Porzus ed ancora Porzus. Ma perché Giacca con i suoi salì alle malghe?
Vorrei in questo articolo continuare il discorso sulla strage di Topli Uorch in un contesto che vedeva i tedeschi ormai ritirarsi perché avevano perso la guerra ed il Friuli come possibile terra di salvezza per la Repubblica Sociale Italiana. E, come già scritto in un mio articolo precedente (1), il 29 gennaio 1945 Gondola, che redigeva i rapporti informativi per il Comando della Natisone, scriveva alla I^ divisione Natisone – Comando: «Come già annunciato Pavolini, capo delle brigate nere, si è recato in varie località del Friuli e a Trieste. Si è incontrato con i vari comandanti tedeschi, e Berachter. L’oggetto delle discussioni svoltesi riguarda l’imminente arrivo, nella zona friulana, di reparti repubblicani ed il probabile trapasso dell’amministrazione della provincia di Udine alla cosiddetta Repubblica Sociale Fascista. Si ha notizia che i tedeschi stanno sgomberando dall’Italia settentrionale. Circola voce che il fronte italiano verrà ritirato sul Po e più indietro». (2). E, presumibilmente, i vertici osovani democristiani e conservatori, parte della chiesa e della borghesia latifondista friulana e non solo non potevano che sostenere una soluzione di questo tipo che però non venne attuata, forse per il veto Inglese, forse per altri motivi.
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Inoltre, come già riportato da me in altro articolo (3), anche alla 1^ Brigata ormai mancavano i viveri e Bolla ed i suoi uomini avevano iniziato ad intaccare le riserve dei magazzini 1 e 2; il pane promesso non giungeva; faceva freddo e la temperatura aveva ormai raggiunto i 10 gradi sotto zero al mattino. Di conseguenza l’acqua ghiacciava e per bere bisognava sciogliere la neve gelata mentre le coperte e gli indumenti erano scarsi. Inoltre il nemico faceva incursioni ed uccideva, creando uno stato di alta tensione; la via normale dei rifornimenti era preclusa, il morale degli uomini era un po’basso. (4). Non restava che attendere il lancio di viveri e munizioni, promesso dagli alleati, programmato per il 1° febbraio 1945.
Ma pur essendo giunto l’apparecchio, nulla venne trovato nel campo stabilito per il lancio, mentre Bolla fu informato che gli abitanti, sloveni, dei paeselli vicini avevano «acceso fuochi nella zona di Robedischis, con l’evidente intenzione di disturbare il lancio e trarre in inganno l’apparecchio». Infine si venne a sapere che il lancio era stato effettuato nella zona Cancellier – Salandri – Forame. (5).
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Il 2 febbraio Bolla si recava personalmente, al comando di un gruppetto dei suoi, a Plan dal Jof a cercare i colli spediti e mancanti, ma doveva sospendere le ricerche a causa del nemico. Nel pomeriggio gli veniva detto che a seguito di una operazione contro un gruppo osovano da lui dipendente, condotta dai cosacchi, questi avevano recuperato molto materiale del lancio e catturato il Patriota Nodo, comandante del battaglione osovano Carnizza. (6).
Pare, inizialmente, quindi, che quanto lanciato fosse stato preso dai cosacchi, ma in un secondo momento Bolla ritenne pure colpevoli gli abitanti dei paesini di Cancellier e Salandri, e annotava, in data 3 febbraio 1945, che: «la popolazione di Cancellier si è comportata malissimo sottraendo tutti i paracadute e moltissimo materiale; la popolazione di Salandri si è comportata malissimo, accendendo fuochi che hanno contribuito a trarre in errore l’apparecchio». (7).
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Comunque una parte del materiale lanciato veniva recuperato e messo al sicuro, ma venivano impartiti ordini (da Bolla si presume, essendo comandante, altrimenti non si capisce da chi, e si ricordi che allora gli ufficiali, come anche Romano Marchetti, scrivevano di se stessi in terza persona) «per l’arresto delle persone che hanno acceso fuochi a Salandri; per l’arresto di cinque ostaggi a Cancellier, da trattenere fin quando la popolazione non avrà consegnato tutto il materiale sottratto». (8).
Infine queste decisioni furono comunicate alla popolazione con un “bando n.1”.(9).
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Il 4 febbraio 1945, il bando, che imponeva la restituzione del materiale del lancio sottratto, pena la fucilazione degli ostaggi, veniva letto alla popolazione di Cancelier, e nel contempo venivano arrestati cinque giovani, a caso, in qualità di ostaggi ed una donna che aveva fatto segnali luminosi agli apparecchi.
Contemporaneamente il Btg. Guastatori arrestava tre minorenni di Salandri che avevano acceso fuochi durante il lancio, nella zona della borgata. Alle h. 13 tutti gli arrestati arrivavano al Comando, dove ne vennero trattenuti undici, per la cui liberazione venivano poste le seguenti condizioni:
– alla popolazione di Cancellier la restituzione del materiale sottratto, pena la fucilazione d’un ostaggio al giorno, in caso di inadempienza; – alla popolazione di Salandri di pagare una multa di 20 Kg. di grassi o di salumi pena l’internamento degli ostaggi, in caso di inadempienza.
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Sul suo diario Bolla precisava che il Comando aveva deciso di agire con tanta severità per due ragioni:
1°) Era necessario sopperire allo scarso numero [di partigiani n.d.r] (15 guastatori a Pecol e 15 al Reparto Comando alle Malghe) col mostrare la massima decisione;
2°) Era indispensabile dare un esempio per togliere alla popolazione locale, una volta per sempre, il malvezzo di considerare le formazioni osovane come una fonte di sfruttamento e di lucro.
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A questo punto i prigionieri vennero riuniti in una malga, sotto buona guardia, e ricevettero un solo pasto serale, mentre, per la notte, non venne loro distribuita nessuna coperta. »È bene che sentano bene i disagi della nostra vita, loro che hanno cercato di sottrarci quel poco materiale che può mitigare questi disagi» (10)- scriveva Bolla sul suo diario. E si giungeva al 5 febbraio 1945.
Così si legge sul diario per quanto riguarda Salandri: «La popolazione viene al Comando a versare 15 dei 20 Kg. di grassi con i quali è stata multata. Viene il parroco di Subit a implorare clemenza per gli ostaggi di Cancellier. Il Comando concede 24 ore di proroga per la fucilazione del primo ostaggio».
Infine la popolazione di Cancellier versava al Comando 8 paracadute con relative corde. Dopo che la popolazione di Salandri aveva consegnato 15 chili dei 20 di grassi con cui era stata multata, i prigionieri di Salandri vennero rimessi in libertà, meno uno che venne trattenuto fino a quando non fossero giunti i 5 Kg. di grasso mancanti al pagamento totale della multa. E così concludeva Bolla due giorni prima di morire: «In genere la popolazione dei due borghi mostra di aver capito molto bene la lezione, e di temere le minacciate rappresaglie del Comando.» (11).
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Il 6 febbraio 1945. «Accertato, a mezzo di un’accurata inchiesta che:– a Cancellier sono effettivamente caduti colli contenenti esplosivo perché, data l’altezza dalla quale l’apparecchio ha effettuato il lancio, solo il materiale pesante è caduto concentrato; – tutto il materiale caduto a Cancellier è stato prontamente versato al Comando», il Comando (di Gruppo che è, secondo me, sempre Bolla che sta per diventare o è già diventato da pochissimo per la nuova ristrutturazione della Osoppo Comandante del gruppo brigate Est) decideva di rimettere in libertà tutti gli ostaggi. (12).
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Che lo si veda in un modo o nell’ altro, quanto accaduto è un fatto gravissimo, che però risponde alle logiche apprese da Francesco De Gregori che si era formato come ufficiale effettivo del Regio Esercito Italiano nelle scuole militari fasciste. Possiamo inoltre ipotizzare che le durissime condizioni di vita abbiano giocato un ruolo nelle scelte di Bolla ed anche che la sua preparazione in Accademia possa averlo indotto a pensare, in quel contesto bellico, che la vita dell’ufficiale e dei suoi soldati rappresentasse una priorità, ed il recupero di qualcosa destinato a lui ed ai suoi uomini da parte di altri un furto. Ma se anche avesse pensato così, nulla, secondo me, può giustificare Bolla per questa azione dura contro civili, come nulla giustifica la sua uccisione e quella dei suoi da parte di Giacca e del suo gruppo.
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Si potrebbe quindi supporre che quanto accaduto fosse giunto anche alle orecchie forse di Modesti del P.C.I., che accettò di inviare i gappisti guidati da Giacca a verificare dicendo a Toffanin: «Va fai e fai bene» (interpretabile anche come: “comportati bene o vedi veramente cosa è accaduto”). E per onestà bisogna riconoscere che non risulta da alcuna fonte che abbia detto al Toffanin: “Va e massacra”.
Ma io credo che sia andata così: rappresentanti dei gappisti della 2^ Brigata e forse della 1^ erano giunti a Orsaria per studiare il colpo alle carceri di Udine insieme con alcuni esponenti del P.c.i. friulano. Tra questi vi era sicuramente Romano il Mancino, che guidò poi il gruppo che lo portò a termine, e che inizialmente compariva nell’elenco delle persone accusate dagli osovani di quanto accaduto a Topli Uork (13). Ad un certo punto si era presentato Giacca, o, già presente, era stato avvisato da qualcuno di quanto accaduto tra la 1^ Brigata e la popolazione di Salandri e Cancellier. Quindi, approfittando della presenza di Modesti all’incontro, o dopo esser andato lì a cercarlo, lo aveva avvisato del fatto che intendeva salire a Topli Uork per vedere cosa fosse accaduto, e Franco poteva avergli detto di andare, ma di comportarsi bene, conoscendo il soggetto.
Ma gli abitanti dei paesini di Cancellier e Salandri avrebbero potuto anche aver solo inviato un messaggero a Giacca, conoscendolo magari per esser stato in precedenza a Poiana (14), o perché sapevano dove trovarlo, essendo di stanza, allora, nei dintorni di Bosco Romagno (15). Ma Giacca avrebbe potuto anche sapere solo che qualcosa di grave era successo o stava accadendo a civili lassù, ed aver deciso, autonomamente, di andare alle baite (pomposamente ora definite così ma allora “stalle di Porzûs”), per vedere se ci fossero ostaggi civili e cosa stesse accadendo. Ma, se fosse andata così, Giacca avrebbe potuto agire anche senza mandato alcuno.
Intervistato poi ad anni ed anni dai processi, avrebbe potuto sostenere una parte di quanto detto da altri ai processi, ma in modo mutevole, per vari motivi, non da ultimo anche per cercare di dare lustro a se stesso, che da gappista era diventato capo di tutti i gap e via dicendo. Ed anche il particolare che Giacca si fece dire dove fossero i magazzini della Brigata e le mine poste a difesa per rubare il cibo trovato al loro interno, potrebbe far pensare che egli fosse a conoscenza del fatto che erano stati appena riempiti dalle popolazione di Salandri e Cancellier. (16).
Ma questi accadimenti, dal furto del lancio alleato alla reazione del De Gregori, non furono mai fatti presente, che io sappia, nel corso dei processi per Porzûs e non si fa riferimento agli stessi neppure nella ricostruzione possibile dell’accaduto da parte osovana e nei documenti presso la Fondazione Gramsci di Roma, cartella Porzus, citata in nota o sulla stampa dell’epoca. Però Leo Patussi e l’altro osovano passati ai gap per aver salva la pelle, come dice anche Giacca (17), avrebbero dovuto conoscere l’accaduto. Perché non ne parlarono ai processi? Io un’ idea me la sarei anche fatta, ma resta pensiero personale.
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Un altro aspetto che colpisce è che nelle prime ricostruzioni dell’eccidio, che sono di parte osovana, si parli di “Questione Bolla” (18) alla ricerca di un motivo che tendesse a spiegare la sua uccisione più che quella di Enea, mentre della morte degli altri si saprà più tardi. Ed anche il patriota Gustavo si riferiva a quanto accaduto come a “Il fatto Bolla” (19). Però questo sarebbe stato corretto se si fosse ipotizzato che quanto successo a Topli Uorch ed a Bosco Romagno potesse esser collegabile a quanto ordinato dal noto Comandante e Capitano del R.E.I. per le popolazioni di Salandri e Cancellier.
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Però, forse, si potrebbe ritenere che, per qualcuno del gruppo ristretto dei comandanti conservatori e filo- democristiani, esistesse già prima una “Questione Bolla” come ho in precedenza ipotizzato, essendo egli un ufficiale in servizio effettivo nel R.E.I prima dell’ 8 settembre 1943 e, pur essendo anticomunista, non appartenendo al gruppo comando formato da Verdi, Aurelio, Vico, Piave, Lino, Mario in parte, e presumibilmente Paolo/ Berzanti ed anche Paolo/Foi e pochi altri, collegato anche all’inglese Nicholson. E può darsi che qualcuno di loro preferisse altra persona al Comando delle Brigate dell’Est, in zona confinante con gli sloveni, più legato all’Arcivescovo di Udine. Ma è solo una ipotesi, perché temo che non lo sapremo mai.
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Ed anche in un documento che riporta quanto detto da Borsatti Odorico (20) dopo il suo arresto, egli narra i suoi rapporti con il gruppo anticomunista, antigaribaldino ed anti sloveno della Osoppo, citando come appartenenti allo stesso, Aurelio cioè don Ascanio De Luca e Vico Giovanni Battista Carron, ma non solo, disposti a trattare con il nemico ed il primo pure a informare il Borsatti, su richiesta. Infatti avendolo il Borsatti contattato, secondo quanto affermato, per sapere chi fosse Severino Feruglio, nome di battaglia Patriota, abitante a Colugna dove don De Luca era parroco, il noto sacerdote non solo aveva accettato di esser da lui contattato, ma pure aveva risposto alle sue domande chiarendo che era un garibaldino. Inoltre aveva aggiunto che era un soggetto di poca morale che aveva sparso il terrore a Colugna e minacciato lui stesso di morte. E, non richiesto, aveva fornito al Borsatti pure il nome di alcuni suoi compagni in azioni delittuose, e cioè quelli di Ermes Petrei, di Ferruccio Giavon, di Ansalom Altieri e di Dino Antoniaconi e quello di Luigi Driussi quale danneggiato dalle loro azioni. Inoltre Borsatti parlava dell’Arcivescovo di Udine come molto favorevole ai contatti con il nemico ed accennava ad un paio di preti come mediatori. (21). Naturalmente nessuno sa se ciò sia vero o meno, dato che nessuno lo chiese a don De Luca.
Queste dichiarazioni di Borsatti erano giunte anche a ‘Lotta e Lavoro’ che, nel numero del 13 febbraio 1949, riporta un articolo intitolato: “Documenti interessanti. – Dichiarazioni di Borsatti e Rebez.- Ci sarà una smentita? Ultima ora: Candido Grassi (Verdi) non è più deputato?” che le riportava. (22).
Ed ho ripreso queste dichiarazioni solo per precisare che in tutti i documenti che ho consultato e letto in un archivio e l’altro, non si parla mai di Francesco De Gregori come facente parte del gruppo comando della formazione Osovana e favorevole a contatti con il nemico seguendo le indicazioni dell’Arcivescovado, mentre gli altri nomi erano, come risulta anche da questo testo sottoscritto dal Borsatti, noti.
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Pertanto per quanto riguarda l’eccidio del 7 febbraio 1945, uno dei problemi che sorse immediato fu il perché Giacca, con un gruppo di suoi uomini, tutti armati, salì alle malghe, uccidendo subito Bolla, Enea e la Turchetti, che dalle testimonianze non risultavano esser stati torturati ma uccisi a bruciapelo, tanto che tale Emerati (e non Emirati come nei documenti) e tale ‘Piputto’, entrati per primi alle stalle o baite che dir si voglia di Tolpi Uorch in comune di Porzûs avevano trovato, nella baita dove risiedeva il Comando nel mese di novembre, quanto segue: «disteso, supino, con le gambe in fuori dalla porta e il corpo dentro giaceva il cadavere di Bolla il quale presentava la frattura dei denti e della bocca, mancante dell’ occhio destro perché asportato da una pallottola, il cranio fracassato ed altre ferite alla gola ed al corpo.
Depredato di tutti gli oggetti di valore comprese le scarpe, aveva le mani legate alla schiena. Fuori con il dorso appoggiato al muro, scalzo ed esanime, il corpo di Enea, senza l’orecchio destro, perché asportato da pallottola, con altre ferite alla faccia ed al petto. Fuori dalla baita, con le braccia aperte, giaceva il cadavere della signorina, con diverse ferite al petto». (22). Su altro documento, che si trova sempre in Fondazione Gramsci, Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola), Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzûs, si legge che anche Enea aveva le mani legate dietro la schiena. (23).
Si noti che i documenti su Porzûs presenti in detta cartella sono redatti per lo più da osovani, e sono ricostruzioni fatte dagli stessi domandando qui e là, e secondo quanto dichiarato da uno o l’altro/a e facevano parte, presumibilmente, di un ‘dossier’ girato a Mario Lizzero e/o al Comando Regionale Veneto dal comando della Osoppo per avere il placet per l’accusa ad una serie di persone, trascinando però anche i garibaldini come causa dei fatti. Inoltre tra questi risultavano pure il medico di Ampezzo, Armando Zagolin, che nulla aveva avuto a che fare con la vicenda e Romano il Mancino, Gelindo Citossi che, all’epoca dei fatti, guidava il colpo alle carceri di Udine e non possedeva il dono dell’ubiquità.
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Certamente, avendo cercato, in una situazione di guerra ancora in corso, di approfondire quanto accaduto a Topli Uork e Bosco Romagno, a due passi dalla Liberazione, gli osovani si erano fidati troppo di dicerie paesane e talvolta di cattiverie, di ricostruzioni parziali e via dicendo, di ammissioni con successive ritrattazioni. E peggio con peggio ai processi, ove si trascinò la Natisone che nulla aveva a che fare con l’eccidio e ove si dette ampio spazio a testimoni vari che nella realtà nulla di certo spesso sapevano. Per questo continuo a dire che questa di Porzûs è una storia di ‘Lu ha dit lui’ Lu ha dit iei”.
Certamente alcuni si chiesero come mai, nel rastrellamento nazifascista dell’8 dicembre 1944 in zona Canebola, pur trovandosi ivi sia truppe garibaldine della Divisione Natisone che truppe partigiane osovane, erano state attaccate solo quelle della Garibaldi, mentre gli osovani no, e questo venne sottolineato anche al processo di Lucca. (24). Ma questo significava solo che, per la sinistra Tagliamento, valeva l’accordo fatto da Vico con i tedeschi, solo che all’epoca nessuno disse nulla nel merito. Ma su questo esiste anche documentazione.
Sappiamo pure dalla stampa che riportava quanto detto al processo di Lucca, che due persone: Margherita Binetti e Mario Grimaz chiamati a deporre, avevano testimoniato di aver udito, la prima in un’osteria il secondo da un vecchio di Glap, che l’8 dicembre 1944 erano stati catturati, nel corso del rastrellamento in zona Canebola, dai tedeschi quattro garibaldini. Questi, per salvarsi, avevano dichiarato di essere osovani in forze a Bolla. Ma questi, raggiunto in qualche modo, negò che quei quattro partigiani fossero stati sotto il suo comando, garantendone, forse, la fine. Ma, a differenza che per quanto accaduto a Canebola, non si hanno altre fonti che sostengano questo. Inoltre immediatamente detti fatti furono smentiti da don Redento Bello Candido e da Alfredo Berzanti Paolo, (25) che per caso non erano finiti uccisi a Porzûs.
Senza voler offendere alcuno questo ho scritto, cercando di capire quanto accaduto e volendo aprire così un dibattito fra storici sull’accaduto che esuli dai processi che furono politici in primo luogo. A chi mi dicesse che cito fonti da Archivi del Partito Comunista, dico subito che uno storico vaglia tutte le fonti presenti. E per ora mi fermo qui.
Laura Matelda Puppini
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Note.
1) Cfr. il mio articolo: “Laura Matelda Puppini “Porzûs” – Topli Uorch. E se fosse stato un atto solitario, frutto di tensioni, senza mandante alcuno? Confutazione documentata di alcune tesi” sempre su nonsolocarnia.info
2) Ivi. Documento di riferimento: Archivio Ifsml, Udine. Fondo Lubiana. Busta 3 Fascicolo 60. Documento n.9.
3) Da: Divagando su “Porzûs”, in modo documentato. E se … in nonsolocarnia.info.
4) Diario di Bolla, a cura di Giannino Angeli, A.P.O. 2002, p. 84.
5) Ivi, p. 98.
6) Ivi, pp. 99-100.
7) Ivi, p.100.
8) Ivi, p. 101.
9) Ibidem.
10) Ivi, p. 102.
11) Ivi, p. 105.
12) Ivi, p. 106.
13) Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus. Doc. intestato “Corpo Volontari della Libertà- Gruppo Divisioni Osoppo Friuli Comando” con oggetto: “Pratica eccidio patrioti Osoppo da parte di elementi garibaldini e richiesta ordine di arresto, datato 5 giugno 1945.
14) Buvoli Alberto, Le formazioni Osoppo Friuli, documenti 1944- 45, ed. I.F.S.M.L. Ud, 2003, p. 194.
15) Padoan Giovanni Vanni, Porzus, Strumentalizzazione e realtà storica, edizioni della Laguna, 2000, p. 37.
16) “Intervista al Comandante Giacca”, a cura del Collettivo Propaganda di Rivoluzione, Quaderni di rivoluzione, Supplemento a ‘Rivoluzione’ Padova 2005, leggibile online su https://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf”, p. 16.
17) Ivi, pp. 16-17.
18) Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus. Doc. n.9 intestato “Ufficio informazioni della 3^ Divisione Osoppo” e datato Z.O. 6 aprile 1945.
19) Ivi, Doc. 11 “Accertamenti sul fatto “Bolla” a firma dell’osovano Gustavo.
20) Odorico Borsatti, uno dei ‘boia’ di Palmanova,
21) Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano, cit., “Verbale del cittadino “Borsatti Odorico” ore 21 di mercoledì, datato 20 giugno 1945.
22) In “Lotta e Lavoro” numero del 13 febbraio 1949 compare un articolo intitolato: “Documenti interessanti. – Dichiarazioni di Borsatti e Rebez.- Ci sarà una smentita? Ultima ora: Candido Grassi (Verdi) non è più deputato?” – In esso si legge di un incontro avvenuto ad Attimis ove si era presa anche in considerazione una rivalutazione della formazione Osoppo dopo le rivelazioni avvenute al processo ‘Borghese’, su azioni, (contatti con il nemico) che i rappresentati dlela formazione non erano riusciti a nascondere ma cercavano di giustificare appellandosi all’ onore della formazione, insozzandola di fatto in quanto erano invece azioni autonomamente fatte. In esso vegono riportate anche le dichiarazioni del Borsatti circa don De Luca e sulle informazioni che gli aveva dato.
23) Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano, cit.,, Doc. n. 5 allegato a: “Pratica eccidio patrioti Osoppo da parte di elementi garibaldini e richiesta ordine di arresto, datato 5 giugno 1945 , firmato Gigio.
24) “Il processo per i fatti di Porzûs. Bolla fu complice nell’ assasinio di Garibaldini, in L’Unità 1 dicembre 1951, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6. Processo Porzus. Rassegna stampa.
25) Ibidem.
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L’immagine che accompagna l’articolo ritrae Francesco De Gregori ed è una di quelle già da me utilizzate ed è presente nel Diario di Bolla. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/porzus-ed-ancora-porzus-ma-perche-giacca-con-i-suoi-sali-alle-malghe/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2016/02/foto-il-diario-di-bolla-001-2.jpg?fit=610%2C1024&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2016/02/foto-il-diario-di-bolla-001-2.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIAVorrei in questo articolo continuare il discorso sulla strage di Topli Uorch in un contesto che vedeva i tedeschi ormai ritirarsi perché avevano perso la guerra ed il Friuli come possibile terra di salvezza per la Repubblica Sociale Italiana. E, come già scritto in un mio articolo precedente (1), ...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





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