Oggi, 11 settembre 2026,  il Messaggero Veneto ha riportato un articolo di Antonio Boemo intitolato “Grado ricorda i 50 anni dall’ ospitalità data a 6.480 terremotati”, a cui rimando. Dovevo esserci anch’ io, stasera, a quella manifestazione nel ricordo di mio padre, l’ispettore Geremia Puppini, organizzatore per le scuole elementari di quell’ esperienza e per aver fornito diverso materiale, ma purtroppo un forte mal di schiena mi ha impedito di recarmi all’ appuntamento che tanto attendevo. 

Mi erano state chieste pure due parole in particolare sul perché del mio personale interessamento all’ argomento, tanto da aver pubblicato tre articoli nel merito su questo mio www.nonsolocarnia.info, per il quarantesimo dell’ ospitalità gradese: 

1976. Dopo i terremoti del 6 maggio e del 15 settembre, la gente abbandona i paesi. L’esperienza del Centro Operativo Scolastico Scuola Elementare per sfollati di Grado.

Bruno Mongiat, “1976. Terremotati sfollati a Grado. Un’esperienza dall’alto valore umano”. Intervista di Laura Matelda Puppini, 19 settembre 2016.

Giuseppe Craighero (Sef Craigher). 1976 sfollati a Grado. Primo racconto. Il pranzo dell’Ispettore in missione.

che vi invito a leggere. 

Non avendo potuto partecipare all’ incontro pubblico qui le parole che avrei tanto desiderato pronunciare a Grado per tutti voi. 

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«Grazie per avermi invitato a questo incontro e grazie per avermi permesso di dire due parole, nel ricordo di mio padre, l’ispettore tecnico del Provveditorato agli Studi di Udine dott. Geremia Puppini.

Mi è stato chiesto di dirvi brevemente quello che mi ricordo di aver ascoltato da mio padre sull’organizzazione della scuola elementare e materna statale per i bambini che non avevano più alloggio in Friuli a causa del terremoto.

La prima percezione che ebbi, globalmente, fu quello di un compito non semplice da portare a termine a causa:

dei tempi brevi per la sua realizzazione, dettati dalla situazione contingente creatasi con la seconda scossa di terremoto del 15 settembre 1976;

della difficoltà a far accettare alle famiglie ma anche a docenti su base volontaria di muoversi dal Friuli e dal loro paese in quanto proprio la distruzione pareva aver ancora di più rafforzato lo spirito identitario;

della complessità implicante: la ricerca di alloggi ad uso abitativo, di locali per l’insegnamento, lo spostamento di docenti, il reperimento di materiali ed arredi scolastici in un tempo così diverso e lontano dall’era dove proliferano i supermercati e si compra tutto su Amazon.

Non fu semplice organizzare quell’anno scolastico per “sfollati”, ed impegnò, per quanto riguarda Grado, non solo mio padre, ma pure il dott. Giusa per la scuola media, la Prefettura, i sindaci, la provincia di Udine, il comune di Grado, altri. Non doveva essere una soluzione definitiva ma solo momentanea, come fu, ma richiese una mole di lavoro. E certamente l’operazione riuscì grazie alla sinergia tra i vari attori istituzionali.

Inizialmente gli abitanti di Grado si mostrarono timorosi verso quella marea di persone ignote (oltre 6000) che sarebbero venute a riempire la loro cittadina. Ma poi la collaborazione tra la gente gradese e quella in fuga dall’ “Orcolàt” si fece più stretta, dando origine ad una vera e propria fratellanza. E per chi è in sofferenza ed in fuga dal suo paese è importante sentire l’aiuto dell’altro, ed in questo caso la montagna e la collina sentirono forte il sostegno del mare.

 Spesso le difficoltà non volute e non cercate possono portare a esperienze di solidarietà insperate e che devono esser ricordate. Per questo nel lontano ottobre 2013 avevo inviato una lettera al Messaggero Veneto, poi pubblicata, in cui ricordavo quanto narrato a Faedis il 29 settembre di quell’anno, nel ricordo della fine della Zona libera del Friuli Orientale e dell’eccidio ed incendio di Torlano.

Molti bambini erano rimasti senza i genitori, senza un tetto, senza un focolare, senza cibo, acqua, un rifugio e senza poter andare a scuola.  Ed ecco le famiglie contadine della bassa friulana, ed in particolare di Aquileia e Terzo di Aquileia accogliere questi bimbi e trattarli come i loro già numerosi figli, facendoli, se possibile, anche frequentare la scuola. Quindi, dopo la fine della guerra e riunite le famiglie, rientrarono a casa.

Alla luce di questa esperienza di fratellanza contadina, mi sono riproposta di ricordare non solo gli aspetti negativi di guerre e calamità anche naturali, ma pure le esperienze positive di sostegno e di aiuto reciproco, di persone che vengono incontro a persone nelle avversità.

E rammento ancora Franco Marini a Roma, in occasione del 25 aprile 2015, che raccontava dell’ospitalità rischiosissima offerta da pastori abruzzesi a ex- internati nel campo di concentramento di Sulmona, del poco pane e ricotta diviso con loro, rischiando di persona.

Infine avevo fatto visita a mia nonna Anna, appena rimasta vedova, ad Agra, ed avevo potuto cogliere lo sforzo del gruppo Ana guidato dal cap. ing. cav. Davide Sironi di Laveno Mombello, del Lions di Luino, dei comuni di Agra e Dumenza, per ospitare friulani terremotati in quella località del varesotto  e di chi aiutò e permise il ritorno di un sorriso.

Ma ricordo pure giovani studiosi di archeologia giungere a Venzone nell’ estate del 1976 dall’ Università di Milano a catalogare le pietre del duomo, chiamati da Remo Cacitti ed il perdurante suo impegno per la ricostruzione della cittadina dove allora abitavano suo padre e le sue sorelle, che fu tale, assieme a quello del Monsignore dell’epoca, da far in modo che le sue ceneri riposassero nel posto che avrebbe dovuto essere del fabbriciere del duomo, poi seppellito in altro luogo. Ma grande e spontaneo fu l’aiuto di molti, in un clima di fratellanza e di collaborazione.

Così quando trovai in casa dei miei genitori, nella camera di mio padre, nei casetti della grande ed antica scrivania dove teneva i documenti più importanti, una cartella color “marrone” con una intestazione in nero: “Provveditorato agli Studi di Udine” e una dicitura a penna, che ne evidenziava il riutilizzo: “Scuola sfollati Grado”, decisi di leggere quelle carte e di scrivere pure su questa esperienza di sostegno, di accoglimento, di speranza.  

Lo spirito di solidarietà ed aiuto di cui avevo sentito parlare a Faedis e a Roma, si ripresentava, quindi, nell’ a.s. 1976-1977, per l’accoglienza di bambini e famiglie friulane in fuga da terremoti devastanti a Grado, che aprì, all’ombra del campanile di San Eufemia, le sue braccia a circondarli, a farli sentire bene, a cercare modi per superare disagio e paura. Pensate solo al Natale dei piccoli alunni delle elementari, ravvivato dall’ incontro con un gruppo di Innsbruck, appositamente giunto nel centro lagunare, ricordato nel filmato di Lorenzo Boemo.

Ma anche gli adulti trovarono accoglienza. Mio padre si trasferì di colpo, vista l’urgenza di portare a termine il compito assegnatogli, da Tolmezzo a Grado, dove fu raggiunto da mia madre e lasciarono la cittadina marinara e lagunare solo nell’ estate/autunno del 1977. Ed egli, ad esperienza finita, ricordava con piacere e nostalgia gli incontri con i pescatori in un locale del paese, il loro scambiarsi esperienze di vita così diverse, ma anche simili nel cercare pure di affrontare le avversità con il sostegno reciproco. E in quegli incontri informali, mio padre diceva di aver trovato un momento di tregua e di serenità e di esser riuscito, pure, a farsi una risata. 

E così ricorda il primo incontro Bruno Mongiat: «Una villotta, un tajùt. Era nostro intento chiuderla lì, con un sôl tajùt (un solo bicchiere).  […]. Terminato il canto ci accingemmo ad alzarci per uscire, quando l’oste portò un altro tajùt a testa offerto dai pescatori. Gradimmo l’offerta e ringraziammo spiacenti per non poterci fermare ancora un po’ in loro compagnia.

Il giorno dopo di nuovo: “Tornìno a bevi un tajùt?” (Torniamo a bere un bicchiere?) E dopo il ‘tajùt’ il canto. Quella sera i pescatori, che erano aumentati di numero, erano sei o sette, si sono uniti a noi: una cantata noi ed una loro, una noi e una loro … Così si fraternizzò.  Era solo il nostro secondo giorno e … ci arrivò una grande terrina piena di ‘peveràsse’, di vongole pepate da matti, che chiedevano solo … tajùtz su tajùtz …  […]! Insomma i pescatori ci avevano adottati!»

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Certamente vi furono degli aspetti psicologici che incisero su questa esperienza e che si possono intravedere oggi a posteriori: il rifiuto inconscio e cosciente di parte degli ‘sfollati’ dal Friuli ad abbandonare i luoghi di vita, portatori di sicurezza interiore da generazioni, che fece vivere questo momentaneo trasferimento come un lutto, come una perdita ed un distacco, invece che come una possibilità positiva, certe volte complicando la situazione.  

La popolazione, emotivamente provata dagli eventi sismici, non capiva sempre perché doveva spostarsi, e dopo l’incubo dei terremoti, dopo il secondo che dette una mazzata ad un territorio già piegato, se da un lato coglieva “l’urgenza di partire” e di abbandonare le macerie, dall’altro lato portava in cuore “il desiderio o meglio l’urgenza di tornare”. 

E questi aspetti scontravano con l’efficientismo della macchina burocratica ed amministrativa statale e degli enti locali, avviata in tempi davvero risicati, che funzionò benissimo, senza polemiche, e per fortuna senza ancora facebook e i mass media.

Inoltre alcuni giovani docenti iniziarono anche a dare respiro ai loro sogni: in particolare quello di una scuola a tempo pieno, che mio padre avrebbe appoggiato in altre condizioni ma che non poteva iniziare in una situazione di precarietà, dovendo poi i bimbi rientrare nei loro paesi. Purtroppo queste situazioni contingenti, dettate dalla necessità, possono dare poco spazio ai sogni.

Poi giunsero i prefabbricati e rincominciò la vita nei paesi distrutti ma, come ho già scritto, nulla fu come prima.

Grazie a tutti gli attori di questa esperienza, grazie al Comune di Grado, grazie al prof. Lorenzo Boemo, grazie a tutti per questo ricordo e spero che la positività di questo incontro di fratellanza ed accoglienza possa essere di insegnamento anche ora.

Laura Matelda Puppini ».

L’immagine che accompagna l’articolo ritrae bimbi sfollati a Grado ed è tratto da: https://www.ilpiccolo.it/cronaca/grado-eventi-terremoto-friuli-1976-seconda-scossa-sfollati-esodo-qrfw8lq7. L.M.P. 

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