Filip Stefanović, su East Journal scrive, oggi 5 febbraio 2015, su come l’economia abbia esautorato la democrazia facendo da paravento per le politiche del rigore.

E così egli si esprime: «Partiamo dalla più banale delle constatazioni: nel corso degli ultimi tre decenni l’economia ha assunto un peso sempre più preponderante nella vita politica, divenendo, tra reagan-tatcherismo e neoliberismo, giustificazione primaria per una certa condotta della res publica».

Ma di quale economia si tratta ed in funzione dell’interesse di chi? Questo è secondo me il problema.
L’autore, economista, sottolinea come il neoliberismo sia stato trasformato nell’Economia con la E maiuscola, un assoluto senza addentellato alcuno con il contesto sociale. Insomma, direi io, è come si parlasse in casa di fare i conti senza tener conto delle esigenze e dei contesti, oltre che dell’ammontare della cifra disponibile e da ripartire fra esigenze primarie e secondarie.
L’ economia, sempre secondo Stefanović, si è imposta nei decenni recenti proprio grazie alla sua presunta aurea di oggettività, che ha permesso a determinate politiche, sotto l’ombrello concettuale del neoliberismo, di assumere maggiore peso, anche in quanto alternativa ad altre soluzioni definite comuniste, almeno questo par di capire.
E così – continua Stefanović, «mentre l’opinione pubblica si lascia ossessionare dalla spesa pubblica o dagli indici di produttività, i veri fattori di instabilità sistemica, peraltro i più difficili da spiegare alla gran parte della popolazione, vengono ignorati», per esempio la finanziarizzazione dell’economia e la speculazione finanziaria.

Ed ormai, sempre secondo Filip Stefanović, un governo deve piacere, pare, non tanto ai cittadini elettori, quanto ai mercati globali, con una accentuazione politica in senso antidemocratico. E come dargli torto?
E termina scrivendo che:« […] c’è bisogno di più economia e meno economia politica!Occorre che la disciplina economica ritrovi onestà interpretativa senza piegare pretestuosamente la realtà a concetti preconfezionati».
(Articolo di riferimento: Stefanović Filip, Del come l’economia ha esautorato la democrazia facendo da paravento per le politiche del rigore, in East Journal, 5/2/2015).

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Scrivevo nel merito, nel lontano 2011, per quanto riguarda la spesa per i servizi pubblici, che: «É cosa nota che i servizi non rappresentino la parte attiva dei bilanci dello Stato e delle regioni, altrimenti non si chiamerebbero servizi. Ed una impostazione dell’economia basata solo sul profitto non può certo potenziare i servizi. Ma se invece di una politica neo – liberista si scegliesse, coraggiosamente, di sostenere il welfare state? Ed a proposito mi pare interessante ricordare il pensiero del notissimo economista Federico Caffè, che: portò in Italia la conoscenza del pensiero economico di Keynes e dell’esperimento del primo welfare state, allora in corso in Inghilterra; dedicò particolare attenzione ad economisti scandinavi quali Gunnar Myrdal, Frederick Zeuthen,ed alle esperienze di tali paesi sempre relativamente al welfare. Egli, come ricordò Epifani della CGIL nazionale alla presentazione dei 2 volumi dedicati a Federico Caffè, entrò «in polemica, suo malgrado e nonostante la reciproca stima personale, con alcuni dei più prestigiosi economisti di ‘ideologia liberista’ per il fatto che si erano “chiusi nel cerchio magico (…) di un ‘dogmatismo liberale’ nell’ambito del quale credono di risolvere ogni problema con l’invocazione delle formule dell’automatico funzionamento del meccanismo del mercato”». (Laura Matelda Puppini, carnia.la, 3 aprile 2011).

E Caffè espressamente dichiarò: «Così oggi ci si trastulla nominalisticamente nella ricerca di un nuovo modello di sviluppo e si continua ad ignorare che esso, nelle sue ispirazioni ideali è racchiuso nella Costituzione, e nelle condizioni tecniche è illustrato nell’insieme degli studi della Commissione economica del Ministero per la Costituente».

E ancora: «È molto frequente nelle discussioni correnti rilevare un’insistenza metodica sui vantaggi operativi del sistema mercato, e magari su tutto ciò che ne intralci lo “spontaneo” meccanismo, senza alcuna contestuale avvertenza sui connaturali difetti del meccanismo stesso».

Aveva del tutto torto Federico Caffè, docente universitario, e stimato collaboratore pure della Banca d’Italia?

E Federico Caffè scrisse nel 1981:«Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica, con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati, favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi». (“Federico Caffè” , in: www. centrostudimalfatti.org.)

«Nelle condizioni odierne di estesa concentrazione del potere economico e finanziario, esso non è strumento di vigore competitivo e di allocazione efficiente del capitale monetario; bensì strumento di un complesso intreccio di manovre e strategie, prive di ogni connessione con la logica di un’economia di mercato e rese possibili dalle deformazioni che essa ha subito con l’affermarsi di una configurazione storica del capitalismo, ormai anacronistica». (Ivi).
Aveva forse torto Federico Caffè? Piccolo di statura, riservato, mite, fu famoso anche per le sue terribili sfuriate, lettore instancabile, fu amante della musica, erudito, storico del pensiero economico italiano. Fu definito un economista che, senza tecnicismi, sapeva parlare agli uomini comuni. (Ivi).
Federico Caffè sparì nel nulla a Roma il 15 aprile 1987, come i principi economici che sostenne, tutti da rivalutare.

 

Laura Matelda Puppini

(L’immagine in evidenza è tratta da: “Federico Caffè” , in: www. centrostudimalfatti.org. ed è relativa alla presentazione del dvd: Federico Caffè, Un economista per il nostro tempo, a cura di Giuseppe Amari).

 

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