Marco Lepre. Il Terremoto e il ruolo dell’Esercito.
Pubblico questo testo di Marco Lepre precisando, però che io non ricordo assolutamente che ragazzi magari allora minorenni (anche se l’annoi precedente era stata stabilita per legge la maggiore età a 18 anni) , senza alcuna protezione, ma solo perché appartenenti al Movimento Studentesco tolmezzino siano andati a scavare a mani nude nei primi giorni dopo il terremoto con il rischio di beccarsi qualche infezione o di trovarsi in pericolo. Pertanto vorrei che Marco fosse più preciso (chi, dove, quando). Inoltre il servizio civile nacque dall’ obiezione di coscienza sostenuta dal grande e dimenticato Aldo Capitini, uomo religiosissimo e pedagogista di valore, e dal primo obiettore di coscienza: Pietro Pinna, (https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Pinna) ed in generale dal movimento non violento e pacifista italiano, fondato da Aldo Capitini nel 1962, (https://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_nonviolento) e di cui Pietro Pinna fu uno dei grandi rappresentanti. Detto movimento fu pure il primo ad organizzare la marcia per la pace Perugia – Assisi avvenuta il 24 settembre 1961. Devo poi sempre scrivere due righe su Remo Cacitti, il cui impegno per la ricostruzione di Venzone fu enorme, e che portò i suoi amici dell’ Università di Milano (all’epoca egli era docente alla Cattolica) a salvare pietre e numerarle grauitamente, in quell estate del 1976, impegno collegato pure all’opera attiva e fattiva della chiesa udinese e venzonese. Inoltre non si può dimenticare la partecipazione in prima persona di Clara Cacitti, sorella di Remo, maestra elementare, per la salvezza del centro storico, ora vanto del Friuli. Detto questo, riporto qui il testo di Marco Lepre.
Laura Matelda Puppini.
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«Marco Lepre. Il Terremoto e il ruolo dell’Esercito.
Devo ringraziare, innanzitutto il quotidiano Messaggero Veneto – che, da varie settimane, ha dedicato pagine e pagine e centinaia di articoli al 50° anniversario del Terremoto che colpì il Friuli, con testimonianze di chi intervenne a prestare soccorso e degli artefici dell’opera di ricostruzione – ed, in secondo luogo, le autorità istituzionali (compresa la Presidente del Consiglio, giunta inaspettatamente domenica scorsa a Gemona, per la seconda volta nel giro di qualche settimana, per partecipare al raduno triveneto degli Alpini), per avermi inaspettatamente “aperto gli occhi”.
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All’indomani della scossa distruttiva del 6 maggio, sono stato, infatti, per lungo tempo a Gemona, prima come volontario, presso un punto di ristoro per i soccorritori allestito dai sindacati, e poi per realizzare un documentario e ricordo molto bene il ruolo fondamentale dell’esercito nel prestare i primi aiuti, quasi sempre scavando a mani nude tra le macerie, nell’erigere le tendopoli e nell’allestire le mense per tutti quelli che erano rimasti da un momento all’altro senza casa e privi di tutto. Ero però convinto che le migliaia di giovani che, all’epoca, prestavano obbligatoriamente il servizio di leva (come è noto circa 2/3 dell’esercito italiano era di stanza nella nostra regione) fossero qui fondamentalmente per fare tutt’altro: imparare ad usare le armi; addestrarsi a sparare, prendendo bene la mira nei poligoni di tiro (la presenza di alcuni dei quali è ancora adesso oggetto di contestazione da parte delle amministrazioni locali); effettuare lunghe ed estenuanti marce con pesanti zaini in spalla; abituarsi ad obbedire, senza discutere, gli ordini (anche quelli più assurdi) che giungevano dai superiori.
Scopro così adesso, che tutto questo – e la indigesta presenza delle “servitù militari”, che alimentarono non poche proteste in Friuli – sarebbe solo un dettaglio e che lo scopo degli “alpini”, dei “bersaglieri” (protagonisti, alla fine di maggio, di un raduno a Lignano Sabbiadoro costato ai contribuenti oltre 200 mila euro, per celebrare l’accoglienza in questa località degli sfollati dopo le scosse di settembre), dei “carristi”, dei “lagunari”, degli “aviatori” etc. etc. era innanzitutto quello di compiere azioni “umanitarie” e gesti di solidarietà verso la popolazione. Difficile del resto, in quei drammatici momenti e scontando ancora l’assenza di una “protezione civile”, fare altrimenti. La incomprensibile alternativa sarebbe stata quella di rimanere consegnati in caserma. Trovo pure giusto che sia stato sottolineato (e non ho difficoltà a riconoscere) quanto l’Associazione Nazionale Alpini abbia fatto per organizzare “squadre” e cantieri di lavoro con i propri iscritti (quelli che, di mestiere e non per averlo imparato durante il servizio militare, facevano i muratori, i carpentieri, i geometri e gli ingegneri). Ho però anche dei ricordi personali, legati ad alcuni amici che hanno dato ugualmente un importante apporto. Il primo è quello di alcuni ragazzi di Tolmezzo, di soli diciotto anni, appartenenti al movimento studentesco carnico, che, con un coraggio e un’abnegazione a me sconosciuti, andarono per giorni ad estrarre cadaveri dalle macerie di Gemona e Trasaghis (e chi ricorda le temperature elevate di quell’inizio di maggio, capisce in quali condizioni si dovesse operare). Il secondo è quello di Remo Cacitti, che, grazie alla sua visione culturale e alle relazioni che fu capace di intessere con esperti e amici del mondo accademico, ebbe un ruolo di primissimo piano per la ricostruzione esemplare di Venzone. Né i giovani studenti di Tolmezzo, né Remo Cacitti (figlio, tra l’altro, di un maresciallo degli alpini, che era stato partigiano) vestivano però la divisa o esibivano un cappello d’alpino in testa.
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Sì. In effetti c’è un altro dettaglio, di cui tutti sembrano essersi dimenticati. Uno dei primi provvedimenti che i parlamentari friulani riuscirono a far approvare, fu l’esenzione generalizzata dal servizio militare di leva per i giovani dell’area terremotata, mentre quelli residenti nel resto della regione furono inseriti nel corpo dei Vigili del Fuoco o alle dipendenze degli enti locali terremotati. Neanche chi l’avesse eventualmente voluto, poteva arruolarsi nell’esercito. Fu un’anticipazione del servizio civile alternativo e avvenne, per la prima volta, a causa di un evento naturale. Qualcosa avrà pur voluto dire….
Tolmezzo, 22 giugno 2026
Marco Lepre – Tolmezzo (UD).
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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta Venzone dopo il terremoto ed è tratta da: https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/06/terremoto-friuli-1976-43-anni-fa-il-sisma-che-devasto-piu-di-100-comuni-e-fece-nascere-nuovo-modello-di-ricostruzione/5156546/. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/marco-lepre-il-terremoto-e-il-ruolo-dellesercito/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/friuli-675.jpg?fit=677%2C277&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/06/friuli-675.jpg?resize=150%2C150&ssl=1ECONOMIA, SERVIZI, SANITÀPubblico questo testo di Marco Lepre precisando, però che io non ricordo assolutamente che ragazzi magari allora minorenni (anche se l'annoi precedente era stata stabilita per legge la maggiore età a 18 anni) , senza alcuna protezione, ma solo perché appartenenti al Movimento Studentesco tolmezzino siano andati a scavare...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia




Mio padre, operaio delle officine dell’ospedale rizzoli, venne in friuli con una squadra del PCI di bologna. Ricordo benissimo i suoi racconti e sicuramente c’erano anche ragazz* minorenni studenti delle scuole superiori che operarono “indipendentemente” nei primissimi giorni. Stessa cosa successe per l’irpinia, dove alcuni miei compagni (frequentavo l’istituto agrario serpieri di bologna) delle quarte e quinte classi partirono per le zone colpite con squadre di soccorso organizzate dal movimento studentesco bolognese. Quindi a mio avviso ci furono sicuramente nei primissimi momenti ragazz* non maggiorenni impegnati nello sforzo di salvare concittadin* intrappolati sotto le macerie. Ovviamente dopo qualche giorno, quando lo sforzo diventò organico ed organizzato, questi ragazzi vennero impiegati in ruoli non direttamente collegati allo sgombro delle macerie e al salvataggio ma in ruoli logistici legati all’accoglienza dei senzatetto
Io so solo che a mio padre, dott. Geremia Puppini, allora Ispettore scolastico periferico di Gemona del Friuli, che aveva chiesto forse tre o quattro giorni dopo il terremoto di entrare nella zona rossa della cittadina ove si trovava l’edificio scolastico solo per fare una ricognizione a occhio di locali e capire se vi fosse stato qualche morto nell’edificio, fu impedito di entrare dalle forze dell’ ordine a cui aveva chiesto il permesso. Invece vi entrò a riconoscere morti con i carabinieri F.C. che lavorava in tribunale a Tolmezzo. Forze dell’ordine, militari e sanitari accorsero e cercarono di salvare tutti coloro che riuscirono. E dovevano lavorare in fretta, anche perché il rischio di uno scoppiare di epidemie anche per i resti degli animali che putrefacevano al caldo torrido, era reale. Poi voci di corridoio dissero che a Gemona fu buttata calce viva circa 10 giorni dopo il terremoto, senza tanta pubblicità. Allora si doveva far presto e salvare tutti coloro che potevano esser salvati. Non so poi la situazione di altri comuni. Certamente dopo una prima fase, molti accorsero a dare una mano, e sono tutte persone da ringraziare. Questo quello che io so.
Per quanto riguarda i ragazzi del movimento studentesco carnico, ma anche i giovani che avevano qualche anno in più, posso dire cher ci fu una riunione, a breve distanza dal 6 maggio, nel corso della quale, sottolineato che a Tolmezzo (zona già classificata come sismica) i danni erano stati limitati, si decise che era necessario mobilitarsi e intervenire nelle località più colpite. La persona – classe 1957, quindi di 18 o 19 anni d’età – che mi raccontò di aver partecipato al recupero di alcuni cadaveri (mi ricordo che citò sicuramente Trasaghis) era un liceale, molto conosciuto per il suo impegno nelle lotte studentesche di quegli anni. Se mi si chiede una testimonianza diretta che confermi le sue parole, non sono in grado di darla, anche perché assieme ad altri tolmezzini feci il volontario a Gemona per alcune settimane, presso un punto di ristoro allestito dai sindacati. Ci spostavamo in auto ogni mattina da Tolmezzo e rientravamo la sera. In ogni caso non ho alcun dubbio su quanto dichiaratomi, anche perché la persona in questione non era certo una che mentava vanto del suo impegno o millantava meriti non suoi. Non ho rivelato il suo nome, dal momento che mi sembrerebbe giusto avere prima la sua autorizzazione.
Da tempo vive e lavora negli Stati Uniti d’America e non saprei come rintracciarlo. Proverò comunque a sentire alcuni dei suoi amici. Sarebbe giusto che si ricordasse assieme quell’esperienza. Per quanto riguarda la precaria situazione dei soccorsi, ricordo come le temperature particolarmente elevate di quell’inizio di maggio contribuirono ad accelerare i processi di decomposizione dei cadaveri. Ad una cinquantina di metri dal punto di ristoro dei sindacati, dove operavo, c’era una villetta interamente crollata. Il cadavere di una donna anziana fu estratto solo dopo 15 giorni.