E ancje chest an i sin rivāz a Nadâl, cuasi: anche quest’ anno siamo giunti quasi al Natale.

Come me ne sono accorta? Dai reclame per i mercatini qui e là in Europa: un tripudio di luci ormai eccessive, unito a una sfarzosità talvolta fuori misura. Ormai il Natale si vende, ed anche con un certo anticipo, come un qualsiasi prodotto commerciale, senza un’anima.

E così scorrono sotto i miei occhi immagini di un Brasile non certo ricco ma esagerato nei suoi decori, Babbo Natale con una tavola da serf in mano e via dicendo, per poi passare a quelle di molte città d’Europa ove, come nel primo caso, il Natale pare trasformato in festa pagana, opulenta, godereccia, che attira turisti ed overturism. Ed ora quasi non si chiede più come passerai il Natale ma dove andrai per Natale.

Ma è tutto qui, senza significato alcuno che ci riporti al vero significato del Natale, mentre le piazze si trasformano in ‘location’ irrigidite nel nulla e illuminate sfarzosamente a nascondere la povertà emergente. E penso …

E penso a me ed il mio gemello Marco a Natale, a cercare di arrampicarci su di una sedia per tentare di toccare, e regolarmente far cadere, una statuina o una pecorina del presepio, o il lago fatto con un pezzo di vetro, spesso riuscendoci, con successiva sgridata di madre e nonna, e mi sovviene il pranzo di Natale che si attendeva con desiderio, fatto di molte portate, tutte cucinate da mia nonna sulla cucina economica, che univano la famiglia fatta di sette persone intorno alla grande tavola: mia nonna Anna, mio nonno Emidio, mio zio Umberto, mia madre Maria Adriana, mio padre Geremia, Marco ed io. Naturalmente spesso si finiva per mangiare gli antipasti ed il panettone rigorosamente ‘Motta’, forse unico in vendita.

Ma quello che aveva qualcosa di magico era attendere il Natale, definito la festa da passare in famiglia, e il racconto di quella Natività, così prodigiosa, che riportava ad un padre, una madre ed un bimbo che avrebbe rivoluzionato l’etica del mondo: “Io vi porto un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Poi c’erano la stella, i pastori, i Magi in arrivo. E mi rammento ancora un presepio, opera corale, costruito per il duomo di Tolmezzo con gli amici del gruppo giovanile, scouts in testa: avevamo costruito il tetto della capanna troppo pesante, e le pareti rischiarono di piegarsi all’ ultimo momento, il cielo stellato non riusciva a stare sopra l’altare, insomma fu una bella impresa portarlo a termine, ma ce la facemmo. E poi via alla Messa di Natale, ad illuminarlo, felici. E non pensate che fossimo bimbi, credo che avessimo 18 anni o giù di lì.   

Presepe in compensato, lavoro corale, fatto, sotto la direzione di Alido Candido mio marito, e da idea di una rivista di bricolage, fine anni ’80 o primi anni ’90 da Alido, autore principale, da nostro figlio Marco, (Annalisa era ancora piccola), da me e sicuramente da due allora ragazzetti che vivevano sempre in via Gregorio da Montelongo come noi: Massimiliano Iacotti e Nicola Liessi. Io e Alido ricordiamo così ma se altri allora giovanissimi  rammentano di aver partecipato alla sua realizzazione, mi informino magari scrivendomelo in commento. Lo espongo ancora in sala ogni Natale. Foto di Laura Matelda Puppini 

Ora invece mi sovviene l’insulso dibattito regionale sulla famiglia come concetto da politicamente ribadire a Natale in visita a presepi, con la ovvia risposta che Gesù non era figlio di Giuseppe. Ora questa non è una boutade, perché i Vangeli apocrifi si soffermano molto sull’imbarazzo di Giuseppe, che andava dalla meraviglia e scoramento di vedere la giovane Mariam incinta, non ancora sedicenne, appena uscita dal tempio per il ciclo mestruale avvenuto e quindi non ancora sposa, e d’ altro canto l’esser cosciente di non averla mai toccata. Ma il problema non era solo questo, che comportò il sottoporsi alla prova dell’acqua per ambedue, con poi un periodo nel deserto da cui uscirono vivi e senza macchia sul volto, e quindi ritenuti credibili, ma anche il non sapere Giuseppe come registrare Maria per il censimento, non essendo sua moglie legalmente, e neppure quel bimbo suo. Ditemi un po’ voi, povero Giuseppe!

Ma per ritornare la Natale, Natale Noel Navidad, il Natale è la festa della nascita di un bimbo unico, Dio in terra, figlio di una Vergine e concepito per opera dello Spirto Santo, dice il Vangelo di Matteo. Nel frattempo, sempre secondo Matteo, proprio a sottolineare la unicità dell’evento, dall’ Oriente i Magi con i loro doni si muovono alla ricerca di colui che sarebbe stato il nuovo re dei Giudei. Ma fecero l’errore di andarlo a chiedere ad Erode, non sapendo dove il piccino si trovasse, e naturalmente il potere temporale non accetta rivali. Da qui la strage degli innocenti. Ma anche nel tempo attuale più di una strage di innocenti per un balzello o l’altro ha avuto luogo: cuccioli d’ uomo sacrificati all’altare del potere e della politica, che nel mondo hanno visto solo la sofferenza e che non avranno mai un futuro.

E voglio qui rammentare l’enorme sudario di tela bianca, lungo 23 metri e largo 7, su cui donne e uomini di Carnia, giovani e meno giovani, hanno trascritto, con pazienza certosina, i nomi di oltre 18.000 bambini palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023 in poi per mano israeliana, per ricordare quanto sta accadendo in un luogo lontano: una mattanza di frutz, di frutins, di quelli che dovrebbero correre, giocare, succhiare il latte dal seno della madre, e non esser fatti a pezzi, morire di fame, sete, freddo, ammalarsi senza cure.

Ma non sono solo bimbi palestinesi, anche se la loro carneficina è palese, a morire: ci sono bimbi africani, yemeniti, di altre zone della terra, per guerre, fame, per la follia del mondo. E c’è chi in Europa parla di guerra. E don Gabriel Romanelli, argentino, cattolico, parroco della parrocchia latina di Gaza, dedicata alla Sacra Famiglia, ha detto che a Gaza “Dio piange con gli occhi dei bambini”. Ed era il Natale del 2023. Ora Dio non ha più lacrime per piangere, penso tra me e me. E già allora il Cardinale Zuppi aveva detto che a Gaza questo «È il Natale di Erode». E il cardinale Pizzaballa ha sottolineato che in questo mare di odio, violenza, rancore e sfiducia abbiamo bisogno che Gesù bambino risvegli anche nei cuori più duri il desiderio di voltare pagina».

L’immagine rappresenta Gesù Bambino che nasce fra le macerie di Gaza indossando un kefiah palestinese, ed è tratta da: https://www.ilgiornaleditalia.it/video/esteri/556913/nativita-con-kefiah-e-macerie-il-presepe-in-una-chiesa-di-betlemme.html. L’ho già posta a corredo dell’ articolo: Natale festa della nascita e della luce? Ma a Gaza, tra le tenebre della distruzione, “Dio piange con gli occhi dei bambini”.

Ed infine ricordo che ora è diventato un problema anche fare gli auguri di buon Natale in Europa: guai dire “Buon Natale a tutti” come un tempo si dicevano tra loro atei e non atei, socialisti, comunisti e cattolici, un po’ tutti “deponendo le armi”. E ricordo che il notissimo racconto di Charles Dickens “Canto di Natale”, da indubbio significato etico e non commerciale, non era frutto di pensiero cattolico ma protestante, anglicano per l’esattezza. Ora si deve dire un freddo “Buone Feste” sommersi però da luci elettriche, a coprire le nuove e crescenti povertà, e proposte di vendita varie.
Ritorniamo al vero significato del Natale, a quel bimbo che già nascendo ci parla di amore e fraternità, penso fra me e me, altrimenti anche questa importante festa finirà cristallizzata nel nuovo mondo consumistico, dove noi siamo solo compratori o, se Von der Leyen e Kallas con un paio di altri al seguito, ma che hanno in mano la Ue, continuano a sragionare portandoci, a causa di Zelensky in una vera tragedia che si chiama guerra, finirà in miseria, in morte, in perdita per tutti.

E voglio non solo salutarvi con un “Buon Natale a tutti” ma anche ricordando che per me la festa del Natale è la più importante dell’anno e mantiene, nonostante tutto, un qualcosa di magico, retaggio di un mondo semplice e lontano, che ora non c’è più e rammentando un canto natalizio: “Adeste fideles, laeti triumphantes, venite venite in Bethlem. Natum videte regem Angelorum” e la rivoluzione etica che Gesù ha portato in terra, di cui ho parlato nel mio: Riflessioni per il Natale ed un buon Natale a tutti.

Ed ancora Buon Natale.

Laura Matelda Puppini

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Altri articoli dedicati al Natale su www.nonsolocarnia.info:  

Gino Strada. Abolire la guerra unica speranza per l’umanità. “Sono un chirurgo e ho visto … ” Una riflessione per il Natale.

Natale festa della nascita e della luce? Ma a Gaza, tra le tenebre della distruzione, “Dio piange con gli occhi dei bambini”.

Riflessioni per il Natale ed un buon Natale a tutti.

Tra mille altri problemi importantissimi, in Fvg ci si perde a discutere, a livello istituzionale, sul concetto di famiglia, guardando una mostra di presepi.

Ricordo inoltre le ‘Lettere di Natale’ scritte dai sacerdoti di frontiera, cosiddetti, che ho pubblicato. 

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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta il presepio costruito da mio marito, da nostro figlio Marco e altri tanti anni fa, e si trova già all’ interno dell’articolo. L.M.P. 

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