I contesti in cui iniziò e si svolse la lotta partigiana in Carnia, e basta parlare della morte di Magrini, uno degli 800 partigiani garibaldini carnici.
Vorrei intitolare questo articolo: “A volte ritornano”, ed è dedicato ad alcune persone che da anni, a fasi alterne, tornano a parlare della morte di Aulo Magrini. E ci siamo di nuovo grazie a Pieri Stefanutti che sul suo profilo facebook “cjartas e libris” ha ripreso a parlare dell’argomento, corredando pure il testo con una foto della copertina del volume “L’ultima verità” di Gianni Conedera.
Non so se con la copertina di detto libro, Pieri Stefanitti volesse rimettere in pista Gianni Conedera come storico, dopo che è stato condannato proprio per questo in tre gradi di giudizio nel processo intentatogli da Giulio Magrini. (Cfr. L’importanza delle fonti nella storia anche per i giudici. Perché Gianni Conedera ha perso contro Giulio Magrini. In nonsolocarnia.info). Ma secondo me “L’ultima verità” e è unicamente una accozzaglia di notiziole raccattate qui e là senza contestualizzazione alcuna dei fatti e quasi che la resistenza in Carnia fosse stata fatta da tre o quattro comunisti su cui egli ha raccolto chiacchiere da bar, più che altro, dallo scarso valore storico.
Eppure non esistevano solo quei quattro comunisti o presunti tali nella Garibaldi carnica, dato che, facendo una ricerca sui partigiani garibaldini in Carnia e carnici, ne ho schedati ben 472 riconosciuti dalla Commissione Triveneta come partigiani ed altri 327 + 1 da altre fonti sicure. Pertanto, se l’aritmetica non inganna, quelli da me censiti risultano essere OTTOCENTO. I loro nomi sono pubblicati sul mio: www.nonsolocarnia.info in due pdf con titolo:
472 schede di partigiani garibaldini, uomini e donne che scrissero la storia della democrazia, operativi in Carnia o carnici (https://www.nonsolocarnia.info/472-schede-di-partigiani-garibaldini-uomini-e-donne-che-scrissero-la-storia-della-democrazia-operativi-in-carnia-o-carnici/) e
Altre 327 schede di partigiane e partigiani garibaldini carnici od operativi in Carnia. (https://www.nonsolocarnia.info/altre-327-schede-di-partigiane-e-partigiani-garibaldini/).
E scrivo questo senza voler offendere alcuno e men che meno Conedera, mi dicono perito in cartiera, mai visto e mai sentito.
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Ma mi preme in primo luogo premettere che questi giovani, come coloro che aderirono alla Osoppo, andarono partigiani non perché fossero tutti comunisti o socialisti o vecchi antifascisti (in quanto lo erano pochissimi non avendo avuto la grande maggioranza di loro alcuna formazione politica in quanto vissuti sotto il regime fascista) ma perché dopo esser stati spediti a combattere le guerre di espansione fasciste, aver visto le mattanze di popolazione civile, dopo aver subito la politica del regime, dopo lo sfacelo dell’8 settembre 1943, non ne potevano più del fascismo e sognavano un mondo nuovo e diverso. Ma vi furono anche motivi contingenti per salire in montagna: che riporterò poi qui.
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Spesso scrittori carnici hanno dato voce alla vulgata che voleva i partigiani causa di tutti i guai e ladri ed assassini, in particolare i garibaldini. Ma erano quegli ottocento cattivissimi, come anche i partigiani italiani tutti? Questa è solo la lettura dei fatti propagandata dalla politica anti slovena ed anti -comunista ‘gladiatoria’ e destro-cattolica del dopoguerra in Fvg, che ha caratterizzato certo centro destra ma anche centro sinistra, ultimamente forse più per ignoranza dei fatti reali che altro. Perché, dai e dai, alla fine si sono persi i contesti.
E la ricostruzione storica in funzione politica nel Friuli Venezia Giulia ha massicciamente preso piede cambiando a suo uso e consumo la storia reale ma anche decontestualizzandola. Inoltre spesso volumi di storia resistenziale almeno in Carnia sono stati scritti da persone che hanno sì raccolto informazioni locali ma non hanno saputo integrarle nel corretto contesto generale, che pare ignorassero.
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Così la morte di Aulo Magrini Arturo, medico in val Pesarina e chiamato pure il medico dei poveri, che aveva appreso le idee comuniste all’ università di Padova alla facoltà di medicina, che portavano ad avere particolare cura per la popolazione e per la sua igiene, ma che non era certo quello che oggi definiremmo un sovversivo, è diventato un caso che si sta trascinando da anni ed anni, con un dibattito fondato su aria fritta, atto a voler sostenere che i partigiani rossi persino si uccidevano tra loro ed erano capaci di ogni nefandezza. Almeno io ho capito questo.
E così vi è stato chi è andato a far misurazioni sul terreno ed ad analizzarlo per comprendere il tragitto fatto dal Magrini anni ed anni dopo i fatti, senza pensare che il terreno si modifica; chi è andato a intervistare, anni e anni dopo la morte del noto medico, la signora che aveva composto il corpo per la sepoltura che certamente non aveva segnato su di un taccuino dove aveva visto i segni dei colpi o colpo di arma da fuoco, traendo da questa intervista, quasi novello aruspicio, informazioni su chi avesse ucciso il Magrini, andato in montagna, pare, anche perché una spia si era precipitata ad informare i tedeschi che egli era di idee comuniste e temendo così per la sua vita.
Inoltre il cadavere del Magrini non fu mai sottoposto ad autopsia, e così tutte le ricostruzioni della sua morte risultarono e risultano incentrate sui soliti bla, bla, bla che pare però abbiano rovinato la vita alla famiglia di Aulo, tanto che il figlio Giulio aveva alla fine deciso di intentare la causa contro Gianni Conedera a cui ho già accennato, vinta in tre gradi di giudizio da Magrini. (Per questo cfr. su nonsolocarnia.info il mio: L’importanza delle fonti nella storia anche per i giudici. Perché Gianni Conedera ha perso contro Giulio Magrini.).
Inoltre se io fossi un parente del partigiano Enore Casali Olmo e qualcuno avesse scritto o detto, come accaduto, che il mio congiunto era stato giustiziato dai partigiani perché aveva ucciso a sangue freddo Aulo Magrini, senza prova alcuna, lo denuncerei seduta stante, perché invece fu ben altra la ragione. (Cfr. nel merito su storia storiepn.it l’articolo di Marco Puppini: “Perché il partigiano Olmo è stato ucciso dai suoi compagni”, link https://www.storiastoriepn.it/perche-il-partigiano-olmo-e-stato-ucciso-dai-suoi-compagni/). Però bisogna riconoscere che la prima causa di queste cattive interpretazioni del movimento garibaldino e partigiano in generale dipendono dalla politica più che da altri aspetti.
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Motivi che portarono allo sviluppo del movimento partigiano in Italia ed anche in Carnia.
Il movimento partigiano italiano si sviluppò in particolare dopo l’8 settembre 1943, data dell’armistizio di Cassibile e dopo la fuga, di nascosto, al Sud nel territorio liberato dagli Alleati, del Re capo dello Stato, di Pietro Badoglio, capo delle Forze Armate e di alcuni generali fra cui quello che avrebbe dovuto difendere Roma, la Capitale, dall’entrata dei nazisti. Così Roma fu strenuamente difesa a Porta San Paolo ed alla Magliana (dove poi i nazisti sfondarono) dalla gente, da carabinieri, da soldati che avrebbero potuto provare a scappare e che invece cercarono di affrontare come potevano il nemico. Ed erano i Cavalleggeri di Genova, i Granatieri di Sardegna, ed altri. A loro vanno dati perenne memoria ed onore.
Il Re scappò a sud per salvarsi la pelle, e così gli altri, lasciando l’Italia in balia dei nazisti che da alleati divennero nemici. E le Forze Armate si trovarono improvvisamente senza guida ed allo sbando, senza saper cosa fare perché prive di informazioni. Il film “Tutti a casa” di Comencini, interpretato da Alberto Sordi, rappresenta benissimo la situazione creatasi.
E bisogna pure ricordare che in precedenza, dopo la disfatta in Russia dell’ esercito nazista e di quello italiano (gennaio 1943), neppure una parte dei fascisti volevano più il Patto d’ acciaio con Hitler e il continuare ad imbarcarsi in ulteriori guerre espansionistiche che avevano prima totalmente sostenuto e così, il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del fascismo, di cui faceva parte anche il genero del Duce, Galeazzo Ciano, che poi venne condannato a morte, sfiduciò Benito Mussolini e lo fece imprigionare al Gran Sasso.
Insomma l’Italia tentava di abbandonare la seconda guerra mondiale senza però far i conti con la realtà.
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Dopo l’8 settembre, che Davide Conti considera una resa incondizionata, e la fuga del Re, di Badoglio e di altri al Sud, Hitler mandò i suoi a liberare Mussolini che era stato incarcerato sul Gran Sasso e ordinò ai suoi di portarlo a Monaco, dove gli ordinò di creare subito, con gli altri fascisti e con tutti quelli che poteva raccattare, la Repubblica Sociale Italiana, di appoggio ai nazisti che stavano occupando la penisola. E la R.S.I. è chiamata la repubblica fantoccio proprio perché fu creata di fatto da Hitler e dai nazisti ed ubbidiva ai loro ordini.
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Cartina della penisola italiana ai tempi della resistenza, dopo l’8 settembre 1943. (https://it.wikipedia.org/wiki/Zona_d%27operazioni_delle_Prealpi).
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A ridosso del confine tra Italia e Terzo Reich (l’Austria era annessa), vennero create dai nazisti due zone cuscinetto ove il potere sia politico che militare era in mano direttamente ai tedeschi: la Zona di Operazioni del Litorale Adriatico (acronimo Ozak) di cui facevano parte le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana, e l’Ozav, (Zona di Operazioni delle Prealpi), che comprendeva le province di Belluno, Bolzano e Trento. Ed anche se qualcuno ci narra che in Carnia, che era in provincia di Udine e quindi Ozak, c’erano nell’agosto 1944 carabinieri e forze armate italiane, sono tutte informazioni scorrette perché tutti i militari erano stati inseriti nelle forze tedesche e restava solo un minimo potere in mano all’ R.S.I..
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E così raccontava Bruno Cacitti, partigiano osovano che comandava l’Intendenza carnica e che aveva vissuto l’8 settembre da militare: «ci siamo trovati, il vot di …di settembre quarantatrei, abbandonati, soldati abbandonati: i capi, il re, Badoglio, andati al Sud, […] … e noi altri ci siamo trovati in un mare di fango. Per salvarci abbiamo dovuto andare in montagna. Se non si andava, ci aspettavano i lager tedeschi. Basta. Non fu una questione politica. Siamo scappati perché ci hanno abbandonato i capi – chiuso (l’argomento ndr.).
Ma come si fa? Loro scappano, e noi … Ci hanno messo in una condizione … Ma benedetto Dio, noi eravamo soldati, che vergogna! È stata la ritirata di Caporetto … Ci hanno lasciato in un mare di fango e di guai, […]. (…). Io mi trovavo a Nimis quando ho sentito per radio che dovevamo voltare il fucile contro i tedeschi. E cosa avrei dovuto fare se non andare a dormire negli stavoli? Per salvarci abbiamo dovuto andare in montagna. Se non si andava, ci aspettavano i lager tedeschi. Basta. Non fu una questione politica. Siamo scappati perché ci hanno abbandonato i capi – chiuso». (Uomini che scrissero la storia della democrazia: Bruno Cacitti, Lena, osovano. Perché resti memoria. in: www.nonsolocarnia.info). Questa l’esperienza di molti soldati allo sbando. Ed ancora, sempre Bruno Cacitti: «E siamo rimasti noi, semplici soldati … I capi sono scappati per salvarsi e ci hanno abbandonati, e basta… E la gente era tutta con noi quando ha visto quello sfacelo». (Ivi). Comunque i militari italiani che, come Bruno Cacitti che non vollero passare con l’esercito tedesco, venivano dai nazisti considerati traditori.
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Inoltre ad un certo punto, il 22 febbraio 1944, Friedrich Rainer, commissario supremo della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico. (OZAK), di cui faceva parte anche la Carnia, impose l’arruolamento coatto nell’ esercito tedesco dei giovani residenti in Ozak delle classi 1923-24- 25, o, in alternativa, lavorare per la Todt. E questo portò molti giovani, renitenti alla leva del nemico occupante, a salire sui monti e diventare partigiani.
Anche nell’ R.S.I dal novembre 1943 si succedettero vari bandi di arruolamento, firmati da Rodolfo Graziani, intesi a creare un grande esercito per la Repubblica Sociale, ma anche lì si presentò lo stesso fenomeno. Per non servire fascisti e tedeschi, i giovani salirono in montagna assieme a militari delle disciolte forze armate italiane. E così narra ancora Bruno Cacitti: «Allora c’era una matrice comune che fece andare questa gente partigiana sia che fosse della Osoppo sia che fosse della Garibaldi …C’era qualcosa che univa…» (Ivi). Inoltre in Carnia, al momento dell’espansione partigiana della primavera 1944, si formarono basi garibaldine o osovane anche di reclutamento. Ed i giovani che prendevano la via dei monti, qui in Carnia, spesso si arruolavano nel primo gruppo partigiano che trovavano.
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Moltissimi italiani però passarono con i tedeschi: X Mas, Reggimento Tagliamento, ecc. e si formarono reparti di SS italiane. Inoltre, vista la vastità del Terzo Reich, ovunque in Europa sorsero movimenti partigiani o gruppi di resistenza: in Francia, in Belgio, in Grecia, nei Balcani occupati prima dell’8 settembre dai fascisti oltre che dai nazisti. Il terzo Reich era organizzatissimo ed i partigiani avevano lo scopo principale di far saltare la viabilità: ferrovie strade, ponti, e di facilitare il passaggio delle truppe alleate. E gli alleati contro il nazismo ed i suoi soci erano gli Americani, gli Inglesi ed i Russi.
Quindi l’URSS, ricacciato il nemico nazista e fascista, iniziò ad avanzare, come da accordi interazionali da est verso il cuore del Terzo Reich mentre le truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia entravano a Belgrado nell’ottobre 1944, e gli Anglo americani liberavano Roma il 4 giugno 1944, sbarcavano in Normandia il 6 dello stesso mese e continuavano ad avanzare verso il cuore del Terzo Reich da ovest, finché non si incontrarono sull’ Elba il 25 aprile 1945, chiudendo il cerchio.
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Però giungere alla fine della guerra fu durissimo, e nel novembre 1944 gli angloamericani si trovarono in crisi di truppe ed armi, e da qui il Proclama Alexander, ed anche superare la linea gotica non fu né facile né semplice.
Quindi senza i partigiani europei ed anche italiani che fecero saltare ponti strade, vie, in particolare, impedendo di muoversi ai nazifascisti, che attaccarono colonne e soldati in armi, la fine della guerra si sarebbe allontanata nel tempo, e se molti italiani prima nelle Forze Armate italiane o renitenti alle leve tedesche e repubblichine assieme a gran parte delle popolazioni delle città, campagne e montagna del centro – nord non si fossero opposte a servire l’invasore tedesco, pagando un altissimo prezzo, ma lo avessero aiutato, qui come nell’ Europa intera, non so come sarebbe andata a finire. Inoltre l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia permise agli aerei alleati di levarsi in volo ed alle loro barche di raggiungere il Sud partendo dalla loro Zona Libera.
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Ma ritorniamo a Aulo Magrini ed alla sua MORTE …
In questo contesto, Aulo Magrini, il medico dei poveri, risulta esser stato uno degli 800 partigiani garibaldini carnici od operativi in Carnia, nulla di più e nulla di meno. Ed egli fu uno dei tanti che rimase ucciso dal nemico in una azione di guerra, in questo caso portata avanti in forma congiunta da garibaldini ed osovani al ponte di Noiaris di Sutrio, dove qualcosa andò storto. Ed è ovvio che Magrini dovesse cercar di ritirarsi verso Alzeri, perché da quel lato della strada erano schierati i garibaldini, dall’altro gli osovani.
Nel mio “Su Aulo Magrini, medico, commissario partigiano del battaglione Carnia della Garibaldi, morto per la nostra Libertà. (https://www.nonsolocarnia.info/su-aulo-magrini-medico-commissario-partigiano-del-battaglione-carnia-della-garibaldi-morto-per-la-nostra-liberta/ ho riportato, dal fondo Terenzio Zoffi (il comandante osovano Bruno di Sutrio), queste righe sulla azione che portò alla morte di Magrini (in originale a Trieste, presso IRSML).
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«SABATO 15 LUGLIO 1944. (…) attacco al ponte di Nojariis da parte di 18 uomini delle Osoppo. (E. Moro – Vito Riolino – Cristiano – Carmelo – Ferruccio – Covera Tullio – Rino (A. Riolino) – Adam – il padre di Bruno Barbacetto … presente pure Dimorino e Bruno dal For) e un gruppo di Garibaldini capeggiati dal dott. Magrini. – Non è stato rispettato il piano di attacco perché anziché lanciare le bombe a mano sull’ultimo camion di militari tedeschi le si è lanciate sul penultimo. Così gli uomini dell’ultimo camion hanno potuto aggirare alla piana degli Alzeri i Garibaldini».
E così si legge in: “Guerra di popolo, storia delle formazioni garibaldine friulane, – Un manoscritto del 1945 – 1946, a cura di F. Mautino, Feltrinelli, 1981, a p. 79:
«15.7. 44 – (Brigata Friuli) Ponte di Noiaris – Arta. Viene segnalata un’autocolonna nemica di circa 150 uomini armata di numerose armi automatiche e mitragliere piazzate su camion. La colonna, dopo essere stata a Timau, lungo il ritorno viene attaccata da una pattuglia del battaglione Carnia. In questo primo attacco il nemico riporta 4 morti e vari feriti. Giunta la colonna in località Ponte di Noiaris, viene nuovamente attaccata con bombe a mano e raffiche di mitra. La reazione nemica violentissima costringe il reparto a ripiegare. Il commissario del battaglione, Aulo Magrini, effettua un contrattacco nel quale lascia la vita. Nel combattimento cade pure il compagno Griso. A questo attacco partecipano anche alcuni elementi della Osoppo».
E Aulo Magrini, come riportato in questo ultimo testo, non fu mai il comandante del btg. Carnia che era Ciro Nigris, ma il Commissario politico.
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Infine riporto questa lettera scritta da Elio Martinis, Furore, di Ampezzo e pubblicata dal Messaggero Veneto il 26/11/2005, che parla pure della morte di Aulo Magrini.
«IL CASO MAGRINI. Due testimoni inconfutabili. A venti anni ci si apre alla vita, la mia generazione invece fu mandata a morire prima in Francia poi in Jugoslavia, Albania, Grecia, Russia e Africa. Ci avevano cresciuti così, col fuciletto in spalla, fin dalle scuole elementari; dovevamo fare grande l’Italia come ai tempi dell’impero romano, così ci dicevano.
Ero un alpino reduce dai Balcani, all’ 8 settembre 1943 ho scelto da quale parte stare e sono salito in montagna, sulle mie montagne finalmente e lì ho combattuto per la mia libertà, per la mia gente, per la mia amata Carnia, come tanti altri reduci. Con i miei garibaldini abbiamo cacciato i tedeschi dal nostro territorio, abbiamo costituito la Libera Repubblica di Carnia, della quale siamo fieri ed orgogliosi ancor oggi.
Nell’autunno ‘44 abbiamo subito poi, l’occupazione di migliaia di cosacchi, le privazioni, la fame, centinaia di compagni caduti. A primavera del ’45 la liberazione e subito dopo gran parte dei partigiani furono costretti a emigrare per vivere, quelli rimasti furono messi da parte e accusati di ogni nefandezza. Le leggi che emanammo e che abolivano la pena di morte, che davano il voto alle donne per la prima volta, che fissavano i criteri per il taglio dei boschi e l’uso accorto delle risorse da adottare, la riforma fiscale, perché non si studiano?
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Sono state messe in giro dicerie sulla morte di Aulo Magrini “Arturo” caduto nel combattimento al ponte di Noiaris di Sutrio a metà luglio ’44 dove era stata attaccata una colonna tedesca. Nello stesso luogo, una ventina di giorni prima, era stata attaccata un’altra colonna l’attacco era stato attuato dai garibaldini comandati da “Leone” (Mansueto Nassivera n.d.r.), caduto in quel combattimento, che darà il nome alla formazione da me comandata, cioè IL Btg. Nassivera poi Divisione.
Veniamo al caso Magrini: la colonna tedesca, già attaccata più a nord, scende verso Tolmezzo, è in allerta, quello è il punto più stretto della valle. Prima c’è stato un lancio di bombe a mano, poi la fucileria, quindi il contrattacco tedesco sul pianoro d’ Alzeri in copertura di mitragliatrice pesante. Lì cadde “Arturo”, come hanno sempre riferito due miei garibaldini: D’ Agaro “Tempesta” e Vidale “Morgan” bravi e coraggiosi combattenti che erano con Magrini quando è stato ucciso dai tedeschi saliti dal pendio dopo l’attacco. (…).
Questa è la storia, il resto solo illazioni e voci riportate per sentito dire o per secondi fini. Spero con questo scritto di porre fine alla telenovela sul caso Magrini, che merita di essere ricordato invece perché era un medico e con quattro figli piccoli avrebbe potuto starsene comodamente a casa propria invece ha scelto da coraggioso la lotta per la libertà e per questo è stato decorato e per questo va ricordato, unico fra i commissari a fare i turni di guardia notturni come i propri uomini, come ricordato da “Morgan” nella sua testimonianza.
Elio Martinis “Furore” Ampezzo».
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E spero che avendo scritto tre fonti praticamente la stessa cosa, ormai la storia della morte di Aulo Magrini sia chiara: entrato a far parte della resistenza, partecipò ad un’azione congiunta Garibaldi Osoppo al ponte di Noiaris ma qualcosa andò storto ed i garibaldini, che erano schierati dalla parte della strada che confina con il comune di Arta, si ritirarono verso Alzeri ma il nemico li raggiunse ed uccise sia Magrini che un altro garibaldino. Ma morì nell’azione anche un osovano. Fine della telenovela che non avrebbe mai dovuto iniziare e non so chi abbia iniziato. Ed ora parliamo per cortesia di Aulo Magrini uomo, marito, medico, e degli altri 799 garibaldini in Carnia, in attesa che continui a schedare gli osovani carnici od operativi in Carnia.
Ho scritto questo articolo solo per continuare a parlare in un contesto corretto, e non dettato dalla politica, del movimento resistenziale in Carnia e per chiudere un discorso che non trova più motivo di andare avanti. Pieri Stefanut lasse Magrin e viout di atris. E senza voler offendere alcuno, questo ho scritto.
Laura Matelda Puppini
L’immagine che accompagna lo scritto proviene dall’ Archivio Fotografico Anpi Udine. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/i-contesti-in-cui-inizio-e-si-svolse-la-lotta-partigiana-in-carnia-e-basta-parlare-della-morte-di-magrini-uno-degli-800-partigiani-garibaldini-carnici/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/partigiani-per-articolo-valentinotti-Immagine1.jpg?fit=782%2C549&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/partigiani-per-articolo-valentinotti-Immagine1.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIAVorrei intitolare questo articolo: “A volte ritornano”, ed è dedicato ad alcune persone che da anni, a fasi alterne, tornano a parlare della morte di Aulo Magrini. E ci siamo di nuovo grazie a Pieri Stefanutti che sul suo profilo facebook “cjartas e libris” ha ripreso a parlare dell’argomento,...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





Il Magrini aveva con sé un borsello di cuoio al cui interno c’erano dei documenti ed una grossa somma di denaro che l’imprenditore De Antoni gli aveva consegnato il giorno precedente.
Quando il corpo venne recuperato da alcuni civili, il borsello non c’era.
Da qui nacque il sospetto che il Magrini fosse stato ucciso da “fuoco amico” allo scopo di impadronirsi del borsello con il denaro.
Anche la testimonianza di Mario Beorchia (Senio) ha alimentato questa diceria: “Ad un certo punto, Magrini che era alla mia destra, cadde a terra morto. A colpirlo fu un colpo di fucile, uno solo, proveniente dalla mia destra dove si erano posizionati quelli di Prato Carnico. È stato colpito da un unico colpo di fucile (…). Dopo un po’ ci fu il silenzio, i tedeschi non spararono più. Sul pianoro eravamo rimasti solo io e il comandante Marco. (…). Per me non è stato ucciso dai Tedeschi. Quando è caduto a poca distanza da me la battaglia era appena iniziata”.
In realtà, come si scoprirà poi grazie alla testimonianza di Innerhofer, furono i soldati tedeschi a trovare addosso al cadavere il borsello e la grossa somma di denaro, prima che i civili recuperassero il corpo.
Il denaro venne consegnata al Comando tedesco di Udine mentre il borsello venne reso alla famiglia del Magrini.
Il problema di detta borsa ma pareva più una sacca, è stato affrontato nel filmato a cura di Marco Rossitti, “Carnia 1944. Un’estate di libertà”, in cui viene narrato che detta sacca fu presa, come mi pare ovvio, dai nazisti, che contenva del denaro di cui si dice anche la provenienza, e che poi fu resa, vuota, alla moglie di Aulo Magrini, la signora Margherita Cechetti vedova Magrini. Non esiste una borsa oltre la piccola sacca, e non so chi abbia narrato questo. Infatti uno no nandava a fare una azione bellica pericolosa, con borse, valige e sacche al seguito.
A tocje anche cheste: Laura Matelda Puppini mi inserisce tra gli zombie che “alle volte ritornano” e impone un secco “Cumò vonde Pieri”. Qual è il grave peccato commesso? Aver dedicato 10 puntate sulla pagina facebook https://www.facebook.com/Pierilibris a riesaminare le circostanze che hanno portato alla morte, il 15 luglio 1944, di Aulo Magrini “Arturo”. Come “prova dell’infamia” si cita l’aver pubblicato una foto del libro di Conedera.
Non si dice però una parola sul fatto che, nei diversi interventi, sono state citate le posizioni di Conedera, certo, ma anche di Anna di Qual, di Marco Puppini, di Fabio Lazzara, di Giulio Magrini, di Gianpaolo Carbonetto, della stessa Laura Matelda Puppini e di altre persone che si sono occupate della questione. Dunque, il fatto che le puntate siano state seguite con interesse, e commentate, da numerose persone (come del resto accaduto per la precedente inchiesta sulla morte ed i funerali di Renato Del Din) dimostra forse che non si tratta di “un discorso che non trova più motivo di andare avanti”. A tal proposito, aspetto sempre che Laura M. Puppini si decida a spiegarci una frase che ha ripetuto almeno quattro volte, negli ultimi interventi, e cioè che nell’azione partigiana del 15 luglio 1944 “qualcosa andò storto”. Cosa?
Pieri Stefanut, il problema non è aver riportato ogni posizione sulla morte di Aulo Magrini, ma chiudere ora un discorso perchè privo di senso e secondo me frutto di una certa politica. Alcune volte si fanno ipotesi strane per non dire lucubrazioni su di un argomento che è aria fritta, nato non si sa dove e dalla mente di chi. Infatti mi chiedo: chi è stato il primo a dire che Magrini era stato ucciso dai suoi? Non lo so Stefanutti, ma poi altri, ed io compresa che ho toccato l’argomento portando fonti certe per chiuderlo, abbiamo discusso di qualcosa che non sappiamo da dove è partito, su di una diceria in sintesi, forse ripresa in forma scritta poi. Perchè quando ho scritto io, ed avete scritto Marco Puppini, tu la prima volta ed altri, che Aulo Magrini fosse stato ucciso da fuoco amico era una ipotesi che girava di bocca in bocca. Adesso passiamo invece a discutere di cose più serie, della resistenza in Carnia, per esempio, ed altro. E poi chiediamoci perché allora Garibaldi ed Osoppo facevano azioni insieme e poi no. E qui bisogna assolutamente ritornare alla crisi di Pielungo ed a Livio (qui chiamato Barba Livio, non so perché, quasi che i due fossero due persone diverse), che travolse la resistenza friulana. E lo scrive anche Marco Cesselli, comandante osovano. (Per la crisi di Pielungo cfr. il mio: Laura Matelda Puppini. Romano Zoffo Barba Livio o Livio, il battaglione Carnia, e la crisi innescata dai fatti di Pielungo). E fu allora che il miglior battaglione osovano in zona il “Carnia” si divise e perse la sua forza che dipendeva pure dal valore del suo capo, Romano Zoffo, ufficiale del R.e.i prima dell ‘8 settembre 1943, e morto ucciso dai cosacchi a Tarcento a fine aprile 1945.
Mi scuso se ti sei sentito offeso, non era mia intenzione offenderti, perchè non è nel mio stile, ho preso solo una frase da un romanzo di Stephen King per dire che a ondate o tizio o caio riprendono a parlare di un ormai non problema, la morte di Magrini e non ho mai fatto, me ne darai atto, commenti disdicevoli sulla tua persona. Però non puoi negare che questa volta sei stato tu a riprendere l’argomento su facebook. Ed io voglio dire che ormai l’argomento è chiuso, anche perché l’ipotesi iniziale che Magrini fosse stato ucciso da mano amica non si sa da dove sia venuta fuori ed io penso da ambienti politici, e non ha mai trovato prove. L’immagine della copertina del primo volume di Conedera, primo articolo da me visto solo perchè era su facebook e l’ho trovato sfogliando, a cui ho risposto era tuo sul tuo profilo facebook Carte e libri e poi … E allora perché te la prendi con me?
Rispondo ancora a Pieri Stefanutti che non ha capito cosa ho scritto. Cio’ che ando’ storto nell’ azione congiunta fu che qualcuno sbaglio’ nel lancio di bombe a mano la traiettoria e cosi’ l’ azione non riusci’ come doveva riuscire.
E’ quanto sostenuto nel documento del fondo Zoffi che hai citato: “Non è stato rispettato il piano di attacco perché anziché lanciare le bombe a mano sull’ultimo camion di militari tedeschi le si è lanciate sul penultimo. Così gli uomini dell’ultimo camion hanno potuto aggirare alla piana degli Alzeri i Garibaldini”. Rimarrebbe da capire meglio il comportamento del gruppo osovano durante l’azione, le varie modalità di sganciamento… ma finiamola qui.