Premessa.

Sono stata ad ascoltare, il primo maggio a Lauco, l’incontro promosso, come sempre, dal Pd, che poteva venir vissuto sia come un convegno aperto che chiuso ai tesserati e simpatizzanti. Comunque, sia come sia, ringrazio il Pd della Carnia per avermi lasciato ascoltare, anche se non intervenire, forse pure per mancanza di tempo, visto il numero moltiplicantesi di orazioni lunghe, sia previste che prevedibili. In ogni caso le riflessioni a cui gli interventi mi hanno portato non sono poche.

La prima, riferibile a tutta l’area governativa nazionale e regionale, non è di poco conto ed è relativa alla mancanza di visione di insieme, di valutazione degli effetti di ricaduta di alcune scelte sul territorio, di sufficienti elementi conoscitivi, proiettivi, statistici, strutturali, in sintesi di indagini coscienziose e puntuali non solo in un’ottica locale ma anche nazionale ed internazionale prima di intervenire.
Il “tutto subito e basta fare” di Renzi ha fatto scuola – penso sconsolata – e comunque neppure prima con Berlusconi era molto meglio, anche se però egli ha governato con una opposizione che manca all’attuale governo, avendo il partito democratico volto a destra dopo il patto del Nazareno. E non mi si dica che non è così.

Inoltre io non so francamente come si possa pensare ancora ad un rilancio dell’economia investendo in produzione, e quindi in un’ottica che viene definita neo- liberista, e che contempla una società basata sul noto “sciur padrun dali beli braghi bianchi” che caccia fuori denaro, ammesso ora che ne abbia e non sia solo immagine, e null’altro, e che deve venir osannato qualsiasi cosa dica e faccia, compresa la rapina del territorio. L’ossessione di far cassa per lo Stato dei ministri nazionali che sono sempre quelli, senza idee e privi, secondo me, di senso della realtà e di capacità di guidare una Nazione, con Renzi che se non è premier pare però non abbia mai perso il suo ruolo di mangiafuoco che tira i fili, ha fatto sì che si corresse a far modifiche al pregresso che stanno ritornando indietro come boomerang sulla popolazione. Secondo me, è ovvio che, anche se si iperproducesse, dopo aver prodotto bisogna vendere, e se la massa di poveri aumenta, non si sa chi potrebbe acquistare. (Cfr. cosa accadde in usa nel 1929 e la crisi italiana attuale in: Laura Matelda Puppini, Negli anni ’30, il New Deal fece uscire gli U.S.A. da una crisi senza precedenti. E noi come usciremo dalla crisi? in: www.nonsolocarnia.info).

Povertà e vendita dei beni primari, detti in Inglese necessities of life.

Ma la povertà aumenta pure per la liberalizzazione di servizi e beni primari: acqua, cibo naturale, energia, e per la mancanza di altri, quali aria pulita, ambiente tutelato, e ambiente sociale non violento. Non a caso i “beni primari” vengono definiti in Inglese: “Necessities of life” o “basic necessities”. E il far entrare beni primari come l’acqua o l’energia in un’ottica di mercato con gestione da parte di s.p.a.  ed il non essere gli stessi più sotto controllo dello Stato, come il loro costo pro capite, può causare fluttuazioni amplissime sulla capacità di spesa per altri beni, e può incidere pesantemente sull’economia nazionale e regionale. Insomma “L’acqua non si vende” non è solo uno slogan. Infatti che possono fare stato e regioni autonome, quando il prezzo per le necessità di base sono in mano a società dedite, per loro natura, al profitto? Chiediamocelo. E già il prossimo aumento del costo dell’acqua, ove la popolazione intera paga anche la depurazione industriale, viene definita da Eddi Gomboso, Presidente di Cafc, quello che ha fatto stagnare i contatori agli insolventi, “necessaria omologazione tariffaria”. (Giulia Zanello, L’acqua costa di più ma i gestori frenano: aumenti ridotti, in Messaggero Veneto, 4 maggio 2017). Il governo, inoltre, che ormai si identifica con lo stato, non deve solo far sorrisi al privato e aprire porte e finestre ad ogni sua richiesta, senza contrattazione alcuna, senza orgoglio alcuno, quasi ormai vivessimo con l’acqua alla gola, attendendo, appunto, un  “sciur padrun dali beli braghi bianchi”, che ci venga a salvare, quasi fosse Zorro, e che esiste solo nei fumetti.

Ma se non c’è il privato …. Se non c’è il privato c’è l’ente pubblico, anche se spesso qui si comporta come il privato, per forma mentale degli operatori, per mancanza di controlli, per una perversa commistione pubblico-privato, ove il primo foraggia il secondo, presente in Italia, per aspetti legati all’agire mafioso.

E come non aggiungere che in economia non vi può essere una situazione in cui le maggiori variabili che concorrono a formare il bilancio della nazione  variano di molto? Nel secondo dopoguerra, quando la povertà si palpava ovunque, il Parlamento italiano intervenne calmierando il costo delle “necessities of life”, del pane e del latte, del trasporto pubblico, e via dicendo.

Inoltre spesso, e scusatemi se lo scrivo, anche per accontentare il proprio elettorato reale o presunto, ma pure per ignoranza e per semplificazione dei problemi, il governo tende a finanziare a pioggia diversi settori, quando sarebbe indispensabile, invece, puntare le proprie forze e risorse su quello dei beni primari, ambientali, e sui servizi. Come si fa, per esempio, a chiudere gli occhi sulla vendita, in Carnia, di grossi appezzamenti boschivi, o di parcelle che unite li creano? Però quando dico così, mi si chiede come farei. Li comprerei io, se fossi la Regione Fvg o lo Stato, ed investirei in legno, ambiente e territorio. Non si possono vendere le Alpi, tutelate. Insomma se le Regioni a Statuto Speciale hanno delle capacità legislative, le utilizzino, e lo Stato intervenga a normare sulla proprietà dei suoi confini.

Per valorizzare il territorio bisogna, secondo me, guardare al passato ed al Trentino, ma non nel senso in cui diceva all’incontro citato Primo Blarzino, ricordando i tempi andati, ove i paesi erano pieni di bimbi, vacche, prati sfalciati, ed i carnici si accontentavano della miseria, e di maledire, senza farsi troppo sentire, il Governo. Si può invece guardare all’esperienza del gruppo della Cooperative Carniche, (Laura (Matelda) Puppini, Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche 1906- 1938, leggibile online in: www.nonsolocarnia.info),  puntare maggiormente sull’educazione civica e sugli aspetti morali ed etici, oltre che sulla valorizzazione della cultura anche tecnico – pratica, il cui bagaglio si va perdendo, sulla tutela del territorio ed dell’ambiente, e sulla ricostruzione di comunità che però devono essere politicamente rappresentate ed ascoltate.

Tutti dovremmo, infine, essere ambientalisti, dicevo un giorno rispondendo a Massimo Cacciari al Centro Balducci, se con detto termine si intende rispettosi del creato, della natura, ed attenti agli stessi. Ci sarà ancora tempo per questo? Non lo so, mentre Trump parla di nuove guerre e non pare interessato ad ambiente e clima, quasi i suoi nipoti potessero vivere a prescindere, come noi.

Il problema delle aree interne, problema antico “come le montagne”.

E si parlato pure, il primo maggio a Lauco, di aree “interne”, che anni fa venivano definite “sottosviluppate”, poi “emarginate” ecc .ecc. . (Cfr. Strategia aree interne, in: http://www.agenziacoesione.gov.it/it/arint/). In sintesi è una vita che si parla di come sviluppare e popolare la Carnia, proponendo talvolta, allora come ora, quasi fosse la panacea per tutti i mali, la defiscalizzazione, che, come sottolineato pure dall’assessore Torrenti, non è assolutamente una risposta adeguata perché non riduce i reali costi di una attività e non produce reddito.

Per quanto riguarda i problemi delle definite ora “aree interne”, figlie dell’aggregazione in grossi poli di produzione, lavoro e servizi, sono triti e ritriti, per nulla una novità, ed oggetto di incontri e ricerche di soluzione da decenni. Manca però, in partenza, uno studio organico,  situazionale ed economico strutturale, ed una ipotesi di risposta tenendo conto non solo del fatto che la montagna è una risorsa, ma anche che le Madonie sono diverse dalla Carnia. Dopo aver accentrato per decenni (Cfr. Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini), Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel ‘900 italiano, Ifsml, Kappa- vu, 2013, capitoli 26, 27 e 28), nonostante allora si fossero indicate alcune vie per migliorare l’economia montana, spesso disattese anche per mutare di governi, linee politiche ecc., ora si parla, con nonchalance, di ripopolamento, potenziamento dei servizi, ecc. ecc., ancora in modo teorico. E problemi di tale portata e che interessano altri paesi europei, non possono certo esser affidati, per la loro risoluzione, solo al povero sindaco Mentil di Paluzza, per una Carnia neppure intera, mentre l’accelerazione contraria è stata implementata dall’ulteriore depotenziamento dei servizi e dalla perdita di caserme e tribunale, aspetti su cui non si è intervenuti. Altro problema è rappresentato, poi, dalla mancata coordinazione fra leggi regionali e nazionali, con ognuno che va per conto proprio, con elemento unificante solo il lasciar vendere e togliere. Rispetto ai teorici obiettivi normativi, le possibilità di realizzazione degli stessi paiono proprio risicati. Va ben che alc a l’è alc e nue a l’è nue, ma così avremo solo palliativi per morire di asfissia lenta.  Insomma o si cambia modello economico o si muore. E mi si creda: non ci saranno “esperti – mentors” che risolveranno i problemi al tappeto venendo qui, in Carnia, ad imbonirci su cosa dovremmo fare, senza soldi e con una mentalità ormai da “sotàns” derivata dalla politica, in una società ed economia fluide ed imprevedibili, oltre che accentratrici. (Cfr. Tanja Ariis, “Mentors” in Carnia contro lo spopolamento, in Messaggero Veneto, 16 maggio 2017).

Le aree interne problema europeo e danese.

Nel numero di aprile di aprile 2017, Le Monde Diplomatique, tradotto in Italia da “Il Manifesto”, pubblicava un interessantissimo articolo di Nicolas Escach intitolato: “Rinascita dei deserti danesi” con occhiello: “La lotta delle regioni periferiche contro l’emarginazione” e sommario «La specializzazione delle economie nazionali provoca in Danimarca, come nei paesi vicini, il declino di molte aree periferiche. Per respingere le minacce che gravano sulla coesione sociale è stata elaborata un’alternativa alla concentrazione dei poteri nei grandi centri urbani, basata sul rilancio della democrazia locale attraverso pratiche cooperative innovatrici». E così inizia: «Vejby era una comunità dinamica nel nord dello Jutland. In questa località c’erano tre negozi di alimentari, un gruppo di artigiani e diversi coltivatori. Ogni anno, durante i tre giorni della festa estiva, accoglieva centocinquanta visitatori. Da quando i festeggiamenti sono stati ridotti ad una mezza giornata, attira a malapena una trentina di persone. Il governo ha cancellato la fermata dei pullman regionali, e gli studenti sono costretti a spostarsi di diversi chilometri per andare a scuola». Ma Vejby non è il solo paese a trovarsi in questa situazione. Infatti così si legge poi, sempre sullo stesso articolo: «Dall’inizio degli anni 1990, in Danimarca si è creato un profondo divario tra le regioni urbane sempre più popolose, Copenhagen e Aarthus in testa, e le periferie sempre più relegate ai margini». (Ivi). Danimarca come Italia? Pare proprio di sì, anche se in Italia il problema è meno recente. Cause? La specializzazione delle economie, unita alla critica, per non dire quasi avversione, secondo me, dimostrata dall’Europa che ormai pare essere solo della finanza verso lo stato sociale, ed alle politiche dei conservatori, a cui si aggiunge la centralizzazione in pochi poli di attività produttive, servizi e cultura, con conseguente spopolamento cronico dovuto ad un impossibile pendolarismo quotidiano come alternativa. (Nicolas Escach, op. cit., e Romano Marchetti, op. cit., pp. 310-312). 

Così anche in Danimarca ha fatto capolino la povertà fino alla periferia di Copenhagen, producendo, sempre secondo Escach, uno sviluppo a doppia velocità, che ha abbandonato le forme tradizionalmente cooperative unite alla valorizzazione dello spirito nazionale e della tutela ambientale. (Nicolas Escach, op. cit.). In sintesi la Danimarca ha seguito la politica economica dell’Europa della finanza, rivelatasi un vero disastro.

Ma continuiamo la lettura dell’interessantissimo articolo. «Nonostante i primi Ministri, dal 2001 per lo più liberali, abbiano regolarmente assunto la difesa delle periferie nei loro discorsi, le tante iniziative a favore di soluzioni locali si sono scontrate con la volontà di ridurre la spesa pubblica attraverso la “razionalizzazione” dei costi». (Ivi). Come? Diminuendo il numero dei comuni, per esempio, togliendo 14 contee e formando 5 regioni, municipalizzando alcuni servizi, come sanità, impiego, trasporti, ambiente e molti servizi sociali, riunendo in luoghi polifunzionali servizi pubblici. Qui come là. Solo che in Italia la politica iniziata da conservatori è stata proseguita ed implementata anche dai nuovi liberali, che sono i Pd, in piena tendenza con la supremazia della finanza, con i risultati che si vedono qui come là. In Danimarca, però, impiegati e funzionari pubblici sono stati spostati dal centro alla periferia, creando pure problemi, con rifiuti dei soggetti a muoversi verso territori ove le municipalità, nuovo ente pagatore, erano più povere, e si poteva rischiare il posto di lavoro. Qui, invece, tutto odora di super-centralizzazione. E comunque anche in Danimarca: «Mentre i funzionari vengono promossi con condizioni più che decorose, molti abitanti dello Jutland perdono il lavoro nella totale indifferenza». La continuità territoriale è garantita dallo Stato solo sotto forma di trasporto a prezzi agevolati, come si intravede anche in Carnia, e si spera così di attirare popolazione e attività produttive, come non si sa. Il Governo danese ha deciso di puntare, poi, su dieci progetti costieri che prevedono parchi, porti turistici, aree industriali e itinerari didattici naturalistici, onde lanciare il turismo, derogando, pure, ad alcuni limiti imposti all’ urbanistica, con il risultato di far insorgere la popolazione locale. (Ivi). Ma si giungerà davvero ad un risultato, o qui come là si va avanti alla giornata, senza adeguata valutazione delle variabili in interazione?

Intanto ….

In Danimarca gli abitanti delle regioni coinvolte hanno sposato il “fai da te” con alcuni privati, ma in contesto diverso da quello italiano e carnico, in risposta alla desertificazione del territorio ancor prima che lo Stato intervenisse, e si è fatta una politica che favorisse le energie rinnovabili: sono così sorti impianti di energia mareomotrice, ed eolici, anche per esportazione, e si utilizza pure manodopera migrante se del caso. Inoltre si favoriscono piccole cooperative di produzione energetica locale, si incoraggia la creazione di “communities”, cioè di poli locali di aggregazione per la gestione di beni comuni, formata dagli abitanti. E qui in Italia che si fa, invece? Si accentra ancora, quasi fossimo negli anni ’50- ’60, e leggere Romano Marchetti per credere, mentre si dovrebbe guardare a Secab ed a Cic (Cooperativa Indotto Carnia). (Nel merito cfr. Laura Matelda Puppini, Montagna, imprenditorialità, cooperazione: con l’anpi a Paluzza, in: nonsolocarnia.info).

Ed ancora: qui, in Fvg, gli esperti scrivono testi e parlano ma non decidono, mentre in Danimarca un professore di scienze ambientali ha preso in mano, insieme alla municipalità, un progetto di produzione energetica, poi realizzato. Ma era persona affidabile. Ed il modello di Samsø, che punta su ambiente, partecipazione, cooperazione, è diventato di interesse mondiale. (Roberto Giovannini, Samso, modello Danimarca: l’ecorivoluzione è cooperativa, La Stampa 31 marzo 2017). In Carnia tutto già visto con il gruppo delle cooperative carniche, distrutto dal fascismo. (Cfr. Laura [Matelda] Puppini, Cooperare per vivere, op. cit.).

E possibile qui un modello di sviluppo sostenibile come a Samsø?

Un modello di sviluppo sostenibile come quello di Samsø è fattibile in Danimarca perché supportato dalle prestazioni sociali date dallo Stato e dalla responsabilizzazione dei cittadini. Là la viariabile “condizioni di lavoro” e la conseguente contribuzione sociale sono rimaste immutate, qui si è al caos con lo jobs act, il moltiplicarsi dei lavoratori a partita iva, la precarizzazione e la schiavizzazione del lavoro. (cfr. Antonio Bevere, Il lavoro forzato e i diritti negati, in: Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2017). Ed in Italia il modello mafia e corruzione, con aggregati, pare ancora imporsi, mentre i politici parlano d’altro, pensano alle elezioni, danno in mano a società per azioni beni primari,  e primeggiano la logica dei furbetti, che fa tanto trendy, e l’evasione fiscale. Come non dare ragione a chi dice che gli investitori in Italia non vengono perché inaffidabile? 

Inoltre in Danimarca creano anche carte tematiche del territorio nazionale, qui si procede senza programmazione, studi di impatto ambientale, così, tappando buchi e cercando immagine, spendendo a caso, e facendo politiche personalistiche, fra mezzi scandali, scandali interi, e le solite arti, tutte italiche, di insabbiamento e similari, che ci fanno sentire paese da America Latina.   

Altro limite per l’applicabilità del modello Samsø all’Italia risulta essere la mancanza dello Stato e la tendenza alla liberalizzazione selvaggia, che sa di svendita e sbaraccamento. Inoltre, come ben scrive Antonio Bevere nel suo articolo già citato, in Italia, ormai, i diritti dei lavoratori risultano indifendibili, ed essi sono alla mercè dei datori di lavoro, resi totalmente muti dalle condizioni create dalla legge, con la totale liberalizzazione dei contratti a termine per tre anni, l’introduzione del licenziamento per semplice fatto materiale, o ai fini di profitto di impresa, e disposti a lavorare a qualsiasi condizione, come avveniva nel 1800. (Antonio Bevere, op. cit.). Questo dobbiamo al Pd, a Renzi ed a Poletti, con altri al seguito. In questa situazione, tutta italiana, come si vorrebbe risolvere il problema delle aree interne, quando la Nazione agonizza? – mi chiedo.

Ma ritornando alla Danimarca, là si sta diffondendo, nei territori emarginati, una cultura alternativa, legata alle specifiche territorialità, ma che pure dà una reale visione delle problematiche del paese, non quella istituzionale. E si riparla di decentramento di scuole, università, di microcredito, per contrastare lo schiacciamento ad opera dei grossi poli. E secondo Kaare Dybvad, deputato social democratico, le aree periferiche hanno degli innegabili vantaggi: gli affitti risultano più bassi, si vive maggiormente a contatto con la natura, vi è possibilità di investire in agricoltura, turismo, nuove tecnologie. (Ivi). Ma queste soluzioni non tengono conto, qui come là, dello spopolamento, dell’età anziana, di quanto guadagna la media degli abitanti del paese, e via dicendo. E si è ancora in una logica di “sviluppo” “concorrenza” e “libero mercato” che prosciugano la terra e la portano verso il baratro, oltre che riempirla di rifiuti. Forse poco e meglio, è una delle soluzioni, ed il rispetto dell’ambiente, per non morire. (Cfr. Laura Matelda Puppini, Economia solidale: una proposta di legge in Fvg, un cambio di mentalità e cultura per tutti, verso un domani diverso dall’oggi, in: nonsolocarnia.info, e Santo Padre Francesco, Laudato si’, sulla cura della casa comune, in: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html). Intanto, grazie al nostro governo pregresso ed attuale, che continua a seguire le stesse regole imposte dal berluscon – renzismo, il debito pubblico italiano è ulteriormente aumentato, per la precisione di 20 miliardi in un mese, superando globalmente, i 2.2.60 miliardi, a causa di maggiori esborsi per richieste e minori entrate, come prevedibile. (Nuovo record storico per il debito pubblico italiano, in http://www.huffingtonpost.it/2017/05/15/nuovo-record-storico-per-il-debito-pubblico-italiano_a_22086935/).  Ci hanno tagliato vita e sanità, hanno distrutto il futuro a giovani e famiglie non loro, e questo è il risultato?

Attendiamo, almeno, che Poletti e Padoan vadano a casa, e vengano sostituiti da uno che sa fare la politica della brava massaia.

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Scrivo queste righe senza intenzione di offendere alcuno,  attenta solo ad alcuni aspetti e conoscenze di economia ed a quanto ha detto Papa Francesco, per porre alcune cosiderazioni su fatti di attualità e per aprire un dibattito su temi che non si possono più demandare. E se erro correggetemi.

Laura Matelda Puppini

L’immagine che correda l’articolo, con la scritta “Strategie Aree Interne che ho omesso per ragioni di immagine, è il logo di: Strategie Aree interne ed è stata tratta da: http://www.agenziacoesione.gov.it/it/arint/.

 

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