Ringrazio il Sindaco di Tarcento, il comune di Tarcento, e le associazioni combattentistiche d’arma presenti.

E dico subito che è giusto che esse siano presenti, perché molti partigiani erano stati nelle Forze Armate, erano stati ufficiali sottoufficiali e soldati dell’Esercito Italiano, basti ricordare Mario Candotti, comandante della Divisione Garibaldi Carnia: ufficiale dell’Esercito Italiano, reduce di Grecia e di Russia e poi, nel dopoguerra, Presidente della Sezione A.N.A. di Pordenone o Romano Marchetti, osovano, del Comando Unificato Garibaldi – Osoppo Carnia, ufficiale pure lui, e reduce di Grecia. E molti andarono sui monti per non entrare nell’Esercito tedesco o lavorare per l’occupante nazista, come richiesto, in Ozak, dal Gauleiter Friedrich Rainer, con il bando di leva (servizio di guerra) obbligatorio per le classi 1923-1924-1925, datato 22 febbraio 1944.

E come non ricordare l’eroica difesa di Porta San Paolo a Roma, da parte dei Granatieri di Sardegna, che iniziarono la resistenza romana, dei Carabinieri, dei Cavalleggeri del Genova Cavalleria, dei Lancieri di Montebello, insieme alla popolazione, mentre il re e Badoglio erano fuggiti, e chi doveva comandare la difesa di Roma, il generale Carboni, aveva cercato di unirsi a loro? Essi resistettero ai nazisti, facendo scrivere a Roberto Battaglia, nel suo: Storia della Resistenza italiana 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945. Torino 1964, che in quella resistenza disperata, dispersi in uno spazio quanto mai vasto, isolati l’uno dall’altro, si mischiarono insieme ceti sociali diversi e generazioni diverse, si trovarono uniti l’operaio e l’ufficiale, il vecchio e il ragazzo; ed essa rappresentò uno dei primi bagliori dell’unità della Resistenza. E Roma, la capitale, lasciata senza un piano di difesa, grazie al contributo di militari e civili non cadde senza resistere, senza una eroica resistenza, che lasciò molti corpi senza vita sul terreno. (1).

Siamo qui per ricordare la Liberazione d’Italia, della nostra Patria, ma anche dell’Europa intera, ma da cosa? Vorrei far riflettere, per prima cosa sul termine ‘liberarsi” e “Liberazione”. Nel nostro parlare comune, quando per esempio abbiamo un oggetto che non ci piace più possiamo anche dire che ce ne liberiamo buttandolo via, e così se pensieri invadenti ed intrusivi, brutti pensieri riempiono la nostra mente ce ne vorremmo liberare, come vorremmo liberarci da persone indesiderate e da compagni di scuola strafottenti.

In sintesi il concetto di liberazione presuppone lo sparire di qualcosa di brutto, di non desiderato, di malvagio, ed anche la preghiera del Padre Nostro dice “E liberaci dal male”. 

Da che cosa l’Italia e quella parte di popolazione che non fu mai né repubblichina né collaborazionista, si liberarono allora? Cosa fece scendere migliaia di persone del nord nelle strade e nelle piazze, felici, urlanti di gioia, mescolata ai partigiani, dal volto disteso e sorridente, che avevano lasciato i monti, ed abbassato il fucile?

Innanzitutto la guerra, quella lunga guerra durata più di 4 anni, e piena di terrore ed orrore, passata, fino all’ 8 settembre 1943, al fianco di Hitler era finita, era finito il patto d’acciaio per sempre, era finita l’occupazione nazista, ed era finito il nazismo. Non solo: era finita l’occupazione tedesca del centro nord: sparivano dai paesi, dai borghi, dalle vallate le SS ed i repubblichini, la X Mas e le Brigate nere, la svastica e le mostrine scure. E sparivano anche la paura e l’angoscia per il domani, la paura di poter morire, di poter esser torturati, di trovarsi la casa bruciata.   

Poi era stata messa la parola fine al fascismo, al suo “credere, obbedire, combattere”, ad un sistema impositivo e repressivo violento che non lasciava libertà alcuna, non di pensiero, non di opinione, ma neppure di comportamento, basti vedere come volle irreggimentare le giovani leve nelle associazioni di partito la cui frequenza era obbligatoria, dai Figli della Lupa ai Balilla, dagli Avanguardisti alle Giovani Italiane, ed il suo piegare il mondo accademico, attraverso il giuramento di fedeltà al fascismo, ai suoi desiderata imposti.

Con la liberazione dal fascismo, da venti anni di regime, chi era sopravvissuto poteva ritornare a casa, i figli sarebbero da allora stati liberati dall’andare in guerra obbligatoriamente non si sa per cosa, non si sa per chi, per un impero che interessava a ben pochi, per gli interessi di qualche azienda. E finivano: il lavoro schiavistico obbligatorio per i tedeschi, i campi di concentramento, i rifugi antiaerei e le tessere del pane, lo stermino ebraico e radio Londra vietata, mentre i nazisti sconfitti si ritiravano nell’Europa intera, grazie anche all’Urss, oltre che alla Gran Bretagna ed agli Usa, che tante giovani vite di soldati avevano sacrificato, e grazie ai partigiani.  

«Non udremo più misteriosi schianti nella notte/che gelano il sangue e il rombo ansimante dei motori/ le case non saranno mai più così immobili e nere./ Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali./Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni./Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua uno là senza preavviso/, e sentirle perennemente nell’aria, notte e dì, capricciose tiranne./Non più, non più, ecco tutto; Dio come siamo felici». Dino Buzzati, da https://www.scuolazoo.com/info-studenti/news/25-aprile-frasi-liberta-aforismi-poesie-festa-liberazione-resistenza/).

Moriva per sempre il fascismo, morivano pure un certo tipo di linguaggio ed un modo di porsi, che non vorremmo più veder risorgere.  

Per la Carnia ed il Friuli quella liberazione volle dire però anche la ritirata dei cosacchi, di quei russi filonazisti che si erano insediati talmente stabilmente da avere cambiato nomi a borghi e paesi, e dall’aver occupato pure l’ospedale di Tolmezzo, per la gran parte, ed il forno cooperativo, e che, dopo aver rubato, svaligiato, stuprato, si erano pure installati nelle case altrui.  

«In casa nostra abitavano Nina Iariscina e Vittoria Balkoskaia, che era veramente di matrice cosacca, di quei cosacchi che erano giunti qui con i carri» – mi raccontava giorni fa mia madre, la dott. Maria Adriana Plozzer. Ed a loro successivamente si aggiunse Nina Nizenko, che riceveva in camera sua un ufficiale tedesco, facendo arrabbiare mio nonno, Emidio Plozzer, padrone di casa, che invitava il giovane, quando lo sentiva scendere le scale ed andar via, parlando tedesco sua lingua madre essendo di Sauris, a non comportarsi così, e ricevendo in risposta, un «Buono papà, non arrabbiarti papà». Anche la morale personale e familiare veniva violata, allora.

Con la Liberazione, un sogno a colori prendeva il posto di una cappa di piombo, durata anni ed anni. E grazie anche alla resistenza europea ed ai partigiani che avevano collaborato alla vittoria, con il loro contributo in morti, fucilati, impiccati, torturati, uomini e donne, l’Italia poteva ricominciare ad esistere, insieme al suo popolo.  

Qui RESISTERE significa ESISTERE: scriveva il compianto poeta Pierluigi Cappello: e su questi due termini giocava Danilo Di Marco nella sua mostra sui volti rugosi dei partigiani. Ma, in quel 1943-45, si resistette per dare a tutti la possibilità di esistere di nuovo, e per dare alla Patria tale possibilità.   

La Patria era sui monti, intitola Chino Ermacora un suo vecchio testo, ed era allora così: infatti il destino della stessa stava nelle mani di quei ragazzi e di quelle ragazze che si opponevano ai nazifascisti, stava nelle mani di quella rete di collaboratori che si celavano in ogni vicolo della città, in ogni paese, in ogni borgata.

Lottare per ridare l’Italia agli italiani non fu un obiettivo solo di parte del movimento partigiano ma di tutti coloro che lottarono allora: basta leggere “Noi siamo tutto ciò che ci unisce” sul n. 1 di ‘Carnia Libera’, giornaletto garibaldino uscito a fine guerra per rendersene conto.

«La lotta partigiana è lotta di Popolo per la libertà. Ed è concetto fondamentale nostro quello di riunire tutte queste forze al conseguimento del fine comune: Libertà di Popolo e libertà di Patria. Nome profanato e santo quello di Patria Nostra, ante diviso e vilipeso per troppi anni quello di nostro Popolo. Noi lottiamo per il riscatto di quel nome, per la valorizzazione, in tutte le sue forme, di questa entità politica». (http://www.nonsolocarnia.info/n-1-del-giornaletto-partigiano-carnia-libera-organo-del-gr-brigate-garibaldi-nord-1-marzo-1945/).

E fu la guerra partigiana al fianco degli alleati, una guerra di popolo e di popoli uniti da uno stesso ideale: la cacciata dei nazifascisti, il mandare a casa Hitler, la sua svastica, i suoi campi di sterminio e concentramento, i suoi capetti e capò, il cancellare definitivamente il fascismo, Mussolini, il fascio littorio, la guerra e tutte le guerre, e per portare a quella liberazione a cui molti anelavano, dando alla stessa significati diversi ma uno comune: “Pace, pane, libertà”.  

Alla liberazione da tutto questo, che oggi si ricorda, si giunse con uno sforzo enorme di tanti, di molti, che andarono avanti nonostante il rischio personale, il terrore, l’orrore. «Urla il vento, fischia la bufera, scarpe rotte eppur si deve andar, a conquistare la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenir», cantavano i garibaldini; ma il sogno di un avvenire migliore era presente anche negli osovani tanto che Bruno Cacitti, Lena, così dice: «Allora c’era una matrice comune che fece andare questa gente partigiana sia che fosse della Osoppo sia che fosse della Garibaldi …C’era qualcosa che univa…  » ed era anche l’ideale di un futuro migliore per tutti.

In quelle giornate lunghissime, nelle notti fredde passate vigili con il fucile o lo sten in mano, un sogno si faceva largo nella mente dei partigiani, di ogni partigiano e comprendeva aspetti personali e comuni. Quella liberazione avrebbe voluto dire ritornare al paese ed agli affetti, sposarsi e fare una famiglia, mentre i Cln si sarebbero stabilmente insediati, a dar volto ad una democrazia in via di realizzazione.

«Dopo venti anni di regime e dopo cinque di guerra», – scrive Norberto Bobbio – eravamo ridiventati uomini con un volto solo e un’anima sola. Eravamo di nuovo completamente noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da oppressi eravamo ridiventati uomini liberi. Quel giorno, o amici, abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà.” (https://www.scuolazoo.com/info-studenti/news/25-aprile-frasi-liberta-aforismi-poesie-festa-liberazione-resistenza/).

Liberazione. Ogni volta che ritorniamo indietro con il nostro linguaggio che si fa violento, con atti di derisione o di bullismo, un pezzettino di quella liberazione per avere la quale tanti italiani, uomini e donne, giovani e meno giovani morirono e soffrirono, se ne va, e ci fa ripiombare nella notte del fascismo e del nazismo, dei modi di essere che essi ci imposero, assieme alla violenza anche di stato.

«Noi non abbiamo combattuto per vincere la guerra, per fare gli eroi, ma per affermare un principio. Eravamo il simbolo di un popolo che rompeva con il passato […], che si ribellava al sopruso, alla violenza di chi, con la forza, intendeva imporre le proprie idee, la propria volontà.

In queste piane parole è rinchiusa l’essenza dell’unità della Resistenza: non nelle ideologie e nei partiti, che non conoscevamo, ma nella coscienza della dignità personale di ciascuno di noi stavano l’aspirazione e la speranza della rinascita dell’Italia». – dice Paola Del Din, partigiana.

Ma la liberazione non è ancora compiuta in questa Italia, che, anche se democratica, ha visto la morte per mano mafiosa di Falcone, Borsellino, Peppino Impastato, e vive molte contraddizioni.  

Questo lascio come spunto di riflessione a chi mi ha pazientemente ascoltato. Cosa possiamo fare ed evitare di fare noi, per confermare il valore di quella liberazione? Pensiamoci anche insieme, per non perdere pure il valore importante ed inderogabile della comunità e del crescere uno accanto all’altro in questa Europa che dovrebbe essere dei popoli e non della finanza, e per mantenere alti i valori della Costituzione Italiana nata dalla Resistenza, che decreta la libertà di espressione, e si fonda sul lavoro, e quindi sulla vita degna e decorosa che esso permette.

CONTRO OGNI NUOVO FASCISMO, CONTRO OGNI NUOVO NAZISMO, CONTRO OGNI FORMA DI VIOLENZA E SOPRUSO, CONTRO OGNI BULLISMO, OGGI E SEMPRE RESISTENZA!

W LA LIBERAZIONE D’ITALIA, W IL 25 APRILE, W LA COSTITUZIONE ITALIANA NATA DALLA RESISTENZA!

Tarcento 27 aprile 2019.

Laura Matelda Puppini

(1). Alcune fonti per la difesa di Porta San Paolo: https://www.roma8settembre1943.it/il-10-settembre/porta-s-paolo/; http://www.combattentiliberazione.it/memoria/?p=162; http://www.carabinieri.it/editoria/rassegna-dell-arma/la-rassegna/anno-2002/n-4—ottobre-dicembre/studi/la-partecipazione-dei-carabinieri-alla-difesa-di-roma—8-10-settembre-1943.;  http://www.combattentiliberazione.it/i-carabinieri-della-difesa-di-roma;  Arnaldo Ferrara (a cura) I Carabinieri nella Resistenza e nella guerra di Liberazione, Ente Editoriale per l’Arma dei Carabinieri, Roma, 1978;  La Resistenza romana, Porta San Paolo e la Difesa di Roma, in:  http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenza2c5.html. Per l’impegno di appartenenti all’Esercito Italiano nella Resistenza italiana ed all’estero cfr. anche: Alfonso Bartolini, Alfredo Terrone, I militari nella guerra partigiana d’Italia, Roma, 1998, e Federico Vincenti, Partigiani friulani e giuliani all’estero, ed. Anpi, prima ed. 1980. In generale, anche se non sempre, coloro che aderirono a movimenti partigiani all’estero erano militari che non riuscirono, dopo l’8 settembre, a raggiungere l’Italia, e che compirono questa scelta per lottare contro il nazifascismo.

L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da: espresso.repubblica.it/attualita/2016/04/25/news/25-aprile-il-primo-giorno-di-festa-il-racconto-della-liberazione-nei-diari-di-pieve-santo-stefano-1.262473. Laura M. Puppini

 

 

http://www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2019/04/Liberazione-image.pnghttp://www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2019/04/Liberazione-image-150x150.pngLaura Matelda PuppiniSTORIARingrazio il Sindaco di Tarcento, il comune di Tarcento, e le associazioni combattentistiche d’arma presenti. E dico subito che è giusto che esse siano presenti, perché molti partigiani erano stati nelle Forze Armate, erano stati ufficiali sottoufficiali e soldati dell’Esercito Italiano, basti ricordare Mario Candotti, comandante della Divisione Garibaldi Carnia:...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI