Come già scritto nel mio precedente stesso argomento, il 13 aprile 2026 il Messaggero Veneto pubblicava un articolo del Presidente dell’Apo architetto Roberto Volpetti sulle esecuzioni di 29 partigiani alle carceri di Udine il 9 aprile 1945, intitolato: “Via spalato, 9 aprile 1945, cronaca di un’esecuzione la strage dei partigiani” il cui testo non ha fonte alcuna, punta ancora sugli sloveni che in questo caso proprio non c’entrano per nulla, e pertanto si deve ritenere una opinione personale, una personalissima ricostruzione dei fatti. Ma questi sono già stati analizzati da Fabio Verardo che non è certo il primo che passa, che ha pubblicato, con Andrea D’ Aronco, un volumetto intitolato “L’eccidio delle carceri di Udine del 9 aprile 1945. Le foto inedite dell’inchiesta per criminali di guerra della 69th special investigation section”, Kappa Vu ed., 2017 ma anche la scheda relativa per l’Atlante delle stragi nazifasciste in Italia. Comunque quanto scritto dall’architetto Volpetti è leggibile sul Messaggero Veneto del 13 aprile ma anche su https://www.storiastoriepn.it/via-spalato-9-aprile-1945-non-fu-rappresaglia-per-la-morte-di-due-tedeschi/ che riporta sia il testo pubblicato a firma del Presidente dell’Apo, sia quello successivo a firma della Presidente provinciale Anpi Udine dott.ssa Antonella Lestani, riportato Sul Messaggero Veneto del 15 aprile 2026. 

 

Targa in ricordo dei 29 partigiani uccisi alle carceri di Udine il 9 aprile 1945. Qui però compare, forse erroneamente, fra i morti anche un altro partigiano, Eugenio De Prato, che non risulta negli altri elenchi. (Da: “Commemorazione dell’eccidio del 9 aprile 1945 di via Spalato a Udine dove perse la vita anche il nostro compaesano Gio Batta Beccia. Ronchis presente. (https://www.facebook.com/comuneronchis/posts/commemorazione-delleccidio-del-9-aprile-1945-di-via-spalato-a-udine-dove-perse-l/1370085705166120/).

Dopo aver precisato alcuni aspetti metodologici, legali e di contesto nel mio: L’esecuzione di 29 partigiani il 9 aprile 1945: uno dei casi in una marea nella penisola sotto controllo nazifascista, uno dei tanti in provincia di Udine., a cui rimando, riporto qui quanto scritto dalla dott.ssa Antonella Lestani, e giuntomi dalla stessa. 

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«Leggo con estremo disappunto l’articolo dell’architetto Volpetti, attuale presidente dell’Associazione Partigiani Osoppo, sulla fucilazione dei 29 partigiani avvenuta il 9 aprile 1945 alle carceri di Udine. Il trentesimo, un ausiliario della Questura di Udine, non venne fucilato, ma impiccato alla ringhiera di protezione del cortile della prigione. L’accusa era di aver rubato un paio di scarpe.

Volpetti sostiene che la fucilazione dei 29 venne presa in conseguenza dell’uccisione di due militari tedeschi “ben integrati nella comunità locale” (sic) a Pozzuolo pochi giorni prima. Dimenticandosi che la condanna a morte era stata emessa da un Tribunale Speciale tedesco il 14 marzo e che riguardava quasi 40 partigiani. Ma per l’Autore l’importante è dire che la causa che ha determinato la fucilazione dei 29 era dei Garibaldini. Inoltre, come osserva il prof. Luigi Raimondi Cominesi,  l’uccisione dei due tedeschi non è citata come rappresaglia nel comunicato del 9 aprile emesso, ad avvenuta esecuzione, dal Tribunale Speciale per la Sicurezza della zona d’operazioni del Litorale Adriatico e nemmeno nel Diario Parrocchiale di Pozzuolo. Ciò è confermato anche dall’inchiesta alleata.

Ma guardiamo ai fatti storicamente documentati e avvalorati da studi accurati sulle fonti. Nelle carceri di via Spalato già dal mese di marzo era rinchiuso anche lo Stato Maggiore delle formazioni osovane, che era stato catturato il 13 marzo a Brazzacco di Moruzzo da una pattuglia tedesca. Si salvò dall’arresto solo don Aldo Moretti perché veniva in bicicletta e, come al solito (a suo dire), era sempre in ritardo. Tra i condannati a morte, oltre al comandante della Brigata Unificata Ippolito Nievo A, Mario Modotti “Tribuno” e al commissario politico della Brigata Garibaldi Carnia, Mario Foschiani “Guerra”, c’erano anche gli osovani Federico Tacoli e Cesare Marzona, poi graziati e futuri presidenti dell’APO nel dopoguerra.

È importante ricordare che all’interno del carcere i detenuti garibaldini erano fortemente discriminati. Ecco la testimonianza di don Luigi Baiutti, in quel periodo anche lui incarcerato in via Spalato che evidenzia come i prigionieri osovani e garibaldini fossero stati inseriti da un maresciallo tedesco in due liste ben distinte: “allora si rivolge ai partigiani, e separa i garibaldini dagli osovani: chiede il nome di ognuno segnandolo in rosso o in azzurro, e se ne va”. La condanna a morte venne temporaneamente trasformata in sospensione dell’esecuzione in quanto i tedeschi auspicavano uno scambio di prigionieri. La notizia della sospensione dell’esecuzione venne comunicata dal maresciallo delle SS Johann Kitzműller a don De Roja, sacerdote con cui era in contatto, tranquillizzandolo per le indagini sui comandanti osovani catturati a Brazzacco.

Il 25 marzo don De Roja mediante dei falsi ordini di scarcerazione ottenuti da Kitzműller, fa liberare quattro partigiani osovani. In carcere i garibaldini già dovevano essersi accorti di quanto stava accadendo e infatti “Tribuno” così scriveva in una lettera il 26 marzo: “ L’Osoppo oggi con un trucco geniale scarcerò quattro dei suoi tra i quali Mario e Verdi. Loro dicono di aver catturato ufficiali tedeschi per evitare il nostro trapasso nell’aldilà. Ma dato che sappiamo che i comunisti da loro sono odiati tutti saranno scambiati ma i sottoscritti no”.

“Tribuno” strappa una prima domanda di grazia; su continue pressioni esercitate dai sacerdoti presenti in carcere, ne firmerà una seconda sottoscritta anche dagli altri condannati a morte per avere salva la vita nel caso lo scambio di prigionieri fosse andato a buon fine. La proposta di scambio prigionieri viene sottoscritta oltre che da Tribuno, da Mario Foschiani “Guerra e da Umberto Bon “Bensi”. Contrariamente a quanto asserito da Volpetti la richiesta di grazia non venne inviata dai garibaldini al Gaulaiter Rainer ma fu don De Roja a recarsi a Trieste dallo stesso Gaulaiter per perorare la causa. Quindi con i documenti falsi di don De Roja si decise di far uscire dal carcere nove osovani e tre garibaldini (non condannati a morte); i primi due Ferdinando Mautino “Carlino”, già ufficiale dell’esercito capo di stato maggiore della Divisione Natisone e Adriano Fontanot “Rostov”  uno dei più importanti protagonisti dell’Intendenza e dei Gap isontini ebbero il compito di cercare presso le formazioni partigiane Ufficiali tedeschi da scambiare con i condannati a morte, il terzo Vinicio Fontanot “Petronio”, altro valente comandante, uscì al posto di Lello Raspi “Orso” che all’appello finse di non sentire il proprio nome, alla chiamata del quale si presentò “Petronio”: un atto di coraggio poco conosciuto.

Adriano Fontanot raccontò al prof. Raimondi Cominesi “Se intendi sapere come avvenne la nostra scarcerazione, posso dirti che quando scoprimmo l’assenza nelle celle dei pezzi grossi della Osoppo (Mario, Verdi e altri sei o sette) e avendo intuito che sotto sotto ci fosse una misteriosa macchinazione per cui avvenivano delle scarcerazioni senza una ragione logica, contattammo la Federazione del PCI la quale fece pressione al comando osovano perché quel meccanismo funzionasse anche per qualche garibaldino”.

Allora perché vennero fucilati solo 29 partigiani? La risposta ci viene da una lettera (agli atti del processo di Lucca sui fatti di Porzus) del Comandante della SIPO e della SD di Udine a Candido Grassi “Verdi” dalla quale si viene a sapere che i comandanti osovani, tramite il tenente SS Odorico Borsatti (il boia della Caserma Piave di Palmanova) aveva offerto ai nazisti la liberazione di 9 soldati tedeschi e 22 repubblichini loro prigionieri, “se il comando tedesco perdonerà i membri dell’Osoppo condannati a morte”. Questa la risposta del comandante nazista a: “den Kommandanten der Division “Osoppo-Friuli” “Verdi”: sono autorizzato ad informarvi che ci sono nove membri dell’Osoppo in custodia tedesca che sono stati legalmente condannati a morte. Il mio comandante è disposto a perdonarli, affinchè non sia necessario eseguire la pena di morte, se consegnerete a me sottoscritto, i 31 soldati tedeschi e italiani in un luogo neutrale il più presto possibile”.

Anche la missione di Ferdinando Mautino presso il IX Corpus sloveno per instaurare una trattativa che mirasse ad uno scambio di prigionieri è pura fantasia! In realtà Mautino, preoccupato per i sospetti che potevano nascere fra i suoi per l’inattesa liberazione, si reca nei pressi di Tarcento al Centro di Mobilitazione della Divisione Natisone di Vincenzo Marini “Banfi” e la Brigata Picelli Tagliamento di Luigi Grion “Furore”.

Roberto Volpetti invece di riscrivere la storia gettando sempre fango sulle eroiche formazioni garibaldine, che nella sola Divisione Garibaldi Natisone ebbe 1.500 caduti, avrebbe fatto meglio a condannare lo striscione di Blocco Studentesco appeso all’esterno dell’ISIS Cecilia Deganutti ricordando che  Deganutti era una partigiana osovana, decorata  di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria e che la scuola è libera e antifascista proprio grazie agli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Antonella Lestani – Presidente Provinciale ANPI Udine».

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 Cortile interno del carcere di via Spalato dove avvennero le esecuzioni dei 29 partigiani il 9 aprile 1945 (Da Archivio fotografico Anpi Udine in: Anpi, “1943 – 1945.Immagini della Resistenza Friulana, Aviani Aviani ed., a cura dell’Anpi Udine, vol. I, p.125). 

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Ora alcuni elementi evidenziati dalla dott.ssa Lestani a me paiono di notevole interesse, oltre che essere credibili nel contesto: In quel momento era stato catturato e si trovava in via Spalato il vertice della intera formazione Osoppo, anticomunista ed anti sloveno e Verdi era stato uno dei sostenitori dei rapporti con il nemico ed egli stesso si era recato a parlamentare con al X^ Mas. E che gli osovani fossero trattati in modo diverso dai garibaldini da prigionieri, lo si vede pure dalla storia di Albino Venier, il comandante “Walter”, catturato nel dicembre 1944 con altri in Carnia, a cui fu permesso leggere, mangiare qualcosa che proveniva da fuori e vedere la madre e che fu infine liberato. Egli racconta pure che gli venne chiesto, durante l’interrogatorio fatto dai cosacchi che lo avevano preso prigioniero: «”Di quale formazione sei? Osoppo o Garibaldi?” “Osoppo”- rispondo». (Albino, Luigi, Teresina Venier, Una famiglia unita nel turbine della guerra, Aviani & Aviani ed. 2013, p. 217. Per la cattura e la prigionia, ivi, pp. 201- 218).

Da qui forse un trattamento di favore a lui, osovano, mentre il 9 aprile 1945, fra coloro che furono portati davanti al plotone di esecuzione, c’erano anche i garibaldini che avevano lottato in Carnia ed erano stati catturati nel gennaio e febbraio 1945: Mario Foschiani, Guerra, di Cussignacco, catturato nel febbraio 1945 dai cosacchi e torturato, (Cfr. scheda n. 204 in: https://www.nonsolocarnia.info/472-schede-di-partigiani-garibaldini-uomini-e-donne-che-scrissero-la-storia-della-democrazia-operativi-in-carnia-o-carnici/); Luigi Coradazzi, Attila, di Socchieve, catturato dai cosacchi il 20 febbraio 1945 (Ivi, scheda n. 92); Giovanni Maria Ghidina anche Gio Maria Ghidina, Martello, di Forni di Sotto, catturato dai cosacchi nel dicembre 1944 per una fonte, il 6 febbraio 1945 per altra  (Ivi, scheda n. 213); Albino Gonano di Prato Carnico, detto il biondo, Bill, che si consegnò ai cosacchi che circondarono la sua casa mentre era sceso per vedere la moglie ed il figlioletto e per la cattura del quale fu intentata causa, nel dopoguerra, ad una donna del luogo, (Ivi, scheda 221); Valentino Monai di Amaro, Bon, catturato il 10 febbraio 1945 (Ivi, scheda n. 289); Antonio Morocutti di Tausia nel comune di Ligosullo, Tom, preso prigioniero nel corso dell’ attacco cosacco alla base partigiana di Plan dal Bec il 10 gennaio 1945, (Ivi, scheda n. 293); Elio Polo di Forni di Sotto, Dani, socialista ed antifascista di vecchia data, catturato a fine gennaio o primi di febbraio 1945; Ennio Radina, Barba, di Villa Santina, catturato dai cosacchi il 10 gennaio 1945, ferito curato e poi torturato. (Ivi, scheda n. 369).

In sintesi ben 7 partigiani garibaldini fucilati il 9 aprile 1945 erano carnici e 1 era operativo in Carnia, e tutti furono catturati nel gennaio- febbraio 1945 o al massimo uno gli ultimi giorni del 1944, il che ci dice pure che, come già scritto, la via dei campi di concentramento era allora preclusa. Ed infatti i sovietici iniziarono liberando Auschwitz il 27 gennaio 1945 e poi continuarono con altri campi procedendo da est verso la Germania, mentre gli anglo- americani raggiunsero il campo di Buchenwald l’11 aprile 1945 e liberarono quello posto a Dachau il 29 dello stesso mese, per poi continuare avanzando verso la Germania da ovest. Ma sapendo che la guerra era perduta sin dall’inverno 1944-1945, i nazisti spostarono parte dei prigionieri e cancellarono prove dei loro crimini. Così l’unica via ormai per punire gli avversari era uccidere o lasciare in carcere, ma erano sempre bocche da sfamare e nemici futuri che avrebbero potuto raccontare …. Ed  i carnici e Guerra, condannati a morte,  da che si sa erano tutti comunisti o socialisti e quindi visti, sbrigativamente, dai nazisti  come dei guastatori di una società futura, dei soggetti da eliminare. Resta da capire chi fossero gli altri ed in particolare i due osovani.

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Inoltre se alcuni soggetti vennero, in epoca fascista e fino al 1943, deferiti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, (come ho già narrato nei miei articoli dedicati ai giustiziati e a una giustiziata a Forte Bravetta), non fu per ritorsione, ma perché erano ritenuti dai fascisti o spie o un pericolo per lo Stato e così poteva essere tranquillamente accaduto nel caso dei 37 partigiani (di cui 8 furono poi graziati, che il 14 marzo 1945 furono condannati a morte dal Tribunale speciale per la sicurezza pubblica in Ozak. 

Ma chi furono i graziati? Non ho fatto uno studio specifico, ma sicuramente i vertici osovani con l’intercessione dell’Arcivescovo, come precisa Verardo nella sua scheda, (e la chiesa aveva certamente un ruolo nello scambio di prigionieri come si vede in due eloquenti foto provenienti dall’ Archivio fotografico Anpi Udine e pubblicate in: Anpi, 1943 – 1945.Immagini della Resistenza Friulana, Aviani Aviani ed., a cura dell’Anpi Udine, vol. I, p. 64).  Ma avere il ruolo di mediatori non implicava essere i confidenti dei nazisti. E bisogna ricordare con quale deferenza anche l’Arcivescovo si rivolgeva alla più alta carica in Ozak, al  Gauleiter Friedrich Rainer, pur conscio del proprio potere non solo spirituale. 

Le due foto sono quelle sopraccitate e rappresentano uno scambio di prigionieri tra forze naziste e partigiane. In particolare la immagine ritrae – secondo la didascalia – quello avvenuto a Qualso e Nimis che interessò due marescialli tedeschi in cambio di due partigiani osovani del I° Battaglione della I^ Brigata: Giuseppe Chiaruttini Nitia e Walter Ersettig, Willy.

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Ed ha ragione Luigi Raimondi Cominesi, che tratta di questo argomento nel suo: “Modotti Mario “Tribuno”. Storia di un comandante partigiano, Ifsml, 2002 (fonte citata da Antonella Lestani), a precisare che l’uccisione dei due tedeschi non è citata come causa per la condanna a morte dei 29 partigiani nel comunicato del 9 aprile emesso, ad avvenuta esecuzione, dal Tribunale Speciale per la Sicurezza della zona d’operazioni del Litorale Adriatico e nemmeno nel diario parrocchiale di Pozzuolo. Infatti se si legge il comunicato emesso dal Tribunale Speciale per la Sicurezza Pubblica datato 30 gennaio 1945 e relativo a 16 partigiani condannati a morte, esso specifica i motivi della sentenza e cioè che «il 30 dicembre 1944 il Consigliere Tecnico della O.I. Kurfasz venne proditoriamente assassinato nei pressi di Flaibano da banditi» e che il 13 gennaio 1945 «nei pressi di Pers due soldati germanici, un soldato italiano e tre cosacchi, già feriti, furono depredati e brutalmente assassinati dai banditi» (Foto del manifesto di condanna in: Anpi, 1943 – 1945.Immagini, op. cit, p. 94). Ora non è chiaro se i 16 fossero stati davvero coloro che compirono queste azioni di guerra, e quindi la loro condanna potrebbe esser stata pure un “occhio per occhio” “dente per dente”, applicando una specie di decimazione punitiva.

Infine sarebbe davvero interessante conoscere meglio la storia dei due osovani condannati, cioè, secondo Fabio Verardo, (di cui mi riprometto di leggere il volume dallo stesso scritto con D’ Aronco e pubblicato da Kappa Vu), Coloricchio Giunio, operaio, di Pozzuolo, nome di battaglia “Holc”, nato nel 1925, e Nonini Leandro di Gemona, falegname, nato nel 1924, nome di battaglia “Colombo”. Cosa avessero fatto per meritarsi la pena di morte per ora non è dato sapere, ma è strano che due osovani della provincia di Udine venissero condannati a morte in quel momento. Diversa la storia di Fortunato Delicato Bologna I e Gian Carlo Marzona Piero, ambedue osovani, colti a trasportare armi per i partigiani e fucilati seduta stante il 15 agosto 1944.

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Il 4 maggio 2026 il Messaggero Veneto ha pubblicato sulla fucilazione, il 9 aprile dei 29 partigiani, una lettera a firma di Andrea Picco, un signore che io non so chi sia né che faccia nella vita, ma che è una persona che ha già scritto al Messaggero Veneto più lettere dal 2019 in poi ed a cui un paio di volte ho pure risposto, oltre un altro paio in privato, riportando teorie discutibilissime e da cui si comprende solo che è fortemente anticomunista, anti garibaldino ed anti slavo e che questo aspetto condiziona pesantemente i suoi scritti. Egli attribuisce, senza dire dove concretamente si trovino, alcune opinioni da lui espresse a don De Roia, che non si sa dove, all’epoca dei fatti, potesse aver appreso che si trattava unicamente di una decimazione a casaccio; a tale Tarcisio Berlasso, secondo il Picco partigiano osovano condannato a morte, ma poi graziato perché non risulta nell’elenco dei giustiziati, e del parroco di Pozzuolo. Ma le ricostruzioni storiche non posssono avvenire solo sulle narrazioni di uno o dell’ altro, e in casi come questo parlano in primo luogo i documenti non le ipotesi personalissime, maturate in ambiente post- bellico o meramente ecclesiastico e vi posso garantire che i nazisti non avevano come confidenti i preti nè all’ inizio del 1945 nè mai in Ozak. Inoltre una persona che si interessi all’argomento dovrebbe sapere che anche i vertici osovani erano stati incarcerati e che vi fu uno scambio di prigionieri che rallentò le esecuzioni per permettere, forse, ormai che la sentenza era stata scritta, di salvare alcuni. Ma in tutto questo il IX Corpo non c’entrò per nulla e neppure l’uccisione di due nazifascisti o la ‘bandiera rossa intrisa di sangue’ citata dal signor Andrea Picco in una sua lettera pregressa, senza pensare a quanto sangue, in epoca fascista e durante la seconda guerra mondiale, anche di migliaia di innocenti, fu versato sotto la bandiera italica, nelle colonie e via dicendo. (cfr. su www.nonsolocarnia.info il mio In ricordo delle migliaia e migliaia di morti, torturati, asfissiati, ridotti alla fame ed alla sete, spellati vivi dall’iprite, rimasti senza nome, vittime dell’Italia fascista e delle donne stuprate dai maschi italici. e i volumi nel merito di Davide Conti). Infine, non dimentichiamolo e lo ripeto, per i nazisti i partigiani erano terroristi e banditi e per questo lasciarono di fatto morire Renato Del Din, da che si capisce. 

Relativamente all’acredine che pare soggiacere nella lettera del signor Picco nei confronti di Antonella Lestani, ricordo allo stesso che la Presidente Anpi ha solo risposto ad un intervento sui 29 partigiani uccisi dai nazisti ad uno pubblico di Volpetti Roberto presidente Apo, con cui partecipa alle diverse manifestazioni in ricordo della resistenza partigiana, facendo una serie di considerazioni prese dal volume di Luigi Raimondi Cominesi. Inoltre “antitetico” in italiano, la lingua di Dante, significa solo che è in antitesi e quindi diverso, opposto a quanto dice un altro. E vorrei ricordare al signor Picco che il diritto di pensiero e quindi di replica è garantito dalla nostra costituzione, che è legge per tutti gli italiani. 

Spero infine che il signor Picco, udinese, capisca che per poter parlare in modo informato di storia non basta avere un’ opinione o riportare due testimonianze orali chissà quando rilasciate e dove riportate, e sul valore delle quali in ambito storico e non giuridico prego chi non lo avesse già fatto di leggere su www.nonsolocarnia.info: “L. M. Puppini. Lu ha dit lui, lu ha dit iei. L’uso delle fonti orali nella ricerca storica. La storia di pochi la storia di tanti.” E gli dico pure che scrivere di storia in modo scientifico non significa polemizzare senza costrutto ma implica pazienza, ricerca e lettura di molteplici fonti, loro scelta e loro possibile incrocio ed un metodo scientifico che esula dall’ opinionismo diffuso e battagliero. 

Senza voler offendere alcuno questo ho scritto e pure l’articolo precedente e solo per continuare un dibattito informato, anche se sono entrata sulla questione senza aver svolto studi specifici. 

Laura Matelda Puppini 

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