Ho letto l’articolo di Antonella Lestani sui partigiani messi a morte il 9 aprile, con citate le fonti, in risposta ad uno precedente di Roberto Volpetti con lo stesso oggetto, ambedue pubblicati dal Messaggero Veneto: sul numero del 13 aprile quello del Presidente dell’Apo, sul numero del 15 aprile quello della Presidente provinciale dell’Anpi.

Allora, benché si debba riconoscere che la dott.ssa Antonella Lestani ci ha fornito una serie di informazioni storicamente supportate relativamente ai poveri partigiani condannati a morte che prima erano 40, poi ridotti a 29 e sulle trattative intercorse tra il 14 marzo 1945 ed il 9 aprile dello stesso anno,  con tutto il rispetto per tutti, non mi pare che si possa continuare ad andare avanti così a botta e risposta sul Messaggero Veneto, che ha pubblicato come lettera persino le ipotesi più fantasiose su Elda Turchetti mai lette: che le sue tracce si persero prima del 7 febbraio 1945 nei pressi di Savorgnano, ed esistendo in quei paraggi una foiba potrebbe esser finita infoibata o che riuscì a fuggire in Svizzera, (Eliano Quetri, Elda Turchetti, il ricordo e la verità, lettera pubblicata dal Messaggero Veneto il 23 marzo 2026) e ci manca solo che uno firmi che fu rapita dagli alieni.   

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Inoltre ricordo come la cassazione si sia espressa nella causa intentata da Giulio Magrini contro Gianni Conedera sostenendo che non si può paragonare la storia alla cronaca, e che «La nozione di critica storica è stata oggetto di elaborazione soprattutto da parte delle sezioni penali di questa Corte di legittimità; ma può accettarsi anche ai fini civilistici che l’espressione di un giudizio di critica storica esige la ricorrenza di un metodo scientifico d’indagine, mediante l’accurata, se non esaustiva, raccolta del materiale utilizzabile e lo studio delle fonti dalle quali esso è stato prelevato, la correttezza od l’appropriatezza di linguaggio, l’esclusione di attacchi personali o polemici: affinché l’indagine storica assuma il carattere scientifico è necessario, tra l’altro, che le fonti siano esattamente individuate, che esse siano varie, che esse siano interpellabili o riscontrabili, che il fenomeno che si vuole studiare sia ampio e riguardato sotto le più varie sfaccettature e, in sostanza, che la ricerca, la raccolta e la selezione del materiale da sottoporre a giudizio, sia la più completa possibile ( per tutte: Cass. Pen.,11 maggio/29 settembre 2005, n.34821, Lehner ed altro)». (L’importanza delle fonti nella storia anche per i giudici. Perché Gianni Conedera ha perso contro Giulio Magrini. Su www.nonsolocarnia.info).

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Inoltre in una ricerca storica bisogna tener conto dei contesti generali e specifici. Per esempio alla fine della seconda guerra mondiale il nemico compì una serie di uccisioni e stragi continuando la serie iniziata dopo l’8 settembre ’43 e successivamente all’occupazione della parte d’ Italia non in mano agli alleati, fra cui l’esecuzione dei 29 partigiani alle carceri di Udine il 9 aprile 1945, condannati, almeno questi, dal Tribunale Speciale per la Sicurezza Pubblica. Ma proprio in questo caso le fonti non mancano, essendo stato pubblicato, per esempio, un volumetto di Fabio Verardo e Andrea D’ Aronco intitolatoL’eccidio delle carceri di Udine del 9 aprile 1945. Le foto inedite dell’inchiesta per criminali di guerra della 69th special investigation section”, Kappa Vu ed., 2017.

E per quanto riguarda i resoconti dei sacerdoti non bisogna dimenticare che, come sottolineato da Liliana Ferrari nel suo “Il clero friulano e le fonti per la sua storia, in: AA.VV., La Repubblica partigiana della Carnia e dell’Alto Friuli, IL Mulino ed., 2013, p. 233, le comunicazioni che l’Arcivescovo di Udine chiese ai suoi sacerdoti riguardavano principalmente il lavoro svolto dai preti stessi come guide delle loro comunità nel corso della guerra e non la descrizione di singoli fatti se non collegabili al tema pastorale e quindi il libro storico della parrocchia, qualora esista (quello di Tolmezzo non sono riuscita a trovarlo neppure in parrocchia), è «una fonte che richiede un supplemento d’avvertenza critica tanto maggiore quanto più attraente e ricco di particolari è il racconto». Insomma Mons. Nogara non intendeva che i sacerdoti dell’arcivescovado narrassero per filo e per segno accadimenti ma solo che rendessero conto del loro operato secondo i dettami della Chiesa Santa Apostolica Romana in un periodo così difficile. Infine in Friuli già alcuni osovani e sacerdoti come don Lino erano andati nei paesi a predicare, fin dall’autunno 1944, il verbo anticomunista e anti garibaldino, come voleva la Dc, e quindi pure coloro che poi vennero intervistati potrebbero aver dato una versione dei fatti ascoltata e interpretata secondo canoni appresi: per esempio quello che se i partigiani garibaldini, (quasi che gli osovani non avessero lottato e perso anche loro la vita) fossero stati fermi non sarebbe accaduto nulla. Ma questo ragionamento non ha uno straccio di elemento a supporto e non tiene conto dei contesti perché si era allora in piena occupazione nazista e i fascisti collaborazionisti  ed i nazisti occupanti (qui era l’Ozak) punivano a piacimento tutti coloro che non eseguivano pedissequamente i loro ordini, compreso quello di rispondere all’ arruolamento obbligatorio per servire il Terzo Reich, o tutti coloro che, alla fame, non volevano che animali e fieno venissero consegnati all’ammasso, dovendo nutrire le famiglie, o magari desideravano, indistintamente dal colore politico, che la bandiera italiana tornasse a sventolare sui pennoni. Questo per dire che la lotta resistenziale in Europa fu fatta, in modi diversi, supportata da ampio spirito nazionalista, nella penisola jugoslava come in quella italica, in Francia come in Belgio e in Grecia.

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Sulla base delle informazioni reperite e ricevute, l’INSMLI e l’ANPI hanno stilato, grazie ai loro ricercatori, un “Atlante delle stragi nazifasciste” reperibile per regioni in: https://www.straginazifasciste.it/?page_id=329.

Ora spesso ma non sempre, le uccisioni arbitrarie riguardarono partigiani, ma questi dovevano venir considerati come militari di un esercito in guerra, con applicazione della relativa Convenzione di Ginevra (Convention relative to the Treatment of Prisoners of War. Geneva, 27 July 1929), ma per i nazisti non esistevano convenzioni che dovessero esser contemplate per gli uomini e le donne, definiti “banditi” che combattevano sui monti e sulle pianure come Volontari della Libertà, come accade oggi in Israele per i palestinesi catturati senza causa esplicita e mai processati, considerati pure arbitrariamente terroristi anche se medici in servizio e quindi condannati a morte dalle nuove leggi appena emanate. E questa situazione appare peggiore di quella di allora.

Comunque, nel corso della guerra di liberazione, chi veniva catturato dai nazifascisti poteva esser torturato ed ucciso senza uno straccio di motivazione a supporto. Alcuni studiosi, sulla base di fonti orali, come spesso Irene Bolzon e Fabio Verardo, hanno ritenuto la cattura ed uccisione di partigiani causata da pregresse azioni partigiane dove aveva trovato la morte qualche nazifascista, ma non sappiamo se fu così. Infatti fonti orali potrebbero aver riportato anche quello che pensava il prete del paese, o altri, senza che vi siano prove certe dei fatti. Inoltre non esistono motivazioni lecite per uccidere senza processo, neppure in tempo di guerra. Ed allora era in corso la seconda guerra mondiale.

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Non posso riportare qui tutte le esecuzioni arbitrarie, anche di un solo partigiano, relative alla provincia di Udine che allora comprendeva anche il pordenonese poste sull’Atlante delle stragi, opera importantissima in ogni caso e consultabile online. Ve ne furono prima del 1945, ve ne furono poi. In Carnia basta ricordare cosa accadde, nell’ estate del 1944 a Lanza Cordin, Promosio, Paluzza, Sutrio e nella valle del But e non solo.  Pertanto ho riportato qui solo gli eventi documentati per la provincia di Udine che interessarono più persone dal 9 aprile in poi. Partigiani furono costretti a consegnarsi, altri vennero catturati magari su delazione e, non potendo mandare più alcuno in campo di concentramento, tutti furono giustiziati magari dopo esser stati sadicamente torturati, ma anche civili vennero uccisi solo perché si ipotizzava fossero nemici o senza un perché, come in ogni guerra, come facemmo noi italici “brava gente” qui e là. (Cfr. su www.nonsolocarnia.info il mio: In ricordo delle migliaia e migliaia di morti, torturati, asfissiati, ridotti alla fame ed alla sete, spellati vivi dall’iprite, rimasti senza nome, vittime dell’Italia fascista e delle donne stuprate dai maschi italici. ). 

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Sull’Atlante delle stragi dell’Insml si legge che il 9 aprile 1945 vennero uccisi 29 partigiani e un anziano del personale accusato di furto.

«Il 14 marzo 1945 il Tribunale speciale per la sicurezza pubblica condannò a morte 37 partigiani detenuti nelle carceri di Udine; alcuni furono graziati anche per intercessione dell’arcivescovo di Udine, per 29 di loro il Supremo commissario del Litorale adriatico decise di non concedere la grazia. Alle prime luci del mattino del 9 aprile 1945, i 29 partigiani detenuti nelle carceri di via Spalato a Udine vennero condotti nel cortile della prigione, divisi in tre gruppi, furono fucilati da un plotone composto da militi delle SS comandato da due ufficiali. Dopo il primo gruppo di nove partigiani venne impiccato ad una forca costruita accanto al luogo dell’esecuzione dei patrioti l’agente Bolognatto. I partigiani vennero finiti a colpi di pistola.
Quel medesimo giorno, un comunicato dello stesso Tribunale rese pubblici i loro nomi. Secondo Wedekind l’episodio fu una rappresaglia per la morte di due soldati tedeschi; fonti partigiane affermano che ai condannati fu rifiutata l’assistenza religiosa». (Fabio Verardo, Carceri di Via Spalato, Udine, 9/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=106).

Ma chi ha letto Wedekind afferma ora che è un testo che dedica al fatto due righe e non dà assoluta certezza. 27 partigiani erano garibaldini, 2 osovani. Essi erano: Angelo Adamo da Comiso, anni 30; Gio Batta Beccia da Ronchis, anni 21;  Mario Bolognato da Firenze, anni 26;  Umberto Bon da Manzano, anni 31;  Matteo Bossa da Paesana, anni 19; Luigi Ciol da Teglio Veneto, anni 19; Giunio Coloricchio da Pozzuolo, anni 19; Luigi Coradazzi da Socchieve, anni 23;  Francesco Del Vecchio da Barletta, anni 23; Giuseppe Favret da Azzano X, anni 18; Ovidio Favret da Azzano X, anni 21; Mario Foschiani da Udine, anni 32; Salvatore Genovese da Randazzo, anni 24; Giovanni Ghidina da Forni di Sotto, anni 41; Albino Gonano da Prato Carnico, anni 26; Luigi Grahrelj da Gorizia, anni 18; Elio Livoni da Buttrio, anni 25; Mario Modotti da Udine, anni 32; Valentino Monai da Amaro, anni 29; Antonio Morocutti da Treppo Carnico, anni 27; Leandro Nonini da Gemona, anni 29; Gino Nosella da Portogruaro, anni 20; Enrico Pascuttini da Spilimbergo, anni 20; Elio Polo da Forni di Sotto, anni 52; Arduino Potocco da Buttrio, anni 22; Enno Radina da Villa Santina, anni 31; Benito Siniciali da Sesto al Reghena, anni 21; Giulio Tesolin da Fiume Veneto, anni 21; Napoleone Zompicchiatti da Manzano, anni 41. (https://www.anpiudine.org/2011/11/il-comunicato-del-9-aprile-1945-a-sentenza-eseguita/). Secondo Fabio Verardo i due osovani erano Coloricchio Giunio, operaio, di Pozzuolo, Partigiano della XI brg. Osoppo Friuli, nome di battaglia “Holc”, nato nel 1925, e Nonini Leandro di Gemona, falegname, nato nel 1924, partigiano della VI brigata Osoppo Friuli, nome di battaglia “Colombo”.

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A Ronchi di Terzo di Aquileia il 9 aprile 1945 vennero uccisi 7 partigiani dalla II^ Compagnia I° Battaglione del 5° Reggimento della Milizia di Difesa Territoriale. L’autrice della scheda ma senza fonte attribuisce la uccisione dei 7, che erano stati incarcerati nella caserma Piave più 1 (non con lo stesso gruppo), ad una ritorsione per «vendicare la morte di un ufficiale tedesco avvenuta qualche giorno prima per iniziativa di una squadra GAP locale». (Irene Bolzon, Ronchi, Terzo di Aquileia, 9/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=159).

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Il 13 aprile 1945 a Forgaria del Friuli vennero uccise 3 persone: 2 ostaggi e il medico del paese mentre, nonostante fosse stata presa di mira la canonica, il prete e il cappellano del paese si salvarono. (Irene Bolzon, Forgaria nel Friuli 13/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1810).

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Il 17 aprile 1945 a San Giovanni di Livenza in comune di Sacile vennero uccisi due uomini e due donne tutti civili da parte di soldati tedeschi non meglio identificati e per motivi ancora ignoti. Celeste Trevisiol e suo figlio Ermanno Sfriso erano sfollati da Sacile a seguito dei continui bombardamenti che interessavano la linee ferroviarie Venezia-Tarvisio e Sacile -Pinzano. «Avevano trovato alloggio presso l’abitazione di Fioravante Furlanetto, contadino di San Giovanni di Livenza. Per ragioni che non sono mai state chiarite, forse a causa di una delazione o per l’iniziativa di soldati ubriachi, loro tre e la nipote della Trevisiol, Anna Tomasella, probabilmente accorsa dopo aver saputo che la casa era circondata, vennero condotti fuori dalla loro abitazione e colpiti da raffiche di mitra». (Irene Bolzon, San Giovanni di Livenza Sacile 17/04/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1769).

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Il 24 aprile 1945 a Sarone di Caneva in comune di Sacile, venivano uccise 5 persone, 5 civili, due donne, due bambini ed un anziano. L’abitazione della famiglia Zaghet si trovava fra le sorgenti del Palù e del Livenza, in una zona pressoché disabitata e acquitrinosa. Il 24 aprile vennero rinvenuti nei pressi del Palù i cadaveri di due soldati tedeschi e per tale ragione un reparto nazista, probabilmente proveniente da Roveredo in Piano, per vendetta riversava la sua ira sull’unica abitazione presente nel circondario. Visti i nazisti avvicinarsi, l’unico uomo giovane presente lasciava l’abitazione pensando che, se non trovavano uomini, si sarebbero ritirati. Invece i nazisti uccisero sia sua moglie che il figlioletto Ermenegildo di 8 mesi, il nipotino di 18 mesi e agli anziani suoceri Caterina Polo e Eugenio Zaghet., e quindi saccheggiarono ed incendiarono la casa. (Irene Bolzon, Sarone di Caneva di Sacile 24/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1770).

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Il 26 aprile 1945 sul piazzale del cimitero S. Vito al Tagliamento vennero uccisi 4 adulti e 2 ragazzi dopo che i nazisti avevano rinvenuto due cadaveri di militi nazisti. Per vendetta essi fermarono quattro uomini che rientravano dal lavoro e li portarono al cimitero del paese dove trovarono pure due ragazzi che catturarono ed uccisero. (Irene Bolzon, Piazzale del cimitero San Vito al Tagliamento 26/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1771).

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Il 28 e 29 aprile 1945 in località Fornace Sarcinelli e località Tre Ponti in comune di Cervignano, i nazisti uccisero 21 uomini adulti. Nazisti ormai in ritirata dalla zona, andavano requisendo ogni mezzo di trasporto per spostarsi. «In località S. Martino di Terzo venivano affrontati il 28 aprile da un gruppo di partigiani intenzionati a mettere fine alle requisizioni, scatenando così la loro reazione. Dopo aver compiuto un rastrellamento e ucciso 13 persone in detta località, la colonna si spostò a Cervignano e occupò completamente il centro abitato. Nella notte soldati tedeschi ubriachi imperversarono nella cittadina e, il mattino seguente, il 29 aprile, operarono un rastrellamento che portò al fermo di oltre 150 persone, […] , che vennero assembrate in piazza Unità. Dalla chiesa, in cui si stava svolgendo la funzione religiosa, vennero fatte uscire altre decine di persone, compreso il parroco, il sacrestano e diversi chierici. A nulla valsero le intermediazioni di don Cian, che riuscì solo ad ottenere il mancato incendio di Cervignano. Vennero individuati 21 ostaggi, suddivisi poi in due gruppi. 12 di questi vennero condotti verso la vecchia Fornace Sarcinelli e lungo il tragitto, a ridosso del fiume Ausa, vennero picchiati e seviziati dai militi ubriachi. Arrivati alla fornace essi vennero fucilati e i corpi gettati nel fiume. L’altro gruppo venne invece condotto in località Tre Ponti dove ebbe luogo la seconda fucilazione. I corpi abbandonati, dopo aver subito scempio da parte dei soldati, vennero successivamente ricomposti con l’aiuto di alcune donne del luogo».  L’autrice Irene Bolzon aggiunge però che diversi scritti e documenti tendono a dimostrare che gli autori della sparatoria contro i tedeschi   molto probabilmente furono partigiani «aggregatisi alle formazioni in quelle ultime giornate di guerra, che non risposero all’ordine congiunto dei comandi della Garibaldi e della Osoppo di lasciar defluire senza scontri la colonna tedesca in ritirata». (Irene Bolzon, Fornace Sarcinelli e Località Tre Ponti, Cervignano, 28-29/4/1945 https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=165).

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Il 28 aprile 1945 a San Martino, Terzo d’Aquileia, venivano uccisi dai nazisti 11 uomini e 2 ragazzi. Mentre i partigiani stavano avanzando prendendo il potere in quei luoghi, «una colonna tedesca in ritirata attraversava la strada che da Grado porta a Cervignano, toccando le località di Belvedere, Aquileia e Terzo, requisendo tutti i mezzi di trasporto reperibili. In località S. Martino di Terzo venivano affrontati il 28 aprile da un gruppo di partigiani intenzionati a mettere fine alle requisizioni, scatenando così la loro reazione. Inizialmente i soldati tedeschi furono costretti a ritirarsi, ma dopo qualche ora tornarono per effettuare un rastrellamento mirato alla cattura di ostaggi tra la popolazione civile. Tre persone vennero uccise durante le operazioni di rastrellamento all’interno del nucleo abitato, mentre le restanti dieci vennero assembrate e fucilate nei pressi del ponte di Terzo». Anche in questo caso «diversi scritti e documenti tendono a dimostrare che gli autori della sparatoria contro i tedeschi furono mai identificati partigiani, molto probabilmente aggregatisi alle formazioni in quelle ultime giornate di guerra, che non risposero all’ordine congiunto dei comandi della Garibaldi e della Osoppo di lasciar defluire senza scontri la colonna tedesca in ritirata». (Irene Bolzon, San Martino, Terzo d’ Aquileia, 28/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=168).

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A Roveredo in Piano, il 28 aprile 1945, vennero fucilati tre partigiani che furono costretti a presentarsi ai nazisti dopo che a metà del mese di febbraio 1945, su iniziativa del tenente medico Alfred Dörnenburg, erano stati arrestati due congiunti di ogni ricercato, per un totale di sei ostaggi, che furono rinchiusi nelle carceri di Roveredo. Quindi detto tenente medico costrinse il parroco della frazione di Giais a leggere dal pulpito un ultimatum nel quale si intimava ai tre di consegnarsi presso il comando di Roveredo, pena l’uccisione degli ostaggi e la fucilazione di dieci abitanti del paese. Due partigiani si consegnarono, ottenendo la liberazione dei loro parenti, il terzo tergiversò ed allora il comandante nazista fece leggere al parroco un nuovo comunicato in cui si diceva che se l’ultimo ricercato non si fosse presentato, avrebbe ucciso i suoi genitori, incendiato le abitazioni, ucciso chi gli aveva dato ospitalità fino a quel momento e imprigionato a turno, per otto giorni, 10 paesani per volta. A questo punto il giovane prese contatto con il parroco e si consegnò pensando che il comandante nazista avrebbe mantenuto la promessa di incolumità per tutti e tre. Ma invece essi furono crudelmente e selvaggiamente torturati e quindi giustiziati il 28 aprile 1945. (Irene Bolzon, Roveredo in Piano 28/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1884).

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In località Taboga di Gemona del Friuli, il 29 aprile 1945 vennero uccisi 7 civili maschi. Mentre i nazisti stavano ritirandosi, un cecchino isolato, partigiano, sparò contro un sidecar tedesco. Coloro che si trovavano sul mezzo, raggiunsero allora Ospedaletto di Gemona dove stazionavano alcuni reparti tedeschi. Questi si recarono a Taboga ed iniziarono ad entrare nelle abitazioni perquisendole. In una di queste trovarono alcuni giovani riuniti che stavano ascoltando la radio. I tedeschi dopo esser entrati con violenza nell’abitazione, sequestrarono otto persone e le condussero al vicino bivio di Taboga. Qui gli uomini vennero allineati al muro e fucilati seduta stante. Degli otto rastrellati uno riuscì a fuggire. 3 dei fucilati furono riconosciuti come partigiani della terza Brigata Osovana, due come partigiani della ottava brigata osoppina. (Fabio Verardo, Taboga, Gemona, 29/4/1945, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=58).

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E giungiamo così a Villa Orter di Tarcento ove, il 29 aprile 1945 vennero assassinati dai cosacchi 11 uomini, di cui 7 partigiani garibaldini e 4 osovani fra i quali vi era Livio, Romano Zoffo. Ormai giunta la fine della guerra, Livio ingaggiò delle trattative con il Comando cosacco di Tarcento al fine di accoglierne la resa. Dopo un preventivo accordo, il comandante partigiano si recò con altri dal comandante cosacco ma furono tutti catturati e seviziati a Villa Orter e quindi uccisi. Infine i cosacchi fecero saltare la villa dopo aver compito l’eccidio; accanto ai cadaveri dei partigiani osovani e di partigiani garibaldini furono rinvenute le salme di un militare tedesco e di un militare cosacco. (Fabio Verardo, Villa Orter, Tarcento, 29/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=97. Per maggiori particolari vedi su www.nonsolocarnia.info il mio: “Ricordiamo, ad 80 anni dalla strage di Villa Orter, quegli uccisi, partigiani, per mano cosacca, quando la guerra era ormai finita”).

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Poi vi fu la strage di Feletto Umberto e Adegliacco del 30 aprile 1945, 12 morti (poi 14 in una precisazione della scheda Adegliacco di Tavagnacco) di cui solo tre partigiani, tutti uccisi da truppe SS in ritirata; tra cui 1 bimbetto, 3 anziani, 3 donne ed 1 ragazza, senza motivo. ll 30 aprile 1945 truppe SS in ritirata, probabilmente provenienti da Udine, uccisero un gran numero di persone nei paesi a nord del capoluogo friulano. Le uccisioni si devono ad atti arbitrari dei militari o alla liquidazione di ostaggi rastrellati nei diversi paesi durante la ritirata. Nella sola giornata del 30 aprile 14 civili vennero uccisi in diversi momenti e circostanze a Feletto Umberto. 4 furono freddati sulla strada statale all’altezza del paese, 4 vennero uccisi nei pressi di Pagnacco.
A Feletto Umberto, alle ore 14.00 vennero freddati, all’interno della propria abitazione, Feruglio Ovidio, sua figlia e sua moglie. Nelle stesse ore a Colugna venne ucciso Pantanali Pietro sul tetto di casa, mentre tentava di mettersi in salvo. Alle ore 18.00 a Feletto Umberto furono uccisi altri 7 uomini, fatti uscire di casa, avviati dai soldati nazisti per una strada campestre e uccisi a colpi di mitra. Nello stesso paese, alle 19.30 circa, venne freddato Tessaro Aurelio, mentre rientrava a casa dal lavoro. (Fabio Verardo, Feletto Umberto, Tavagnacco, 30/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=64).

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Sempre il 30 aprile 1945 a Adegliacco di Tavagnacco vennero uccise 5 persone da truppe SS in ritirata, probabilmente provenienti da Udine, un uomo fatto uscire di casa forzatamente e altri 4 forse ostaggi lungo la statale. (Fabio Verardo, Adegliacco, Tavagnacco, 30.04.1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=65).

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Ed ancora il 30 aprile, sempre da SS in ritirata provenienti da Udine vennero freddati 4 civili in comune di Pagnacco. (Fabio Verardo, Pagnacco, 30/4/1944. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=66).

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Nella stessa data, a San Gottardo di Pradamano sempre da militari nazisti furono uccisi 2 giovani partigiani, uno di 17 ed uno di 19 anni e un uomo sulla cinquantina, in casa del quale furono trovate delle armi. (Fabio Verardo, San Gottardo di Pradamano 30/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=94).

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E sempre il 30 aprile 1945, a Casiacco, Vito d’Asio, 2 donne ed un uomo vennero uccisi da cosacchi a battaglia terminata con gli osovani. Tre di costoro, che si apprestavano a ritirarsi, entrarono nell’albergo De Ponti, prima loro sede dal novembre 1944, alla caccia presumibilmente del comandante osovano, ed uccisero Niva De Ponti, anch’ essa partigiana, sua madre e un uomo, Lorenzo Artico, che si trovava lì per caso. (Irene Bolzon, Casiacco di Vito d’Asio 30/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1773).

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Ed ancora, sempre l’ultimo giorno di aprile, a Gonars in via Ellero vennero giustiziati 4 uomini partigiani: 3 della Garibaldi Fontanot ed un osovano, a causa di azioni isolate contro SS in ritirata. (Irene Bolzon, Via Ellero Gonars 30/4/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1915).

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Il 1° maggio a Borgo bello di Tricesimo vennero uccisi 5 uomini, civili, da un reparto nazista in ritirata, perché sospettati di essere partigiani. Tutti vennero freddati lungo la strada, nei pressi delle loro abitazioni. (Fabio Verardo, Borgo Bello, Tricesimo, 1/5/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=101).

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E sempre il 1° maggio, 5 uomini furono uccisi pure a Spilìmbergo da militari nazisti. 2 erano garibaldini, 2 civili ed 1 osovano. (Fabio Verardo, Spilimbergo 1/5/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1819).

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Quindi sempre lo stesso giorno, il 1° maggio 1945, in territorio di Alesso e Trasaghis, un reparto nazista in ritirata uccise tre persone: un partigiano vicino al cimitero, c un altro partigiano ed una donna del luogo che si trovò nel luogo sbagliato nel momento sbagliato e catturò 2 civili utilizzati poi come scudi umani,. Il motivo, sempre che ce ne sia stato uno come negli altri casi, è da ricercarsi nel fatto che, dall’alto della collina, qualcuno aveva esploso un colpo che aveva ucciso un ufficiale o un soldato tedesco. (Giorgio Liuzzi, Alesso Trasaghis 1/5/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=1920). 

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Il 2 maggio 1945 ebbe luogo la strage di Avasinis e Trasaghis, con ben 51 morti: di cui 16 donne oltre 10 donne anziane e 6 bambine, 9 uomini anziani, 9 adulti e 1 bimbo. La strage fu compiuta da una colonna nazista in ritirata da Spilimbergo ed Avasinis probabilmente dei Cacciatori del Carso, e quindi non composta solo da tedeschi. Può darsi che detto reparto dovesse proteggere la ritirata delle altre forze coprendo il lato sinistro del Tagliamento, ed essendo stato colpito da partigiani, decise di colpire il paese. La cosa che è certa è che la strage fu compiuta contro civili inermi e con enorme ferocia. Gli uomini del paese con altri, che si trovavano sui monti, visto l’accaduto, iniziarono una caccia al nazista nel circondario che portò all’ uccisione di sbandati che cercavano di fuggire. Il compilatore della scheda scrive che «Resta quindi difficile stabilire se la rappresaglia sui civili sia stata una reazione improvvisa ad un attacco partigiano o un’azione “punitiva” preordinata». (Giorgio Liuzzi, Avasinis Trasaghis 2.5.1945. (https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=5349).

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Il 2 maggio ad Ovaro i cosacchi uccisero 24 persone, 23 uomini e 1 donna. «La memoria della strage è caratterizzata dalle polemiche sulla pretesa partigiana di far arrendere il presidio di Ovaro a poche ore dalla fine della guerra e sull’opportunità di ingaggiare una battaglia sulla direttrice di ripiegamento delle truppe cosacche verso l’Austria». (Fabio Verardo, Ovaro, 2/5/1945. https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=295). Questo tentativo venne fatto sotto guida osovana. E lo stesso comando della Osoppo Carnia si trovava presso la segheria di Aplis in territorio ovarese. Alla strage del due maggio ho dedicato diversi articoli su www.nonsolocarnia.info tra cui quelli intitolati “Storia. Quel maledetto 2 maggio 1945 ad Ovaro. Ricostruzione dei fatti dai documenti originali” pubblicato il 14 luglio 2016 e “Laura Matelda Puppini. Ovaro. Cosa accadde alla fine di aprile e primi di maggio 1945. Per non ripetere errori”, pubblicato il 24 maggio 2024. Nell’eccidio persero la vita sia Rinaldo Cioni, direttore della Miniera di Cludinico di Ovaro e Presidente del CLN Val di Gorto sia il parroco del paese, don Pietro Cortiula oltre un chierico Virgilio Pavona, insieme a partigiani osovani, a civili, ed ad un garibaldino.

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Il 3 maggio 1945 un appartenente a truppe naziste uccideva il parroco del paese di Venzone, monsignor Faustino Lucardi, ed il sagrestano del duomo vicino al battistero. Secondo testimonianze orali e fonti vicine al movimento di resistenza il 2 maggio 1945 monsignor Lucardi si era recato a parlamentate con una colonna di tedeschi ferma a Rivoli Bianchi per assicurare loro che non avrebbero subito attacchi transitando per Venzone; contemporaneamente il sacerdote aveva preso contatto con i partigiani e con il locale CLN per fare in modo che la ritirata si svolgesse senza incidenti. Il giorno successivo i tedeschi, forse per qualche affermazione emersa nel corso dei colloqui avvenuti anche in quella giornata o per la consapevolezza che il sacerdote era un fiancheggiatore dei partigiani, decisero di eliminarlo. Verso le ore 15.30 viene freddato anche il sacrestano Antonio Pascolo di 63 anni, mentre si stava recando in cerca di latte in via Beato Bertrando. Secondo le stesse fonti orali il sacrestano sarebbe stato ucciso dopo essersi rifiutato di consegnare ai tedeschi le chiavi del tesoro del duomo di Venzone». (Fabio Verardo, Venzone, 3/5/1945, https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=113).

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Ed infine il 5 maggio 1945 nella Val del Lago (zona Cavazzo – Somplago) vennero uccisi 2 uomini e 2 donne, civili. Rossi Felicita, Stefanutti Maria, Stroili Oddone e Tomat Provino vennero catturati e seviziati dalle SS che li finirono a colpi di mitra nel tardo pomeriggio del 5 maggio nei pressi del lago, in prossimità del borgo di Somplago. Michele Gortani inoltre specifica che tre vittime furono fucilate sulla riva del lago mentre Stroili fu freddato con un colpo alla nuca dopo essere stato costretto a trasportare sulle spalle due cassette di munizioni. (Fabio Verardo, Somplago, Cavazzo Carnico, 5/5/1945. (https://www.straginazifasciste.it/?page_id=38&id_strage=53).

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Io credo pure che i nazisti sapessero che la guerra era perduta e che volessero come estrema vendetta, non potendo più mandare alcuno in campi di sterminio ed anche di lavoro come prima, uccidere se potevano più partigiani possibile, in particolare garibaldini. E ricordo che il contesto in cui avvennero questi fatti, queste esecuzioni, queste stragi, fu quello della seconda guerra mondiale una guerra coloniale e imperialista come tutte, che comportava un clima di odio e non di pacificazione portando pure con sé terrore, orrore, fame, disperazione, morte. 

E per ora mi fermo qui relativamente a questo argomento. Il prossimo articolo riporterà il testo di Antonella Lestani, presidente provinciale Anpi Udine.  

Laura Matelda Puppini          

L’immagine che accompagna l’articolo fa parte dell’ Archivio fotografico dell’Anpi di Udine, pubblicata in “1943 – 1945. Immagini della Resistenza Friulana”, Aviani Aviani ed., a cura dell’Anpi Udine, vol. I, p. 31). Ritrae “Partigiani fucilati dai tedeschi nella zona di Corva nel pordenonese”. (Ibidem). L.M.P. 

  e ritrae i corpi di partigiani pordenonesi dopo la loro esecuzione. L.M.P.  

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/05/partigiani-fucilati-pordenonese.png?fit=685%2C877&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/05/partigiani-fucilati-pordenonese.png?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniSTORIAHo letto l’articolo di Antonella Lestani sui partigiani messi a morte il 9 aprile, con citate le fonti, in risposta ad uno precedente di Roberto Volpetti con lo stesso oggetto, ambedue pubblicati dal Messaggero Veneto: sul numero del 13 aprile quello del Presidente dell’Apo, sul numero del 15 aprile...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI