Stefano Gasti. Podestà a Ravascletto, tra fedeltà al partito, povertà e miseria della popolazione, ed un mare di beghe paesane.
Il 25 luglio 2026 a Ravascletto, nella bellissima cornice della “Corte di Baldisar”, dominata dall’antica ‘casa Pustetto’, Stefano Gasti (1), ricercatore friulano, ci ha parlato delle vicende dei Podestà del paese, riportandoci indietro con la mente a tempi lontani, dominati dalla miseria per molti e dai privilegi per pochi e dalle lotte intestine paesane, espresse in fazioni opposte ed in denunce rigorosamente anonime.
Un aspetto è stato inizialmente sottolineato dallo studioso: la povertà che attanagliava la Carnia, dovuta alla mancanza di lavoro per gli uomini, essendo di fatto state chiuse le vie dell’emigrazione ed essendo rimasta aperta quella per l’Africa. Alcuni carnici, fra i pochi rimasti non precettati per operazioni belliche espansionistiche, si fecero pure in quattro per potersi recare là per il pane, ma tornarono indietro ammalati di malaria, sia a Ravascletto, narrava Gasti, sia a Rigolato, dico io, dove mio suocero mai da me conosciuto, Fiorello Candido, rientrò anche lui dall’Africa portandosi addosso le febbri malariche.
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Ravascletto, 25 luglio 2026. (Foto di Laura Matelda Puppini).
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Stefano Gasti, all’ inizio del suo intervento, ha precisato che la fonte principale per i suoi studi sono i documenti provenienti dal fondo Prefettura di Udine giacente all’Archivio di stato della città friulana, ove sono contenuti dei faldoni, comune per comune, relativi alle missive che giungevano al Prefetto. Ma per fare un lavoro completo, si dovrebbero incrociare dette informazioni con i possibili documenti presenti negli archivi storici dei comuni stessi. Ed ha detto di aver visonato circa 35 comuni dell’allora provincia di Udine, molti dei quali sono ora transitati in quella di Pordenone, alcuni del cividalese e due soli della Carnia: Ravascletto ed Ampezzo.
Tutte le ricerche di Stefano Gasti sono state pubblicate sul sito https://www.storiastoriepn.it/ a cui rimando. Ma allora perché trascrivere questo intervento di Gasti a Ravascletto? Perché, anche se, come ogni intervento orale, esso è risultato meno sistematico dello scritto, però è stato arricchito da notizie e notiziole nuove, anche provenienti dal pubblico.
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Gasti ha quindi proseguito il suo intervento facendo presente che il periodo podestarile è stato quello della territorializzazione del fascismo e della cancellazione di ogni sistema democratico anche nei paesi italiani.
Ma di cosa stiamo parlando? Del fatto che, a seguito della legge 4 febbraio 1926, n. 237 (“Istituzione del Podestà e della Consulta municipale nei comuni con popolazione non eccedente i 5 000 abitanti”) e grazie al Regio Decreto 3 settembre 1926, n. 1910 (“Estensione dell’ordinamento podestarile a tutti i comuni del regno”), vennero soppressi gli organi elettivi dei comuni, ovvero il sindaco, la giunta ed il consiglio comunale, e tutte le loro funzioni furono trasferite ad un singolo soggetto, il podestà, che era nominato direttamente dal governo tramite regio decreto. Il podestà fascista rimaneva in carica cinque anni, con possibilità di rimozione da parte del prefetto in qualsiasi momento ma anche di riconferma oltre i cinque anni canonici. Nei comuni oltre 5000 abitanti, il podestà era affiancato da uno o due vice-podestà, sempre nominati dal governo centrale. (2).
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I podestà, anello del potere tra le comunità di paese e gli alti esponenti del fascio, venivano nominati con atto specifico del Ministero – ha narrato Gasti – ma era il prefetto che decideva prima chi sarebbe stato il podestà in un luogo o nell’altro e, naturalmente, i ‘papabili’ a detta carica dovevano essere di provata fede fascista. E da quanto ho capito dallo studioso di Cerneglons, pare avessero anche la funzione di segnalare possibili sovversivi. Le amministrazioni podestarili andarono avanti dal 1926 al 1945. Finita la guerra, si andò ad elezioni amministrative e vennero nuovamente eletti i consigli comunali.
Le persone da nominare quali podestà di un paese venivano segnalate dal Federale provinciale e dai carabinieri e dovevano avere pure alcune caratteristiche: un certo grado di istruzione; aver partecipato come militari alla prima guerra mondiale; dovevano essere sposati e dovevano risiedere nel luogo; dovevano appartenere alla razza ariana e professare la religione cattolica. E non erano retribuiti per il loro lavoro, essendo il loro incarico considerato di rappresentanza. Inoltre se una delle caratteristiche sopraccitate mancava al candidato, egli riceveva una sorta di pressione per mettersi a posto o doveva esser esonerato da chi di dovere in caso della mancata residenza nel paese in cui era Podestà.
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Stefano Gasti parla il 25 luglio a Ravascletto. (Foto di Laura Matelda Puppini).
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I Podestà in Friuli presero piede, sostituendo i sindaci, le giunte ed i consigli comunali, alla fine del 1926. All’epoca la situazione era la seguente: i podestà ed anche i Federali venivano scelti fra la classe dirigente già presente nei paesi, tanto che molti sindaci diventarono, in questa prima fase, podestà facendo in modo che gli abitanti dei luoghi non percepissero una netta frattura immediata con il passato. Ma successivamente venne richiesta, a chi veniva nominato a detta carica, una adesione completa ai dettami del P.N.F. e del regime.
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Passando quindi a parlare in modo specifico di Ravascletto, Gasti ha sostenuto che, allora, globalmente e sinteticamente, c’erano tanti problemi sul tappeto nel comune e molti confronti accesi: in particolare tra Zovello alleato con Campivolo, i cui abitanti erano capitanati da una famiglia De Crignis, ed il capoluogo. Queste animosità avvennero sempre all’ interno del P.N.F., e difficilmente le due fazioni si trovarono d’accordo su qualcosa. Infatti i De Crignis controllavano il partito localmente, ma non avevano un buon rapporto con il Prefetto. Così andò a finire che i Podestà a Ravascletto vennero per lo più da fuori comune e vi fu solo un podestà locale: Giacomo Barbacetto, che venne costantemente avversato dai De Crignis tanto da non riuscire a durare molto in carica.
Infatti i podestà del centro della Val Calda furono, nell’ ordine: Pietro Galante (geometra, anche Podestà di Comeglians; in carica dalla primavera 1927 al 1929); Giacomo Barbacetto, (del luogo, 17 giugno 1929 – aprile 1932); Marcello Stua (geometra, residente a Comeglians; aprile 1932 – novembre 1939); Aleandro De Antoni, (podestà dal 3/1/1940 all’aprile 1942 e formalmente in carica fino a luglio 1943 e poi commissario prefettizio). (3).
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Però dato che parliamo della Carnia, secondo Gasti bisogna tener conto di alcuni aspetti. In particolare nel 1933 avvenne il funerale dell’anarchico Giovanni Casali, morto in Francia in un incidente stradale e la cui salma era stata traslata a Prato Carnico, funerale civile a cui partecipò una gran folla, che fu considerato dal fascismo come un affronto al potere dominante (4) ed i cui echi giunsero, come ci ha ricordato Gasti, sino a Benito Mussolini.
Era allora Prefetto della Provincia di Udine Temistocle Testa (5), giunto a rivestire tale carica in Friuli nel 1932, pezzo grosso prima dello squadrismo modenese e poi del fascismo. Preoccupato per l’accaduto, egli chiese immediatamente un rapporto sulla situazione, ed infatti Gasti ci ha detto di aver trovato tutta una serie di relazioni sia dei carabinieri sia del Questore di Udine Baldassarre Augugliaro (6), uno dei pochi che rilasciò documentazione scritta risalente a quel periodo.
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Temistocle Testa prima del 1945. Foto tessera del Prefetto Temistocle Testa conservata nell’archivio del Giornale d’Italia, presso la Biblioteca comunale G. C. Croce di San Giovanni in Persiceto (BO). Da: http://www.montesole.eu/cms/testimonianza-massacro/2-non-categorizzato/229-don-fornasini-testa.html. In: https://it.wikipedia.org/wiki/Temistocle_Testa.
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Ma – scrive Gasti su storiastoriepn.it– fu proprio lui che, forse, volle presentare al Prefetto Temistocle Testa una situazione aggiornata sulla penetrazione del fascismo in Carnia, anche se il suo predecessore, Francesco Peruzzi (7) aveva definito l’antifascismo locale un fenomeno legato all’attività di “pochi esaltati”. (8).
In particolare si trovano, all’ Archivio di Stato, – ha narrato Gasti – le relazioni del comandante dei Carabinieri Luigi Caroelli (9), persona che appare molto in linea con il fascismo. Però stranamente, dopo che cinque partecipanti al funerale dell’anarchico Giovanni Casali vennero mandati al confino ed altri ammoniti (10), nel gennaio 1934 proprio il Caroelli scriveva nel suo rapporto, che «in Carnia la popolazione è tranquilla e non chiede altro che di lavorare. Quel che vi difetta, come d’altronde in tutta la provincia, è l’affermazione e la penetrazione del fascismo nelle masse, nei contadini nel popolo. La causa? L’apatia dei dirigenti che sono distratti dalla loro missione per ragioni personali, per combattere questa o quella persona… Bisogna che i dirigenti si rendano conto della missione importante di educazione e di rinnovamento che il fascismo si ripromette dimenticando vecchi rancori, gli amici o i nemici, i favoritismi, le vendette». (11). Ma, sempre secondo Gasti, dai rapporti delle autorità si evince che il punto debole del fascismo in Carnia era che non esisteva una linea ideale di ‘fascismo’ univoca a cui appellarsi, mentre i rappresentanti politici del Partito Nazionale Fascista non dimenticavano rancori, inimicizie, vendette e favoritismi.
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La copertina del volume: AA.VV. “Compagno tante cose vorrei dirti…” Il funerale di Giovanni Casali Anrchico, Prato Carnico 1933, Centro Editoriale Friulano, 1983. (Da: https://www.sitocomunista.it/resistenza/casali_funerali/casali_funerali.html).
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Nel ricordare questi fatti, Stefano Gasti ha anche accennato ad un altro pezzo grosso fascista ad Udine: il Federale Primo Fumei, pure componente del direttorio nazionale del PNF e segretario federale di Trento. (12). Sempre secondo detto studioso, il trio Temistocle Testa, Primo Fumei e Luigi Caroelli furono gli artefici del controllo fascista nella prima metà degli anni trenta. I loro rapporti però dicono anche che la popolazione in Carnia non chiedeva che di lavorare ma, secondo Caroelli, quello che difettava, in quella zona, era la penetrazione del fascismo nella popolazione. A suo avviso questo derivava dall’apatia dei dirigenti, distratti dalla loro missione a causa dei loro interessi personali.
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Ma per ritornare ai Podestà di Ravascletto, Gasti ha ricordato ancora una volta che uno solo era stato del luogo: Giacomo Barbacetto, mentre gli altri tre erano di Comeglians ed avevano ottenuto una specie di dispensa dal risiedere in loco. E si sa anche che fu orchestrata una trama per far dimettere Pietro Galante, agrimensore, il primo dei quattro, che era pure o sarà poi Podestà di Comeglians, chiedendo che egli fosse obbligato a risiedere nel centro della Val Calda. Al suo diniego, egli dovette abbandonare la carica.
Nel rapporto sulla Carnia fascista di Caroelli, secondo Stefano Gasti, vi è pure una serie di annotazioni sui vari paesi carnici. Relativamente a Ravascletto, viene precisato che Eugenio De Crignis, segretario del P.N.F. locale, era un incapace. Ma si legge anche che a Cercivento le organizzazioni fasciste si trovavano nel più grande abbandono, e peggio ancora versava la zona dell’Alto But, dove i lavoratori risultavano indebitati al punto tale da non riuscire ad avere più credito dai commercianti locali. E bastano queste righe a mostrarci una Carnia affamata, dopo il fiorente periodo delle Cooperative Carniche che avevano cercato di dare a tutti ‘pane e lavoro’. (13).
Ed io ritengo che anche lo smantellamento, da parte del fascismo del gruppo delle Carniche, formato dalla Cooperativa di Credito, Consumo e dal Consorzio tra le Cooperative di Lavoro ed operativo al fianco del Segretariato dell’emigrazione, che aveva dato da mangiare alla Carnia intera anche dopo la fine della prima guerra mondiale attraverso la sua rete capillare di filiali, sia stato motivo del poco amore verso il regime della popolazione carnica.
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Il Questore Agugliaro, in effetti, aveva precisato che il fascismo non era ancora penetrato nelle coscienze dei carnici e, chiedendosi il perché, si era dato come risposta che le cause erano i problemi economici della popolazione, la disoccupazione, la miseria, la cessata emigrazione, aspetti tutti di una stessa “medaglia”. Ma vi erano, sempre secondo Agugliaro, in quella terra montana più che in altre zone, divisioni e dissensi personali e mancava quella fervida opera di persuasione, da parte fascista, che si sarebbe dimostrata necessaria più che in altri territori. Infatti molti risultavano gli iscritti al fascio, ma pochi i fascisti animati da vera passione.
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Simbolo del Partito nazionale Fascista. (Da: https://www.memoriaurbana.it/2021/01/11/piazza-del-littorio/).
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C’è poi una relazione, sempre secondo lo studioso di Cerneglons, scritta nel 1933 dal responsabile fascista di zona, il Fiduciario Mandamentale avvocato Ettore Della Pietra (14), nato a Comeglians nel 1896 e laureatosi in giurisprudenza a Bologna. Egli sostiene, in questo scritto, che il fascismo in Carnia non aveva vissuto il periodo squadrista, e che era questo l’aspetto che aveva determinato la situazione di poco amore verso lo stesso della popolazione carnica.
Ma, che sappia io, vi erano state anche in loco azioni squadristiche (15). Inoltre dopo il delitto Matteotti, aveva continuato l’avvocato, i capi del fascismo in Carnia risultavano del tutto inadeguati alla missione loro affidatagli. Infine, a suo avviso, non si doveva dimenticare le caratteristiche dell’“uomo carnico”. Costui avrebbe dovuto avere quel senso di indipendenza, decoroso e doveroso, che avrebbe dovuto provenire dal suo esser stato forgiato con la guerra; dal suo esser stato, precedentemente, ripulito dai padroni dell’anteguerra, individuati nei signori della Banca Carnica, e avrebbe dovuto trovare un generoso senso di sé stesso nel fascismo, che prima non c’era. Peccato che l’avvocato si fosse dimenticato che la società carnica si reggeva principalmente sulle donne, che però l’etica fascista considerava solo come produttrici di bambini o oggetti di conquista da parte del maschio latino.
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Comunque per continuare a riportare il pensiero dell’avvocato Della Pietra, a suo avviso, i ‘sorestanz’ del momento si iscrivevano al fascismo mettendo in disparte le camicie nere, che invece avrebbero dovuto esser tenute in grande considerazione. E, sempre secondo lui, i fascisti erano persone di poca moralità e concepivano il partito solo come istituzione da sfruttare. Quindi riferiva pure alcuni fatti accaduti. Per esempio, scriveva che a Ravascletto il podestà Barbacetto aveva deliberato di acquistare per il Comune una malga di sua proprietà, la malga Val Secca, per 21.000 lire contro una stima di 14.000 lire. Ma dato che qualcuno aveva criticato l’affare, egli si fece fare una stima da un’altra persona, il geometra Marcello Stua di Comeglians, che poi lo sostituì nella carica di podestà del paese. Questi valutò il bene molto di più, e così la malga di Barbacetto fu venduta al Comune per 30.000 o 31.000 lire. Ma le alte sfere del fascismo, dico io, in aspetti di questo tipo non si può dire che non avessero dato esempio.
Vi era inoltre in Carnia una resistenza silenziosa, sotterranea – ha proseguito Gasti – una resistenza civile, diffusa e passiva, ed a ben vedere la popolazione subiva il fascismo e lo seguiva solo per poter sopravvivere e neppure i podestà potevano fare molto per cambiare la situazione.
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Vittorio Molinari. Ragazzi riuniti al campo sportivo di Tolmezzo fanno il saluto fascista. (Archivio Vittorio Molinari).
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Per quanto riguarda Ravascletto in particolare, come già riportato, il primo podestà fu Pietro Galante, residente a Comeglians, che rivestì detta carica dal 1927 al 1929. Poi venne Giacomo Barbacetto che guidò Ravascletto dal 17 giugno 1929 all’ aprile 1932, a cui seguì Marcello Stua, anche egli di Comeglians, che ricoprì detto incarico formalmente per circa otto anni, dal 1932 al 1940, essendo prefetto Temistocle Testa. Questo aspetto è interessante perché si sa – ha continuato Gasti – che quando detto Prefetto trovava dei podestà che gli andavano a genio li manteneva in carica il più possibile. Quindi a Stua succedette Aleandro De Antoni di Comeglians, (non volendo alcun locale rivestire la carica di podestà a Ravascletto in epoca bellica), che mantenne la carica, anche se desideroso di dimettersi, fino al 1945, cioè alla fine della guerra.
Nel periodo in cui rivestiva la carica di Podestà, Aleandro De Antoni venne pure richiamato alle armi e così il suo posto venne preso da un Commissario Prefettizio che però fu richiamato anche lui e quindi ritornò Podestà Marcello Stua, che fu, di fatto, il personaggio più influente nella vita di Ravascletto sino alla fine del fascismo.
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Invece colui che fu uno dei principali esponenti del fascismo a Ravascletto fu Querino De Crignis, segretario del Partito nel paese dal dicembre 1927 al marzo 1931. Ed a lui succedettero alla carica altri due della stessa casata: Eugenio ed Ovidio De Crignis. In sintesi il fascismo a Ravascletto era in mano ad una precisa famiglia quella dei De Crignis di Campivolo, detti “chei dal Ros”. (16).
Ma anche all’ interno del fascismo in un piccolo paese come Ravascletto vi erano lotte fra fazioni diverse e così – ha continuato Stefano Gasti – si può trovare sulla documentazione della Prefettura che Querino De Crignis fece “guerra” a Pietro Galante, sostenendo che non era sufficientemente presente in paese, che appoggiava delle consorterie e concedeva privilegi ad alcuni. E non essendoci allora i consigli comunali, andava a finire – ha precisato pure e sempre lo studioso di Cerneglons – che le rimostranze andavano a finire al Prefetto che inviava una ispezione, girando pure le lamentele ai carabinieri ed ai Federali.
In genere i carabinieri, quando non avevano prove certissima dei fatti ipotizzati, tendevano a dire che a loro non risultavano, mentre ai vertici provinciali del Partito Nazionale Fascista non interessavano le beghe paesane ma l’efficienza amministrativa e che ci fosse, in ogni paese, armonia tra il segretario del Partito ed il podestà. Però, dalla documentazione presente all’ Archivio di Stato, si capisce che a Ravascletto detta armonia non esisteva affatto. Così anche le possibilità di azione del P.N.F. e del Prefetto, nel centro della Val Calda, risultavano piuttosto limitate. Quando il Podestà era stato richiamato, il Prefetto aveva mandato a Ravascletto, nel 1931, un commissario Prefettizio, Cecconi, anche per limitare il potere della famiglia De Crignis di Campivolo, ma senza grossi risultati.
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Inoltre a Ravascletto un certo potere veniva pure esercitato da coloro che avevano in mano l’Opera Nazionale Balilla, sostenuta a spada tratta dal P.N.F. e in Friuli anche dal Prefetto Temistocle Testa, che portò ad una frattura fra la chiesa ed il partito nelle città, nelle campagne, nelle montagne, in collina. Infatti la chiesa voleva continuare ad avocare a sé, attraverso l’Azione Cattolica, gli scouts e le ore di dottrina, l’educazione dei bimbi e delle bimbe, dei giovani e delle giovanette, senza massicce intromissioni statali.
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Vittorio Molinari. Celebrazione di un avvenimento a Tolmezzo in epoca fascista. (Da archivio Vittorio Molinari).
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Nel centro della Val Calda, il Presidente dell’O.N.B. era sempre un De Crignis della stessa famiglia sopra menzionata: De Crignis Giuseppe. Questi, nel 1929, organizzò un ‘radioso’ campeggio a cui parteciparono 400 bambini provenienti da tutta la provincia, con un gran squillare di trombe e l’arrivo in visita del Federale di turno ed altre autorità. Allora era in paese Fiduciario dei commercianti l’oste Benedetto Barbacetto che si vedrà poi essere poco amato. Però, dico io, manifestazioni che davano visibilità al Partito al potere, al paese e forse un soldo in più all’ esercente ‘amico’, erano molto amate dal fascismo a più livelli che le utilizzava come mezzo di propaganda e servivano pure per coprire la miseria dilagante.
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Per capire poi che aria tirasse nel fascismo locale del centro della Val Calda, detta prima di San Canciano, Gasti ha ricordato pure che, ai tempi della presa del potere del fascismo e del suo diventare regime, era sindaco di Ravascletto Amelio Barbacetto, originario di Zovello che però risiedeva a Paluzza, che ricoprì detta carica dal 1924 al 1926. Egli era nato nel 1894, era maestro elementare ed invalido di guerra, ma era anche un tipo “fortemente connivente”, per cui iniziarono a fioccare denunce anonime, e si ipotizza che alcune di queste fossero state opera della consorteria dei De Crignis. Di cosa si accusava Amelio Barbacetto? Uno degli scritti afferma che egli utilizzava una prassi clientelare per scegliere gli operai da inviare per lavoro in Francia, che aveva così danneggiato un padre di famiglia da tempo senza lavoro a vantaggio di proprietari di terreni e case e persino di sovversivi. All’epoca lo Stato riusciva ancora a mandare operai in terra francese, ha sottolineato Gasti, poi sarebbero venuti quelli che sarebbero stati mandati in Africa Orientale. E la miseria era tale che c’era una specie di gara per ottenere questi posti.
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Un’altra segnalazione anonima descrive quello che si diceva in giro di Benedetto Barbacetto, che Giacomo Stua aveva nominato come suo delegato, cioè aiutante. Egli veniva accusato di comportamento immorale in quanto sua moglie percepiva, oltre lo stipendio, insegnando già alla scuola serale di disegno, 2000 lire in più all’anno. E questa voce anonima, megafono di ambienti ostili al Barbacetto, temeva pure che la nomina di delegati locali potesse portare ad una specie di esclusione del podestà dai suoi compiti, passando tutto in mano di altri. Ma Stua era presente per due soli giorni a Ravascletto, avendo compiti istituzionali anche a Comeglians e forse così aveva cercato un aiuto in una persona del luogo.
Dopo detta missiva, venne organizzata una indagine ispettiva della Prefettura da cui si venne a sapere che il Barbacetto in questione era uno squadrista iscritto ai Fasci di Combattimento ante Marcia su Roma; che nel 1932, “per avere fomentato forti dissidi nell’ambiente locale”, era stato assegnato al confino di polizia per un anno (pena ridotta in occasione del decennale del partito) e che per riabilitarsi aveva chiesto di partecipare alla Campagna d’Etiopia nella MVSN, ma in Africa si era ammalato e quindi era rientrato in paese dopo alcuni mesi. Riammesso al Partito ma con anzianità a decorrere dal 9 maggio 1936 (anno della fondazione dell’Impero), faceva pure parte della Coorte d’Onore della MVSN.
Ambizioso, spesso ubriaco e litigioso, era stato talora richiamato dal Comandante CC di Ovaro. Dal certificato penale risultavano i seguenti precedenti: peculato e falso (1929 con assoluzione) e doppio uso di marche da bollo (1933, condanna a 15 gg di reclusione). Non godeva della pubblica considerazione e la sua nomina a Delegato del Podestà era stata accolta dalla generale disapprovazione che aveva provocato diverse rimostranze.
Era allora Federale in Udine Raimondo De Puppi (17), fascista di Moimacco, che si accorse delle tensioni interne al Partito Fascista in Carnia ed in particolare a Ravascletto, e suggerì di nominare Podestà Querino De Crignis, ma il Prefetto si oppose. Insomma nella Ravascletto fascista pareva non esservi pace.
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Stefano Gasti parla a Ravascletto il 25 luglio 2026 con a fianco Luca Nazzi. (Foto di Laura Matelda Puppini).
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Tornando indietro nel tempo, subito dopo il podestà Galante, sempre non residente a Ravascletto, era stato nominato Podestà Giacomo Barbacetto, che rimase in carica dal 1929 al 1932. Ma anche contro di lui ci furono “reazioni personali” e per questo il Prefetto procedette, alla fine, alla nomina di Marcello Stua di Comeglians alla carica di Podestà di Ravascletto. Una delle critiche più importanti al Barbacetto era quella che fosse spalleggiato dal Parroco di Zovello, don Erminio Ordiner, oltre al fatto che vedesse ben poco.
Questa volta, la prima in cui si sentisse parlare della nomina di un delegato, «La voce anonima, megafono degli ambienti ostili al Podestà, chiedeva di procedere alla nomina di un Delegato podestarile a Ravascletto, come accade “in tutti i Comuni d’Italia, in dove i Podestà hanno gli occhi e la vista buona e non come questo che non vede nemmeno a leggere le prime lettere dell’alfabeto, e che deve far passare tutto per le mani degli altri…. e che tutti i giorni fa una corbelleria peggio dell’altra”». (18). Ma poi, quando un delegato era stato nominato ai tempi del Podestà Stua, non andava più bene, come già visto.
La risposta all’ attacco a Giacomo Barbacetto fu una lettera sottoscritta da 125 capofamiglia, quindi credo da quasi tutto il comune, che avevano espresso solidarietà al Podestà locale. Costui, fra l’altro, era considerato in paese un nobile, ma nella realtà – ha specificato Luca Nazzi velocemente – la sua casata possedeva un titolo nobiliare che era stato acquisito per riflesso dalla casata Barbacetto tedesca, che se lo era guadagnato combattendo la guerra dei trent’ anni dalla parte dei cattolici.
E il motivo di questa missiva, sottoscritta da 125 capofamiglia pro Barbacetto ed indirizzata alle autorità superiori, pareva proprio fosse quello di sventare le manovre che certi ambiziosi al comando cercavano di portare avanti contro “l’uomo” (cioè Giacomo Barbacetto), fedele esecutore degli ordini del Duce, per il progresso della Patria.
Ma vi furono – ha precisato Gasti – più missive dirette al Federale ed altre autorità, per lo più anonime contro l’uno o l’altro.
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Marcello Stua podestà era nato nel 1903, era un perito agrimensore e geometra, come già ricordato, e risiedeva in comune di Comeglians, più precisamente a Tualis, suo paese natale. Egli divenne podestà di Ravascletto nel 1932, carica che ricoprì per molti anni. Il primo documento reperibile all’Archivio di Stato di Udine firmato da Marcello Stua è datato 1934, ed è una relazione indirizzata al Prefetto in cui denunciava una gravissima situazione sociale del paese a causa della disoccupazione. A questo punto il Prefetto fece una visita ispettiva che giunse alle seguenti conclusioni: il problema fondamentale erano le rivalità fra frazionisti, di origini remote e non sempre ben definite, che servivano solo a dividere gli animi e ad insterilire ed infiacchire sempre di più la vita locale.
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Giacomo Stua aprì una stagione, secondo Gasti, segnata dalla gravissima disoccupazione (il tasso di disoccupazione nel comune superava il 55%), con la popolazione che viveva di miseria, dove ben 35 operai locali riuscirono a venir reclutati per lavori in Africa Orientale, il che allora pareva una benedizione, ma poi, come già scritto e come accaduto per altri lavoratori carnici nella medesima situazione, per la metà ritornarono anzitempo al paese perché si erano presi la malaria.
Di questo periodo è pure una relazione in cui si legge che la sezione del Partito Nazionale Fascista di Ravascletto, che contava, allora, 60 iscritti, era nel completo abbandono e che il segretario politico Eugenio De Crignis risultava incapace e inadatto al compito affidatogli. Da questa informativa, si può trarre la considerazione che, anche ai tempi del Podestà Giacomo Stua, quest’ ultimo e il segretario politico del P.N.F. non andavano d’accordo. E non bisogna dimenticare- ha precisato Gasti – che Marcello Stua era stato nominato Podestà in quanto ritenuto estraneo alle beghe paesane in Val Calda.
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Ravascletto nel 1935. Foto Pignat. (Da: Ravascletto Carnia Udine panorama Foto Vintage del 1935 Touring Club Italiano | eBay
Però, nonostante questa speranza, non mancarono all’epoca neppure accuse anonime al Podestà Stua per esempio per aver nominato un delegato. Gasti ha detto di averne trovate due, datate 1937, il cui contenuto fu però confutato dai carabinieri che le considerarono prive di fondamento. Esse erano relative ad una ipotesi di gestione clientelare degli appalti ed al suo assenteismo. Ma da quanto reperito sempre da Gasti, Stua, che abitava a Comeglians, aveva ottenuto dalla Prefettura di recarsi a Ravascletto solo due giorni alla settimana e pertanto non era assenteista se non si trovava in Val Calda sette giorni su sette. Infatti egli aveva impegni anche a Comeglians essendo segretario politico del P.N.F. in detto paese, ed a periodi alterni anche Podestà sia di Comeglians che di Ravascletto. E anche lo Stua fu avversato dalla famiglia De Crignis di Campivolo e non era coadiuvato dal Segretario locale del P.N.F., Ovidio De Crignis che, secondo Gasti, i carabinieri avevano definito “di modestissima levatura”. Ma forse, come ipotizzato dallo studioso di Cerneglons, Ovidio era mal consigliato dal fratello Querino, precedente segretario del fascio.
Per quanto riguarda ancora la famiglia De Crignis di Campivolo, Gasti ha ricordato che fu oggetto di un vandalismo notturno, con imbrattamento, mediante liquido di concimaia, della facciata della casa di Ovidio De Crignis, boscaiolo. L’indagine portò ad un nulla di fatto, ma i carabinieri esclusero motivazioni di carattere politico, ritendo che l’atto fosse stato causato da risentimento personale. Infatti era noto a Ravascletto che i fratelli Ovidio e Querino non godevano in paese molte simpatie per il loro modo tracotante ed invadente di agire. Insomma il clima all’ interno del P.N.F. fu sempre incandescente, anche se questo fatto potrebbe sia esser ascritto a beghe personali, ma anche, secondo me, ad una azione di qualcuno che era un oppositore politico ed a cui, magari, il De Crignis in questione aveva negato qualcosa. E in talsenso il limite fra personale e politico si osvrappone.
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Ma riprendiamo la storia dei Podestà di Ravascletto, seguendo il discorso di Gasti. Quando Marcello Stua venne richiamato alle armi, nella seconda metà del 1939, veniva nominato Podestà, al suo posto, Aleandro De Antoni (19), che mantenne la carica fino al 1943. Erano quelli anni difficili, quando fare il Podestà non era più un titolo ambito, essendoci la guerra in corso. E durante il suo mandato come podestà venne pure, come già scritto, richiamato alle armi. Egli aveva cercato di elencare le difficoltà personali svolgere il compito assegnatogli: abitava infatti a Comeglians, la strada da detto paese a Ravascletto era impervia e doveva percorrerla a piedi, ed erano 15 chilometri di via montana da percorrere senza poter utilizzare neppure la bicicletta, visti i dislivelli… Insomma si può dire che accettò l’incarico ma con ben poco entusiasmo.
Inoltre nessuno era allora felice di diventare podestà, e Gasti ci ha raccontato di aver visto che, in diversi casi, fioccarono certificati medici per poter declinare la nomina o dichiarazioni su difficoltà familiari e lavorative che impedivano di assolvere l’ormai gravoso impegno. Non così però nel caso di Aleandro De Antoni.
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Però nel maggio 1942, Aleandro (o Leandro) De Antoni venne richiamato a prestare servizio militare e fu sostituito da Marcello Stua, ancora una volta podestà. Quindi De Antoni fu di nuovo congedato ma non volle più rivestire la carica che ancora ricopriva. Così andò a finire che egli fu nominato Commissario Prefettizio L’11 gennaio 1944, carica che accettò, ma solo in teoria perché fu di fatto sostituito dal Commissario Prefettizio Marcello Stua. Però Aleandro De Antoni sosteneva di aver presentato formali dimissioni dall’ incarico, solo che il Prefetto le aveva respinte.
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Comeglians, borgo stazione. Autore ignoto. Circa anni 30. circa. (Da: https://www.ebay.it/itm/252203448760. Ripresa da wikipedia).
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Infine Stefano Gasti ha parlato di un ultimo documento, datato 1944, che riporta i motivi descritti da Leandro De Antoni che gli impedivano di riprendere la carica di podestà di Ravascletto, riassunti in: motivi di salute, familiari, di distanza, per le difficoltà di comunicazione, per il carattere montuoso delle strade che impedivano l’uso della bicicletta e costringevano a muoversi a piedi. Ed aveva aggiunto che per il bene del Comune era, a suo avviso, opportuno che il geometra Stua continuasse la sua opera e desistesse dall’idea di ritirarsi, che aveva manifestato. Ma vi era una persona che non era assolutamente d’accordo su questa soluzione ed era proprio Marcello Stua, che presentò pare per ben due volte la richiesta di dimissioni dalla carica. Infine, tra una richiesta di dimissioni e l’altra, il 4 novembre 1944, quando i cosacco – caucasici, giunti al fianco dei nazisti, avevano già occupato la Carnia, fu nominato commissario straordinario, facente funzioni di podestà, GioBatta De Crignis.
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Quindi ha preso, dopo il meritato applauso a Stefano Gasti, la parola Luca Nazzi, per illustrare la figura di Erminio Pustetto, ma questa è altra storia che pubblicherò in seguito. A questo mi preme aggiungere che, sentita questa relazione, pare davvero che in Carnia i fascisti che occupavano cariche amministrative non fossero poi molti. E da che ho letto, ma non ho studi in proposito, vi era un nucleo di squadristi a Comeglians ed un altro nucleo di legatissimi al fascismo si trovava ad Arta Terme rappresentato in particolare dal console della MVSN Alberto Liuzzi di padre ebreo (era il medico del paese), da ‘Mora’ e suo fratello, collaborazionisti ai tempi dell’ invasione nazista della Carnia, e da Leopoldo Radina Dereatti, il cui operato fu vagliato dalla Commissione provinciale per le sanzioni a carico dei fascisti pericolosi. (Cfr. https://archiviodistatoudine.cultura.gov.it/fileadmin/risorse/img_patrimonio/inventari/commissione_sanzioni_fasc_inventario.pdf). E per ora termino qui.
Questo testo però apre ad altri approfondimenti su chi furono questi ‘sorestanz’ che occuparono cariche pubbliche in Carnia al tempo del fascio, ed un fascista noto fu pure Renato Gressani, citato anche da Gasti nel suo articolo, e cosa fecero poi. Se qualcuno ha qualche informazione da dare a tutti sui personaggi citati e magari qualche foto ben venga, può scrivermi personalmente o meglio in commento. Grazie.
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Testo dalla trascrizione della registrazione dell’intervento di Stefano Gasti a Ravascletto il 25 luglio 2026, da L.M.P. integrata con parti dall’ articolo pubblicato dallo stesso studioso su storiastoriepn.it, citato in nota, e da altre informazioni. Laura Matelda Puppini
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Note.
(1) Stefano Gasti (Udine, 1959) vive nella periferia di Cerneglons. Dal Liceo è appassionato di storia locale con frequentazioni universitarie; regola il traffico ferroviario e si occupa di attività culturali e sociali. Ha scritto articoli per i giornali “Il Nuovo Friuli” e “Il Diari” e collabora con la rivista letteraria “La Comugne”. Si è cimentato in romanzi brevi, racconti lunghi, saggi, sceneggiature e poesie. (https://www.storiastoriepn.it/stefano-gasti-la-storia-di-remanzacco/).
(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Podest%C3%A0_(fascismo).
(4) Cfr. nel merito: AA.VV., “Compagno tante cose vorrei dirti… Il funerale di Giovanni Casali anarchico, Centro Editoriale Friulano, 1983.
(5) Temistocle Testa era nato Grana Monferrato (Asti) l’11 gennaio 1897, ed era figlio di un notaio. Aveva partecipato da volontario alla prima guerra mondiale, raggiungendo pure il grado di capitano. Fu un fascista della prima ora, sin dal 1921, dopo il suo trasferimento a Modena dove si era laureato in giurisprudenza. Nel 1922 partecipò alla marcia su Roma come comandante delle legioni modenesi, e fu nominato vicesegretario del fascio cittadino. Squadrista, fu responsabile di numerose aggressioni subite dai militanti socialisti e comunisti. Fu console generale della Milizia dal febbraio del 1923 fino al febbraio del 1931. Nel giugno del 1928 fu nominato segretario federale del PNF di Modena, gestendo il partito in modo deciso e autoritario e sedando, così, lo scontro tra le varie fazioni fasciste in lotta. La sua rapida ascesa nel PNF gli consentì di acquisire una grande azienda agricola di 203 ettari nel comune di Mirandola, tra le frazioni di Santa Giustina e Cividale. Il 16 febbraio 1931 venne nominato prefetto di 2ª classe a Perugia dove rimase fino al 16 ottobre 1932 quando fu trasferito a Udine.
Il 1° agosto 1937 diventò prefetto di 1ª classe e nel febbraio del 1938 fu inviato a reggere la prefettura di Fiume. Nella provincia del Quarnaro applicò le leggi razziali con estrema durezza e, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 16 e 17 giugno 1940 «fece eseguire una retata di tutti gli ebrei di sesso maschile e di età superiore a diciotto anni residenti a Fiume ed Abbazia. Animato da un profondo razzismo contro le popolazioni slave, dopo l’occupazione della Iugoslavia della primavera del 1941 proseguì in modo ancor più deciso l’opera di ‘snazionalizzazione’ e assimilazione anche nei territori aggregati del Fiumano e della Kupa. Dopo la fine della guerra venne accusato dal governo iugoslavo di aver ordinato l’incendio di tredici villaggi, di aver disposto la fucilazione di circa cinquanta persone a Monte Chilovi (Kilovce), di quattordici a Orehovica, nonché l’impiccagione di tre persone a Villa Nevoso (Ilirska Bistrica), imponendo che i cadaveri rimanessero esposti in piazza per ventiquattr’ore. Inoltre, fu accusato di essere uno dei principali responsabili della strage di Podhum del 12 luglio 1942, in cui furono fucilate centootto persone, mentre il resto della popolazione, formata da 889 persone, venne deportata nei campi di concentramento e il villaggio raso al suolo dopo essere stato saccheggiato.
Con l’occupazione della Iugoslavia, non si limitò solo a organizzare varie forme di repressione antipartigiana, ma approfittò della situazione per arricchirsi illecitamente e stabilire stretti rapporti d’interesse soprattutto con i generali Vittorio Ambrosio e Giuseppe Castellano. Nel dopoguerra venne accusato anche di non aver mai dato conto delle ingenti somme che il governo gli aveva assegnato per l’acquisto di bestiame e legname e di essersi appropriato dei beni razziati agli abitanti di Podhum.
Nel corso del 1942 acquistò le tenute di Maiana a Poretta Terme e altre tenute in Italia e diversi possedimenti in Africa. Il 1° febbraio 1943 fu destituito come prefetto di Fiume e messo a disposizione. Nel marzo successivo ebbe l’incarico di commissario per gli affari civili presso il comando militare per la Sicilia e il 12 giugno seguente fu nominato alto commissario civile per l’isola. Rientrato a Roma dopo lo sbarco degli Alleati, con la nascita della Repubblica sociale italiana fu nominato governatore di Roma. Il 17 gennaio 1944, su richiesta di Benito Mussolini, venne arrestato dai tedeschi e condotto in via Tasso perché sospettato di essere stato a conoscenza delle trattative per l’armistizio e implicato nella fuga in Svizzera di Edda Ciano.
Verso la fine dell’aprile del 1944, su incarico delle autorità tedesche, assunse la carica di commissario per i trasporti e per l’alimentazione dell’Urbe.
Il 4 giugno lasciò la capitale per dirigersi verso il Nord. Nei giorni successivi seguì il colonnello delle SS Eugen Dollmann, con il quale aveva stretto una fraterna amicizia, prima a Firenze e poi a Reggio Emilia. Nella città emiliana iniziò a ingraziarsi i partigiani e gli Alleati intervenendo per favorire il rilascio e, in alcuni casi, per evitare la fucilazione di prigionieri in mano ai nazifascisti.
Quindi riparò a Milano dove continuò a svolgere diverse attività. Il 6 maggio 1945 fu arrestato a Milano in seguito all’ordine di cattura emesso dall’Alto Commissariato per la punizione dei delitti fascisti e il mese successivo fu trasferito nel carcere di Regina Coeli a Roma. Il 30 maggio 1947, nonostante le pesanti accuse a suo carico, ottenne dalla corte d’appello di Roma il proscioglimento e fu scarcerato. Però successivamente fu di nuovo chiamato a rispondere per i suoi crimini, fu mandato al confino a Soverato, in Calabria ed infine venne rimesso in libertà il 27 novembre 1948. Morì suicida a Roma il 17 luglio 1949. (Testo da: https://www.treccani.it/enciclopedia/temistocle-testa_(Dizionario-Biografico)/).
(6) Trattasi di Baldassarre Agugliaro, di cui non ho trovato praticamente nulla solo che pare sia stato Questore successivamente a Padova dove fu rimosso dall’incarico il 1° febbraio 1944. Gasti scrive che era trapanese, classe 1881. A metà anni Trenta, fu promosso questore, a Verona collaborò con le autorità di polizia tedesche per la visita di Hitler. Si distinse per la sua opera di repressione di un gruppo di antifascisti. Iscritto al PNF nel 1932 ricevette varie benemerenze fasciste per aver smascherato reti di comunisti e antifascisti ma allo stesso tempo fu oggetto di critiche da parte di suoi colleghi. (Matteo Stefanori, Niente discriminazioni: Salò e la persecuzione degli ebrei, https://e-review.it/stefanori-niente-discriminazioni. Citato da Stefano Gasti nel suo con link: https://www.storiastoriepn.it/carnia-la-situazione-e-buona-ma-vi-difetta-la-penetrazione-del-fascismo/.
(7) Andrea Scartabellati ha pubblicato, sul n. 1 di Qualestoria, giugno 2024, pp. 73-103, un articolo che parla di Peruzzi intitolato: “Da Caporetto all’Ovra alla congiura del 25 luglio 1943. Il Memoriale di Francesco Peruzzi, questore”, in cui si legge che Francesco Peruzzi, nel luglio 1944, ai tempi dell’attentato a Hitler, terminava di redigere il suo “Memoriale” destinato ad Ivanoe Bonomi, dal 18 giugno 1944 (con Roma liberata il 4 giugno) Presidente del Consiglio dei Ministri nell’ Italia del centro- sud. In esso, secondo Scartabellati, si percepisce la paura del Peruzzi di essere arrestato a fine guerra, perché egli non era un qualsiasi funzionario dell’amministrazione di Pubblica Sicurezza, ma era stato questore in servizio a Perugia, Udine, Trieste (dove supervisionava uno dei più efficienti uffici politici del Paese) e poi a Roma, era stato, dal 1937 al 1943, direttore della 1a Zona Ovra, la cui circoscrizione, comprendeva la quasi totalità dell’Italia settentrionale che era la parte più industrializzata della nazione, facendo del suo ufficio una pedina nevralgica nell’opera di repressione dei sovversivi orchestrata dal fascismo. (Scartabellati, op, cit., p. 74). Ma chi era Francesco Peruzzi?
Francesco Peruzzi era nato a Ceccano, circondario di Frosinone, il 3 settembre 1883. Dopo la licenza liceale si iscrisse nel 1901 alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma. Nel novembre del 1907 sospese temporaneamente gli studi poiché chiamato alle armi in qualità di allievo ufficiale. Riformato per rassegna e congedato il 22 dello stesso mese, ritornò sui banchi di scuola laureandosi nel 1908. Nello stesso anno partecipò al concorso bandito dal ministero dell’Interno per la nomina di 70 delegati di Ps: il primo gradino nella gerarchia dei funzionari. Nel 1909 veniva nominato alunno delegato di Ps., dopo un mese e mezzo presentò domanda di completamento del ‘praticantato’ a Roma, (p.75- qualora ciò non fosse possibile, essere assegnato in subordine alle sedi alternative di Frosinone – Civitavecchia – Gaeta. Concluso il periodo di formazione, dopo la parentesi di Varallo Sesia (Vercelli), sede di servizio personalmente suggerita, Peruzzi ottenne l’agognato avvicinamento al luogo natio. E nel 1914 si trovava a Paliano, in provincia di Frosinone. (77). Quindi dal Lazio fu trasferito ad Asiago in provincia di Vicenza, successivamente prestò servizio in provincia di Sondrio ed infine raggiunse Tolmezzo, in Carnia (78), assegnato alla sottoprefettura. Il suo spostamento fu dovuto alla tipologia degli allogeni, che pare fossero troppo filo- austriaci. Nel novembre 1917 fu trasferito a Roma, e quindi fu assegnato all’Ufficio centrale di investigazione (Uci), il neo-costituito servizio d’élite della polizia diretto dal criminologo Giovanni Gasti. (p. 79). Nel novembre 1918 lo troviamo di nuovo in Carnia, il 16 dicembre 1920 venne nominato commissario. Essendo Commissario di Polizia a Tolmezzo sposò il 28 maggio 1921 Maria Calligaris, dalla quale ebbe due figli: Livia e Adriano. (Angelino Loffredi, Il Questore Francesco Peruzzi, in: https://loffredi.it/il-questore-francesco-peruzzi.html). Nel novembre 1917 fu trasferito a Roma, e quindi fu assegnato all’Ufficio centrale di investigazione (Uci), il neo-costituito servizio d’élite della polizia diretto dal criminologo Giovanni Gasti. (A. Scartabellati, op. cit., p. 79). Nel novembre 1918 lo troviamo di nuovo in Carnia, il 16 dicembre 1920 venne nominato commissario. Essendo Commissario di Polizia a Tolmezzo sposò il 28 maggio 1921 Maria Calligaris, dalla quale ebbe due figli: Livia e Adriano. (Angelino Loffredi, Il Questore Francesco Peruzzi, in: https://loffredi.it/il-questore-francesco-peruzzi.html). Sempre nel 1921 venne trasferito a Zara come titolare dell’Ufficio di Polizia. Quindi il 24 gennaio 1927 fu promosso vicequestore e questore all’età di 45 anni il30 marzo 1929, con provvedimento del Capo del Governo Benito Mussolini. (p. 81). Quindi Peruzzi ritornò a Roma a lavorare presso la Prefettura, ma nel 1929 fu spostato a Perugia, (Patria di Aldo Capitini), dopo la morte in cella di Gastone Sozzi. Legatosi operativamente a Temistocle Testa prefetto, lo seguì nel 1933 ad Udine, quindi dopo pochi mesi fu trasferito a Trieste come responsabile dell’ordine pubblico. (85). Francesco Peruzzi divenne poi questore e alto funzionario dell’Ovra fino a che fu inviato, nel gennaio 1943, a dirigere la questura romana. Peruzzi fece pure parte di un gruppo dirigente che a metà degli anni trenta contribuì a disarticolare la struttura clandestina comunista e del Partito d’Azione. (Angelino Loffredi, Il Questore Francesco Peruzzi, in: https://loffredi.it/il-questore-francesco-peruzzi.html)
(9) Il Tenente Colonnello Luigi Caroelli, sodale del Prefetto Temistocle Testa, nel 1942-1943 venne inviato in Jugoslavia come comandante di un campo di concentramento italiano a Fiume. Nel dopoguerra fu incriminato e poi assolto in Cassazione per aver solo obbedito. (https://www.storiastoriepn.it/carnia-la-situazione-e-buona-ma-vi-difetta-la-penetrazione-del-fascismo/. Infatti come colonnello dei CC, risulta citato a p. 242 di “https://www.esercito.difesa.it/assets/allegati/93917/H-8-Crimini-di-guerra.pdf” come presente nel fascicolo 346 della busta 46, relativa alle “Richieste da parte dell’Ufficio I di relazioni e dichiarazioni di ufficiali italiani testimoni di atrocità e violenze commesse in Jugoslavia da parte di italiani”. Stefano Gasti nell’ incontro di Ravascletto, ha detto che fu operativo anche a Padova dove si distinse per la sua attività repressiva.
(10) «Il 24 giugno si riunisce la Commissione Provinciale per il confino che invia alla residenza obbligata cinque antifascisti, ridimensionando le richieste del Prefetto. Si assegnano cinque anni a Luigi D’Agaro di Prato, assistente edile, a Italo Cristofoli di Prato, muratore, a Osvaldo Fabian di Pieria, meccanico, e a Guido Cimador di Truia, muratore, mentre è inflitto un anno a Edoardo Monaci di Pesariis, manovale. Vengono ammoniti Ezio Puntil di Pradumbli, boscaiolo, e i pesarini Vittorio Machin, falegname, Secondo Monaci e Odorico Gonano, muratori. Ricevono la diffida i tre muratori Ermenegildo Martin di Truia, Giuseppe Solari e Albino Cleva di Pesariis. Per Mattia Machin, muratore di Pesariis, e per Innocente Petris, falegname di Pradumbli, non viene invece preso alcun provvedimento punitivo». (Claudio Venza, Il funerale ‘ribelle’ di Giovanni Casali, anarchico di Pesariis, in: https://www.carnialibera1944.it/documenti/casali_funerali/funerale.html. Copia senza indicazione di pagina.
(12) Primo Fumei è citato oltre che da Stefano Gati anche in: https://it.wikipedia.org/wiki/Consiglieri_nazionali_della_Camera_dei_fasci_e_delle_corporazioni. Ricordo in questa sede pure l’articolo di Andrea Leonarduzzi: “Storiografia e fascismo in Friuli. Partito, gruppi dirigenti e società, in: https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1989_174-177_26.pdf. Egli, da segretario dell’ONB collaborò col federale Comessatti di cui, poco dopo, prese il posto. Alla fine del 1935, fu trasferito a Trento dove restò fino al 1943 come federale e da lì a Padova come Prefetto. Aveva fatto parte del Consiglio Nazionale e del Direttorio Nazionale del PNF. (https://www.storiastoriepn.it/podesta-e-prefetti-fascisti-in-provincia-di-udine-collaborazionismo-servizio-al-paese-o-semplice-gestione-del-potere/). Sempre secondo Gasti, Primo Fumei ricoprì due cariche per due anni senza che evidenti lamentele venissero alla luce. I primi mesi della presidenza dell’O. N. B. di Fumei furono impegnativi perché avrebbe avuto bisogno di forze fresche e di un ricambio rispetto alla gestione precedente. L’assidua attività di riorganizzazione portò Fumei nel solo mese di marzo del 1933 a incontrare la quasi totalità dei comitati dell’ONB. Primo Fumei era tenuto in grande considerazione da Testa perché spianò la strada a problemi locali e gli risolse innumerevoli problemi burocratici al punto da lodarne apertamente l’operato in contrasto con la diffusa e preponderante attività giovanile delle parrocchie. Non è dato sapere il motivo del suo trasferimento. Dalle parole di Fumei si percepisce rammarico come se la scelta non fosse del tutto accettata.
Testa definisce il passaggio di consegne tra Fumei e Rinaldi come “una consacrazione di fedeltà”. La cerimonia presso la casa del fascio fu caratterizzata come un’adunanza plenaria svolta davanti a una grande effige di Mussolini. “Lascio il fascismo friulano concorde ed operoso”, dà merito al Prefetto “al quale in definitiva risale il merito dei risultati positivi raggiunti in ogni campo costruttivo ed educativo… a lui devo l’ansia profonda di dare al fascismo friulano il mio contributo”. Dopo trentadue mesi di guida del fascismo friulano, a ottobre del 1936, Fumei venne trasferito a Trento, come Federale e vi restò fino al luglio 1943. Ed entrò nel Direttorio Nazionale del partito. Successivamente divenne Prefetto di Padova nella rovinosa avventura repubblichina fino al luglio 1944 e infine direttore generale nel ministero degli Esteri e ministro plenipotenziario. (https://www.storiastoriepn.it/fascismo-in-friuli-la-territorializzazione-del-regime-negli-anni-di-temistocle-testa/).
(13) Cfr. nel merito Laura (M) Puppini: “Cooperare per vivere. Vittorio Cella e le Cooperative Carniche (1906 – 1938) Gli Ultimi, 1988, link: https://www.nonsolocarnia.info/cooperare-per-vivere-di-laura-puppini-parte-i/
(14) L’avvocato Ettore Della Pietra, il 15 gennaio 1928 diventava consigliere del consiglio di amministrazione della Cooperativa Carnica di Consumo, unica rimasta in vita, quindi il 29 aprile dello stesso anno, lo troviamo Presidente della stessa e sempre in quell’anno cercò, con Vittorio Cella, di far in modo che la Cooperativa di Consumo, unica rimasta in vita, restasse autonoma trasformandola in Società Annonaria pura, perché non finisse sotto l’Encf (Ente Nazionale Fascista della Cooperazione) e si prese pure la responsabilità dell’ azione. (Ivi, pp. 83-84, e p. 114). Egli era nato a Comeglians nel 1896 e si era laureato in giurisprudenza a Bologna. (https://www.avvdellapietra.it/storia/).
(15) Sempre secondo l’avvocato Della Pietra, i ‘sorestanz’ del momento in Carnia, si erano iscritti al fascismo mettendo in disparte le camice nere che, secondo il Della Pietra, avrebbero dovuto esser tenute in maggior rilievo. Inoltre, a suo avviso, i fascisti carnici mostravano scarsa propensione verso un fascismo attivo. Ma non ritengo sia vero che squadristi non avessero operato in Carnia. Infatti nel 1922 avevano ideato di bruciare la sede delle Cooperative Carniche in via poi Matteotti a Tolmezzo, ma i soci l’avevano difesa, c’era stato un tentativo da parte di camice nere di raggiungere la Val Pesarina, ma avevano trovato paesani armati ad accoglierli ed avevano desistito, però gli squadristi erano riusciti a dare alle fiamme l’intera sede della Camera del Lavoro a Tolmezzo nel 1923, portando via in precedenza tutta la documentazione presente e poi eliminandola. (Cfr. nel merito https://www.nonsolocarnia.info/marco-puppini-quel-18-febbraio-1923-giorno-di-elezioni-a-venzone-mentre-il-fascismo-prendeva-il-potere/ dove Marco Puppini contestualizza quel fatto). Inoltre il primo fascismo aveva trovato certamente accoliti in Carnia, vedi Amabile D’ Orlando o lo Scillani ed altri. Per gli squadristi in Val Pesarina, su Elis Fraccaro, La resistenza anarchica i Carnia: Ido Petris” in: https://centrostudilibertari.it/it/petris-carnia, si legge che «Dopo l’avvento del fascismo, cioè quando gli squadristi cominciarono a prender fiato, il primo obiettivo fu sempre la Casa del Popolo. C’era un gruppo a Comeglians, (che) era il centro degli squadristi, e più volte avevano tentato di venire in vallata per occupare la Casa del Popolo. Ogni volta c’erano stati tafferugli, e così avevano rinunciato perché allora la gente non aveva ancora ricominciato ad emigrare in massa. Ma nel frattempo il fascismo prendeva sempre più piede a livello provinciale. Un giorno giunse la notizia che si stavano preparando a partire da Udine per occupare la Casa del Popolo di Prato Carnico. E anche qui si prepararono ad accoglierli. (…). Da Udine in effetti partirono per la Val Pesarina i camion con gli squadristi, ma qui non arrivarono mai: avevano avuto notizia di come sarebbero stati accolti e rinunciarono. Il problema dell’occupazione delle Case del Popolo l’hanno poi risolto requisendole per legge e poi gestendole loro». Inoltre il primo fascismo aveva trovato certamente accoliti in Carnia, vedi Amabile D’ Orlando o Isidoro Scillani ed altri.
(16) La casata di De Crignis fascista e il luogo di residenza della stessa sono stati specificati, nel corso dell’intervento del 25 luglio, dal sindaco di Ravascletto Ermes De Crignis.
(17) Su Raimondo De Puppi ho trovato ben poche informazioni in rete. Egli appartenne, secondo Andrea Lenarduzzi, Storiografia e fascismo in Friuli. Partito, gruppi dirigenti e società, https://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1989_174-177_26.pdf, p. 35, al gruppo di notabili ed aristocratici friulani, fra cui bisogna ricordare Luigi Spezzotti, Gino Di Caporiacco, Francesco Tullio, ed ancora il barone Elio Molpurgo, Francesco Rota, prima senatore, i conti Manuel de Asarta, Arbeno di Attimis, e Antonio Volpe. Ivi si legge pure che Raimondo De puppi, si occupò di bonifiche consortili, settore che produsse conflittualità in ambito fascista friulano. Egli fu segretario federale nel 1929 – 1930, e dal 1933, presidente dell’Unione Provinciale degli Agricoltori. (Ivi, p. 46). Raimondo De Puppi fu segretario federale del PNF dal 17 settembre 1929, dopo esser stato podestà di S. Giovanni al Natisone, vice podestà a Udine e presidente provinciale dell’ONB. (https://www.storiastoriepn.it/mussolini-incontra-il-federale-di-udine-conte-raimondo-de-puppi/). Pare fosse stato uno squadrista della prima ora.
(19) Ho elementi sufficienti per ipotizzare che si tratti di colui che veniva chiamato Leandro De Antoni, ragionere, nato a Treviso nel 1910, morto a Comeglians nel 1989, sposato con Teresa Da Pozzo nel 1935 da cui ebbe due figli, iscritto al P.N.F. dal 10 aprile 1927, proposto pure come Commissario prefettizio di Ravascletto l’11 gennaio 1944, carica che accettò. (Da documento giuntomi da Stefano Gasti il 2 agosto 2026). Anche per Romano Marchetti, Leandro De Antoni, che era, secondo lui, comproprietario di imprese industriali, era stato un fascista ed a causa di questo aveva subito delle imposizioni da parte dei partigiani, ma poi aveva aderito ad idee liberali ed aveva pure rappresentato il P.L.I. nel C.L.N. Val di Gorto. (Romano Marchetti, (a cura di Laura Matelda Puppini) Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, IFSML E Kappa Vu ed. 2013, p. 139).
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L’ immagine che accompagna l’articolo è una di quella che si trovano al suo interno, è stata scattata da me il 25 luglio 2026 e ritrae Stefano Gasti mentre parla. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/stefano-gasti-podesta-a-ravascletto-tra-fedelta-al-partito-poverta-e-miseria-della-popolazione-ed-un-mare-di-beghe-paesane/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/08/1000048736-1-Copia-rotated.jpg?fit=796%2C801&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/08/1000048736-1-Copia-rotated.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIAIl 25 luglio 2026 a Ravascletto, nella bellissima cornice della “Corte di Baldisar”, dominata dall’antica ‘casa Pustetto’, Stefano Gasti (1), ricercatore friulano, ci ha parlato delle vicende dei Podestà del paese, riportandoci indietro con la mente a tempi lontani, dominati dalla miseria per molti e dai privilegi per pochi...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





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