Leggendo articoli su stampa e mass media anche locali, mi ha colpito il fatto che dal secondo dopoguerra non è cambiato nulla: si enucleano problemi, si vive di bla, bla, bla, si ipotizzano soluzioni teoriche ma poi quando si tratta di passare alla pratica tutto si ferma.

Ero ragazza, e sentivo parlare dello spopolamento della montagna. Siamo alla fine del 2025 e leggo e sento parlare dello spopolamento della montagna, problema che ho studiato e analizzato nel mio “Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni”, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975, utilizzando il metodo statistico per fasce di età allora non ancora in uso in Europa, ma appreso da volumi di geografia che riportavano quanto proposto dall’ Urss, e consigliati dal professore universitario di geografia Gianpiero Cotti Cometti.

Allora il problema fondamentale era che, nel secondo dopoguerra, non emigravano più solo gli uomini ma interi nuclei familiari, spopolando i paesi. E sarebbe bastato visionare un paio di registri anagrafe per comune per rendersene conto. Ma nessuno a livello politico cercò una risposta a questo aspetto, continuando i soliti lai, iniziati dopo la pubblicazione, nel 1938, dello studio di Michele Gortani e Giacomo Pittoni, intitolato: “Lo spopolamento montano nella montagna friulana”.

Ora una come me si chiede come mai detto spopolamento venne evidenziato in epoca fascista senza però analizzarne tutte le cause, perché il fascismo, se da un lato sosteneva anche economicamente qualsiasi donna italiana che, emigrata, rientrasse in Italia a partorire, permettendo al figlio di ricevere la cittadinanza italica, d’altro lato faceva in modo che molti, per diversi motivi, potessero perdere il lavoro e dovessero andarsene con le famiglie o da soli in Francia ma anche in Argentina. E certo le guerre fascistissime di espansione e la seconda guerra mondiale, in cui ci precipitò Mussolini, favorirono la morte di moltissimi giovani e la solitudine delle madri e spose. Pertanto ogni conflitto armato, come vediamo anche oggi, è la negazione della natalità e di qualsiasi genitorialità responsabile e precipita la società nel caos.

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Inoltre se ci si ferma al mero dato statistico, senza analisi dei motivi che hanno creato una situazione data, non si conclude nulla, e non basta buttare soldi su di un tema se mancano reali progettualità che prendano in considerazione ogni variante del problema. Inoltre gran parte di coloro che erano socialisti e comunisti ma anche semplicemente antifascisti, pure in Carnia dovettero prendere le valige tanto che una foto di Vittorio Molinari mostra a Tolmezzo un manifesto di propaganda della Cosulich line, quella che traghettò pure molti sloveni invisi al regime. 

E non bisogna dimenticare che, nelle zone ove maggiormente la popolazione locale aveva aderito al socialismo ma anche al pensiero anarchico, come la Carnia, lo Stato italiano in mano al fascismo, come del resto poi con la destra democristiana al potere, riempì i paesi di impiegati statali provenienti da altre regioni ma più facilmente dal meridione, dopo aver mandato via persone che da secoli vivevano a casa loro. Insomma vi fu un ricambio parziale causato dalla politica nazionale verso la popolazione autoctona, e la Carnia ne fu un esempio. Vista poi la bontà di questa politica vecchia di secoli e ancora attuale nel mondo, essa venne riproposta nel secondo dopoguerra, mentre, come ai tempi del regime, sacerdoti spesso compiacenti (ma non erano tutti uguali), si davano da fare a sostegno del mantenimento di una specie di status quo, contro ogni innovazione, promuovendo attività come “la crociata della bontà” di padre Lombardi, che era rivolta contro il nemico palese rappresentato dai comunisti.  

E non andò meglio nel secondo dopoguerra, anche perché l’economia familiare di sussistenza iniziò a mancare ed una nuova tipologia di società occidentalmente americanizzata ed inglesizzata prese piede, con famiglie sempre più formate da un solo nucleo con scarsa possibilità di avere un aiuto concreto parentale, per esempio, con i figli piccoli. Inoltre lo sparire dell’economia di sussistenza rappresentata dalla mucca, dai prati e dall’orto, dal maiale e da qualche gallina che comunque costava una fatica enorme alle donne, costrinse queste ultime ad occuparsi fuori casa, anche in luoghi distanti, per poter avere uno stipendio utile alla sopravvivenza familiare.

E mi ricordo di aver visto un documentario, di cui non rammento il titolo, che mostrava come ci fossero in Usa donne sole con figli che dovevano ogni giorno percorrere con mezzi pubblici chilometri e chilometri per raggiungere il luogo di lavoro e poi rientrare a casa, per vedere di un bambino da cercar di piazzare qui o là ogni giorno per le ore di assenza, con il rischio che qualche servizio sociale piombasse in casa. Roba da rimpiangere davvero la società dei nativi americani! Inoltre un tempo, almeno in Carnia, nessuno dormiva sotto le stelle ed un tetto lo avevano tutti, magari una piccola stamberga, come quella ricordata da Marchetti nelle sue memorie, abitata da una anziana poverissima, ma ora nulla è più sicuro in una società consumistica ove tutto è a pagamento e l’economia si regge sul profitto, senza nessun calcolo del rapporto tra prezzo delle merci e stipendi medi e sempre più famiglie anche in Italia si trovano in povertà o a due passi dalla stessa.

Una ipotesi la fece Romano Marchetti, proponendo una analisi ancora attuale: il lavoro non può distare troppo dal luogo di residenza effettiva, altrimenti lo spostamento di interi nuclei familiari è inevitabile. Ma fu spedito a Savona ed allontanato dalla Carnia “Perché sospetto di intelligenza con Tito”, e per quanto accaduto all’Albergo Roma con Tessitori.

Comunque alla fine della seconda guerra mondiale, si verificarono trasformazioni profonde che portarono a massicce migrazioni anche dall’Italia ed una ridistribuzione della forza lavoro a livello mondiale. La miseria e la necessità di ricostruire alcune zone e paesi furono certamente alla base dei nuovi flussi migratori, assieme alla ricerca di un lavoro anche da parte di chi l’avrebbe difficilmente trovato in patria, per motivi politici. Per l’Italia si trattò di una nuova fase, l’ultima, di un’esperienza ormai quasi secolare. I nuovi migranti, però, mostrarono un comportamento migratorio insolito e inatteso. Essi iniziarono, infatti, a prediligere nuove mete, fino ad allora desuete o poco frequentate: il Belgio, per quello che riguarda l’emigrazione continentale, il Venezuela e l’Australia, per quella extraeuropea. (Cfr. “L’emigrazione nel secondo dopoguerra”, in www.museonazionaleemigrazione.it e L’emigrazione italiana. Tipologia dei flussi di espatrio in: www.treccani.it/).

Pertanto tre fattori hanno giocato sicuramente sulla denatalità in alcune zone: l’emigrazione di interi nuclei familiari, la perdita dell’economia domestica di sussistenza, la nuclearizzazione della famiglia.

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Inoltre la società consumistica ha imposto nuovi bisogni e nuove spese diventate via via necessarie. Pensate solo a quanti libri di testo, magari poi pure invendibili di seconda mano, deve acquistare una famiglia solo per far frequentare a un figlio la scuola dell’obbligo e magari un biennio delle superiori!  E quando penso a questo, mi vedo andare da casa in via Del Din a Tolmezzo, dove vivevo anche da ragazza, verso il liceo Pio Paschini a piedi portando con un braccio alcuni libri e quaderni chiusi da una cinghietta.

Ed ora invece vedo mio nipote giungere a casa nostra carico come fosse un mulo da soma, con uno zaino che potrebbe far la gioia di un sollevatore di pesi! Eppure io mi sono laureata con 110.

A ciò aggiungo che un tempo ci si scaldava con la cucina economica e stufe di coccio che mantenevano il calore, senza dover pagare bollette gonfiate da spese fisse indipendenti dai consumi, l’acquedotto era comunale ed il municipio poteva venir incontro a chi non poteva pagare subito. Invece ora, se non paghi le nuove multiutility, che apprendiamo dal Messaggero Veneto che fanno utili milionari ogni anno, ti tagliano persino l’acqua corrente. Dicono che riescono a guadagnare così perché è bravo il ceo, ma io credo che ci riescano perché hanno trovato un modo consolidato di far pagare oltre misura beni essenziali e vitali ai cittadini. 

Non solo: ti dicono: devi fare figli. Ma sapete quanto costa un figlio, ad incominciare dai pannolini che sono rigorosamente da cambiare più volte al giorno? Poi guai se, mamma, ti manca il latte! Senza produzione in proprio, fra latte artificiale, biberon, sterilizzatrice per lo stesso e via dicendo, rischi di andare in rosso anche se in famiglia lavorano tutti e due.

Insomma in questa nostra società anche i piccoli sono visti come soggetti che fanno acquistare e guadagnare a chi vende, il che è tremendamente triste.  

Infine il bambino appena nato e nei due primi anni di vita ha un bisogno costante della mamma, che dopo la fatica di partorire, si è trovata anche di fronte a notti insonni ed a mille problemi, fra cui quello di adeguarsi ad una vita familiare con il nuovo arrivo. In Austria anni fa concedevano alla madre di stare a casa dal lavoro per tre anni, con stipendio credo ridotto. Invano si chiese di fare lo stesso in Italia, ma qui i governi hanno sempre guardato solo a sé stessi. E temendo la gravidanza, il parto ed il periodo di riposo obbligatorio post – partum delle impiegate nel settore privato, prima che norme più rigorose venissero emanate a tutela, poteva accadere che alle giovani venisse chiesto di firmare, al momento dell’assunzione, un licenziamento volontario futuro in caso di gravidanza.  Insomma o lavoro o figlio!

Pertanto altri tre motivi per cui si fanno pochi figli sono: il loro costo, problemi lavorativi e la difficoltà a gestirli in famiglie mononucleari.  

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Secondo me ora si sta perdendo il concetto di famiglia, che qualcuno definisce tradizionale, ma che sta alla base della procreazione e del mantenimento della specie umana. Quando io e Alido ci ‘mettemmo insieme’ come si suol dire, ambedue volevamo formare una unione stabile, una famiglia arricchita da dei piccoli cuccioli d’uomo, da dei bambini, dei figli, a cui poi tramandare qualcosa di noi e proiettarlo verso il futuro. Ma appartenevamo ad un’altra generazione, forse.

Ora invece si parla prevalentemente di sesso e di possesso nella coppia, che spesso non è per nulla stabile, facendo la fortuna di una miriade di avvocati. E si è persa quella capacità di superare insieme le difficoltà di una vita in comune, che richiedono continui aggiustamenti se si vuole stare insieme per molto tempo. E lo dico io, che il prossimo anno festeggerò il cinquantesimo anno di matrimonio.

Inoltre le coppie attuali spesso non hanno proprio l’idea di fare un figlio, per vari motivi, perché si vogliono divertire, il che è legittimo e sacrosanto per carità ma non può essere lo scopo dell’esistenza, e vivono un figlio come un limite a questo. Ma se è vero che se hai figli non puoi andare con loro in discoteca, con loro puoi fare molte cose, ed io e Alido li abbiamo portati con noi dovunque. Inoltre un tempo si insegnava ai figli a fare piccoli lavoretti insieme, e mi ricordo una casetta natalizia con pareti di biscotto e tanti canditi, di cui ho ancora la fotografia, o un presepe artigianale, lavoro corale di tutti i bimbi della via, che aveva rappresentato davvero una faticaccia. Infine un tempo confezionavamo pure qualche maglietta e qualche calzino per i nostri bimbi ma anche per noi, e mi rammento ancora le ore passate con Olimpia Iacotti, che ricordo con affetto, trascorse a studiare lavori a maglia ed a realizzarli. E Alido, mio marito, cercava di coltivare un orticello e poi un piccolo campo, per dare qualcosa di naturale ai nostri bambini.

E con i vicini ci si incontrava e si parlava, non certo si vedevano come altri collocati al di fuori del contesto. Ma la cultura era diversa, ed ora, con la nuova destra, pare ci si debba difendere da tutto. E la chiamano sicurezza.

Un altro motivo è di carattere sociale ed è relativo alla perdita del concetto di famiglia all’ interno di una comunità, ormai inesistente, e di aiuto reciproco.  

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Ma ora di famiglia si parla ben poco, se non in contesti politici per dire che si è per la famiglia, quasi altri non lo fossero, per distinguere tipologie diverse di coppia ecc. ecc. trasformando in oggetto burocratico e politicizzato anche questa importante esperienza di vita. Si parla di sesso, di coppie omo- etero ecc. ecc., di gender, che non ho mai capito cosa significhi, ma quasi mai di famiglia, di cui si sta perdendo la naturalità e la sostanza, se non nel family day che è un orrore a prescindere, come si sta perdendo i concetti di amore e stima reciproca che viaggiano in pendant, di mutuo aiuto, di crescere insieme dei figli.  Invece sino alla nausea si parla di aborto, addirittura come infanticidio, anche se il concepimento è appena giunto, fino alla maniacalità, o come diritto o come necessità, mai della procreazione e nascita come gioia, come fatto naturale.

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Infine condizioni lavorative precarie o mancanza di lavoro comportano un ritardo crescente nell’autonomia dei giovani con coppie che giungono ai quarant’ anni per fare il primo figlio. Ed ecco, allora, il proliferare di strutture per la procreazione assistita e la medicalizzazione esasperata della gravidanza e del parto, che è atto naturale che deve avvenire nel modo più sicuro possibile e certe volte con aiuto o con cesareo. Ma un tempo, dopo la nascita, la donna poteva riposare un po’ circondata dalle donne di casa o vicine, e l’ostetrica dava pure consigli e passava a controllare il neonato ed era un riferimento per molti problemi anche pediatrici neonatali. Ora il nulla. Porti il bambino a casa e, se non vi è nei paraggi un consultorio resti sola, con un cellulare in mano a farti da consigliere, ammesso che tu sappia cercare bene, tra una angoscia e l’altra.

Un aspetto che incide poi sulla denatalità e la mancanza di servizi e l’abbandono delle politiche di welfare, mentre il continuo parlare di guerra, dal 2022 in poi, con possibili figli vissuti come futura carne da macello o al minimo con un futuro incerto e di povertà grava pesantemente sul desiderio di procreare.

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Inoltre il soggettivismo imperante mi dicono porti ad una sessualità giovanile solitaria davanti ad un cellulare, che permette di non mettersi in gioco con un’altra persona, in quella esperienza di convivenza che ha i suoi alti e bassi, ma che deve essere vissuta con reciproco rispetto e senza sopraffazione, tenendo conto che si è persone diverse. (Cfr: https://medicalive.it/sesso-virtuale-dipendenza-reale/). Ed anche questa solitudine sessuale che sta avanzando pure sul suolo patrio, gioca un ruolo, a mio avviso, sull’aspetto demografico. Non solo: anni fa si constatava, a livello medico anche in Italia, una diminuzione della fertilità degli spermatozoi per motivi ignoti, forse dato da un certo tipo di inquinamento ambientale mentre ultimamente lo ‘Spallanzani’ avvisa sull’alto numero di giovanissimi che arrivano all’ ospedale affetti da MST in particolare clamidia ed anche da HIV.  (Giulia Argenti, “Sesso a 12 anni, nessuna protezione e abuso di sostanze. A Roma è boom di clamidia, HIV e gonorrea tra i minori”, in www.romatoday.it 23 ottobre 2025.)

Ma se da un lato non si possono negare queste realtà, dall’altro faccio notare che l’unione fra un maschio ed una femmina, adulti e consenzienti, comporta pure la procreazione, responsabile per ra razza umana, e ci porta a riflettere sul fatto che facciamo parte del mondo animale e che, se vogliamo mantenere il genere umano sulla faccia della terra, dobbiamo procreare e crescere amorevolmente i nostri figli, preparandoli all’esperienza adulta ed al loro prendere il volo. Ma nella società attuale, per una serie di motivi, molti ragazzi e ragazze tendono a rifugiarsi in uno spazio adolescenziale, senza scegliere da soli ed ammettendo, quindi, pure di sbagliare e di correggersi, cosa che, in questa società di adulazione di soggetti dominatori e prevaricatori al tempo stesso, viene ben poco accettata. Eppure essere adulti contempla anche di pensare, agire ed accettare di sbagliare e di correggere i propri errori. Ma vallo a dire tu alla nuova classe politica italiana al potere, che sembra a me sempre relegata all’infanzia, con il suo egocentrismo. 

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E termino dicendo che  io credo che si debba iniziare a parlare di questi problemi non trasformando anche la famiglia, che è naturale, vivaddio, in un oggetto di lite fra la destra ed una presunta sinistra ed a trasmettere anche ai giovani il concetto che la famiglia è qualcosa che si vive e che è viva, educandoli, parola che pare desueta, all’affettività ed alla gioia di essere genitori. Ma questo può avvenire solo in una società diversa da questa centrata solo sul denaro, sulla competizione, sul soggettivismo esasperato con il cellulare in mano.

Laura Matelda Puppini  

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L’immagine che accompagna l’articolo è tratta da: https://www.centroperlafamigliaroma3.it/famiglia-felice-esiste-veramente-come-nelle-pubblicita/. L.M.P. 

 

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/11/famiglia.jpg?fit=600%2C419&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2025/11/famiglia.jpg?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniETICA, RELIGIONI, SOCIETÀLeggendo articoli su stampa e mass media anche locali, mi ha colpito il fatto che dal secondo dopoguerra non è cambiato nulla: si enucleano problemi, si vive di bla, bla, bla, si ipotizzano soluzioni teoriche ma poi quando si tratta di passare alla pratica tutto si ferma. Ero ragazza, e...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI