merano, che è una città, presentava una situazione molto diversa da Venzone o Tarvisio, pur avendo le caratteristiche di un comune di montagna. Infatti si mostrava evoluta e raffinata, quasi tendente al lusso.
Inoltre già allora questa città del Trentino – Alto Adige presentava una marcata vocazione turistica, in continuo perfezionamento.
Le numerose iniziative di crescita erano già all’epoca tutte bene armonizzate con gli altri ambiti produttivi (agricoli, artigianale e industriali). Il tutto generava attrattive culturali e richiedeva servizi che erano decisamente all’altezza. Collaborazioni di ogni genere si realizzavano nonostante le differenze linguistiche. Ed era evidente la presenza di una “manus” politica che interveniva con misure efficaci e stimolanti (autorizzazioni e contributi). Tutto ciò, nonostante un insufficiente sviluppo infrastrutturale (collegamenti), che strideva con l’imprenditoria ben avviata».
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Quindi una zona montana può venir valorizzata perché somma in sé alcune precise caratteristiche e grazie ad una classe dirigente accorta. Però non dimentichiamo che Merano, capitale del Tirolo, era stata austriaca, ed era stata città particolarmente amata dall’ Imperatrice Sissi, moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe e quindi già città ricca, per ricchi e che godette di nuove ricchezze.
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«Dopo due anni- ha continuato il generale- fui trasferito a Chiusaforte, come comandante di un battaglione e di presidio.
Il paese presentava allora una realtà singolare per il fatto che la popolazione militare era superiore a quella residente. In una situazione di questo genere era quasi inevitabile che le risorse e le potenzialità della caserma costituissero una vera e propria fonte per il Comune.
Ma bisogna ricordare anche che, 12 anni dopo il terremoto del 1976, Chiusaforte, a differenza di altre località, soffriva ancora per gli effetti dello stesso, riassumibili in incompleta ricostruzione, spopolamento, invecchiamento, svendite di immobili, scarsa vitalità.

Il forte della Chiusa, dove non si passava senza pagare un pedaggio. da qui poi, il nome dell’abitato: Chiusaforte. la struttura possente chiudeva di fatto l’unica via di acesso. Da https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/chiusaforte-ud-la-chiusa/. Quindi la povertà del luogo si deve anche alla sua storia che lo voleva solo in funzione del pedaggio da pagare.
Lo sviluppo economico era contenutissimo se non assente, ma la sintonia delle istituzioni e la collaborazione in tutti i campi, favorita da una ottima intesa tra i responsabili, fecero sì che molte problematiche venissero risolte in autonomia, in una situazione dove lo Stato, e l’esercito di riflesso, rappresentava l’unica risorsa cui fare appello. Ma tale sinergia risultava assolutamente circoscritta al contesto locale.
Il ricordo di quella collaborazione rimane in me indelebile. Ma molto di quanto fatto in serena armonia svanì in pochi anni per la chiusura della caserma, per la soppressione del tronco ferroviario e per la mancanza di compensazioni».
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Dopo due anni di grandi soddisfazioni, venni rimandato a Merano, con un ruolo di importanza maggiore (quasi dirigenziale – anche se vicaria). Ritrovai la città ulteriormente cresciuta e migliorata. Alcuni importanti progetti avevano preso corpo, grazie all’intellighenzia locale. Inoltre a Merano vi era una significativa presenza politica che riusciva a gestire le principali problematiche prendendo decisioni adeguate.

Merano. Foto scattata da Laura Matelda Puppini. Dicembre 2017.
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Passati soli 13 mesi, ebbe inizio una nuova esperienza a Bressanone, nello stesso ruolo svolto a Merano, a seguito di un provvedimento di riordino organico, che durò due anni. Nonostante l’apparente somiglianza tra i due comuni di montagna, la realtà nella nuova sede era molto diversa perché la gestione di tutte le attività produttive e sociali risentiva dell’influenza, ormai secolare, del locale Arcivescovado. Ciò comportava che input e stimoli alla crescita e al soddisfacimento dei bisogni delle comunità non fossero altrettanto sentiti ed efficaci e che si procedesse a ritmi misurati, il che lasciava una sensazione deludente e non del tutto gradevole di opportunità solo in parte sfruttate.
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Conseguita la promozione ad un grado dirigenziale, da Bressanone fui mandato a San Candido, in una posizione molto simile a quella di Chiusaforte, dove l’unità militare era inserita in un ambiente ben più organizzato e attivo di quello di Bressanone, e pure molto vivace e stimolante.
Anche qui si instaurò un rapporto con le istituzioni e con la collettività molto stretto, nonostante problemi linguistici e culturali, in virtù della maggiore esperienza e del ruolo assunto all’ interno dell’E.I.

San Candido. Volumi in una sera d’inverno. Foto scattata da Laura Matelda Puppini. Dicembre 2017.
Si sviluppò così una collaborazione in ogni campo ma questa volta più che alla pari, perché la realtà locale era veramente più potente ed efficace. E questa collaborazione alla paritaria mi fece conoscere le condizioni che favoriscono un forte sviluppo in tutte le attività: economiche agricole, boschive, artigianali e industriali, nonché culturali, imprenditoriali e nel campo dei servizi, facilitato da organizzazioni territoriali potenti e funzionali. A San Candido si succedevano valide catene decisionali, venivano presi importanti provvedimenti in campo sociale e del welfare, e venivano tenuti in gran considerazione servizi come quelli erogati dalla Croce Bianca, dai Vigili del Fuoco volontari e da una Protezione Civile molto efficiente. Ed oltre a queste, vi erano molte altre funzionalità ed efficaci iniziative diffuse su tutto il territorio.
Ed anche a San Candido non sembravano proprio mancare appropriati provvedimenti legislativi, tempestivi e mirati, in molti campi. Grande importanza assumeva, poi, il credito erogato quasi “a vista” e “su misura” dalle banche locali a soggetti la cui affidabilità risultava palpabile. E alla presenza della politica come motore per l’economia, già rilevata altrove, si aggiungeva quella di soggetti privati economicamente potenti, interessati per vari motivi allo sviluppo armonico del territorio in ogni campo (industriale, turistico, infrastrutturale, agricolo, ecc.)».
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«Con non poco rimpianto abbandonai San Candido, e la mia la carriera proseguì in ambiti ancor più cittadini.
Il ritorno in montagna avvenne oltre dieci anni dopo ad Aosta, con un incarico da dirigente generale e massima autorità militare nella Valle.
La Valdaosta (127.000 abitanti in tutto) è una regione autonoma e tutti i suoi centri sono senza dubbio di montagna. Il suo governo rivolge un’attenzione particolare alla dignità delle condizioni di vita della popolazione ovunque residente (allacciamenti, collegamenti ed erogazione di servizi sono irrinunciabili e considerati a buon diritto questione di civiltà).
La Regione era onnipresente nella società (con infiniti provvedimenti assistenziali anche inconsueti, tanto che all’epoca si diceva che ogni famiglia godesse di almeno un’assunzione nei ruoli regionali: funzionari, vigili del fuoco, addetti alla sicurezza delle piste da sci ed agli impianti….
L’attività legislativa regionale era proiettata sui progetti di sviluppo locale (edilizia, infrastrutture stradali, aeroporto, ferrovia, università, impianti a fune) volti a frenare lo spopolamento e a favorire investimenti esterni, sostenuti da finanziamenti “inopinabili”, frutto di accordi per lo più di tipo politico.
Ma merita menzione un caso emblematico: nel 2006, un interessamento esplicito del Governatore pro -tempore fece sì che venisse approntato e proposto, in tempi record, un ambizioso progetto di cessione di una caserma di grande interesse pubblico, sita nel centro di Aosta, in cambio di interventi per l’ammodernamento e il potenziamento di tutte le altre infrastrutture militari della regione.
Sorprendentemente il progetto incontrò l’immediato favore prima della giunta regionale e subito dopo del governo nazionale, dando vita ad un Accordo di programma che venne sottoscritto al massimo livello con una previsione di spesa iniziale di 26 milioni di euro.

Foto di Aosta. Via Croix- de-Ville. Da: https://www.lorenzotaccioli.it/aosta-in-un-giorno-cosa-vedere/
Quindici anni dopo, nel 2022, ultimati tutti i lavori in stretta conformità al programma iniziale, nella caserma ceduta si inaugurò l’Università della Valdaosta, con cui si sperava, tra l’altro, di fermare la fuga di cervelli. Costo complessivo dell’iniziativa: 34 milioni di euro. Gli effetti della permuta sulla parte cedente (Difesa) si erano concretizzati già anni prima, con il completamento della totalità dei lavori programmati, anche in deroga alle normative nazionali ed europee sui contratti, come consentito dalla legislazione regionale e grazie ad una provvidenziale ripartizione in tranches.
Il caso evidenzia come un’efficace autonomia, sostenuta da interventi legislativi ad hoc e da opportune azioni politiche, può favorire progetti anche complessi e ambiziosi che a prima vista sarebbero potuti apparire irrealizzabili».
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«L’ultima esperienza si colloca a Bolzano, con l’assunzione di un alto comando con giurisdizione su tutto l’arco alpino e sull’Abruzzo, che comportò per me rapporti diretti con Istituzioni e politici al massimo livello (locale e nazionale), facilitati da una piena maturità professionale a fine carriera.
Notai allora che nei 15 anni di assenza dal Trentino Alto Adige, la regione si era notevolmente sviluppata in tutti i settori. L’autonomia della provincia si respirava ovunque. Allora il Landeshauptmann del Tirolo Luis Durnwalder rivestiva quella carica da 25 anni nel corso dei quali era sempre stato a disposizione dei cittadini quotidianamente, fin dalle 5 del mattino. Da amministratore esperto, appassionato ed attento, governava tutto con cognizione di causa ed elevata e pronta capacità decisionale. Anche con lui impostai ed attuai importanti permute di aree demaniali che vennero quasi sempre trasformate in sedimi atti a rigenerare aree con elevato consumo di suolo. Anche ciò contribuì a rinsaldare rapporti e a progettare concretezze future.

Vienna 30 novembre 2012. Incontro politico e progettuale tra politici Altoatesini ed austriaci. Luis Durnwalder è il secondo seduto a sinistra guardando. Foto di Dragan Tatic. (Da: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/ad/Treffen_mit_S%C3%BCdtirols_Landeshauptmann_Durnwalder).
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Fuori dall’Alto Adige, si tentava di ripercorre la fortunata soluzione valdostana nei riguardi di un’obsoleta caserma in disuso, sita nei pressi dell’arrivo delle maggiori piste di sci del Tarvisiano. Il progetto prevedeva la cessione della parte a valle, affacciata sulla grande viabilità, in cambio di interventi sui fabbricati più a monte, finalizzati ad ospitare un moderno centro sportivo militare, in un’ottica di ampia dualità nei campi turistico e sportivo. Le dimensioni e il valore del progetto erano però circa la metà di quello aostano. La risposta fu immediata e negativa! E ancor’oggi la vecchia caserma fa pessima mostra di sé, e i problemi locali, ben inquadrati nel progetto naufragato, restano irrisolti.
Sempre nella montagna friulana si annota un’ultimissima, deludente esperienza risalente allo scorso anno: un ulteriore e semplice progetto, volto al riutilizzo in termini turistico-culturali di una grande caserma in disuso ma ancora fruibile nonostante il semi-abbandono, convinse pienamente importanti esponenti regionali e rischiare di finanziarlo con quasi un milione di euro. Venne così elaborato un congruo studio di fattibilità che però non diede luogo a ulteriori passaggi, per l’intervenuto disinteresse della municipalità interessata. Altra occasione di crescita perduta, assieme ai prevedibili riflessi benefici indotti sull’assetto sociale ed economico della zona!»
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«Termino qui la narrazione delle esperienze, che sono tutte assolutamente soggettive; la documentazione relativa ai progetti citati è a completa disposizione di chi la volesse visionare.
In conclusione, le considerazioni che scaturiscono da quanto esposto sono univoche e molto semplici: lo sviluppo e il mancato sviluppo di tutte le collettività osservate – facendone parte – in cinquant’anni di vita sono dipesi in larga misura dall’impegno che soggetti istituzionali e non solo hanno profuso in vari modi e forme in favore della montagna, montagna che i più positivi di questi soggetti hanno inteso come terra dei padri, patria da amare e da servire con l’offerta senza risparmio delle loro migliori risorse.
Indubbiamente, tale impegno è stato più visibile ed efficace nelle regioni solo o prevalentemente alpine, dove si è potuto concentrarlo su obiettivi prettamente correlati alla montagna. Altro discorso va fatto per regioni, come il Friuli-Venezia Giulia, che oltre alla montagna comprendono mari, lagune, pianure e colline, tutte con interessi diversi da considerare e da salvaguardare. Ѐ quindi ragionevole che chi le governa rivolga la propria attenzione e i propri sforzi al maggior numero di realtà territoriali e si adoperi equamente per il loro sviluppo, soddisfacendo prioritariamente le esigenze più pressanti.
Tuttavia, alla luce ai quanto fin qui detto, un personaggio forte, una sorta di “good father”, di buon padre, disposto a spendersi e capace di soluzioni efficaci per una montagna che ha nel proprio DNA e che porta nel cuore, può essere l’ingrediente migliore per confezionare nuove e più valide opportunità per Valli e Comuni alpini».
Fin qui il generale Bruno Petti. (con qualche inciso mio).
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Da questo interessante intervento che compara situazioni montane diverse anche sulla base delle loro potenzialità, si nota come il ruolo di una classe politica intelligente, preparata e disposta a servire la montagna ed a guidarla sia indispensabile, anche se io non credo nella possibilità per un singolo di fare la differenza, ma nelle istituzioni democratiche. Però senza amore per la montagna non si può avere risultati e neppure quando la politica guarda costantemente altrove, a sedie, poltrone, a schermaglie partitiche, senza una visione e progettazione di insieme in contesti definiti che tengano conto di vari aspetti anche strettamente ambientali. Ed attualmente la giunta regionale al potere in Fvg pare volta solo a costruire sovrastrutture territoriali già in perdita sul nascere e poco rispettose dei contesti e degli ambienti, oltre che tagliare sanità ed ospedali cioè servizi essenziali. Inoltre non ascolta nessuno e tende, come il governo, a criminalizzare il dissenso. Ma spesso chi è all’ opposizione può anche avere idee nuove e così gli abitanti di un territorio. Basta vedere cosa è scaturito in Carnia dalle proposte per il Piano paesaggistico regionale.
E sicuramente Luis Durnwalder più che voler essere un super uomo autocentrato ha utilizzato capacità di trasmissione anche di idee prese dal continuo confronto con i cittadini, portando ad alti livelli esigenze e progettualità rispondenti a richieste partite dal basso. Ma non solo: sicuramente non lavorava da solo, aveva uno staff efficiente alle spalle e buoni consiglieri.
Infine chiudo questo testo ribadendo che ascoltare il generale è stata altra cosa: i concetti e il testo sono quelli ma la sua verve nel narrare ha dato un tocco particolare all’ intervento. Grazie generale degli Alpini Bruno Petti.
Laura Matelda Puppini
https://www.nonsolocarnia.info/generale-bruno-petti-esperienze-di-vita-in-diversi-contesti-montani-anche-in-funzione-del-loro-possibile-sviluppo/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/01/1527_197web-1.jpg?fit=1024%2C682&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/01/1527_197web-1.jpg?resize=150%2C150&ssl=1ECONOMIA, SERVIZI, SANITÀGentilmente mi è stata inviata una trascrizione dell’incontro tenutosi a San Pietro al Natisone il 24 ottobre 2025, organizzato dagli amici di Enzo Cainero assieme al figlio Andrea, dall’ UNCEM – FVG e dalla Comunità di montagna del Natisone e Torre, risparmiando a me questo compito. Riporto quindi da...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





Grazie Matelda per la preziosa testimonianza. L’analisi di un ufficiale degli alpini, che risulta stanziale solo per alcuni anni nei luoghi in cui viene assegnato, rappresenta uno spaccato assai interessante, quasi fotografico, forse non del tutto approfondito per motivi temporali, ma notevole nella sua essenza, sua dal punto di vista personale, familiare, di inserimento sociale, che da quello professionale di interazione con le autorità.
Conobbi l’allora capitano Petti a Tarvisio; io studente liceale e lui giovane ufficiale, con uno spiccato senso di analisi per ciò che lo circondava. Non ebbi più modo di incontrarlo, nemmeno quando frequentai la scuola ufficiali di Aosta e comunque lo ringrazio per l’acuta disamina, che condivido, anche tramite l’esperienza di amministratore pubblico, nel ruolo assessoriale del mio paese.