“Qualche riflessione sugli incendi boschivi, imparando dal passato”, di Mario Di Gallo, già commissario forestale CFR e DOS.
«Il recente incendio che ha interessato la conca tolmezzina ha suscitato accese discussioni e più di qualche polemica sulle modalità operative e sui mezzi impiegati; la “privilegiata” posizione della Città di Tolmezzo rispetto allo scenario su cui si sono accanite le fiamme ha indubbiamente eccitato gli animi oltre a mettere in sofferenza i corpi a causa delle nefaste conseguenze.
Ritengo tuttavia prematuro e ingiusto esprimere giudizi sull’accaduto, non avendo contezza diretta di eventi e azioni conseguenti, tenuto anche conto che ogni fenomeno del genere ha dinamiche proprie, condizionate da un’infinità di variabili climatiche e territoriali da una parte e strategie d’intervento anche condizionate dall’opinione pubblica, quasi mai confortante, dall’altra. Mi preme evidenziare solo che la stagione primaverile-estiva in corso è (ma lo sarà ufficialmente dichiarata dagli enti preposti) la più calda e siccitosa da quando esistono i rilievi meteorologici.
Vale invece la pena dare una scorsa a qualche incendio del passato, scelto tra i tanti che, per analogia territoriale e temporale (escluso il Carso che per morfologia, clima e infrastrutture è molto diverso dalle realtà alpine) permettono di trarre qualche indicazione utile ad affrontare meglio ciò che potrebbe aspettarci nel futuro.

Incendio del monte Amariana. Foto scattata il 15 agosto 2026 da Laura Matelda Puppini a Cavazzo Carnico.
Comincio con un evento, quello del 2003, ben noto ai cittadini del territorio tolmezzino. L’innesco allora fu stabilito vicino alla galleria del Clap Spacât, di origine dolosa mi pare, intorno ai primi di agosto in condizioni di caldo e siccità analoghi a quelli che abbiamo appena vissuto. Il fronte si propagò sulle falde del Cuel Feltron e, spinto dai venti forti, balzò, nel giro di pochi minuti, oltre il rio Confin attraverso le chiome dei pini neri. Per inciso il DOS (direttore operazioni spegnimento) di questo agosto, memore di tale evenienza, si è giustamente astenuto dall’inviare squadre di contenimento lungo quel rio, trappola mortale troppo incassata tra alti versanti boscosi ad alta infiammabilità (qualcuno pare abbia pure sollecitato il lancio del controfuoco dal fondo del rio, ignaro dei presupposti morfologici ed eolici necessari per evitare conseguenze nefaste agli operatori). Dalla Marianute le fiamme si sono propagate, saltando da costone a costone con una velocità e una potenza inusitate, alle falde della Mariane, seguendo lo stesso percorso del fuoco di quest’anno, lasciando basiti e sconvolti gli operatori di allora. In condizioni anticicloniche la circolazione dei venti di terra nella conca tolmezzina si ripete ciclicamente con lo stesso andamento ancorchè con forza variabile, dato questo di cui tenere buona memoria. Naturalmente anche allora si fece il massimo possibile per contenere i danni, i Candaire salvarono una faggeta in Lisagn, ben visibile fino a un mese fa, ma l’incendio fu dichiarato estinto solo con le spaventose piogge del 29 agosto di quell’anno. Ricordate la disastrosa alluvione che colpì la Valcanale? A distanza di 23 anni la vegetazione forestale di quei loghi bruciati si stava riprendendo egregiamente mediante l’insediamento spontaneo di specie di latifoglie adatte; gli interventi umani sono stati sporadici e circoscritti al taglio dei pini e dei faggi morti intorno agli stavoli e lungo la viabilità di accesso.

Incendio dello Jovet. (Da: https://www.udinetoday.it/cronaca/incendio-monte-jovet-pontebba-chiusaforte-6-agosto-2013.html)
Un altro caso che deve diventare di studio è l’incendio del Jovet nell’anno 2013 (altro anno caldo e secco) che in realtà ha interessato l’intero versante sud del Monte Cimone: dal fondo della Val Raccolana fino ai 2000 m in prossimità dei Piani del Montasio. La copertura mediatica dell’evento è stata modesta rispetto a oggi ma i 946 ha devastati (il doppio di quelli della Mariane 2026) restano il record regionale per superficie e durata. Giova ricordare che in contemporanea si era innescato un altro incendio da fulmine in Canal del Ferro sulle falde dei monti le Piche e Falcons. Il tardivo intervento, iniziato il 14 luglio, ben 4 giorni dopo l’innesco, causato da gravi carenze ai livelli dirigenziali della Regione, nonostante il successivo grande impegno di uomini e mezzi, ha permesso al fuoco, le cui fiamme si sono alzate per oltre 150 m in cielo a causa dei gas sprigionati dai pini neri surriscaldati, di insistere per ben 44 giorni e di estinguersi grazie alle piogge cadute tra il 14 e il 25 di agosto con un totale di circa 125 mm. Si stima che servano almeno 30-40 mm di pioggia distribuiti su un paio di giorni al massimo per imbibire a fondo il terreno in modo da estinguere anche la combustione della lettiera e delle radici delle ceppaie. La prima evidenza da imparare è quella della necessità di agire tempestivamente con tutte le forze possibili per estinguere il focolaio incipiente.
Un’altra considerazione a distanza di 13 anni si può trarre dall’osservazione delle conseguenze in termini di ripresa vegetazionale e paesaggistica. Anche in questo caso sono stati sgombrati solo pochi pini neri vicini alla viabilità e di qualche valore commerciale, al resto ci ha pensato e sta operando la natura. Nel fondo valle sta riprendendo la disseminazione del pino nero che spunta tra gli arbusti nani, erica soprattutto, e nuclei di pioppo tremulo dove il suolo (in genere litosuoli di pochi centimetri) non sia stato distrutto dal fuoco radente e dalla successiva erosione idrica. Sui tratti più ripidi, praticamente inaccessibili, l’evoluzione va a rilento, anche per mancanza di sostrato umifero che richiederà tempi lunghissimi per ricostituirsi; il paesaggio, che risente della copertura vegetale, purtroppo appare ancora molto mal ridotto.

Incendio di Resia. (Da: https://www.udinetoday.it/attualita/incendio-resia-23-luglio-2022.html).
Il terzo caso riguarda l’incendio sul versante destro della Val Resia, esteso tra il fondo valle e Ruscjs, avvenuto nel 2022 (altra estate bella calda e asciutta). Attaccato intorno alla metà di luglio, nonostante il precoce intervento terrestre e aereo, il fuoco è divampato fino alla fine di luglio con una potenza tale da calcinare le pareti calcaree, il pino nero purtroppo, con il suo carico di resina, anche in questo caso offre un formidabile combustibile. Il 29 del mese si sono registrati solo 17 mm di pioggia: troppo pochi per estinguere fronti e focolai. In questo caso l’azione combinata di due Canadaire, oltre agli elicotteri, che lanciavano bombe d’acqua a pieno carico capaci dunque di produrre utili spostamenti d’aria, grazie al permesso di rifornirsi nel lungo e stretto Weissensee in Austria (il lago di Cavazzo consente strisciate troppo brevi per riempire i serbatoi al massimo), unitamente alle intense azioni terrestri di bonifica, sono state determinanti.

Incendio del Monte Amariana. 15 agosto 2026. Foto scattata da Laura Matelda Puppini da casa sua a Tolmezzo.
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Dagli eventi fin qui citati, che ovviamente non fanno statistica, penso di poter trarre qualche utile esperienza proiettabile sul futuro.
(1) La pianificazione antincendio boschivo è una condizione essenziale che, tuttavia, deve considerare gli incendi estivi delle Alpi esterne e delle Prealpi un fatto ormai consolidato (oggi la pianificazione individua la massima pericolosità a fine inverno e inizio autunno) in futura espansione, stando ai modelli di previsione climatica di breve termine. Il piano inoltre dovrà essere flessibile e rimanere “imparato”, nel senso di essere aggiornato continuamente in base al mutare del clima (mezzi tecnologici e organizzazione d’intervento penso non potranno progredire di molto nel futuro; sui monitoraggi ex ante ed ex post probabilmente ci sono maggiori possibilità).
(2) Sicuramente si possono migliorare le collaborazioni tra i vari enti istituzionali (CFR e VVFF) e quelli volontaristici ormai indispensabili purchè adeguatamente formati e equipaggiati. A questo proposito è impensabile che le Regioni agiscano “in solitaria”, specialmente pensando alla flotta aerea (aeroplani ed elicotteri), se non altro per ragioni di economie di scala. Certamente è indispensabile infittire i mezzi aerei e terrestri ma nel contempo vanno strette le maglie organizzative della repressione incendi in modo da unire le forze nei momenti di maggiore frequenza e intensità degli eventi.
(3) La tempestività di aggressione ai focolai è una condizione essenziale per limitare i danni; essa nella maggioranza dei casi può essere garantita solo dai mezzi aerei. Gli aeroplani (Canadaire, Air Traktor), ormai, grazie alla grande capacità portante e alla formazione (che non è temerarietà) dei piloti, l’abbiamo visto, possono destreggiarsi anche nelle vallate alpine, contrariamente a quanto si pensava negli anni ’90.
(4) Il post incendio. Ritengo opportuno guardare alle leggi della natura prima di affrontare qualsiasi azione antropica di ripristino del territorio incendiato, senza escludere tuttavia a priori possibili azioni mirate di asporto del soprassuolo compromesso e piantagione di specie poco infiammabili in zone particolari: boschi pregiati vicini a agglomerati urbani, margini stradali, ecc. Andrebbe invece migliorata la legge regionale 10/2010, tesa ad allontanare il bosco dai perimetri urbanizzati, dalle case isolate e dalle aziende agricole, specie se circondate da aghifoglie. Oggi questo strumento prevede solo l’asportazione delle piante da superfici che nel tempo dovrebbero essere mantenute a prato.
L’osservazione dei siti sopra menzionati, ma ce ne sono anche molti altri distribuiti nel tempo, forniscono ottime prove di come la dinamica evolutiva dei terreni bruciati sappia rigenerare le formazioni forestali. Nel caso dei versanti del monte Le Piche, poco a valle di Pietratagliata, ad esempio, dopo una prima colonizzazione di buddleja (arbusto delle farfalle), specie orientale e qui considerata infestante, si stia instaurando una formazione fitta a carpino nero, orniello, salici, pioppo tremulo e gatterino che, lasciando poco spazio al pino nero, garantisce fin da ora minori occasioni d’innesco e maggiore facilità di contenimento di eventuali focolai.
Per converso la val Raccolana vede prevalere la rinnovazione del pino nero d’Austria, specie dotata di spessa corteccia a protezione degli incendi radenti, ma che si trasforma in materiale incendiario d’alto potenziale quando l’incendio passa alle chiome. Questo pino beneficia del fuoco basso in quanto lo strato infeltrito di erbe e erica, una volta incenerito, permette ai coni di aprirsi, ai semi di germogliare e di crescere su un substrato reso fertile dalle ceneri. Per inciso ricordo che le pinete di pino nero d’Austria autoctone (non quelle carsoline), come anche le perticaie di pino mugo, anch’esse spesso incendiate dai fulmini, sono considerate per Natura 2000 habitat d’interesse prioritario.
A conclusione di questo scritto, prodotto sotto una pioggia benvenuta come non mai, l’auspicio è che l’attenzione verso questo tema degli incendi estivi alpini non si “raffreddi” con il procedere in direzione dell’autunno e che l’esperienza maturata, certamente non priva di errori, venga messa a profitto nell’interesse superiore che rappresenta un bene comune come il bosco.
Moggio Udinese, 21 agosto 2026.
Mario Di Gallo (forestale in quiescenza, già commissario CFR e DOS; oggi referente forestale per Legambiente FVG )».
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Un grazie di cuore a Mario Di Gallo, esperto in materia, per questo suo contributo.
La foto che accompagna l’articolo è una di quelle pubblicate al suo interno e da me scattate. L.M.P.
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