Vorrei parlare qui di un argomento particolarmente interessante e molto sottovalutato: la condizione del fu impero germanico alla fine della prima guerra mondiale e di come essa portò all’ascesa del nazismo che godette, inizialmente, di un forte appoggio nei ceti popolari più poveri, che si riconoscevano in qualcosa dopo aver perso tutto. E come ci racconta l’autore di “Il nazista ed il barbiere”, Edgar Hilsenrath, a poco a poco folle oceaniche, uscite dalla guerra in miseria e che vedevano profilarsi all’orizzonte una situazione ancor più nera, iniziarono a riconoscersi in nuovi simboli come la svastica (segno antico di primavera), nell’ ‘Heil Hitler’ (Hitler la salvezza), nel braccio teso, nel sogno di una grande Germania in mano a chi era di stirpe tedesca e parlava tedesco. Inoltre non bisogna sottovalutare il fatto che il Partito Nazista si definiva nazionalsocialista, avendo quindi un occhio di riguardo proprio verso il ceto popolare.

E intendo scrivere brevemente su questo argomento, perché in questo momento storico quanto accadde allora dovrebbe far riflettere i governi, in particolare quello italiano per alcune similitudini ed analogie.

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Siamo alla fine del 1918. La prima guerra mondiale è finita lasciando dietro di sé l’impero germanico in macerie. Guglielmo II di Hohenzollern è costretto ad abdicare. «Al termine della prima guerra mondiale, crollato nella sconfitta l’impero degli Hohenzollern, la Germania si trasformò in Repubblica. Nel periodo di gestazione dei nuovi ordinamenti, il paese fu agitato dalle lotte fra la minoranza comunista che si batteva per la fondazione di una repubblica sovietica simile a quella russa e una netta maggioranza anticomunista, guidata dai socialdemocratici, decisa a far trionfare soluzioni istituzionali liberal-democratiche». (1).

La situazione sociale, alla fine della guerra, in Germania è incandescente.  Dopo gli ammutinamenti di Kiel del 3 novembre 1918, ve ne furono altri, e presero forma pure atti di disarmo, occupazioni dei municipi, manifestazioni di massa e fraternizzazione degli operai e dei soldati disertori in tutto il territorio tedesco. Il 9 novembre un grande sciopero generale investì Berlino. (2). Tentativi rivoluzionari finirono soffocati nel sangue, ed a Berlino, nella cosiddetta “settimana di sangue” (10-17 gennaio 1919) vennero trucidati molti insorti compresi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Ma anche a Monaco, autoproclamatasi ‘Repubblica dei Consigli’, la repressione attuata dal governo centrale, nel maggio di quell’ anno, fu feroce. (3).

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Nel frattempo, il 19 gennaio 1919, finita la settimana di sangue, fu eletta, a suffragio universale, un’Assemblea costituente, che proclamò, nel mese di agosto di quell’ anno, la nuova costituzione tedesca. I lavori per approntarne il testo si svolsero nella città di Weimar e da qui derivò il nome di “Repubblica di Weimar” al nuovo stato tedesco. Essa era organizzata come uno stato federale costituito da 17 Länder. Il governo era presieduto da un cancelliere che doveva rispondere del proprio operato al Parlamento (Reichstag) cui competeva il potere legislativo.

Il Presidente della Repubblica doveva venir eletto ogni 7 anni direttamente dal popolo ed era pure capo di governo e dell’esercito con ampi poteri decisionali. Il primo Presidente della Repubblica di Weimar fu il socialdemocratico Friedrich Erbert (4) eletto dalla stessa assemblea costituente (5).

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Ma mentre lo Stato cercava una sua stabilità, nel 1920 vi fu un tentativo di colpo di Stato che ebbe luogo dal 13 al 17 marzo di quell’anno. Esso fu orchestrato da elementi della destra tedesca tra cui l’ufficiale Wolfgang Kapp (da cui Putsch di Kapp) e il generale Walther von Lüttwitz, con il supporto di unità della Reichswehr (l’esercito tedesco) e dei Freikorps, gruppi paramilitari di ex soldati. (6).

«Il 13 marzo 1920, le truppe dei Freikorps marciarono su Berlino e occuparono i punti strategici della città. Wolfgang Kapp dichiarò la formazione di un nuovo governo ma incontrò una forte resistenza da parte dei lavoratori e dei sindacati, che organizzarono uno sciopero generale paralizzando il paese. Dopo pochi giorni, il colpo di Stato fallì a causa della mancanza di sostegno popolare e dell’opposizione diffusa. Kapp e Lüttwitz fuggirono all’estero, e il governo legittimo tornò al potere, anche se l’evento evidenziò la fragilità della giovane Repubblica di Weimar e le profonde divisioni politiche presenti in Germania». (7).

Ma neppure le rimanenti sacche di resistenza socialiste, quali l’armata rossa della Ruhr, che avevano come obiettivo l’espropriazione dell’industria pesante a beneficio degli operai furono supportate da Ebert, e le proteste furono ancora una volta represse nel sangue. (8).

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In sintesi la Germania cercava di darsi un volto nuovo a livello organizzativo ma restavano da affrontare ed ancora irrisolti i problemi dell’economia, della ricostruzione di infrastrutture e di quanto distrutto e del pagamento dei danni di guerra, ingentissimi, che segnarono la storia della Germania, uscita perdente. Ma neppure in Italia, nazione che si trovava fra i vincitori, la situazione era rosea ed era caratterizzata da una  grave mancanza di lavoro e di denaro e la popolazione viveva segnata da miseria ed incertezza. Ma così finiscono per tutti le guerre, portatrici di orrore povertà e morte. 

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ECONOMIA TEDESCA E DANNI DI GUERRA.

Nel dopoguerra la sorte della Germania fu determinata in particolar modo dal comportamento degli Alleati usciti vincitori dal primo conflitto mondiale, che vedeva anche l’Austria perdente. Essi non volevano una ripresa dell’industria pesante tedesca, fiore all’occhiello della nazione, la cui distruzione era stata uno dei motivi della guerra ma che, per la Germania, era stata anche una enorme fonte di lavoro per la popolazione.

Così la Commissione incaricata di stabilire l’ammontare dei risarcimenti dovuti dalla Germania a coloro che avevano vinto la guerra previsti dal Trattato di Versailles (firmato il 28 giugno 1919) «concluse i suoi lavori nell’ aprile del 1921 presentando un conto di 132 miliardi di marchi d’oro sufficiente – se fosse stato effettivamente pagato per intero – a distruggere l’economia tedesca per interi decenni». (9).

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Nel calcolo degli Alleati, la Germania doveva bensì esser mantenuta nel campo occidentale, come baluardo contro la rivoluzione mondiale del proletariato che era nel programma del Komintern, ma doveva nello stesso tempo essere sottoposta a rigoroso controllo, soprattutto perché, malgrado i danni di guerra e le ingenti perdite territoriali, essa dava segni precoci ed indubitabili di forti capacità di ripresa. (10).

Basti ricordare che tutto l’apparato tedesco ferroviario fu ricostruito fra il 1919 ed il 1923, grazie anche alle capacità ed alla cultura industriale delle maestranze, dei tecnici, dei ‘manager’ oltre che alle risorse del paese adeguatamente sfruttate.

Uno degli industriali più operosi allora fu Hugo Stinness, magnate del carbone e dell’acciaio, deciso a salvaguardare l’indipendenza economica e politica della Germania e di riflesso, quella sua personale. Con l’Occidente contrario a questo disegno, egli decise di volgere a tastare il terreno per fare importanti accordi commerciali con l’URSS. Favorevole ad accordi economici con l’Urss risultava anche il partito militare guidato, dietro le quinte, dal comandante in capo dell’esercito tedesco Hans Von Seeckt (11). Infatti rimettere in piedi l’industria pesante permetteva pure di riprendere a fabbricare armi, che dopo la prima guerra mondiale mancavano, oltre che infrastrutture e trasporti. (12). 

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L’ ACCORDO GERMANIA – URSS.

Un accordo con l’URSS avrebbe permesso al Germania di insediare proprie fabbriche sul suo territorio sfruttandone anche le notevoli fonti energetiche, all’ Unione Sovietica di sviluppare conoscenze tecniche, scientifiche e culturali a favore della propria industrializzazione.

Nel maggio 1921 si giunse infine al primo accordo commerciale fra la Repubblica di Weimar e l’Urss, che «contribuì ad incrementare notevolmente gli scambi tra i due paesi». (13). Quindi i rapporti tra le due nazioni si fecero via via più stretti e si giunse al ‘Trattato di Rapallo’ siglato il 16 aprile 1922 che sancì  la ripresa delle normali relazioni diplomatiche fra i due paesi, che rinunciavano a qualsiasi rivendicazione rimasta pendente e si impegnavano a intensificare i loro rapporti economici “in uno spirito di buona volontà”. (14).

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Il trattato ebbe rapida attuazione. In un ‘batter d’occhio’ sorsero numerose società commerciali miste tedesco- sovietiche, che permisero di superare le difficoltà di scambio derivanti dalle differenze economico- giuridiche presenti nelle due nazioni. «Le industrie Krupp provvidero all’insediamento sul fiume Manyč, tributario del Don, di una fabbrica di trattori e di una grande azienda agricola meccanizzata. Forte impulso ebbe naturalmente anche la produzione bellica, dato che entrambi i paesi aspiravano a superare l’enorme inferiorità che li separava dalle altre grandi potenze mondiali: grazie all’ apporto di tecnici, maestranze e materiale germanico, fabbriche di aerei, di proiettili e di carri armati sorsero rispettivamente presso Mosca, negli Urali e a Kazan». (15).

Già alla fine del 1922 il bilancio dell’operazione risultava nettamente positivo: nel 1921 l’Inghilterra aveva contribuito alle importazioni russe per il 29% del loro volume, la Germania per il 25%. Ma l’anno seguente l’Inghilterra scendeva al 18, 8% mentre la Germania contribuiva alle esportazioni verso l’Urss per il 32,8%. (16). Insomma si stava aprendo una grande occasione di crescita economica e di scambio tra la Repubblica di Weimer e l’Urss.

Però, a questo punto, qualcuno pensò che detto accordo si dovesse fermare, e furono la Francia ed il Belgio.

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L’OCCUPAZIONE DELLA RUHR ED IL PIANO DAWES.

L’11 gennaio 1923, Francia e Belgio, arbitrariamente e senza preavviso, occuparono il bacino tedesco della Ruhr, che da solo forniva alla Germania i quattro quinti del fabbisogno di carbone ed acciaio per l’industria pesante. Il motivo ufficiale fu il rifarsi delle mancate corresponsioni per i danni di guerra, ma di fatto impediva il proseguimento dell’esperienza russo – tedesca in ambito economico e, di riflesso, il tentativo di sollevarsi della Repubblica di Weimar dalla crisi profonda in cui si era trovata subito dopo la prima guerra mondiale ed il riprendersi dell’economia.  (17).

Il governo tedesco rispose all’ invasione franco-belga promuovendo la ‘resistenza passiva ‘ ed i lavoratori della Ruhr entrarono in sciopero ad oltranza, sostenuti dalle finanze pubbliche. Ma questa situazione di stallo costrinse il governo a stampare una immensa quantità di moneta e l’inflazione raggiunse livelli vertiginosi. «In pochi mesi il marco, già svalutatissimo, si svalutò ulteriormente di 26 milioni di volte, tanto che alla fine del 1923, un dollaro si scambiava con 4200 miliardi di marchi. A questo punto fu naturalmente necessario ritirare la vecchia moneta dalla circolazione e sostituirla con un nuovo marco […]». (18).

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La nuova situazione creatasi in Germania con l’invasione della Ruhr, il blocco del lavoro e la immissione sul mercato del nuovo marco gettarono il popolo tedesco, che si vedeva senza lavoro e con l’economia bloccata, nella “più nera disperazione”. Infatti l’inflazione aveva vanificato in un lampo i risparmi accumulati in anni di lavoro tenace, miseria e disoccupazione incombevano, le virtù piccolo borghesi su cui si era retta la nazione (previdenza, costumatezza rispetto dei propri obblighi sociali) erano svanite come neve al sole. Così iniziarono a prendere piede movimenti sciovinisti che accusavano i firmatari della resa del 1918 di aver consegnato la Germania al saccheggio e che fecero presa sulla popolazione alla fame, stremata e che aveva perso tutto. E fra questi vi era il movimento nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler. E furono proprio i nazionalsocialisti che fomentarono, l’8-9 novembre 1923, una ribellione popolare a Monaco, che fu repressa e portò Hitler in carcere. (19).

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Alla fine del 1923, intervennero gli Stati Uniti, che si ritenevano direttamente interessati a quanto stava accadendo in Europa anche perché la Francia non poteva pagare loro i suoi debiti di guerra se la Germania non avesse corrisposto il dovuto. «In questa prospettiva il finanziere americano Charles G. Dawes mise a punto un piano di ricostruzione dell’economia tedesca, o meglio “una manovra finanziaria con cui l’America mise la Germania in condizione di pagare i debiti verso gli Alleati, affinché questi saldassero i propri con l’America”» (20).

Però si comprende pure come Francia Belgio ed Usa avessero voluto distruggere l’accordo tra la Repubblica di Weimar e l’Urss che aveva dato buoni frutti sostituendosi agli stessi governanti della Germania per quanto riguarda la sua economia e finanza, mandandola prima in crisi occupando la Ruhr per poi presentarsi come i salvatori. 

Di fatto il piano Dawes iniziò ad esser attuato dall’agosto 1924. I francesi sgombrarono la Ruhr, la Banca Centrale Tedesca (Reichsbank) fu sottoposta alla sorveglianza degli Alleati e affidata alla direzione di Hjalmar Schacht, che fece della stabilità del nuovo marco, che conveniva anche alla Francia, al Belgio ed agli Usa, insomma alla finanza occidentale il fine della sua politica, ma che creò una feroce stretta creditizia che moltiplicò i fallimenti industriali. Così negli anni seguenti affluirono in Germania numerosissimi prestiti privati a breve termine da Inghilterra e Usa ma con alto tasso di interesse. (21).

Inoltre per chi ormai guidava l’economia tedesca, non era assolutamente importante sostenere e rilanciare l’industria pesante ad alto contenuto tecnologico e ad alta intensità di capitale ma quella leggera, con la minima spesa possibile. Inoltre la rete ferroviaria che tedesca, che era stata gestita dallo Stato e che praticava prezzi bassi alla popolazione, venne privatizzata portando ad una situazione di minima spesa con massimo profitto. (22). Il prelievo fiscale aumentò ed era funzionale al pagamento dei danni di guerra, e sotto il piano Usa vennero favorite le esportazioni di materie prime (carbone e materiali ferrosi) verso altri stati o di semilavorati a basso contenuto di valore aggiunto. (23).

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Inoltre perché il piano americano andasse a buon fine, occorreva che le leve della produzione fossero nelle mani di poche persone fidate e concordi sulla sua linea. Ma per ottenere questo risultato venne favorita la realizzazione di nuovi enormi gruppi di gestione dei beni statali (trust). Però il piano si fermò con la crisi del 1929, che costrinse gli investitori Usa a ritirare i loro finanziamenti e capitali dalla Germania, ed il piano Dawes crollò come un castello di carte al minimo vento. Ma bisogna pure riconoscere che la ricostruzione dell’economia tedesca sotto gli USA «era stata in realtà fin dall’ inizio più simile a uno sfruttamento semicoloniale della Germania che a una reale espansione dele sue capacità produttive». (24).

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Infine sempre per Augusto Camera e Renato Faibetti, la situazione pesante venutasi a creare in Germania dipese da quanto deciso dalle forze alleate vincitrici della prima guerra mondiale con la Conferenza di Parigi ed il trattato di Versailles che imponevano alla Germania di risarcire tutti i danni di guerra mentre veniva privata delle ingenti risorse economiche presenti nella Saar, prima della guerra tedesca e poi amministrata dalla neonata Società delle Nazioni, nei Sudeti, passati alla neonata Cecoslovacchia, nell’Alta Slesia, passata alla Polonia. E certamente questa politica colonialista europea, che tendeva ad impoverire la Germania non fece altro che fomentare il nazionalismo tedesco, aprendo la strada al nazismo, a cui, dopo il 1929, iniziarono a guardare anche i nuovi gruppi industriali tedeschi. (25).

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Per ora mi fermo qui ma senza queste premesse non si possono capire i 25 punti del programma nazista, presentati da Adolf Hitler il 24 febbraio 1920 in una birreria di Monaco la Hofbräuhaus, ed il favore popolare che ottennero, che riporterò nell’ articolo successivo. Inoltre questa storia può certamente far riflettere anche sull’oggi italiano ed europeo.

Laura Matelda Puppini

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Note.

  1. Augusto Camera, Renato Fabietti, Storia 3. Dal 1848 ai giorni nostri. Seconda edizione, Zanichelli ed., Bo, 1980, p. 298.
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Ebert
  3. Augusto Camera, Renato Fabietti, op. cit., p. 299.
  4. Friedrich Erbert era nato nel 1871 ad Heidelberg ed era figlio di un sarto. Artigiano sellaio, ancora giovane si dedicò al giornalismo politico, si impegnò come sindacalista e come appartenente al Partito Socialdemocratico, diventando leader della sua ala sinistra e suo segretario generale nel 1905. Nel 1919 fu eletto Presidente della Repubblica di Weimar. Morì nel 1925.
  5. Augusto Camera, Renato Fabietti, op. cit., pp. 298-299.
  6. https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Ebert
  7. Ibidem 
  8. Ibidem 
  9. Augusto Camera, Renato Fabietti, op. cit., p. 299.
  10. Ibidem. 
  11. Hans Von Seeckt è stato un Generale tedesco nato a Schleswig nel 1866 e morto a Berlino nel 1936. Già generale durante la Prima guerra mondiale, realizzò lo sfondamento del fronte russo Gorlice-Tarnow (maggio 1915) e le successive conquiste della Serbia (1915) e della Romania (1916-17), divenendo, dal 1917, capo di stato maggiore dell’esercito ottomano. Consigliere militare della delegazione tedesca a Versailles, capo (nov. 1919) del Truppenamt, che sostituì il vecchio stato maggiore imperiale, e poi comandante in capo dell’esercito (1920), si adoperò per la riorganizzazione delle truppe, facendo dei centomila uomini permessi dal trattato di pace una forza estremamente efficace e il futuro nucleo direttivo di un ben più potente esercito. Convinto che fosse inevitabile una nuova guerra con la Francia, iniziò una stretta collaborazione con lo stato maggiore sovietico, sancita dagli accordi segreti conclusi con il Trattato di Rapallo (1922) e diretta a eludere le clausole contro il riarmo della Germania imposte a Versailles. Dimessosi nel 1926, fu deputato (1930-32) del Deutsche Volkspartei e più tardi (1934-35) consigliere militare di Jiang Jieshi. (https://www.treccani.it/enciclopedia/hans-von-seeckt_(Dizionario-di-Storia)/).
  12. Augusto Camera, Renato Fabietti, op. cit., pp. 299-300.
  13. Ivi, p. 300.
  14. Ibidem.
  15. Ibidem. 
  16. Ibidem.
  17. Ivi, p. 301.
  18. Ibidem. 
  19. Ivi, pp. 301 – 302.
  20. Ivi, p. 302.
  21. Ibidem. 
  22. Ibidem. 
  23. Ivi, p. 303.
  24. Ibidem. 
  25. Ivi, p. 223 e p. 303.

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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta la firma del trattato di Rapallo ed è tratta da: https://www.fattiperlastoria.it/repubblica-di-weimar-storia-formazione-espansione/. L.M.P.

 

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