In ricordo della Zona Libera del Friuli Orientale, un comune monito alla pace.
Domenica 28 settembre ’25 sono stata a Faedis al ricordo della tragica fine della Zona Libera del Friuli Orientale, ed a sentire parole di pace ma anche di preoccupazione per questi ‘tempi bui’. Vi erano gonfaloni e rappresentanti istituzionali, ma sarebbe importante che queste cerimonie si trasformassero in momenti attivi di memoria, di riflessione, di racconto reale della storia nazionale e dei nostri paesi, di lancio di un corale messaggio a favore della fratellanza tra i popoli.
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Note generali di contesto.
Premetto che le Zone Libere non furono una invenzione di un gruppo di partigiani sognatori, ma la loro istituzione fu sostenuta dal CLNAI che, il 14 giugno 1944, lanciò un proclama in cui affermava che la lotta era ormai entrata nella fase di insurrezione finale, dopo i grandi scioperi del marzo 1944, l’entrata degli Alleati a Roma il 4 giugno 1944 e lo sbarco in Normandia il 6 dello stesso mese ed anno (1). E non a caso il CVL Corpo Volontari della Libertà, di coordinamento fra le forze combattenti partigiane, venne creato il 9 giugno 1944 a Milano. (2).
Ma errori di calcolo e cambi di programma interessarono pure gli Anglo Americani che, ad un certo punto, concentrarono le loro truppe per lo sbarco nella Francia del Sud, che avvenne sulla costa della Provenza tra Cavalaire-sur-Mer e Saint-Raphaël il 15 agosto 1944 (detta Operazione Dragoon), lasciando sguarnito il fronte italiano. Inoltre nel giugno 1944, quando la grande illusione, come fu chiamata, di una rapida vittoria aveva preso piede nella parte di penisola occupata dai nazisti, la linea gotica non era ancora stata spezzata e sfondata ed il farlo richiese tempi lunghi, e l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (EPLJ), assieme ai militari dell’alleato esercito dell’Urss (3), non erano ancora entrati a conquistare Belgrado, cosa che avvenne intorno al 20 ottobre 1944. Questo errore di calcolo, comportò molti problemi per le forze partigiane, perché non si trovarono di fronte ad un indebolimento del nemico, come sperato, ma ad una riorganizzazione dell’esercito nazista, che rallentò di molto l’avanzata alleata (4).
In questo contesto generale si inserisce anche la Zona Libera del Friuli Orientale, creata dai garibaldini della Natisone in contatto con un reparto sloveno, ma poi comandata dal Comando Unico Osoppo- Garibaldi Bolla/Sasso. Questo avvenne tardivamente, e cioè dopo il 30 agosto 1944, non solo perché la Osoppo si formò ed organizzò ben dopo la Garibaldi, ma anche perché fu dilaniata dalla crisi di Pielungo su cui ho già scritto. (5). Inoltre questi fatti relativi alla Valle del Torre avvennero all’interno della seconda guerra mondiale con tutti i suoi orrori, iniziata nel 1940, nella quale il fascismo aveva trascinato l’Italia, ed all’interno dell’occupazione nazista della parte centro-settentrionale della penisola da parte nazista. E questo era accaduto dopo la fuga al Sud del Re di Badoglio, capo delle Forze Armate del Regno d’Italia, ed altri ancora, fra cui il generale che doveva difendere la Capitale (6), dopo la firma dell’armistizio il 2 settembre 1943, ma comunicato agli italiani solo l’8, definito, in università estere, ‘resa incondizionata’ dell’Italia agli alleati. Così le F. A. del Regno d’Italia restarono senza vertici e nel caos, giungendo al disfacimento. Alcuni militari finirono in campi di concentramento tedeschi, altri finirono uccisi dai nazisti avendo rivolto contro di loro le armi, altri riuscirono a mettersi al riparo e dettero vita, con altri, alla resistenza contro l’occupante invasore ed i nazisti anche in altre parti di Europa.
Bisogna inoltre sottolineare, come fa il prof. Paolo Pezzino, che «le Zone Libere non rientravano nei piani strategici degli Alleati» (7), che volevano solo battere il nazismo e le truppe collaborazioniste, e che, mentre durante la battaglia di Nimis le forze partigiane furono regolarmente rifornite dagli Alleati, niente arrivò durate la controffensiva tedesca, dove i partigiani furono lasciati soli. (8).
La fine della Zona Libera del Friuli Orientale comportò orrore e terrore e non poche recriminazioni e polemiche successive, e fra la popolazione civile si diffuse una memoria antipartigiana ed in particolare anti -garibaldina. (9). Ma, come ha detto in altro incontro sempre il prof. Pezzino, si parla sempre e solo di memoria, ma prima di tramandare la memoria bisogna conoscere la storia. Ed ha aggiunto che in un paese libero le memorie non possono essere condivise, perché sono sempre divisive, ma la storia deve mettere dei paletti, perché si basa ed analizza i fatti. (10). Ma ritorno a quanto è stato detto alla cerimonia di Faedis domenica 28 settembre 2025.
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Interventi alla cerimonia.
Riporto qui alcuni spunti dagli interventi che si sono succeduti ieri, come elementi di riflessione talvolta integrati da mie considerazioni.
Per primo è intervenuto il Sindaco di Faedis Luca Balloch che, dopo i saluti ed i ringraziamenti di rito, si è soffermato sulla ritorsione, da parte del nemico, che i paesi della zona dovettero subire e che venne attuata con ferocia inaudita «portando morte e distruzione e lasciando spazio solo alle lacrime». Ma non si può secondo me trarre la conclusione affrettata e di una certa ‘vulgata’ che tutto fu causato dai partigiani, perché non avevano previsto quanto sarebbe accaduto, e quei paesi erano già stati occupati dai nazisti, da cui furono liberati per poi essere rioccupati.
Certamente l’efferatezza del nemico fu inaudita, ma lo fu anche in tanti altri luoghi, e nella penisola jugoslava e nelle colonie successero barbarie incredibili (11) come ora a Gaza, dove però la situazione è certamente peggiore di quella che caratterizzò, per breve lasso di tempo, i paesi della Val del Torre. Questo per far capire che le stesse metodologie appartengono a eserciti occupanti.
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Comunque, e questo l oscirvo io, a dimostrazione della spietatezza con cui si erano comportati nazisti e collaborazionisti al seguito , in quei paesi alla fine della Zona Libera del Friuli Orientale, vi fu, allora, una presa di posizione decisa da parte dell’Arcivescovo di Udine, Mons. Giuseppe Nogara, che scrisse una lettera indirizzata al “Supremo Commissario del Litorale Adriatico” e cioè a Friedrich Rainer, datata 3 ottobre 1944, chiedendo, «quale rappresentante di Dio e pastore di circa 600 mila fedeli alle sue cure affidati […] equità, clemenza, magnanimità ed umanità» (12).
In essa si legge, pure: «Ciò che avviene nella […] Diocesi ad opera delle Autorità germaniche e delle sue truppe è qualcosa di raccapricciante. È inaudito. Non parlando di ciò che è avvenuto nel novembre 1943 quando due borgate, una del comune di Drenchia e l’altra del Comune di San Pietro al Natisone furono incendiate e distrutte. Non parlo della totale distruzione di Forni di Sotto (più di 1500 abitanti) avvenuto nel maggio successivo e, successivamente, di quella di gran parte delle borgate di Esemon e Quinis avvenute non molto dopo; non parlo di Bordano, (mese di luglio) e di Subit (mese di agosto) semidistrutti.
Cose più gravi sono accadute e stanno accadendo in questi giorni. La settimana appena scorsa sono stati incendiati e distrutti i paesi di: Faedis, Maseroli, Nimis, Sedilis, Torlano, con altre borgatelle. Domenica I° ottobre fu incendiato il paese di Attimis, lunedì 2 ottobre venne ordinato agli abitanti di Trasaghis e Bordano lo sfollamento totale che, occorrendo, sarà eseguito con le forze, a quanto si dice la medesima sorte è riservata alla Carnia, già privata da qualche mese di viveri, e nella Carnia, mia Diocesi, si contano 60 mila abitanti.
Sono migliaia e migliaia di persone allontanate dal paese, prive di abitazione, di viveri, di ogni loro avere, la maggior parte solo con i loro vestiti che portano indosso al momento del forzato abbandono, sono centinaia e centinaia di giovani e giovanette, uomini e donne, talvolta arrestati brutalmente ed inumanamente trattati ammucchiati […] lasciati le giornate intere senza nutrimento; sono migliaia e migliaia di bambini, di donne, di vecchi ed infermi buttati sulla strada, sono sofferenza inaudite. (…).
La Germania che si proclama tutrice della civiltà cristiana, simili metodi però smentiscono le sue dichiarazioni. Non pensate anche all’odio che suscitate contro di Voi che potrebbe da un momento all’altro, esplodere in terribili vendette?
Spero di non aver fatto invano appello al vostro buon cuore ed a quei sentimenti che per sé sono di giustizia, per Voi devono essere almeno di clemenza ed umanità.
Volete una vittima espiatrice per tutti? Prendete me, traetemi in carcere, mandatemi in esilio, sono nelle vostre mani. Ma lasciate in pace i miei figli». (13).
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Gian Carlo Bertuzzi ha scritto un intero articolo su quello che avvenne durante e dopo il grande rastrellamento che mise fine alla Zona Libera del Friuli Orientale, intitolato: “La reazione nazista. Rastrellamenti, incendi, eccidi, deportazioni” (14), una galleria degli orrori. Ma l’intensificarsi delle peggiori reazioni naziste verso le popolazioni civili, in quel preciso momento storico, fece parte di una strategia perseguita dal Terzo Reich da più parti, secondo Paolo Pezzino. (15).
Pertanto bene ha fatto il Sindaco di Faedis a ricordare questi aspetti ed i saccheggi e le nefandezze che i nazifascisti compirono contro civili inermi e le popolazioni di interi paesi ed anche che «le guerre […] non sono mai cosa buona», ma ricordo chi ci trascinò in guerra ed in più guerre fu il regime fascista, allora al governo in Italia. Da qui l’invito del primo cittadino di Faedis, Luca Balloch, a diventare tutti ‘portatori di pace’, con il nostro comportamento in primo luogo.
Purtroppo però, ha aggiunto, quotidianamente «viene aggiornato un bollettino di guerra, un numero ormai difficile da bloccare di vittime innocenti: donne, bambini, che talvolta non sanno nemmeno cosa sia la pace, cosa sia la tranquillità, la tranquillità di una terra priva di lotte, dove la democrazia regna a difesa di un diritto alla vita che oggi non tutti hanno». Quindi il Sindaco ha concluso il suo intervento con l’invito a riflettere sugli eventi ed a ricordare il sacrificio di coloro che, in passato, hanno dato il sangue per la nostra pace.
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Quindi ha preso la parola Vojko Hobič, presidente del Consorzio dell’Associazione Partigiana ZZB NOB di Kobarid (Caporetto) e di Tolmino, località della Slovenia, che ha portato anche i saluti dell’Associazione dei Combattenti per i valori della Resistenza dei comuni di Plezzo/Bovec, di Caporetto/Kobarid e Tolmino.
Egli ha esordito dicendo che è difficile dimenticare, anche ora, la comune sofferenza delle popolazioni del Friuli, della Benecija e dell’Alta Valle dell’Isonzo, anche se sono passati molti anni dalle atrocità che allora vissero gli abitanti di quei territori, compiute dai fascisti, dai militari tedeschi, da gruppi armati collaborazionisti e dai cosacchi e perpetrate nel corso della lotta antipartigiana. E si deve sempre mantenere viva la memoria di quanto accaduto, della sofferenza vissuta in quel tempo, perché fatti come quelli già avvenuti non si ripetano, per impedire che le controversie tra i popoli sfocino in scontri armati, invece di essere affrontate in modo pacifico tramite il dialogo.
L’invito del relatore è stato pure ad allontanare i venti di guerra che soffiano sui paesi dell’Unione Europea. «La popolazione europea – ha aggiunto – vive oggi in pace, e rimanga così anche per il futuro». – è stato il suo monito. Ed il ricordo degli eventi storici e della sofferenza portata dalla guerra alle popolazioni ma anche la lotta dei partigiani per la libertà devono restare ricordo vivo affinché nulla di simile possa riaccadere.
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A seguire ha parlato Antonella Lestani, Presidente del Comitato Provinciale dell’Anpi.
Dopo i saluti di rito, anche rivolti a Vojko Hobič, che ha detto trovarsi alla commemorazione in rappresentanza pure delle Associazioni partigiane slovene che hanno collaborato con le forze italiane nella guerra di Liberazione, Lestani ha ricordato il motivo dell’incontro: il ricordo della Zona libera del Friuli Orientale, un’esperienza di libertà in Ozak, territorio sotto il governo dei nazisti, che ebbe però vita breve ed a cui seguirono dure rappresaglie.
I paesi e la popolazione di queste terre portano nella loro memoria i segni della sofferenza causata dalla guerra e da quella terribile lotta – ha continuato la presidente provinciale Anpi. E rammentare l’esperienza della Resistenza è dovere primario, come ricordare chi furono i ribelli, perché così amavano chiamarsi i partigiani, che dissero di no a quanto stava avvenendo e decisero di battere una strada impopolare, difficile, pericolosa, ma giusta.
E bisogna studiare la storia perché la conoscenza storica ci aiuta a capire quello che sta accadendo oggi ed a valorizzare alcune esperienze del passato, e ci permette di trasformare quell’eredità di valori quali pace, democrazia, uguaglianza e dignità in impegno sociale e civile. – ha continuato.
«Ci sono infatti momenti della storia in cui si innesca un processo di disgregazione culturale che distrugge la convivenza civile, spalanca le porte al revisionismo storico ed a pulsioni razziste ed autoritarie, alla creazione di nuovi nemici» – ha proseguito Lestani. Ed ha aggiunto che dette considerazioni erano riferite a quanto accaduto pochi giorni fa, quando un europarlamentare italiano (16) aveva dichiarato che gli eroi della X Mas andavano studiati a scuola.
In un certo senso si può anche essere d’accordo con lui, – ha aggiunto – se a scuola si narra però cosa fu realmente la X Mas: la prima fra le forze armate italiane a passare al fianco dei nazisti quando la Repubblica Sociale Italiana non era ancora stata creata ed una forza militare che era comandata da quel Junio Valerio Borghese che, dopo la fine della guerra, si iscrisse al Msi e tentò, nel 1970, il colpo di stato in Italia.
«Studino quindi i ragazzi quali eccidi di bambini, donne e uomini vennero perpetrati dalla X Mas nella parte id penisola sotto dominio tedesco e sul confine orientale. E si studino pure le caserme ed i luoghi dell’orrore, come la Caserma ‘Piave’ di Palmanova, dove Remigio Rebez torturava, seviziava ed uccideva i partigiani. Si raccontino e si conoscano i rastrellamenti e le deportazioni fatti dalla X Mas per garantire ai nazisti schiavi italiani da far lavorare per il Terzo Reich nei loro campi di concentramento e sterminio fino all’annientamento. In troppi non conoscono o non ricordano cosa è stata la X Mas e la vergogna italiana che ha rappresentato».
E così la Presidente Provinciale Anpi ha continuato: «I fatti storici devo essere conosciuti, contestualizzati ed insegnati ai giovani, e l’Anpi, grazie al protocollo sottoscritto con il Ministero dell’ Istruzione e del Merito, può entrare nelle scuole di ogni ordine e grado con progetti innovativi, linguaggi moderni, per insegnare la resistenza e la Costituzione, con l’obiettivo non solo di far conoscere la storia ma di far maturare e far crescere, nelle nuove generazioni, l’idea che si è liberi di avere una opinione, che nessuno può imporre agli altri cosa pensare e cosa essere e, soprattutto, che le cose non devono andare come sono sempre andate, ma che si può costruire un’alternativa migliore dell’oggi».
Ed infine ha concluso sottolineando che ci si è incontrati a Faedis, nel ricordo della Zona Libera del Friuli Orientale e del martirio per mano nazifascista dei paesi e delle popolazioni della zona, per ribadire l’impegno dell’Anpi per la pace, imprigionata ancora nelle 70 guerre che imperversano nel mondo, e che vanno dal conflitto russo ucraino a quello di cui non si parla mai del Miamar. Ed ha pure ricordato la martoriata Palestina, dove la fame e la sete sono armi di guerra contro i civili, e contro di loro vengono perpetrate violenze disumane che non si fermano. Così muore l’umanità – ha aggiunto – e così muore anche la pace.
Quindi ha informato i convenuti che, per questo motivo, l’Anpi ha aderito alla prossima marcia per la pace Perugia -Assisi del 12 ottobre, perché in un mondo devastato dall’ individualismo, dall’egoismo, dall’ indifferenza che uccide e lascia uccidere, in un mondo che è intriso di violenza, pieno di muri e confini, mentre si accelera una incontrollata corsa al riarmo, davanti alle avvisaglie, sempre più marcate della Terza Guerra Mondiale, si deve reagire con un nuovo segno di fraternità e amicizia sociale. La fraternità è l’alternativa alla guerra, è il fulcro di un altro orizzonte possibile che si può desiderare e costruire insieme.
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Quindi ha preso la parola Roberto Volpetti, Presidente della Associazione Partigiani Osoppo.
Dopo i saluti di rito, Roberto Volpetti ha iniziato in suo intervento ricordando il motivo della cerimonia: celebrare l’81esimo anniversario delle tragiche pagine di fine settembre 1944, quando furono incendiati i paesi di Attimis, Subīt, Nimis e Faedis a seguito del grande rastrellamento tedesco che iniziò nei giorni precedenti e terminò ai primi di ottobre.
Un evento drammatico, che – ha detto Volpetti – l’anno scorso è stato approfondito e studiato permettendo di comprenderlo nel suo drammatico svolgersi. (17). E nel ricordare questi fatti, due sentimenti ritornano alla mente, a suo avviso: da un lato la commozione per le sofferenze di una popolazione già provata dalla guerra, che si trovò senza casa, senza mangiare, dispersa nei boschi e nelle grotte naturali, come alcuni ancora viventi e allora bambini hanno ricordato (18), dall’altro la gratitudine verso chi ci ha liberato, verso quei combattenti, quasi tutti giovani, che persero la vita per la nostra libertà. E solo la Osoppo, nel breve periodo della Zona Libera del Friuli Orientale, perse una sessantina di resistenti. (19). Alcuni morirono nel grande rastrellamento, altri furono deportati e morirono poi nei campi di concentramento.
Ed a proposito, Volpetti ha sottolineato di essere andato, quella mattina prima della cerimonia, a ricordare, con il sindaco di Attimis, un ragazzo osovano: Ruggero Leonardi, a cui è dedicato pure un monumento vicino al Municipio del paese, caduto proprio il 28 di settembre del 1944 nei pressi del torrente Malina.
Ma purtroppo – ha continuato il Presidente dell’Apo – anche oggi siamo segnati da sconcerto e commozione guardando le drammatiche immagini che giornalmente ci arrivano dall’Ucraina, dalla Palestina, da altri paesi del mondo dove regna la guerra. In questi contesti bellici, le popolazioni si trovano prigioniere dell’odio che sembra prevalere.
Quindi ha detto che ricordare chi combatté e cadde per la nostra libertà è un onore e che bisogna lavorare insieme per trasmettere a tutti il senso del loro sacrificio, in particolare in questi giorni difficili. Ed ha chiuso il suo intervento riproponendo le parole che l’Arcivescovo Nogara scrisse al giovane prete Giovanni che era appena stato mandato a Subīt, paese che fu bruciato due volte e la cui chiesa era andata distrutta: “Verrà l’alba di un giorno migliore”.
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Infine l’orazione ufficiale, affidata a Tommaso Chiarandini. (20).
Chiarandini ha iniziato il suo discorso sottolineando come l’estate del 1944 fosse stata un’“estate partigiana”, resa possibile da una serie di operazioni militari. La situazione per i nazisti pareva compromessa dall’aver fallito la spinta su Kursk, e le truppe sovietiche erano partite all’offensiva: avevano sfondato le linee nemiche in Bielorussia ed erano giunte alle porte di Varsavia. Parallelamente nei cieli tedeschi gli aerei alleati si muovevano a loro piacimento ed a inizio giugno truppe statunitensi, britanniche, canadesi ma anche francesi, polacche e norvegesi, sbarcavano in Normandia. Il 4 giugno era avvenuta la liberazione di Roma, dopo lo sfondamento della linea Gustav, e poi fu la volta di Firenze la cui liberazione si poté dire conclusa a fine agosto. Ma ad agosto anche Parigi era libera. Ai primi di settembre, gli alleati angloamericani raggiungevano in Belgio (21). Tutto faceva pensare ad una rapida avanzata alleata e, parallelamente, ad una ritirata dei nazisti, che stavano combattendo, in quel momento, su troppi fronti, e che, allora, furono costretti a spostare truppe anche poco addestrate da un fronte all’altro.
In quei mesi di settembre ed ottobre sembrava, quindi, che stesse per crollare quel mondo fatto di gerarchie etniche, culturali e di genere, di popoli signori e di indesiderabili, quel mondo ‘monolitico’ in cui la violenza era strumento e fine, la sopraffazione la norma, dove non esistevano opinioni ma solo verità imposte.
In questa situazione bellica, per salvare il Terzo Reich ed il nazismo, l’esercito tedesco incominciò ad inviare, decine, centinaia di migliaia di soldati a combattere su fronti lontani, estesi e precari, cercando di arginare la perdita di territori su più fronti. Ma i militari del Terzo Reich, uniti alle truppe collaborazioniste, non intendevano perdere definitivamente neppure un centimetro di terra, neppure Taipana, Lusevera, Torlano, Nimis, Attimis Faedis.
La cronologia dei fatti di quella che viene definita l’estate partigiana è nota. Tra luglio ed agosto i partigiani espandono il territorio controllato, trasformando le zone liberate pure in basi di appoggio, in Carnia come nelle valli del Torre. E si incominciò a sperimentare vecchi e nuovi processi democratici, costituendo organismi di governo collettivo, tra cui i Cln, cercando di costruire un embrione di quello che sarà un mondo nuovo dopo “la notte nazifascista” (22).
Però queste furono speranze ed attese destinate ad una smentita rapida e dolorosa: ad un certo punto i nazisti ripresero in mano la situazione assieme ai loro collaboratori fascisti e cosacchi, e le avanzate degli Alleati, per vari motivi, subirono un rallentamento. Così i territori liberati dai partigiani anche in Carnia e Friuli incominciarono ad esser rioccupati dai carri armati tedeschi e dalle croci uncinate. Ed il 28 settembre 1944, di fatto, la Zona Libera del Friuli Orientale cessò di esistere.
Il 28 settembre 2025, 81 anni dopo – ha continuato Chiarandini – siamo qui per ricordare e celebrare quell’esperimento, quel tentativo, apparentemente, fallito.
Però la data di una celebrazione non è causale: ed allora perché ritrovarci qui non a ricordare le azioni riuscite ma la fine di una esperienza? In primo luogo per rendere doveroso omaggio alle popolazioni civili, «prima vessate dai tedeschi, dai cosacchi e dai loro ‘tirapiedi’ italiani e fascisti», che poi si ritrovarono nel mezzo delle battaglie di agosto e settembre e quindi, dopo la ritirata partigiana, inermi ed esposte alla vendetta rabbiosa del nemico.
E, sempre secondo l’oratore, quei civili non avevano mai deciso di combattere ma avevano aiutato in ogni modo i partigiani, spesso figli della loro terra, figli che promettevano un domani libero ed in pace. (23). Ma i nazifascisti li ripagarono con il fuoco e spandendo il loro sangue, con le loro case date alle fiamme ed i loro figli e figlie deportati, diventando le ennesime vittime di una guerra che, in quell’autunno inverno, si capiva non essere finita.
A parere di Chiarandini, però, non è tutto qua, perché l’esperienza anche di questa Zona Libera parla ancora, a distanza di decenni, una lingua che capiamo, e dice parole che dovrebbero essere ancora le nostre: collaborazione (non collaborazionismo), fiducia, coraggio, testimonianza, prezzo pagato per questo. (24).
E l’oratore ha detto che per affrontare un animale ferito ci vuole coraggio, molto coraggio, il coraggio di chi attacca e libera i paesi della Zona Libera, ma anche il coraggio di chi, nei giorni di battaglia di fine settembre, di fronte alla reazione nazista che non ci si attendeva così dura (25), rimase a difenderla. (26).
Ma i nemici erano troppo numerosi, armati e troppo organizzati per poter vincere quella battaglia. Così osovani e garibaldini resistettero finché poterono. Ma i partigiani, «anche se sconfitti, catturati, uccisi in autunno, scenderanno a valle a primavera, questa volta vittoriosi, questa volta per restare».
Quindi ha proseguito il suo discorso dicendo che nella storia si possono trovare testimonianze di come è stato affrontato il buio, e su come, da specie umana, si può uscire dall’ oscurità, senza perdere l’anima.
In questo nostro tempo molti hanno l’impressione di essere sconfitti da nubi nere, fatte di ignoranza e di disprezzo per il prossimo, violenza, arroganza, sopraffazione. Ma non ci si deve lasciar andare.
Infine ha invocato la collaborazione ed il compromesso come alternative a questo disincanto, ma collaborazione e compromesso, secondo me sono concetti diversissimi che non vanno a braccetto. Ed ha concluso sostenendo che bisogna guardare a ciò che ci unisce e non a cosa ci divide, concetto a mio avviso molto discutibile perché si rischia di giustificare tutti almeno in parte, e si è augurato che l’ottimismo possa essere una grande risorsa per l’umanità. Ed ha concluso parlando di profezie che si auto-avverano, condite del coraggio che ne è la spinta, dicendo che si deve combattere comunque, fare il possibile ed accettare il prezzo che forse si sarà chiamati a pagare. Quindi anche la fine della stagione partigiana nelle valli del Torre non può essere vista solo come l’inizio di un inverno nero, ma anche come l’aprile di una nuova primavera. Ed altri verranno, altri impareranno dalla loro e nostra testimonianza.
Certamente, dico io, neppure Agnese sarebbe andata a morire, si fa per dire, se non avesse avuto un sogno, ma diversi furono i sogni che, in Europa, spinsero i venti di resistenza e liberazione e ce ne parla il volume che contiene saggi di diversi autori: “1943-1945 La lunga liberazione”, (a cura di Eric Gobetti) Franco Angeli ed., 2007, che consiglio.
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In chiusura.
Nel terminare questo articolo frutto di registrazione dell’incontro che però non ho trascritto parola per parola, preciso solo che questa cerimonia annuale ricorda sì i fatti ma in particolare, come in altri luoghi, la strage di civili innocenti perpetrata dai nazifascisti in quei paesi dal 28 al 30 settembre 1944, dopo la ritirata partigiana.
Esiste sulla stessa anche una scheda sull’Atlante delle stragi nazifasciste, parte relativa al Friuli intitolata: “EPISODIO DI ATTIMIS, NIMIS E FAEDIS 28-30.09.1944, compilata da Fabio Verardo.
In quei luoghi, in quella strage, morirono, secondo questa fonte, 11 civili e 8 partigiani, 7 osovani ed un garibaldino e per costoro Verardo riporta anche il nome, l’età, e i dati anagrafici. Ma ogni strage non ha solo morti, ha anche torturati, presi prigionieri, paesi bruciati ed un insieme di orrori perpetrati nei confronti della popolazione del territorio.
E vorrei far riflettere chi abbia la possibilità di leggere le motivazioni che nazisti e fascisti facevano proprie per compiere questi atti inumani, queste stragi: la popolazione deve venir sterminata perché è complice dei partigiani, in ogni casa si può nascondere un ‘bandito’ e via dicendo. E pare di sentire le dichiarazioni di Israele per distruggere Gaza: in ogni luogo si nasconde uno di Hamas, la popolazione è tutta per Hamas, bimbi ed infanti compresi. Vige la stessa logica, solo che nel caso di Gaza si tratta di vero e proprio genocidio, di una strage che continua da anni. Insomma pare che ora gli israeliani ebrei siano peggiori dei loro carnefici di un tempo.
Infine ricordo qui pure il mio articolo sulla Zona libera del Friuli Orientale intitolato “La Zona Libera del Friuli Orientale ed il Comando Unico Bolla – Sasso”, prima pubblicazione il 30 ottobre 2014 su storiastoriepn.it (https://www.storiastoriepn.it/la-zona-libera-del-friuli-orientale/), seconda pubblicazione lievemente riveduta su: www.nonsolocarnia.info, 14 marzo 2016. (https://www.nonsolocarnia.info/la-zona-libera-del-friuli-orientale-ed-il-comando-unico-bolla-sasso/). Ma è importante leggere pure, secondo me, quanto è stato scritto ed ho scritto sulla Repubblica di Caporetto, in un articolo su www.nonsolocarnia.info intitolato: La zona liberata dagli Sloveni e la Repubblica di Caporetto. (https://www.nonsolocarnia.info/la-zona-liberata-dagli-sloveni-e-la-repubblica-di-caporetto/).
E chiudo dicendo che la prosperità viaggia a braccetto con la pace, non certo con la guerra, come gli antichi ci hanno insegnato.
Laura Matelda Puppini.
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Note.
1) Paolo Pezzino, “Un commento”, in “AA.VV. (a cura di Alberto Buvoli e Andrea Zannini) Estate – autunno 1944. La Zona libera partigiana del Friuli Orientale, il Mulino, 2016, p. 249 e Laura Matelda Puppini, Prime prove generali di NUOVE ISTITUZIONI, in Patria Indipendente, Numero speciale per il 70° della liberazione, “Semi di Costituzione. La bella storia delle Repubbliche partigiane, pp. 28.
2) Paolo Pezzino, op. cit., p. 249.
3) Alcuni, che purtroppo scrivono di storia resistenziale e seconda guerra mondiale, non hanno ben presente che sotto la dicitura ‘Alleati’ si intendono le tre potenze che si unirono per sconfiggere il disegno nazista e fascista e che furono la Gran Bretagna, gli Usa e l’Urss, i cui massimi esponenti già nel febbraio 1945 si incontrarono a Jalta per definire gli accordi di massima per la definizione dell’Europa dopo la guerra. Ma, come da accordi, gli Anglo-americani avanzavano da Ovest, i Russi da est. Infine rappresentanti dei due gruppi si incontrarono sull’Elba, vicino a Torgau, sancendo, con la loro stretta di mano, la fine della guerra e del nazismo.
4) Paolo Pezzino, op. cit., pp. 250 -251.
5) Cfr. su www.nonsolocarnia.info, il mio: Laura Matelda Puppini. Romano Zoffo Barba Livio o Livio, il battaglione Carnia, e la crisi innescata dai fatti di Pielungo.
6) Sulla fuga del generale che doveva difendere Roma, vedi il volume di Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana, 8 settembre 1943- 25 aprile 1945”, Einaudi 1964.
7) Paolo Pezzino, op. cit., pp. 252.
8) Ibidem.
9) Ivi, p. 256.
10) Paolo Pezzino – Considerazioni su Memoria e Storia – Fosrdinovo, 2/8/19, in: https://www.youtube.com/watch?v=Jne-XCvtCq0. Consiglio di ascoltare questo interessantissimo intervento.
11) Cfr. nel merito i seguenti dettagliatissimi volumi di Davide Conti, ricercatore di ‘La Sapienza di Roma’: “Criminali di guerra italiani”, Odradek ed. 2011; “L’occupazione italiana dei Balcani”, Odradek ed. 2008, e Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini, Alegre ed., 2024.
12) Lettera di Mons Nogara, arcivescovo di Udine, al Supremo Commissario del Litorale Adriatico, datata 3 ottobre 1944. (Documento da archivio Ass. Partigiani Osoppo, fotocopia non firmata. – scheda on line su sito: Associazione Partigiani Osoppo Friuli). Non si deve confondere questa lettera con quella che l’Arcivescovo mandò pare a Michele Gortani, che la diffuse alle famiglie dei partigiani.
13) Ibidem.
14) Gian Carlo Bertuzzi, La reazione nazista. Rastrellamenti, incendi, eccidi, deportazioni, in: AA.VV. Estate- autunno 1944. La Zona libera partigiana del Friuli Orientale, il Mulino, 2016, pp. 225 – 246.
15) Paolo Pezzino, op. cit, p. 250. Pezzino ricorda che nel giugno 1944, Kesselring ordinò di reprimere l’attività delle bande partigiane, prendendo gruppi di ostaggi, in ogni località occupata da banditi, e poi passarli per le armi, bruciare le abitazioni, impiccare nelle piazze partigiani responsabili di uccisioni e capo- banda, ritenere gli abitanti dei paesi responsabil idi eventuali atti di sabotaggio, parificandoli, di fatto, agli esecutori reali degli stessi.
16) Il riferimento è alle esternazioni del generale Roberto Vannacci della Lega, riportate da più organi di stampa e mass media. Ma su cosa fu realmente la Decima Mas invito a leggere i miei articoli su www.nonsolocarnia.info intitolati “Storia della collaborazionista X Mas con i nazisti occupanti, dopo l’8 settembre 1943. Per conoscere e non ripetere errori., uno dei più letti del sito, “X Mas o Decima Mas. Da “Lotta partigiana a Maniago – numero unico a cura dell’Anpi, 1° maggio 1946, primo anniversario della Liberazione” e dal processo di Vicenza. Ed anche Sole De Felice, La Decima Flottiglia Mas e la Venezia Giulia, 1943-45, un libro davvero brutto e fuorviante.
17) Roberto Volpetti qui si riferisce, credo, alla presentazione del volume di Fabio Fabbroni “Si sono guardate… e si sono date la mano”, a due mostre sull’epopea e i protagonisti della Zona Libera del Friuli Orientale allestite una ad Attimis ed una, se ho ben compreso a Cividale. Una aveva come tema “Estate 1944 – La Zona Libera Partigiana del Friuli Orientale”, l’altra “”Gino Lizzero un testimone del suo tempo”, ed altre iniziative. Un convegno sulla Zona libera del Friuli Orientale si era invece tenuto nel 2014. Studi ed approfondimenti sul tema sono raccolti nel volume sopraccitato: AA.VV. (a cura di Alberto Buvoli e Andrea Zannini) Estate – autunno 1944. La Zona libera partigiana del Friuli Orientale, il Mulino, 2016.
18) Analoga esperienza vissero gli abitanti di Forni di Sotto il 26 maggio 1944.
19) Bisogna però ricordare che l’Osoppo aveva arruolato molti giovani anche nel corso dell’esperienza della zona libera del Friuli Orientali, che non erano stati ancora sufficientemente addestrati per la vita militare ed a eseguire gli ordini, perché non ci fu tempo per farlo.
20) Tommaso Chiarandini si è laureato in Storia presso l’Università di Trieste e ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell’Europa dal Medioevo all’Età contemporanea presso l’Università di Teramo. Insegnante, ha alcune pubblicazioni al suo attivo, si occupa di public history, storytelling e digital humanities e collabora con vari enti scolastici e museali del Friuli Venezia Giulia. (https://www.vicinolontano.it/ospiti/tommaso-chiarandini/).
21) Le truppe Angloamericane iniziarono a penetrare in Belgio e il 17 settembre gran parte di quello stato era libero, grazie anche ai partigiani belgi, ben organizzati. «Tuttavia le truppe tedesche erano ben lungi dal ritirarsi. Il 16 Dicembre Hitler lanciò l’operazione Herbstnebel (Nebbia autunnale) che soprese le armate alleate. Quella che è storicamente riconosciuta come l’offensiva delle Ardenne durò circa sei settimane, e dopo furiosi combattimenti, il 4 febbraio 1945, tutto il Belgio fu definitivamente liberato tutti con un’ultima offensiva nelle Ardenne belghe, nota come la battaglia del Bulge». (https://www.liberationroute.com/it/stories/122/liberation-of-belgium).
22) Per questo argomento rimando al mio: “Prime prove generali di NUOVE ISTITUZIONI”.
23) Fra le popolazioni c’erano filofascisti, filo – partigiani, cattolici e forse qualche comunista e la categoria ‘popolazione’ presa così, in astratto, non rende l’idea della realtà politica dei luoghi, Inoltre mi è sempre parsa interessante la considerazione di Guri Schwartz nella sua introduzione a Istvàn Deàk, “Europa a processo, il Mulino ed., 2019, p. 31 dove scrive, in sintesi, che nelle popolazioni europee alcuni cercarono di configurare se stessi come semplici spettatori in quel conflitto, ma non era cosa facile, e l’esser coinvolti anche come vittime facilissimo. E «Alcuni vennero presi in ostaggio ed uccisi dai tedeschi, altri morirono perché coinvolti in scontri tra partigiani e truppe tedesche, altri ancora furono costretti dai fanatici locali a schierarsi politicamente o morirono di stenti perché, privi di influenze o protezioni, non ricevettero aiuto né dagli uni né dagli altri. La Seconda guerra mondiale non risparmiò del tutto nessuno in Europa».
24) Bisogna ricordare, però, che molti giovani andarono partigiani per combattere l’ingiustizia, per non sottostare alla leva del Terzo Reich o per porre fine all’occupazione nemica ed al regime dittatoriale fascista, con i suoi soprusi e le sue prevaricazioni. Essi erano vissuti per lo più sotto il fascismo e impararono alcune parole sotto l’esperienza partigiana. Ho tolto poi una frase che dice che garibaldini e osovani poi si spareranno addosso, con riferimento a Porzus, perché il 7 febbraio 1945 Giacca ed i suoi, che nessuno nega esser stati gli autori della strage, erano gappisti e non garibaldini. Ma non è la prima frase che ometto perché storicamente imprecisa ed anche diciamo così tendenziosa, ed ho dovuto anche mettere in ordine cronologico alcuni avvenimenti citati. E francamente, la narrazione in senso emotivo e favolistico di Chiarandini, che va per la maggiore magari ora, non rappresenta compitamente il momento storico.
25) Qui Chiarandini dice che pochi si aspettavano una reazione nazifascista così dura ma, pur essendo state secretate alcune situazioni all’opinione pubblica, come i campi di concentramento ed alcune stragi anche sui Balcani, in quanto l’informazione era totalmente controllata, non bisogna dimenticare che fra i partigiani vi erano anche persone che avevano combattuto in Russia e su altri fronti e conoscevano la durezza nazista e vittime del fascismo che conoscevano i metodi di questi ultimi e dei loro collaboratori.
26) Secondo me non era solo una questione di difesa ma anche una di studiare una possibile via per la ritirata partigiana, con meno perdite possibili. Inoltre l’incendio di Torlano era avvenuto il 25 agosto 1944, e quindi, da quando la Zona Libera fu realizzata con la lotta, le azioni per riprendersela, da parte nazifascista, erano subito iniziate.
27) EPISODIO DI ATTIMIS, NIMIS E FAEDIS 28-30.09.1944, di Fabio Verardo. (https://www.straginazifasciste.it/wp-content/uploads/schede/ATTIMIS,%20NIMIS%20E%20FAEDIS%2028-30.09.1944.pdf..
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L’immagine che accompagna l’articolo, scattata da me, Laura Matelda Puppini, mostra le rappresentanze militari e civili a Faedis, schierate con le bandiere presso il monumento alla resistenza, opera di Guido Tavagnacco, ove si è tenuta la cerimonia. A Guido Tavagnacco, come autore di opere che hanno come oggetto la Resistenza, Patria Indipendente ha dedicato un ricordo di Diego Collovini, intitolato “Guido Tavagnacco e la bellezza della resistenza”, leggibile online in: https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/forme/guido-tavagnacco-e-la-bellezza-della-resistenza/. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/in-ricordo-della-zona-libera-del-friuli-orientale-un-comune-monito-alla-pace/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/10/20250928_101437-Copia.jpg?fit=1024%2C1008&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/10/20250928_101437-Copia.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIADomenica 28 settembre '25 sono stata a Faedis al ricordo della tragica fine della Zona Libera del Friuli Orientale, ed a sentire parole di pace ma anche di preoccupazione per questi ‘tempi bui’. Vi erano gonfaloni e rappresentanti istituzionali, ma sarebbe importante che queste cerimonie si trasformassero in momenti...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





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