Dopo aver scritto sulla differenza che esiste nel numero di gappisti saliti alle malghe tra un racconto e l’altro,  vorrei  riprendere in particolare la testimonianza, datata il 18 maggio 1945, rilasciata da Gaetano Valente Cassino (1). Per quanto riguarda invece la ricostruzione datata 25 febbraio 1945 (2), aggiungo per ora che, anche ammesso che essa sia realistica e sia stata suggerita da alcuni testimoni e da Centina, andato alle malghe per assumere il comando del gruppo, essa comunque presenta alcuni elementi di perplessità. Ed è strano che non esista, che io sappia, verbale alcuno del racconto di Aldo Bricco, mentre esistono le ricostruzioni dei fatti di Leo Patussi e di Gaetano Valente (3), dagli stessi sottoscritte anche se non in modo autografo.  Inoltre la testimonianza di Leo Patussi, riportata per punti, pare più l’ennesima ricostruzione con precisazioni sull’accaduto scritta a più mani che la sua testimonianza diretta.

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Certamente, su questo eccidio non previsto e di cui nessuno sapeva niente prima che accadesse tranne Giacca e Marco che almeno avrebbero potuto raccontare perché salirono alle malghe e che mai testimoniarono ai processi, esistono racconti orali e scritti diversi, che hanno dato pure l’occasione di aprire a scenari diversi ed a responsabilità diverse, senza che alle tesi, che paiono via via cambiare degli osovani, poste fra realtà, desiderio di piegare la stessa ai propri convincimenti e mistificazione, sia stato opposto qualche dubbio.

E la stessa giustizia italiana, anni dopo, non  riuscì  a verificare punto per punto l’accaduto, trascinata dalla ipotesi accusatoria dei vertici della Osoppo e non solo che chiamavano a rispondere dell’eccidio, insieme a Giacca ed ad alcuni gappisti, anche la Natisone per tradimento dell’italianità, quando si era sotto l’OZAK, i partigiani della Natisone erano passati sotto la guida dell’Esercito Jugoslavo perché non sapevano dove andare dopo la fine della Zona Libera del Friuli Orientale e mancavano di ogni cosa, cibo, armi, mutande e fazzoletti  ed erano migliaia, 3000 secondo il loro comandante Sasso, che non aveva altra via che fare così, agendo, fra l’altro in modo non contrario ai principi del CV.L., o sciogliere la Divisione  (4). 

Ma nel primi anni del secondo dopoguerra fior di criminali vennero o amnistiati o neppure condotti a processo, mentre la gogna mediatica toccò agli sloveni, a tutti coloro che sognavano il comunismo ed alla Natisone che aveva lottato a fianco pure degli alleati per cacciare i nazisti  dall’Italia e liberala dal giogo fascista. E, pur avendo decretato i giudici,  nel primo processo quello di Lucca, che la Natisone non aveva tradito alcuno, si ricorse in appello.

Il processo a Firenze  si tenne nel 1954, in pieno maccartismo americano ed all’indomani del tentativo di modificare i meccanismi della democrazia italiana a causa della legge Scelba,dove i giudici decretarono che la strage  fu un atto tendente a porre una parte del territorio italiano sotto la sovranità jugoslava, ma  gli imputati furono assolti dal reato di tradimento in quanto «”pur essendo [l’azione degli imputati] subiettivamente ed obiettivamente diretta al fine del tradimento”, non determinò una situazione di pericolo per l’interesse dello Stato al mantenimento della sua integrità territoriale» (5).

Ma quello che fece la differenza fu pure la condanna a 30 anni per l’eccidio di Vanni, Giovanni Padoan che non aveva avuto parte allo stesso, dando soddisfazione alla politica ma non alla verità, secondo me e consolidando la criminalizzazione della Natisone che aveva portato, pure, il 31 dicembre 1947, al terribile attentato alla casa di Sasso, Mario Fantini, nel quale rischiarono di morire le sue figlie. (6).      

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La testimonianza di Gaetano Valente, datata 18 maggio 1945 ed alcune considerazioni nel merito.

Il racconto di Cassino, il giovane di Cervaro di Frosinone Gaetano Valente, partigiano osovano di stanza a Topli Uorch, reso il 18 maggio 1945 davanti a due testimoni appare a tratti, a noi che lo leggiamo ora, stupefacente, per esempio in merito allo spinoso  argomento del mancato intervento armato dei partigiani osovani contro i gappisti.

L’inizio del racconto è similare a quello delle altre 2 ricostruzioni del 15 e 25 febbraio 1945: infatti Gaetano Valente narra che tre osovani: Porthos, Tin e Rapido, che si erano recati al passo di Canebola a prendere del latte, alle ore 12.30 videro una colonna di uomini malvestiti ma ben armati che, proveniente da Porzûs, si dirigeva verso il paese di Canebola. Naturalmente si affrettarono a raggiungere le malghe del  Topli -Uorch per avvertire di quanto il comando ed i patrioti della I^ Brigata.

Giunti alla malga superiore, dove era situato un posto di guardia formato da cinque uomini, i tre li avvisarono di quanto visto,  ed a questo punto due partigiani, che ne facevano parte, si recarono a  fermare la colonna che si muoveva verso la malga locata sopra Clap. L’allarme alle altre malghe non venne dato immediatamente perché tempo prima il Comandante Bolla aveva richiesto al Comando Superiore un rinforzo di una settantina di uomini per tenere la zona e i  due  osovani che avevano fermato la colonna avanzante ritennero che essa fosse proprio il nuovo contingente richiesto. Però, comunque, domandarono ai componenti del gruppo chi fossero e questi risposero di essere uomini della pianura che salivano verso il monte a causa un severo rastrellamento in corso. (7).

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Ora che Bolla avesse chiesto un po’ di tempo prima, in fase di ripresa dell’attività partigiana, un contingente di 70 partigiani osovani, essendo rimasta la Brigata da lui comandata, dopo la fine della Z.L. del Friuli Orientale e il Proclama Alexander, sguarnita di uomini, è possibile. Ma su questo argomento ritornerò poi in questo mio testo.

Quello che resta da capire è invece perché Bolla, che stava per abbandonare il comando della I^ Brigata già trasformata da pochissimo in Gruppo Brigate dell’Est, per recarsi in pianura ad assumere il ruolo, da che ho compreso, di Capo di Stato Maggiore dell’intera formazione osovana, avesse sentito la necessità di richiedere ulteriori uomini per la I^ Brigata, quando vi era pure un gruppo della stessa operativo sul territorio, come starebbero ad indicare le storie di Elda Turchetti e Egidio Zampa (8), e le truppe partigiane erano ancora in fase di riorganizzazione.

Inoltre mi lascia molto perplessa come i gappisti fossero stati confusi con fazzoletti verdi.

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Ma continuiamo con il racconto di Cassino.

Alcuni componenti la colonna stessa chiesero informazioni sull’entità delle forze dei patrioti che si trovavano alle malghe e colui che sembrava il comandante chiese di parlare con il comandante dei patrioti osovani. A seguito di questa richiesta, uno di loro scese alla Malga Comando per informarne il Comandante Bolla dell’ accaduto e della richiesta (9). 

Ma questa ricostruzione pone un ulteriore problema presente fin dall’ inizio: dove era locata la I^ Brigata? In due malghe, in tre malghe, in due o in due o tre edifici di una malga sola? Ed anche nel documento n. 44, . “L’eccidio di Porzûs, le prime disposizioni del Comando 1a Divisione Osoppo, pp. 188-189, pubblicato da Alberto Buvoli nel suo: “Le formazioni Osoppo-Friuli. Documenti 1944-45, I.F.S.M.L., 2003, alle pp. 188-189, viene citata di fatto Malga Fastena come luogo dove si trovava la I^ Brigata. Ma secondo Paolo Strazzolini, a cui ho domandato lumi, le malga dell’eccidio si chiamava anche Malga Fachena non Fastena, forse dal nome o soprannome di malgari o di persone che avevano lavorato lì.

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Però a questo punto, se si deve credere ad ogni ricostruzione, diventa sempre meno chiaro quanti locali fossero utilizzati dai partigiani osovani della prima Brigata. Ora è vero che sui monti ci possono essere complessi di edifici che formano più malghe che portano lo stesso nome e che vengono definite ‘di sotto’ e ‘di sopra’, come per esempio le malghe di “Cjampiut di sot” e di “Cjampiut di sore” o di “Jelma di sot” e di “Jelma di sore” in Carnia,  come del resto in tanti altri casi sui monti. Questo deriva dai principi stessi della monticazione che vogliono lo sfruttamento prima dei terreni più bassi intorno alla prima malga, per poi passare a quelli più alti, ove l’erba cresce successivamente.

Ogni malga di sotto dista un po’ da quella di sopra e le une e le altre sono  composte da più edifici per il ricovero degli animali, dei pastori, del casaro e da quelli utilizzati come cucina e per la produzione di latticini e da tutta una serie di terreni che li circondano caratterizzati da nomi precisi che ne distinguono l’uso. Ma essendo i partigiani pochissimi, non si capisce come potessero vivere in due o tre malghe. Quindi, probabilmente, si trattava di tre edifici di una stessa malga mentre nella prima ricostruzione, quella datata 15 febbraio 1945 si parla di due malghe poste a poca distanza una dall’altra. (10).  E nel racconto di Cassino si giunge sino a tre. Nel dopoguerra si è sempre continuato a parlare di “malghe di Porzûs”, al plurale, quando molti indizi fanno pensare che la malga fosse una sola. Ed anche le immagini dei due edifici ove ora si ricorda l’eccidio, quasi contigui, rimandano ad una malga sola, sita sul Topli Uorch, anche se ce ne potevano essere due.  

Del resto essendo il gruppo composto da una ventina di uomini in tutto più una donna in attesa di secondo giudizio e già condannata come spia, ma che compariva, forse,  come arruolata ai partigiani in cambio dei nomi fatti o non sapendo il De Gregori come giustificare la sua presenza, pare assurdo che vivessero dispersi in tre malghe distanti una dall’altra, mentre pare davvero più logico che vivessero in più edifici di una stessa malga, di cui uno adibito a sede del Comando, un altro per la truppa ed un terzo per il corpo di guardia. Ma, dall’ elenco dei morti a Porzûs pare che al momento dell’eccidio ci fossero solo il gruppo comando e pochi altri.  E, presumibilmente, sia Alfredo Berzanti che don Redento Bello erano già scesi in pianura proprio per un discorso di riorganizzazione e dovevano venir raggiunti a giorni dal De Gregori.

Inoltre a me sembra strano che il gruppo di guardia si trovasse nella malga o edificio più in alto rispetto a quelli di vita della Brigata, infatti una malga in genere ha l’entrata più in basso della stalla e degli edifici di vita dei pastori. Comunque se davvero i partigiani si fossero trovati dislocati in due o tre malghe distanti l’una dall’altra, allora si sarebbe potuto capire come gli uni non avessero compreso cosa stesse accadendo agli altri.  Ma nessuno, che io sappia, ha fatto chiarezza nel merito, anche se l’eccidio si ricorda globalmente in un edificio con un altro accanto.  

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Il De Gregori, vista la richiesta del comandante del gruppo giunto alla sede della I^ brigata, pregò allora il Delegato Politico Enea di vedere cosa stesse accadendo e chi fossero i nuovi arrivati. Enea salì e, avuta richiesta da colui che guidava il gruppo di parlare con il Comandante in persona, mandò, attraverso il partigiano che lo aveva accompagnato, un biglietto al De Gregori dicendo di non riuscire a comprendere, visto l’ambiguo contegno dei nuovi arrivati, i loro intendimenti e chiedendo il suo consiglio.

Il Comandante Bolla decise allora di salire di persona al luogo dove si trovava il gruppo di guardia e lo fece in compagnia del Patriota Centina, Comandante la VI ^ Brigata, il quale si trovava nella zona per sostituire De Gregori che doveva scendere in pianura. (11)

Nel frattempo gli uomini della colonna avevano aggredito il posto di avvistamento e disarmato gli uomini che lo componevano, legandoli. La stessa sorte toccò al patriota Enea.

Bolla, che precedeva Centina, giunto in vista del posto di guardia, non notando alcuno dei suoi uomini chiese informazioni su di loro ai nuovi arrivarti e che cosa volessero. (12).

Ma questo comportamento a me pare alquanto discutibile per un ufficiale di carriera. E se i fatti fossero avvenuti così, una della cause principali di quanto accaduto sarebbe stata una certa ingenuità di Bolla ma, come già scritto, morto non parla e non può difendersi. Ed è facile dare le cause ai morti per salvare i vivi. Inoltre Francesco De Gregori era stato un ufficiale effettivo del R.E.I., aveva frequentato l’Accademia Militare e diversi corsi specifici, aveva combattuto in Albania dove era rimasto ferito ad una gamba e non era certo un ingenuo né un giovanissimo senza esperienza alcuna essendo nato nel 1910.

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Prima che Bolla potesse avere risposta alcuna, gli furono spianati contro i mitra e gli fu intimato di arrendersi. E l’aggressione fu talmente rapida che, pur tentando De Gregori di porre mano alla pistola, non gli fu possibile reagire anche a causa di una fortissima percossa al capo che lo tramortì. (13). Il Centina, che stava sopraggiungendo, visto quanto stava accadendo, si gettò verso il canalone per sfuggire alla cattura. Verso di lui vennero sparati diversi colpi e, subito dopo, metà della colonna scese nella malga dove si trovavano gli altri osovani, Cassino compreso, circondandola. I patrioti vennero sorpresi mentre si trovavano in cucina. Ed erano le 15.30. Immediatamente i gappisti intimarono agli osovani di arrendersi, puntando contro di loro i mitra. (14).

Quindi pare, da questa narrazione, che gli uomini della I^ Brigata siano stati colti di sorpresa perché erano tanto distanti da non aver capito nulla e non aver neppure sentito gli spari.

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 I gappisti, catturati gli osovani, li percossero, strapparono loro i fazzoletti tricolori, li trattarono da traditori e fascisti ed infine lacerarono  la loro bandiera tricolore sparandole sopra, particolari non presenti, che io sappia, in quanto emerso ai processi. E Gaetano Valente dice, allora, di essersi trovato con una decina di compagni fra cui: Gariddi, Toni, Barletta, Guidone e Livia. (15).

I morti nell’eccidio, tra la malga di Topli Uorch e Bosco Romagno furono 17, di cui tre persone non dovevano essere neppure lì e sono il Celedoni e il Comin oltre la Turchetti, mentre Pasolini e D’ Orlandi erano appena giunti dalla pianura alla malga. (16).

Da qui la famosa poesia di Pierpaolo Pasolini dedicata al fratello di cui cito solo una parte, la più nota e struggente: “Ermes,. ritorna indietro,/davanti c’è Porzûs contro il cielo,/ma voltati, e alle tue spalle/vedrai la pianura tiepida di luci,/tua madre lieta, i tuoi libri…/Ah, Ermes, non salire,/spezza i passi che ti portano in alto,/a Musi è la via del ritorno/a Porzûs non c’è che azzurro”. (17).

In sintesi non era rimasto quasi nessuno a Topli Uorch, tranne il gruppo comando ed una manciata di altri partigiani. E fra coloro che erano rimasti e che trovarono poi la morte, molti non erano friulani ma di altre regioni e quindi erano persone che non potevano più rientrare a casa dopo il proclama Alexander.

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Riporto qui da: https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Porz%C3%BBs l’elenco dei morti a Porzûs e Bosco Romagno precisando che non si capisce bene, visto anche i continui cambi nella descrizione organizzativa osovana, la definizione di appartenenza Divisionale riportata in questa fonte. E questo moltiplicarsi di divisioni e riassestamenti forse ebbe luogo nella speranza di terminare la guerra con una forza militare da far sfilare strepitosa nascondendo il basso numero di partigiani osovani alla sinistra Tagliamento giunti all’ inizio del 1945. Ed alla fine della guerra, dove la Osoppo fu accusata pure di aver rimpolpato le sue file con un grosso numero di partigiani dell’ ultima ora.

Ma passiamo ai morti alla malga del Topli Uorch e Bosco Romagno.

Angelo Augello Massimo, era un siciliano di Cannicattì in provincia di Agrigento, effettivo della I^ Brigata; Antonio Cammarata Toni era pure lui siciliano di Petralia Sottana, in provincia di Palermo, e faceva parte del gruppo comando della I^ Brigata; Francesco De Gregori Bolla, era di Roma ma risiedeva ad Udine avendo sposato una giovane benestante della città friulana e comandava la 1^ Brigata poi trasformata in Gruppo Brigate dell’ Est in via di formazione; Pasquale Mazzeo Cariddi  era un siciliano di Messina, ex- brigadiere della guardia di Finanza prima di passare alla resistenza, era un effettivo della I^ Brigata e faceva parte del gruppo comando; Gualtiero Michielon Porthos era un veneto di Portogruaro e, al momento dell’eccidio, faceva parte della I^ Brigata Reparto Comando; Antonio Previti Guidone, era un siciliano di Messina, prima carabiniere a Zara; Salvatore Saba, Cagliari era sardo ed era nato a Serdiana in provincia di Cagliari; Giuseppe Sfregola, Barletta, era un pugliese di Barletta, prima carabiniere; Primo Targato Rapido era veneto, di Piombino Dese in provincia di Padova; Giuseppe Urso Aragona,era un altro siciliano nato ad Aragona in provincia di Agrigento.

A loro vada la nostra riconoscenza per aver lottato qui per la libertà della Patria lontano da casa, come disse Romano Marchetti ricordando Mirko.

Friulani erano invece: Franco Celedoni o Celledoni Ateone o Atteone di Faedis, che nel testo di wikipedia da cui ho tratto queste informazioni risulta catturato mentre saliva alle malghe e sulla cui storia ritornerò in seguito; Enzo D’Orlandi Roberto era di Cividale; Guidalberto o Guido Pasolini Ermes era nato a Belluno ma risiedeva a Casarsa della Delizia; Gastone Valente Enea era di Udine, ed era il Delegato Politico della 6^ Brigata che si trovava lì per una riorganizzazione osovana, ed Egidio Vazzaz o Vazzas Ado, era di Taipana.

Qui compare come partigiana pure Elda Turchetti Livia di Povoletto, mentre Giovanni Comin Tigre veneto di Gruaro non era un partigiano osovano ma un giovane garibaldino, fuggito dal treno che lo portava in Germania e, inviato dal parroco di Vergnacco alle malghe di Topli Uorch per arruolarsi, finì nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. (18).

Da questo testo,  Enzo D’Orlandi; Pasquale Mazzeo; Guidalberto Pasolini; Antonio Previti; Salvatore Saba; Primo Targato; Giuseppe Urso e Gastone Valente vengono descritti come effettivi della III Divisione Osoppo Friuli, che non si capisce quale fosse allora ma forse vi avrebbero dovuto far parte (19). Comunque Gastone Valente era il delegato politico della VI^ Brigata guidata da Aldo Bricco, Centina, e della sesta brigata, secondo Paolo Strazzolini, era pure in quel momento Guidalberto Pasolini con il ruolo di vice delegato politico che era stato in precedenza della I ^ Brigata, come precisato nell’ allegato 5 al documento da me pubblicato in “Un documento importante. La trasmissione dell’avvenuto passaggio della Divisione Garibaldi “Natisone” sotto il Comando Operativo del 9° Corpo d’Armata Sloveno e la situazione creatasi in seguito a tale avvenimento, con i 5 allegati presenti. Da: Istituto Gramsci”.

Comunque sia come sia, chi dice che erano allora in forza a Topli Uorch una ventina di uomini era vicino alla realtà, compresi don Redento Bello e Alfredo Berzanti, assenti. Direi una miseria, per esser onesti. 

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Quindi Cassino potrebbe aver narrato anche la verità sul fatto che il De Gregori avesse chiesto dei rinforzi al comando di formazione, essendo rimasti alla malga in 4 gatti, cioè pare il gruppo Comando e pochi altri che non potevano rientrare a casa non essendo friulani. E questo spiegherebbe molte cose.

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Anche questa parte del racconto di Gaetano Valente si presta, per me, ad alcune considerazioni. Infatti mi chiedo come facesse Cassino a sapere che quando gli osovani, fra cui egli stesso, furono “sorpresi” da metà dei  gappisti nell’edificio adibito a cucina erano esattamente le ore 15.30, dato che, quando uno viene improvvisamente circondato ed  aggredito, credo proprio non guardi l’orologio. Inoltre gli assalitori per prima cosa strapparono i fazzoletti tricolori ai partigiani, che però avrebbero dovuto essere, allora, verdi, e non risulta da altre fonti che vi fosse, nella cucina, la bandiera italiana e che i gappisti, fra le prime cose, le avessero sparato contro. Inoltre nessuno fra coloro che salirono alla malga il giorno successivo all’eccidio narrò di aver visto il tricolore strappato e forato da spari.

Ma certamente un racconto di questo tipo, fatto nel primo dopoguerra, avrebbe potuto far propendere l’opinione pubblica e una possibile giuria in un processo per la tesi secondo la quale  gli osovani erano stati uccisi da comunisti venduti agli sloveni solo perché difensori dell’italianità, secondo la vulgata politica della destra cattolica e democristiana, dimenticando che, all’epoca dell’ eccidio, non esisteva  alcuna Italia essendoci ancora l’Ozak, l’Ozav e la Repubblica Sociale italiana.

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Quindi Gaetano Valente continua narrando che egli, con gli altri osovani  che si trovavano insieme a lui, erano stati picchiati e derubati di tutto ciò che avevano da circa una quarantina di uomini, quindi ed in sintesi, da forze soverchianti. Ma non so come sapesse, all’ epoca dei fatti, che si trattava di circa la metà dei gappisti giunti a Porzûs. Sempre secondo il Valente, fu poi Tin da solo a condurre i gappisti ai magazzini, ma egli raccontò di averlo saputo solo dopo, e aggiunse inoltre che, da quanto gli era stato narrato, Tin lo aveva fatto su ordine di Bolla, ormai stremato dalle botte. Ma è  facile dare la colpa ai morti, mentre Tin, al momento della testimonianza, era vivo e vegeto.

In sintesi per Cassino, Leo Patussi avrebbe agito solo perché “Gli ordini sono ordini e agli stessi si deve ubbidire”come detto anche da Giacca (20) e, nel corso del processo per i crimini commessi, dal nazista Adolf Eichmann ma pure da altri, quale scusante per i loro crimini. Ma io non credo fosse giunto ordine alcuno al Toffanin di salire al comando osovano ed uccidere.

E sicuramente nessuno ordinò a Leo Patussi ed a Gaetano Valente, che però non critico per la loro scelta, di passare con i gappisti per salvarsi la vita, scappando poi quando ne ebbero l’occasione. Così infatti narrò Giacca al Collettivo padovano che gli aveva chiesto di raccontare la sua storia e pure che fine avessero fatto i  due osovani passati con lui: «Una volta li mandai a fare una azione insieme ad un compagno e non sono più ritornati, non li ho più visti». (21). Semmai ci sarebbe da ridire sul ruolo di grande accusatore che il Patussi ebbe nei processi e su quanto narrò, diventando quasi un eroe, anche perché, da quello che si sa, la sua prima testimonianza venne resa a don “Vale”, ad un sacerdote. Ma ho già precisato che a me pare che la chiesa abbia giocato un ruolo importante nel ‘ricostruire’ quanto accadde a Porzûs, per utilizzarlo in funzione politica antislovena ed anticomunista.

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E la Turchetti? Compare in questa testimonianza di Gaetano Valente del 18 maggio 1945, finita la guerra, solo come Livia, senza dichiarare chi fosse, eliminando la spia dal contesto e passando dalla delatrice segnalata dal Cinpro alla certezza data ai posteri che fosse solo una partigiana qualsiasi, con il nome al femminile di Romano Zoffo, Livio, dopo che il noto comandante osovano carnico, uomo integerrimo ma inviso a Verdi e don De Luca a causa della crisi osovana seguita ai fatti di Pielungo, e poi ampiamente riabilitato, era morto. Ed ecco, ma è pensiero mio, sparire Livio e comparire Livia, il che fa una bella differenza e prepara ai processi ed alla cancellazione di una causa palese dell’ eccidio.

Infatti se la donna, la ragazza, presente alle malghe quando vi giunse Giacca  con il gruppo gappista, fosse stata solo una partigiana, la sua presenza non avrebbe avuto ruolo alcuno e si potrebbe ipotizzare che gli uomini guidati dal Toffanin sarebbero saliti alle malghe solo per uccidere ma,dopo quanto ho letto, io non credo sia stato così e reputo, come già scritto, che avendo visto Giacca una donna  con la I^ brigata, ed avendo saputo lì che era una famosa spia ricercata e che viveva allegramente coperta dagli osovani, già carico di livore verso Bolla per informazioni avute che voleva verificare, aveva considerato il gruppo della I^ brigata una banda di traditori della resistenza.

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Ed a mio avviso  ci sono molti aspetti che i giudici avrebbero dovuto chiarire mentre  furono trascinati in processi che dovevano in primo luogo giudicare la Natisone e la resistenza slovena che nulla avevano a che fare con l’eccidio alla malga o malghe di Topli Uorch. E non lo riuscirono a fare anche perché negli anni che seguirono la fine della guerra e che divisero le date dell’eccidio da quelle dei processi, le ‘altre Gladio’ ed in particolare credo l’Organizzazione ‘O’, con preti e democristiani al seguito riuscirono a orchestrare una sola versione dell’accaduto, dopo aver fatto rinchiudere, nel 1946, nel campo di concentramento di Padova, senza processo, alcune persone ritenute arbitrariamente colpevoli dei fatti del Topli Uorch senza uno straccio di prova fra cui non vi erano né Giacca Marco, fuggiti all’estero. Ma Giacca era stato riconosciuto subito come comandante del gruppo che aveva compiuto l’eccidio e questo era noto sia ai garibaldini che agli osovani.

Inoltre non mi pare proprio siano stati precisati con certezza neppure ai processi e nei molti libri ed articoli sull’eccidio (che ha soppiantato la resistenza con una operazione di transfert storico/politico che definire discutibile e mistificante è dir poco) la dinamica reale dei fatti ed il loro succedersi, anche tramite la comparazione delle varie versioni date; dove realmente fossero locati i partigiani, se su due malghe o una; il motivo per cui Toffanin guidò un gruppo di gappisti alla malga; se la Turchetti fosse stata aggregata come partigiana, se fosse una spia ma su questo più che sua madre avrebbe dovuto testimoniarlo il Cinpro che l’aveva segnalata, se fosse stata graziata per le sue delazioni. Inoltre ad un certo punto si iniziò a parlare di Radio Londra, presumibilmente per depistare, per costruire  una seconda versione dei fatti alternativa alla prima.

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Come ho già scritto, il Cinpro  era guidato inizialmente da Ottavio, il colonnello Morra Eugenio, poi catturato nel novembre 1944 e sostituito, quindi, dal colonnello Giuseppe Cosmacini, Caio, assieme a Valerio, da me non identificato, ed a don Conte,tutti usciti vivi dal conflitto.

E guarda caso, ma potrebbe essere solo una mera coincidenza, l’accompagnamento della Turchetti al Nis della prima brigata avvenne proprio ai primi di dicembre, dopo che il capo di detto servizio era appena stato cambiato e così il capo del Cinpro. (22).  

Però è da allora che alcuni osovani incominciano lo sganciamento della donna dalle gravissime accuse mossele con certezza dal Cinpro. E contestualmente all’interrogatorio di Tullio che fu una mera registrazione di quanto detto dalla donna a sua discolpa, tale Danilo rilasciò una dichiarazione  in cui asseriva che la Turchetti poteva pure farsi chiamare Wanda Merlini, ma non era assolutamente una spia (23) facendo così una operazione di sganciamento e salvezza della donna da pesanti accuse. Quindi le 2 richieste di Bolla di informazioni sulle accuse alla donna al Clnp a cui afferiva il Cinpro, rimaste senza risposta, poi le due righe di ‘assoluzione’ redatte alla fine di un altro bollettino Cinpro e via dicendo. Ma per i garibaldini ed altri osovani che definirei “fuori dai giochi”, come già scritto, Elda Turchetti era solo una spia accertata e segnalata.  

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E io, come già scritto, non credo affatto che chi voleva salvare la Turchetti da morte sicura sia stato il De Gregori che se la trovò al Comando portata mentre lui era assente, pare, né un ufficiale inglese come fu detto a Giacca  (24), ma più facilmente qualche prete o prelato di alto rango o qualche democristiano o osovano locale della linea più conservatrice a cui magari si era rivolta la madre della Turchetti od altra persona a lei affezionata o che aveva bisogno che fosse salvata o che le aveva promesso la salvezza in cambio dei nomi di altri. O la Turchetti era stata salvata per farle poi giocare un ruolo preciso nel dopoguerra. Ma è solo un parlare per parlare, perché non lo sapremo mai.

Però gli ufficiali inglesi notoriamente uccidevano seduta stante una spia accertata  o la torturavano per avere informazioni e poi la sopprimevano e, quindi, non si capisce perché, essendo stata la Turchetti sicuramente segnalata dal Cinpro come spia, fosse corsa voce che lo aveva fatto Radio Londra, (che era vietata in Ozak e che i partigiani non seguivano non avendo una radio) se non per coinvolgere gli Inglesi. Relativamente a questi ultimi, bisogna ricordare chi era Macpherson che aveva avuto come sua sede logistica la malga sul Topli Uorch allora: era ufficiale tutto d’un pezzo e ligio al dovere  (25).

Però è così che la politica condiziona prima e riscrive poi la storia, creandone una alternativa da passare ai posteri. E quando scrivo che sull’eccidio di Porzûs ci sono state troppe testimonianze e troppi documenti sapendo di fatto poco o nulla, credo di non essere in errore.

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Ancora un paio di considerazioni sul racconto di Cassino.

Cassino racconta che gli assalitori spararono pure alla schiena di un loro informatore che stava salendo lungo la montagna, di cui nulla si sa poi, a meno che il povero Giovanni Comin non sia stato scambiato, inizialmente, per un informatore e, successivamente, raggiunsero l’ultimo edificio della malga, che in precedenza non avevano visto, dove si trovavano cinque partigiani appena giunti che si stavano preparando i giacigli per la notte. Tre di loro, sentiti gli spari, riuscirono a fuggire, due invece: Ermes Guido Pasolini e Roberto Enzo D’Orlandi, furono consigliati da lui di non sparare in quanto muniti di solo fucile mentre gli assalitori avevano un mitra. Quindi furono catturati e portati, assieme a lui, nell’ edificio dove c’era Bolla ridotto in uno stato penoso, ma ancora vivo, peccato che questo, poi, non sia risultato neppure ai processi. (26). E certamente si scontra con quanto detto da Giacca che ha sempre sostenuto che l’uccisione dei tre fu immediata, ad incominciare dalla Turchetti.

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Quindi Cassino, che non narra mai di essersi unito ai gappisti come invece accaduto, continua, nella sua testimonianza, narrando di esser stato portato con gli altri al primo edificio e, successivamente, di esser stato obbligato a togliersi le scarpe come del resto gli altri ma, da quello che si sa, ciò avvenne solo per i tre morti ma non per dileggio ma perché in quei tempi bui ai partigiani ed anche alla popolazione mancava tutto. Cassino  venne, a suo dire, salvato da uno che lo fece spostare ed attendere dato che aveva riconosciuto, nel suo accento, quello di un conterraneo. Ma fare una cosa del genere essendo un gappista al comando di Giacca era praticamente impossibile, ed è solo una scusa, a mio avviso, con cui il Valente tentò di dare una versione plausibile della sua salvezza, non volendo dire di esser passato con  i gappisti per salvarsi la vita.

Infine, trovandosi ormai lontano dall’ edificio dove si trovava Bolla, Gaetano Valente racconta di aver sentito degli spari e di aver saputo, poi, che erano quelli che avevano ucciso Bolla, Enea e chissà perché Livia, secondo lui violentata dopo la morte, aspetto che non venne segnalato neppure ai processi. (27). Ma perché i gappisti avrebbero dovuto perder tempo prezioso a violentare un cadavere? Mistero.

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Ora racconti di violenze e torture efferate da parte di nazifascisti, collaborazionisti e cosacchi vennero a galla, a ragion veduta, anche nei processi del primo dopoguerra, poi definitivamente chiusi a chiave nel cassetto dall’amnistia Togliatti. E molti reali criminali e genocidi italiani riuscirono a recuperare una nuova verginità, tra “armadi della vergogna” ed un popolo che non ha mai fatto i conti con il suo passato e con cosa fu veramente il fascismo.

Ma, certamente, nella versione costruita ad arte in funzione politica, pareva chiaro che coloro che venivano definiti sporchi rossi comunisti avessero come minimo violentato la Turchetti. Ma nessuno lo testimoniò ai processi che io sappia, ed in particolare i corpi di Bolla, di Enea e della Turchetti furono precipitosamente sepolti in terra consacrata e nessuno pensò, neppure subito dopo la fine della guerra, a farli riesumare per sottoporli ad autopsia cercando di capire cosa avessero da dire sulla loro morte. Perché i corpi degli uccisi possono narrare molte cose. Questo aspetto permise di far in modo che la ricostruzione dei fatti si dovesse basare solo su narrazioni di testimoni orali senza che, fra l’altro, al processi la difesa potesse avere uno spazio equo per dare ai giudici la sua versione dei fatti, subito zittita da Verdi, da Paolo, da Vico, dagli avvocati dell’accusa, da altri. Ed ad un certo punto, al processo di Lucca, ci si accorse pure che c’era un suggeritore che invitava i testimoni a dire ‘a’ o ‘b’. Fu appurato che era un impiegato statale che, godendo di speciali quanto sospette licenze, seguiva il processo fin dalle udienze di Brescia. (28).

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Il racconto che la Turchetti fosse stata stuprata girava ancora negli anni ’80, senza aver trovato rispondenza alcuna ai processi, se lo stesso Enrico Mengotti chiese alla testimone Italia Binutti, che aveva visto le salme prima che venissero trasportate via, se aveva avuto l’impressione che la Turchetti fosse stata violentata, ma la risposta fu che ella non poteva affatto sostenerlo, e quindi, in sintesi, che non era vero. (29).

Però la voce che girava non era che la donna fosse stata violentata da morta, ma da viva, e del resto se uno avesse voluto violarla, perché farlo quando era già morta? Per trasmettere l’idea che i comunisti come segno di massima aberrazione, fossero pure necrofili?

Inoltre la Binutti raccontò a Mengotti pure come era vestita la giovane ed anche il colore delle calze, della gonna della camicetta che indossava, che non parevano alterati da violenza fisica. Invece disse che la donna aveva i capelli ritti, tanto che non riuscirono a sistemarli e che il suo corpo come quello di Bolla, aveva segni di pugnalate, aspetto mai narrato o riscontrato da altri. (30). Ma in genere i gappisti non torturavano, erano uomini di azione che si muovevano velocemente ed uccidevano subito per poi rientrare alla base di partenza.

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Infine Cassino narra di essersi mosso con gli altri verso Clap e la via del ritorno, ma lì il gruppo guidato dai gappisti incontrò, a suo dire, il medico della Brigata Osoppo ma nella realtà lo studente in medicina Franco Celledoni, che stava portando alla malga un mitra. Il giovane venne insultato e bastonato e quindi incolonnato con gli altri. Però vedremo che questo racconto non è identico a quello di Emerati Giulio a Mengotti. (31).

Infine, sempre secondo il racconto di Gaetano Valente, cammina e cammina, il gruppo di prigionieri, guidato dai gappisti giunse in zona Spessa/Bosco Romagno dove gli osovani vennero divisi in tre gruppi di 4 persone e assegnati ai tre diversi battaglioni gappisti che avevano partecipato all’azione: il ‘Giotto’, l’’Ardito’ ed i ‘Diavoli rossi’. Peccato che quest’ultimo battaglione non avesse mai  partecipato all’azione a Porzûs, ma a quella delle carceri di Udine.

Ed a questo punto a me pare proprio che qualcuno abbia approfittato del fatto che nessuno sapeva bene cosa fosse accaduto e perché, per fare in modo che ci fossero poi più versioni dei fatti, ad uso e consumo di chi le avrebbe in seguito politicamente utilizzate.

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Ma intanto il sasso era stato gettato. E già allora si faceva il nome di Giacca, che era conosciuto in zona, che era stato alle dipendenze della Natisone con il suo gruppo, l’Amor, poi guidato da un altro quando egli era salito a guidare la 13 Martiri di Feletto U. Ma si voleva trascinare la Natisone a processo per alto tradimento per essersi salvata la pelle passando sotto la dipendenza militare del IX° Corpo che collaborava con gli alleati, mica come il Reggimento Tagliamento guidato da Ermacora Zuliani o la X Mas guidata da Junio Valerio Borghese che, appena i nazisti avevano invaso gran parte della penisola, si erano uniti a loro.

Ed una cosa colpisce in modo particolare: che molte relazioni e documenti osovani non risultano firmati in modo autografo mentre lo sono quelli del cosiddetto:”triunvirato gappista” quando i gappisti non firmavano mai. Ma vi pare una cosa logica?

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Il racconto di Cassino si chiude con quello che gli accadde a Bosco Romagno. Egli venne a sapere li’ che si trattava di un gruppo di garibaldini gappisti comandati da un certo Giacca. Ma non vide i suoi compagni di prigionia se non Tin dopo 4 giorni e quindi venne condotto dal commissario di Brigata. «Questi, chiamato Silvestro, gli lesse una lettera nella quale un ex- osovano (che aveva fatto parte dei guastatori di Berto, e catturato dai tedeschi nel rastrellamento di novembre), denunciava il Comandante Bolla ed altri Comandanti della “Osoppo” di essere spie al soldo dei tedeschi. Tale lettera era stata scritta dall’ex-osovano Wolf  con l’intendimento di fare dello spionaggio a favore dei tedeschi che lo avevano graziato per lo scopo. Scoperto e condannato a morte aveva fatto quella denuncia scritta. Letta la lettera, quel commissario ci disse che tutti in nostri amici erano stati giustiziati. Per noi, se avessimo filato in gamba e naturalmente fossimo passati nelle loro file, ci avrebbero risparmiato» (32). E Cassino dice che lui e Tin accettarono per poter vendicare poi i morti osovani. Ma questo testo ci dice anche che 4 giorni dopo gli osovani erano già stati giustiziati.

Riprenderò questa testimonianza interessante, ma per ora mi fermo qui. E preciso che senza voler offendere alcuno questo ho scritto nel tentativo di capire cosa accadde allora.

Laura Matelda Puppini

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NOTE.

  1. Il riferimento è ai documento: “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, siglato Doc. 13, A. N.179, in 4 pagine, con testimoni del racconto a conferma: Giorgio Gardi Glauco e Aldo Pemestre Cardelo” in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.
  2. Documento n. 44b. “L’eccidio di Pozûs. Relazione del Comando gruppo Brigate Est, in: Alberto Buvoli, Le formazioni Osoppo-Friuli. Documenti 1944-45, I.F.S.M.L., 2003, pp. 191- 195.
  3. “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino”, op. cit., e “Deposizione sull’eccidio del Comandante Bolla, Enea e compagni”, siglato Doc N. 12, A.N. 179, datato 23 aprile 1945, firmata non in modo autografo da Leo Patussi e dal Comandante: Cencig Manlio Mario, in:: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.
  4. “Bolla fu complice nell’assassinio di Garibaldini?” in: L’Unità 1/12/1951, in: Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 – Processo Porzus. Rassegna stampa. (10 gennaio 1950 – 28 marzo 1952).
  5. https://it.wikipedia.org/wiki/Processi_per_l%27eccidio_di_Porz%C3%BBs.
  6. Per la vita di Mario Fantini Sasso, consiglio vivamente la lettura del volume di Patat Mario Fantini “Sasso” comandante della divisione “Garibaldi Natisone”, IFSML, 1999. Una forte carica di tritolo venne posta sotto la finestra della camera dove dormivano le due figliolette di Sasso, che si salvarono perché la grossa imbottita che le copriva impedì che schegge di vetro e parti di muro le uccidessero.
  7. “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, op. cit., p. 1.
  8. il mio su www.nonsolocarnia.info: Ancora su Elda Turchetti ed Eligio Zampa, presumibilmente spie al soldo dei tedeschi, e la prima Brigata Osoppo: tante vite che si intrecciano da fine dicembre al 7 febbraio 1945.  
  9. “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, siglato Doc. 13, A. N.179, op. cit..
  10. “Relazione sull’eccidio avvenuto nel pomeriggio del 7 febbraio 1945 alle malghe sita (sic!) sul Topli Uorch”, documento datato 15 febbraio 1945, siglato A. N. 179, intestato “C.V.L. Comando gruppo Brigate d’assalto “Osoppo” dell’est – indirizzato al “Comando I^ Divisione d’assalto “Osoppo – Friuli”, firmato da Paolo (Alfredo Berzanti) ed Olmo (Eusebio Palumbo) e p.c.c. da Manlio Cencig, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.
  11. . “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, siglato Doc. 13, A. N.179, op. cit..
  12. Ibidem.
  13. Cassino non è l’unico che parla del De Gregori colpito al capo. Ma altro testimone dice che invece gli fu sparato da distanza ravvicinata un colpo che lo raggiunse ad un occhio e gli uscì dal capo, un altro che fu pugnalato, ma essendo stati i tre cadaveri velocemente sepolti e mai sottoposti a autopsia, tutto resta nel vago.
  14. Ibidem.
  15. Ibidem.
  16. Ibidem.
  17. Pierpaolo Pasolini, poesia dedicata al fratello, una tra le altre, in: https://ilponterivista.com/pasolini-e-porzus-nella-storia-la-giustizia-fu-coscienza/
  18. https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Porz%C3%BBs
  19. Ibidem.
  20. “Resoconto incontro con Mario Toffanin, comandante Brigate GAP Friuli avvenuto a Capodistria (Skoffie) l’11.12.1993”, in: http://www.archivioteca.it/wp-content/uploads/2012/10/Intervista-Giacca.pdf, p. 4.
  21. “Intervista al Comandante Giacca”, a cura del Collettivo Propaganda di Rivoluzione, Quaderni di rivoluzione, Supplemento a ‘Rivoluzione’ Padova 2005, leggibile online su https://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf”17. Anche sul Messaggero Veneto, nell’ articolo intitolato: “È morto Tin, ultimo testimone di Porzûs” si ipotizza che il Patussi, originario di Tarvisio, avesse fatto credere ai gappisti di voler passare con loro per salvarsi per poi lasciarli alla prima occasione. (“È morto Tin, ultimo testimone di Porzûs, in Messaggero Veneto, 28 aprile 2014.
  22. nota 20 del mio su nonsolocarnia.info intitolato: “Ancora su Elda Turchetti ed Eligio Zampa, presumibilmente spie al soldo dei tedeschi, e la prima Brigata Osoppo: tante vite che si intrecciano da fine dicembre al 7 febbraio 1945”.
  23. Ibidem. La dichiarazione si trova in F.S.M.L. – Fondo Lubiana – Busta 2 – Fascicolo 51 – documento n. 2.
  24. “Resoconto incontro con Mario Toffanin, comandante brigate gap Friuli avvenuto in Capodistria (Skoffie) 1′ 11.12.1993”, di Mario Bruno Bellato, in: http://www.archivioteca.it/wp-content/uploads/2012/10/Intervista-Giacca.pdf, p. 6.
  25. Per la scheda di Macpherson, cfr. su nonsolocarnia.info la nota n. 19 del mio: M.P. Porzûs raccontato da Giacca, che non era Marino. Piano piano si delinea cosa potrebbe essere accaduto. e non mi pare proprio tipo che avrebbe protetto una spia. Alcuni hanno pensato che si trattasse del più ambiguo Nicholson ma pare che costui si trovasse ad Udine con don De Luca.
  26. “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, siglato Doc. 13, A. N.179, op. cit..
  27. Ibidem.
  28. Ferdinando Mautino, “Un misterioso personaggio fa da ‘suggeritore’ ai testi”, in: L’Unità 28 ottobre 1951, in :Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 – Processo Porzus. Rassegna stampa. (10 gennaio 1950 – 28 marzo 1952).
  29. Intervista a Italia Binutti, in: Enrico Mengotti e Rossana Molinatti, Pôrzus, I due volti della Resistenza, documentario, 1983.
  30. Ibidem.
  31. Intervista a Italia Giulio Emerati, in: Enrico Mengotti e Rossana Molinatti, Pôrzus, I due volti della Resistenza, documentario, 1983.
  32. “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, siglato Doc. 13, A. N.179, op. cit..

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L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da: https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Porz%C3%BBs, è di libero utilizzo, e ritrae partigiani e Elda Turchetti, oltre De Gregori alla malga di Porzûs. L.M.P.

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