Intervista di Laura Matelda Puppini ad Annibale Tosolini, nome di battaglia “Ulianov”, garibaldino della Divisione Natisone, nato a Tricesimo il 18 agosto 1921. Molinis di Tarcento, 6 settembre 2013.

Tosolini:

«Sono nato a Tricesimo il 18 agosto 1921, e da piccolo abitavo a Leonacco. Mio padre si chiamava Tosolini Lino Valentino, ed era contadino – fittavolo, mia madre si chiamava Rita Ellero ed era di Tricesimo.
Quando abitavo a Leonacco, prima del 1937, anno in cui ci siamo spostati qui, a Molinis di Tarcento, eravamo in 19 nell’abitazione: 9 che formavano il nucleo familiare di mio papà, 4 quello di barbe Àgnul, 3 an veve Toni ( 3 ne aveva nel suo nucleo Antonio), barbe Cornelio a l’ere lât fur di cjase e al veve, alore, ancje lui dos frututis ( lo zio Cornelio era andato fuori casa ed aveva, allora, anche lui due bambine). Per sfamare tutti facevano tre polente così (e indica una grande circonferenza n.d.r.) ed era solo polenta! Si mangiava pane due volte all’anno: a Pasqua ed a Natale. Barbe Àgnul faceva da capofamiglia: andava a macinare il grano e portava la farina al fornaio e il fornaio faceva il pane. E venivano una gerla e due ceste di pane, due volte all’anno. E per il resto del tempo solo polenta! In paese c’era il forno privato e facevano le pagnocche. E andavamo a cuocerle là. E poi facevano il pan di sorc, che era fatto di cinquantino, segala e orzo, e a metevin une fuee di verze dentri in tal for ca no si tachi (e mettevano una foglia di verza dentro nel forno perché il pane non si attaccasse)».

Laura dice che forse le condizioni di vita di un tempo permisero a molti di sopravvivere alla durissima vita partigiana. Aggiunge che una volta morivano molti bambini, vi era una selezione naturale.

Tosolini:

«Une volte a scampanotavin quant cal murive un frut piciul, invecit cumò, cu la scienze ca è, cu la medisine ca è a iu guariscin ancje dentri, prime di nasci, cheste è la veretât (ed una volta suonavano a lungo le campane quando moriva un bimbo piccolo, invece ora con la scienza che c’è, con la medicina che c’è li guariscono anche dentro la pancia, prima che nascano, questa è la verità). E quando ero bambino –  continua –  se moriva uno di 40 anni si diceva: ” Dio, che vecchio quello là!”  E adesso vanno avanti fino a 100!»

«A 17 anni sono andato a lavorare come famei ( famiglio, domestico) là di Snaidar (probabilmente friulanizzazione di Schneider n.d.r.), e l’ho fatto per due anni. Snaidar aveva una officina meccanica a Tarcento quando è andato militare mio fratello maggiore (1) , e aveva anche prima mucche e campi.
Quando era da falciare un campo intero, chiamava un uomo a darmi una mano. Aveva allora 5 mucche, e io dovevo mungerle alla mattina ed alle 5, la sera. Bisognava poi portare il latte nella latteria, in questa davanti alla casa. Lavoravo di giorno e venivo a dormire a casa. Partivo alle 4 del mattino e tornavo alle 10 di sera, e lavoravo per 3 lire al giorno! Però non ho mai visto una lira perché le davo sempre a mio papà, che non aveva molte altre entrate. E mio papà, non mi vergogno a dirlo, andava a prendere il mangiare con il libretto (2) e quando aveva soldi perché vendeva un po’ di granoturco o un vitello andava a pagare».

Laura dice che con il sistema dei libretti a credito, in Carnia, più di uno si era indebitato fino a mangiarsi casa e terreni.

Tosolini dice che a Molinis uno si era mangiato la casa perché faceva segnare i quarti di vino che beveva all’osteria. Precisa che una volta c’erano solo il quarto, il mezzo litro ed il litro di vino e che anche lì approfittavano.

Tosolini:

«A 19 anni e 5 mesi sono andato militare. Ero della Guardia alla Frontiera. Il 15 febbraio 1940 ho fatto la visita di leva e sono stato chiamato alle armi nel 1941, per la precisione il 20 gennaio 1941.
Sono stato mandato guardia alla frontiera a San Pietro del Carso (3), 25° settore. Nel mese di marzo abbiamo fatto tutti il giuramento a Sagrado e dopo siamo andati alle “opere” in zona monte Nevoso, sul monte Obrame . C’erano tre fortini sul monte Obramec (4)  (adesso sono slavi là – precisa Tosolini), uno a Fontana del Conte (5) e uno a Casa Marsu (6) . Casa Marsu era dove portavano i viveri, lì era il rifornimento viveri anche per noi che eravamo sul monte Obramec.

Nel 1941, quindi, mi trovai a combattere, per l’Italia e contro la Jugoslavia, sul fortino. Il nemico ha però solo bombardato una notte.
Ci siamo trasferiti poi un mese in Jugoslavia e dopo ci hanno rispedito indietro e ci hanno portato a fare il campo a Fontana del Conte. Finito il campo, sempre nel 1941, ci hanno portato a Delnice (7) e si faceva la guardia sulla ferrovia … di pattuglia. Ho fatto 23 mesi a Delnice. Poi sono venuto in licenza, nel marzo 1942. Quando sono rientrato ho trovato un funerale di dieci militari che erano stati uccisi dai partigiani. Era incominciata la vita partigiana di Tito (8). L’ inverno, del 1942- 1943, sono venuti 3 metri di neve e 36° sotto zero, e facevo servizio sulla ferrovia. C’erano 36° sotto zero, insomma quasi 40° sotto zero come in Russia, dove c’erano anche 50° sotto lo zero. E lo si sapeva perchè arrivava sempre il giornaletto. Ci mandavano sempre la propaganda, quando eravamo militari.

Ed è venuta tutta quella neve, e venivano i ribelli, a iu clamavin i ribei, a vignivin a trai in staziòn e nou ci si platave e quant ca si vignive dentri a si ere miez congelāts: lis mans, lis vorelis, parfin lis guancis … A mi è vignude una plae cussì a mi in Croazie. A erin trentesis grads sot zero e trei metros di nêv! Alore i vecjos, ca vevin ottante ains, a no si visavin ca iere stade cussì, mai. ( E venivano i ribelli, i partigiani li chiamavano così, i ribelli, venivano a sparare in stazione contro di noi e noi ci si nascondeva per non esser colpiti e per rispondere al fuoco. E quando si rientrava si era mezzo congelati: congelate le mani, i piedi, le orecchie, persino le guance. A me è venuta una piaga sulla guancia, per il freddo, in Croazia. E gli anziani ottantenni dicevano che non si era mai vista, a memoria, una situazione del genere). I partigiani hanno iniziato ad attaccarci nel 1942. E il confine era lì dove ero io militare, da Postumia fino a Fiume.
Insomma, quant chi hai fat vint ains i eri già stat in guere e tornat indaur. In genâr, quant i soi lat militar, i vevi disenûv ains e cinc meis; il disevot avost i compivi vinčh ains e ieri là da siet meis! (Insomma, quando ho compiuto vent’anni ero già stato in guerra e ritornato indietro.  In gennaio, quando sono andato soldato, avevo 19 anni e cinque mesi; il 18 agosto, quando ho compiuto vent’anni, ero militare da sette mesi!).

Nel 1943 hanno ucciso un mio fratello in Grecia, che si chiamava Alcide Tosolini, artigliere (9) .
Alcide era nato nel 1920.
Nel 1943, verso il 20 luglio, è giunto un telegramma che era morto mio fratello. Sono andato dal comandante e mi ha detto che non poteva mandarmi in licenza, però mi ha promesso che mi avrebbe mandato, in settembre, per servizio ad Udine, a prelevare del materiale per il battaglione e (anche qualche giorno a casa. Sottinteso n.d.r.).

Ed era il 3 settembre 1943 quando siamo partiti per Udine. Ho fatto 5 o 6 giorni a casa ed è venuto l’armistizio l’8 settembre. E allora sono andato a Palmanova ma la caserma era chiusa. Ho trovato chiuso. E sono ritornato a casa.
Ero andato a Palmanova per riprendere servizio ed incontrare il capo- squadra del gruppo, che mi pare che fosse formato da 4 soldati fra cui io ed un caporal maggiore, anche mio amico, e ho trovato chiuso, e ho saputo, tramite il comandante della zona di Palmanova, che bisognava arrangiarsi. Mi ha detto così, che bisognava arrangiarsi.
Così sono andato alla stazione. E lì è arrivata una tradotta, che doveva andare a Verona e proveniva dalla Grecia, e sono scappati tutti. Io sono riuscito a prendere un treno per arrivare ad Udine e poi sono andato subito a casa. Ed era il 9 o il 10 settembre 1943. Sono venuto a casa e poi sono ritornato a Palmanova a prendere lo zaino, che avevo lasciato in deposito in stazione, dopo essermi messo abiti civili.

E poi ho iniziato a lavorare. Mio papà aveva un cavallo e con quello ho fatto trasporti di legname ed altro per la Todt, al “ristoro” di Tarcento. Ed era il 1944. Però collaboravo (con i partigiani n.d.r.).
Avevo il fratello più giovane, nato nel 1923, che era stato chiamato dalla R.S.I. ed era stato mandato a Montespino (10), situato lungo la sponda sinistra del fiume Vipacco, un poco a nord della confluenza di questo con il torrente Branizza, come altri. E non so se sono scappati o se li hanno presi i partigiani là sul Carso, ed è diventato partigiano. E non lo so dove sia andato a finire ma su in montagna.

Ed era il mese di giugno 1944, il giorno di San Pietro. E stavo lavorando, quando hanno ucciso quattro a Villafredda.
E c’era una donna, una partigiana, era una staffetta. Si chiamava Derna Vattolo (11) , e aveva un nome di battaglia che non ricordo. E una volta io ho capito che lei faceva la staffetta, e l’ho capito quando hanno ucciso i quattro ragazzi a Villafredda di Premariacco (12) . Ed allora era con il Cln anche il primo sindaco di Tarcento (13), che era già vecchio allora, che faceva il falegname lì di Ceschia e si chiamava Giovanni.
Io sono andato partigiano perché sono venuti i Cosacchi a casa mia, nel mese di agosto del 1944, il 15 – 20 agosto, non so di preciso la data.
Mi hanno arruolato, nella Garibaldi – Natisone, a Canalutto (14). Io, come già detto, lavoravo con il cavallo di papà per la Tot al “ristoro” di Tarcento. Portavo legna, un po’ di ghiaia … E ho saputo, tramite una persona, che i tedeschi stavano facendo una pista per gli apparecchi, una pista da Codroipo a Palmanova, per fare atterrare gli apparecchi piccoli, le cicogne. E ero venuto a sapere che certi (lavoratori per la Todt n.d.r.) li portavano a Codroipo, li tenevano lì una settimana o due e poi, dato che avevano bisogno di lavoratori in Germania, li portavano in Germania a lavorare. E io l’ho saputo, e quando sono arrivati qui i Cosacchi sono scappato perché non volevo più stare qui. Avevo un fratello sposato con due figlie che è rimasto a casa, ed uno che era già andato con i partigiani. Eravamo in quattro fratelli, uno del 1915, uno del 1920, io del 1921, uno del 1923. Quello del ’20 è morto in Grecia. Il più giovane, quello del 1923, è stato il primo ad andare partigiano, è scappato da Montespino o è stato preso e poi è diventato partigiano, non lo so, ed era con la Garibaldi Natisone – Btg. Manin.

Io ho trovato mio fratello quando sono andato partigiano (15). Mi hanno messo con il Manin dato che eravamo, forse, della stessa zona. Mi hanno tolto la carta di identità ed i soldi, e mi hanno dato il nome di battaglia “Ulianov“. La carta d’identità la toglievano perché non fossimo riconoscibili, perché se ci riconoscevano subiva poi la famiglia.
E dopo 5 mesi ci hanno portato di là. (Nella realtà dopo circa  3 mesi non 5 n.d.r.). Abbiamo passato l’Isonzo la notte di Natale, il 25 dicembre 1944. Prima ero a Nimis, nella Zona Libera Orientale. C’erano tre Brigate, no, però la mia era qui, a Nimis. Tre Brigate formavano la Divisione, e c’era la Seconda Brigata ed era a Nimis ed io vi facevo parte.
Dopo il 29 settembre 1944 (16) siamo andati su, al Campo di Bonis (17), e poi abbiamo girato finché non è passata un po’ la burrasca. Quando Alexander, l’Inglese, ha detto di andare a casa, ci hanno portato oltre l’Isonzo.
Ci hanno portato oltre l’Isonzo ad aspettare la primavera.
Ed erano anche quelli della Osoppo vicino lì. “Bolla” era a là di Porzûs (italianizzazione di “a l’ere là di Porzûs, cioè era in zona Porzûs n.d.r.), a l’ere a lis Farcadicis par furlan, Canebola, Porzûs, Claps, a Robedischis e verso Platischis (18) e Montmaiôr (19), tutti quei paesi lì insomma.
Dopo la fine della Zona Libera, prima di passare l’Isonzo, andammo su, in montagna, verso Robedischis, in quella zona là.
Qualche scaramuccia sempre, ma si cercava sempre di squagliarsela, no. ( Non si cercava lo scontro diretto n.d.r.). C’era una compagnia del IX° Korpus a Montemaggiore, ma loro non attaccavano mai, erano lì solo per tirare vicino la gente, verso i partigiani».

Tosolini aggiunge che un garibaldino come lui non sapeva aspetti relativi alle scelte dei Comandi e notizie riguardanti il IX° Korpus:  si ubbidiva e vi era disciplina.

E continua:
«Ho trovato più disciplina io sulla montagna che quando ero militare. Non si poteva sbagliare. Quello che comandavano loro si doveva fare. O bene o male ma si doveva fare. O risolvere o non risolvere.
Dopo passato l’Isonzo siamo andati a Circhina, che adesso è Cerkno (20).
Abbiamo passato l’Isonzo senza le braghe e con i vestiti sulla schiena. E dopo passato l’Isonzo avevamo asciugamani per asciugare in particolare i piedi perché, dal freddo che c’era, i piedi, se bagnati, si attaccavano ai sassi grossi, a causa del gelo. Il ghiaccio forma ghiaccio subito, in acqua no, ma fuori le pietre si attaccavano ai piedi».

Laura lo interrompe e gli chiede se avevano vestiti, coperte…

Tosolini:

«Chi aveva una coperta era fortunato. I vestiti erano stracci e tanti di loro erano senza scarpe e si fasciavano i piedi con gli stracci, un sacco, qualcosa, mangiare quando si poteva, quello che c’era, con il freddo e con la neve… Ma si mangiava anche forse niente.
Quando si aveva il tempo per mangiare, quando non si camminava, quando si riposava, quando si poteva far da mangiare, preparavano da mangiare … qualche patata, qualche ravanello, e le foglie dei ravanelli, facevano così. Dopo, se c’era la carne, davano la carne, ma non si trovava in tutti i tempi. Per il mangiare c’erano i rifornimenti inglesi ma non arrivavano sempre. Perché se lo sapevano i Domobranzi e i Salò e i Tedeschi che erano là, li impedivano.
E dopo passato l’Isonzo siamo andati a Circhina. E là c’era il comando degli Sloveni, del IX° Corpus, e noialtri andavamo su a Tribussa superiore (21), o si faceva qualche attacco, e c’erano partigiani a Bukovo (22) , e il btg. Manin lo hanno portato a Paniqua (23) , a Pian di Paniqua.
La notte di Capodanno dovevamo passare Selo per andare sul Pian di Paniqua. Invece ci hanno attaccato i repubblichini ed i tedeschi e nel mio battaglione da 180 che eravamo siamo rimasti in 11 o 12 (24). Hanno preso due pattuglie. Dovevo andare anch’ io di pattuglia ma avevo mal di pancia e non sono andato».

Tosolini sospende il racconto per l’emozione e dice “Ioi, ioi!” E aggiunge: «Stasera, per ricordare, non dormirò più». E poi continua il racconto.

Tosolini:

«Alcuni morirono di fame perché, nell’ultimo tempo, siamo rimasti due settimane senza mangiare anche se avevamo due torelli con noi, perché dovevamo spostarci, e si camminava sempre nella notte, e sempre in fila indiana. Ci si addormentava camminando e si sbatteva la testa sullo zaino di quello che era davanti. E eravamo sempre sulla montagna, dove non arrivavano i nemici. E avevo 23 anni … e ora nessuno me ne dà 92.

Il comandante del battaglione era “Rocco”, “Rocco” era il suo nome di battaglia. Il suo cognome era Venuti, si chiamava Venuti (nella realtà pare invece Giorgiutti n.d.r.) Ferdinando mi pare, (25) ma a son passâts settante ains sacrament! (ma sono passati settant’ anni, sacramento!) . Ero del C.V.L. , seconda Brigata Picelli, comandante Gino Lizzero, “Ettore”, fratello di Mario. Non ricordo, invece, chi era commissario politico. Io sono andato là perché avevo il fratello della Natisone, ma a Molinis e Pradandons eravamo 17 partigiani, compresi quelli della Osoppo. E ora sono rimasto solo io, se ne sono tutti andati».

Laura chiede se ha partecipato ad azioni di guerra con la Natisone.

Tosolini dice che gli hanno rilasciato un attestato, finita la guerra, dove si vedono anche le azioni belliche. Lo dà a Laura che inizia a copiare le date delle azioni: 1 settembre 1944; 22 settembre 1944; 27 settembre 1944; 7 febbraio1945; 17 marzo 1945; 24 marzo 1945; 1 aprile 1945; 30 aprile 1945.
Poi Laura guarda il battaglione e dice a Tosolini che lì è scritto btg. Miniussi.

Tosolini: «No, no, Manin! Quello lo hanno scritto al distretto».

Tosolini dice che gli hanno detto che sapevano già a quale battaglione apparteneva, quando ha tentato di dirlo.

E continua: «E mi hanno concesso la croce la merito perché ero partigiano ( e la mostra a Laura), e mi ha concesso il distretto la croce al merito di guerra (26) come partigiano combattente, come gregario. Però io comandavo una squadra. Il mio nome di battaglia, come detto, era “Ulianov“».

Laura legge le malattie contratte e vede che Tosolini ha contratto la nefrite. Continua dicendo che molti partigiani, nel periodo della resistenza, avevano contratto malattie legate al freddo, alle condizioni di vita ed all’alimentazione, per esempio malattie polmonari: enfisema, bronchiti, pleuriti, polmoniti, tbc, malattie renali, malattie gastroenteriche ed intestinali.

Tosolini:

«Ho avuto anch’io la diarrea a sangue, nell’aprile 1945, mi ricordo che era prima del primo maggio, quando ci hanno portato sul Carso, a San Daniele sul Carso (27), dopo ci hanno portato a Sesana (28). Dovevano mandarmi a Trieste ma perché avevo i vestiti tutti stracci non sono andato. Dopo un giorno ci hanno chiamato per passare una visita dal dottore della brigata Italia. Il dottore mi ha visitato e mi ha trovato la nefrite. Avevo le gambe gonfie così (e indica una circonferenza con le mani n.d.r.) e non potevo neanche camminare. E dopo mi hanno mandato all’ospedale di Gorizia ma io, invece, sono venuto a Udine, ho fatto una visita all’ospedale di Udine. Ed era dopo la Liberazione, ai primi di maggio. Ed ad Udine mi hanno mandato a casa. E qui mi hanno ricoverato ma andavo in ospedale di giorno e tornavo a dormire a casa.
C’era un medico, chel di Tors, cal veve fat un ospedalut lassù dal ricovero. Ma cumò no mi visi il nom. (C’era un medico, originario di Tors, che aveva costruito un piccolo ospedale a Tarcento dove c’è il ricovero. Ma ora non ricordo il suo nome).
C’era questo dottore, finita la guerra, per partigiani, combattenti, ragazzi che si erano fatti male con le bombe e via dicendo. Quando ha saputo che ero io, mi ha fatto la visita lui e mi ha ricoverato. Io, che da mesi non vedevo nessuno dei miei, andavo a dormire a casa e poi andavo su, all’ospedaletto, e lui mi curava. Ma no sai ce ca si clamave …
E da partigiano ma anche da soldato, ho avuto i pidocchi. I ai avût tančh di chei pedoi io! A l’ere l’aiar da Slovenie, i dis io cumò! I mi recuardi chi vevi une canotiere, e me la han giavade. I soi stat doi dis senze mangiâ quant chi iu hai vioduz! Iu vevi inta fasce! I vevi une fasce dintor. ( Ho avuto tanti pidocchi anche. Era l’aria della Slovenia che li favoriva, dico io ora! Mi ricordo che avevo una canottiera e che me l’hanno fatta togliere. Sono stato due giorni senza mangiare quando ho visto quanti ne avevo! Li avevo nella fascia che indossavo, una specie di panciera).
Qualcuno che veniva da là, dalla Slovenia, aveva anche il tifo petecchiale … E quant ca si veve i pedoi, vie dučh in une stanze e un al veve la macchinette e nus ha depilat  dučh i pei! ( Quando avevamo i pidocchi: via tutti in una stanza. E uno aveva una macchinetta e ci depilavano tutti i peli!).

Tosolini:

«Dopo la guerra facevo il contadino. Facevo qui il contadino, come mio papà che è morto nel 1948. E io, come lui, ero fittavolo da Pividori Giuseppe, “Bonat”. Io avevo la metà dei bozzoli ed il resto (della produzione n.d.r.) era tutto mio. Eravamo fittavoli, no, si pagava l’affitto del terreno. Hanno fatto nel 1937 il contratto di affittanza mio padre e mio fratello maggiore, ed allora si pagava 3.600 lire all’anno e metà dei bozzoli. Mio fratello maggiore faceva il meccanico e nel 1938 ha messo su l’officina ed è andato avanti. Si è sposato ed ha avuto tre figlie».

Laura parla poi di quanto narrato da Bruno Cacitti e cioè che i giovani che andarono partigiani non avevano spesso una precisa formazione politica, perché erano cresciuti sotto il fascismo, e così la scelta della formazione partigiana a cui aderirono spesso non era dettata da motivi ideologici.

Tosolini:

«Io si cjatavi chei dal fazolet vert i lavi cun chei dal fazolet vert ( Io se avessi incontrato quelli con il fazzoletto verde sarei andato con loro). Io no hai mai avût un partit. I soi stat sì fascist… Ma i fascisti facevano pagare la tessera (di fatto obbligatoria n.d.r.) a fasevin paiâ un aquilin, cinc liris. E a fasevin paiâ la tessere e dopo a fasevin il cors pre- militâr. A nus preparavin, a nus insegnavin cemut ca l’ere il fusîl, cemut ca ere la mitrae e dutas ches robas alì. Cusì a si ere già preparaz ( a la guere n.d.r.) a si saveve cemût ca l’ere il fat. Però an han sbagliāt, cemût chi hai dit prime: di ce ca han prometut a l’ere dut il contrari.
( Io non ho mai avuto partito. Sono stato solo fascista. Ma i fascisti facevano pagare la tessera e la facevano pagare un aquilino, cinque lire. E facevano pagare la tessera e dopo ci facevano il corso pre- militare. Ci preparavano, ci insegnavano come era fatto un fucile ed un mitragliatore, e tutte quelle cose lì. Così eravamo già pronti alla guerra, e si era addestrati. Però hanno sbagliato, come ho detto prima, perché di quello che hanno promesso non abbiamo visto nulla ma invece tutto il contrario!).

E aggiunge che egli però non ha raccontato ai suoi figli quello che ora dice a me, «perché allora nessuno diceva niente».

Laura sottolinea il valore di tramandare la propria esperienza di vita anche partigiana ai figli e nipoti ma Tosolini ritiene che i giovani siano poco interessati.

Poi racconta fatti personali, dei suoi figli e nipoti di cui è orgoglioso e della piccola Rebecca, la nipotina … Narra anche dei suoi mali più recenti, e dice «I hai avût un pôc di dut. ( Ho avuto diverse malattie)».

E la signora Bianca, la moglie, chiude dicendo:

« Ma tu seis chì a contale … »

E Tosolini: «E a fa inrabiā te».

 

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  1. Il fratello maggiore di Annibale Tosolini era nato nel 1915.
  2. Dato che non aveva soldi subito per pagare, il costo della merce veniva segnato sul libretto ma in Carnia il dovuto lievitava per eventuali interessi aggiuntivi.
  3. Attuale Pivka, in Slovenia.
  4. Trattasi del monte Obramec in Slovenia, alto 1131 m. Allora era in territorio italiano e poi fece parte della provincia di Lubiana.
  5. Fontana del Conte, in sloveno Knežak, è un paese frazione del comune di Bisterza, in Slovenia. (it.wikipedia.org/wiki/Fontana_del_Conte‎).
  6. Forse Celje, così chiamata perché vi erano i resti di un tempio di Marte. Infatti casa Marsu potrebbe essere un termine italiano ed uno sloveno per indicare. casa di Marte- Marsu in sloveno).
  7. Piccolo insediamento sulle colline a nord di Poljane nad Škofjo Loko attualmente nel Comune di Gorenja Vas-Poljane in Alta Carniola regione della Slovenia. (en.wikipedia.org/…/Delnice,_Gorenja_Vas–Poljane‎ n.d.r.)
  8. Qui intende, probabilmente, la resistenza slovena. Infatti: ”L’ esercito partigiano sloveno divenne formazione militare organizzata nella primavera del 1942” si legge in: Zdenko Čepič, Damijan Guštin, Nevenka Troha, La Slovenia durante la seconda guerra mondiale, ifsml, 1012, p. 114.
  9. Precisa, poi, che la salma fece rientro in Italia, con tante altre, nel 1954, e che andò con altri familiari ad attenderla a Bari. Poi fu tumulata nel sacrario del monte Bernadia, almeno così par di capire, anche se i familiari avrebbero preferito riposasse nel cimitero di Tarcento.
  10. Anche Dorimbergo, in sloveno Dornberk. (:it.wikipedia.org/wiki/Dorimbergo‎, in sloveno Dornberk).
  11. Derna Vattolo, nome di battaglia Ivana, figlia di Eliseo Gatti e Giuditta, era nata a Molinis di Tarcento il 17/9/1913, ed ivi risiedeva. Fu partigiana combattente dal 3/5/1944 al 24/6/1945 presso il Comando della Divisione Garibaldi Picelli-Tagliamento. Non figura tra le partigiane riconosciute come tali poiché la domanda di riconoscimento quale partigiana non pervenne mai alla Commissione. (Fonte: Patrick Del Negro per Anpi Udine).
  12. Il riferimento, probabilmente, è alla fucilazione di: Roberto Italo Aizza, Rinaldo Bobbera, Pasquale Cericco Pascolo, Ernesto Negro, barbaramente uccisi il 15 dicembre 1943 dai nazifascisti nei prati di Loneriacco di Tarcento. Ad essi, secondo Roberto Pignoni, si deve aggiungere Virgilio Blasizzo,, fratello di Natalina BIasizzo, Nina, la compagna di Carlo, Tarcisio Cescotto, impiccato il 29 febbraio 1945 a Villa Fior di Tarcento. ( Pignoni Roberto, Quei giorni sulla Bernadia vissuti da “Carlo” e “Nina”, in Il Messaggero Veneto, 28 febbraio 2014).
  13. Non sono riuscita ad identificare la persona.
  14. Canalutto è una frazione del comune di Torreano, nel Cividalese.
  15. Par di capire che prima non sapesse dov’era.
  16. La data a si riferisce alla ritirata della Divisione unificata Osoppo – Garibaldi Natisone dalla Zona Libera Orientale.
  17. Campo di Bonis è località in comune di Taipana, Italia.
  18. Tosolini pronuncia il suono dlce: Platiscis e Robediscis.
  19. Montemaggiore, frazione del comune di Taipana.
  20. Circhina, in sloveno: Cerkno, è attualmente un comune della Slovenia occidentale, nel cuore delle Alpi Giulie. (it.wikipedia.org/wiki/Circhina).
  21. Tribussa, in sloveno Gorenja Trebuša, è una frazione del comune di Tolmino in Slovenia. (it.wikipedia.org/wiki/Tribussa‎).
  22. Buccovo è Bukovo è un villaggio sito in una valle a sud ovest del Monte Kojca, in comune di Cerkno. (en.wikipedia.org/wiki/Bukovo,_Cerkno).
  23. Paniqua, in sloveno Ponikve, è un paese della Slovenia, frazione del comune di Tolmino. (it.wikipedia.org/wiki/Paniqua).
  24. In: Mautino Ferdinando, ( a cura di), Guerra di popolo, storia delle formazioni garibaldine friulane, – Un manoscritto del 1945 – 1946, Feltrinelli, 1981, cap. XIII, PP. 118- 132, si può trovare conferma di alcuni fatti narrati da Annibale Tosolini. In particolare a p. 131 si legge: «Itinerario della 157a brigata: Pulfero, Brizza, Tribil, Luico, Montenero, Ciadra, Rauna, Selo, Piedicolle, Novaki, Circhina, Zakris. La marcia viene effettuata dalle brigata nelle medesime condizioni delle altre e procede senza incidenti fino a Selo. Al passaggio del Bacia, la notte di Capodanno, il nemico, che le due notti precedenti aveva già avuto sentore del movimento della Divisione, e aveva sistemato numerose postazioni e ricevuto rinforzi a Tolmino, permesso il passaggio dell’avanguardia attaccava il grosso della colonna con numerosi mortai ed armi pesanti. Sorpresa nel momento in cui la testa della colonna era già in fondo alla valle, la brigata riesce a malapena a portarsi fuori tiro, risalendo il costone e abbandonando molti materiali, armi pesanti e feriti. La sorpresa costrinse la brigata a mutare percorso, con marce forzate in terreno sconosciuto e coperto di neve. Riorganizzati i reparti e sistemati i feriti negli ospedaletti sloveni, i nostri, la notte successiva, riescono ad attraversare il Bacia e la ferrovia passando tra due presidi nemici di Piedicolle e Collepietro e arrivano a Dancia dopo 23 ore di marcia con un metro di neve. All’ arrivo in zona mancano 40 uomini, quasi tutti del battaglione Manin». Per la storia della Divisione Natisone, cfr. anche cap. XVI, pp. 154 – 167.
  25. Secondo Giovanni Padoan, Vanni, il comandante del btg. Manin era Ferdinando Giorgiutti, nato a Savorgnano del Torre, nome di battaglia Rocco. ( Padoan Giovanni, Vanni, abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale, Del Bianco, 1965,p. 105).
  26. La croce la merito di guerra come partigiano fu concessa ad Annibale Tosolini il 1° marzo 1967 dal distretto militare di competenza.
  27. San Daniele del Carso, già San Daniele, Štanjel in sloveno, è una località facente parte del comune di Comeno, in Slovenia.
  28. Sesana, in sloveno Sežana, è un comune di 12.959 abitanti nella Slovenia sud-occidentale, posto nel cuore del Carso. (it.wikipedia.org/wiki/sesana‎).

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Molinis di Tarcento, 6 settembre 2013

 

Ho cercato di scrivere in friulano nel migliore dei modi, ma non sono un’esperta. Pertanto mi scusino i friulanisti se vi sono delle piccole inesattezze. Una copia del testo dell’ intervista è stato dato al signor Annibale Tosolini, per verifica,  che lo ha approvato così come viene riportato.

 Laura Matelda Puppini

 

Laura Matelda PuppiniSTORIAIntervista di Laura Matelda Puppini ad Annibale Tosolini, nome di battaglia 'Ulianov', garibaldino della Divisione Natisone, nato a Tricesimo il 18 agosto 1921. Molinis di Tarcento, 6 settembre 2013. Tosolini: «Sono nato a Tricesimo il 18 agosto 1921, e da piccolo abitavo a Leonacco. Mio padre si chiamava Tosolini Lino Valentino,...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI