L.M.P. “Esserci: esperienza civile femminile nel conflitto. Protagoniste e testimoni”. Formeaso di Zuglio 18 luglio 2026.
Premessa
Sabato 18 luglio 2026, organizzato da ArciMont, un gruppo di giovani a cui sono veramente grata per l’invito e che mi ha aperto il cuore, ho parlato del mondo femminile in epoca resistenizale e riporto qui l’intervento.
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Bongiorno a tutte e tutti e grazie veramente per l’invito a parlare qui, in Carnia, delle nostre donne in particolare nella seconda guerra mondiale dal 1943 in poi e del movimento partigiano. Il titolo dell’incontro proposto alla dott.ssa Antonella Lestani ed a me è difficile per come è formulato: «Esserci: esperienza civile femminile nel conflitto. protagoniste e testimoni». E dico subito che l’esperienza civile delle donne in ogni conflitto è improntata alla lotta per la sopravvivenza della famiglia e personale, quando la miseria incombe ed il pane manca, ed al cercare di giungere il prima possibile alla fine del conflitto vive e vegete, senza venir deportate, torturate, violentate, e senza morire di fame. E così in ogni guerra. Ma quello che stupisce molti è la resilienza femminile anche quando intorno la guerra, la fame e la distruzione incombono.
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Il dolore e la forza delle donne in guerra. (Da: https://www.oxfamitalia.org/donne-in-guerra-ruoli-rischi-e-sostegno-oxfam/)
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Donne vittime e portatrici di coraggio nelle guerre.
Inizio questo incontro riportando qui alcune considerazioni generali prese da: “Flaminia Giovannelli, La donna nei conflitti armati e nei processi di pace”.
Scrive la Giovannelli che è difficile parlare della donna in generale quando si sa che le donne vivono in contesti culturali, sociali ed economici tanto diversi. Ma quando ci sono di mezzo esperienze come la vita, la morte, la violenza, la sopravvivenza, che mettono in gioco quelle risorse spirituali e morali che le accomunano, si può azzardare qualche considerazione. (1).
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Le donne sono le prime vittime nei conflitti armati.
La prima considerazione è che «le donne, nelle situazioni di conflitto armato, che vi prendano parte attiva, in modo diretto o indiretto, oppure che le subiscano, sono le vittime che più a lungo ne portano i segni, a volte indelebili. La violenza del conflitto le lascia vedove con figli da crescere oppure le priva degli affetti più cari, ma soprattutto, in tanti, troppi casi, viola l’integrità dei loro corpi. E questo accade in ogni regione del mondo.
L’abuso sessuale è un’aberrante costante storica sin dai tempi più antichi, ma è solamente dalla seconda metà del XX secolo che tale comportamento criminoso viene considerato “arma di guerra” ed è esplicitamente condannato dalla comunità internazionale». (2).
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Sofia Loren nel film ‘La ciociara’, simbolo della violenza alle donne. (Da: https://www.facebook.com/Tv2000it/posts/la-ciociara-%C3%A8-un-film-del-1960-diretto-da-vittorio-de-sicala-pellicola-%C3%A8-interpr/1818410018248691/)
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Le donne nei conflitti armati mostrano coraggio.
«Una seconda considerazione riguarda la forza che le donne riescono ad esprimere grazie alle loro risorse spirituali e morali. Sono risorse fatte di coraggio, come quello dimostrato dalle donne che assumono un ruolo attivo nei conflitti armati ritenendo un dovere partecipare alla lotta per la difesa dei loro Paesi. (3).
E questo è accaduto anche in Europa durante la II Guerra Mondiale quando donne e giovanette hanno partecipato in vario modo alla guerra di liberazione delle loro nazioni, dimostrando coraggio, forza e determinazione nell’andare avanti. E questo è successo anche in Carnia.
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Inoltre dal programma costitutivo dei ‘Gruppi di Difesa della Donna’ (4) si nota come gli stessi nascessero dalla vita reale delle donne nelle zone occupate dai tedeschi e dai repubblichini e ne valorizzassero le doti di assistenza, recupero cibo e vestiario, collette in denaro ed altri compiti.
Ma il ruolo delle donne nella guerra di Liberazione fu anche quello di partigiane combattenti e staffette che percorsero, per lo più in bicicletta, chilometri e chilometri con ogni tempo ed in mezzo a mille pericoli.
E donne nascosero ricercati ed alleati, dividendo con loro pure il poco cibo che avevano, prodigandosi anche come infermiere. E così, donne di tutte le età, anche quasi bambine o giovanette ma pure anziane, si sentirono finalmente protagoniste della storia della loro Patria ed elementi importanti nella Liberazione dallo straniero, senza sapere che poi, a guerra finita, sarebbero state per lo più ricacciate nel ruolo di madri e spose, ma ottenendo anche in Italia il diritto di voto ed una maggiore visibilità sociale.
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E riporto queste parole dall’atto costitutivo dei Gruppi di difesa della donna: «Le donne italiane che hanno sempre avversato il fascismo, che della guerra hanno sentito tutto il peso per i lutti, le case distrutte, i sacrifici e le raddoppiate fatiche, non possono rimanere inerti in questo grave momento. L’invasione hitleriana rende insopportabile una vita già tanto difficile; moltiplica le miserie, minaccia nuove stragi. È alle porte un inverno terribile. Nelle città devastate dalla guerra di Hitler e di Mussolini, le case diroccate non hanno riparo, mancano i mezzi per il riscaldamento, i vestiti e le scarpe logore espongono al freddo e alle intemperie. I prezzi salgono vertiginosamente, solo chi può spendere il denaro, non guadagnato col lavoro, può procurarsi quanto è indispensabile alla vita. I barbari rubano e devastano, depredano e uccidono. Non si può cedere, bisogna lottare per la liberazione». (5).
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Donne aderenti ai gruppi difesa della donna. (Da: https://www.uisp.it/bologna/pagina/le-ragazze-del-43-e-la-bicicletta-le-donne-nella-resistenza).
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Il ruolo della donna nella resistenza guardando ad un futuro di diritti ed emancipazione.
Scrivono a p. 17 del loro volume “Volontarie della libertà”, le autrici che, per quanto riguarda la partecipazione femminile alla resistenza ed alla ribellione, essa originò in particolare dall’avversione verso la guerra, ma anche dalla fame, e quindi dal desiderio di pane e pace. Ma a questo aspetto si aggiunse poi la volontà di farla finita con il fascismo, identificato come il responsabile di tanti lutti e rovine, e il desiderio di volgere verso una società migliore dove la donna potesse vivere un nuovo protagonismo sociale. (6).
«Singolare è un fatto- disse Alessandro Galante Garrone in un suo discorso- che mi pare d’importanza decisiva: la rapidissima maturazione di molte donne, fino al giorno prima indifferenti o ignare dei grandi problemi politici e sociali, e fattesi d’un tratto, come per miracolosa illuminazione, consapevoli e convinte delle ragioni della lotta che uomini e donne insieme dovevano combattere. Scorgiamo questo fenomeno nelle contadine e operaie, come nelle intellettuali e nelle agiate signore borghesi, nelle giovanissime come nelle anziane». (7).
E andando avanti nel loro nuovo percorso, donne singole o gruppi scoprivano altre donne o gruppi di donne che facevano le stesse cose anche sulla base della comune umanità. (8).
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Ma fra le donne italiane ed europee vi furono anche collaborazioniste, naziste, spie, torturatrici, che vissero il loro protagonismo in modo molto diverso dalle “Volontarie della libertà”. E basta leggere l’articolo di Davide Turrini: “25 aprile, da angeli del focolare a aguzzine: la storia delle fasciste di Salò. Torturatrici crudeli, ma subito perdonate” su: il Fatto Quotidiano del 26 aprile 2016, per rendersene conto. Inoltre c’erano le cosiddette “signorine”, ragazze che tentavano di arrotondare le loro magre entrate andando con i nazisti, in particolare ufficiali, ricevendone in cambio doni di diverso tipo. Ma ci furono anche ragazze che procurarono abiti civili ai militari che cercavano di raggiungere casa dopo l’8 settembre 1943, che si precipitarono a baciare un ragazzo in fuga, che poteva essere fermato, facendolo passare per il loro fidanzato, che ospitarono alleati e così via, senza essere partigiane, in particolare nelle campagne.
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E ci furono donne e giovanette, spesso ripiene di spirito di solidarietà ed aiuto verso chi soffre, che iniziarono la loro personale resistenza nelle stazioni di Udine e Pordenone cercando di dare da bere ai militari italiani e di raccogliere i loro biglietti mentre venivano portati via, nei campi del Terzo Reich, in condizioni disumane chiusi dentro vagoni ferroviari, perché non avevano aderito ai diktat dei nazisti di passare subito a combattere per loro; ma anche cercando di aiutare i militari sbandati e di sostenere fuggiaschi di diversa nazionalità e giovani in difficoltà.
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Donne e ragazze nelle stazioni tentano di aiutare i soldati italiani diretti nei campi del Terzo Reich. dopo l’ 8 settembre 1943. (Da: https://www.anpiudine.org/2023/09/a-udine-e-in-altri-comuni-del-friuli-i-treni-della-memoria-1943-2023-le-donne-dei-bigliettini-tra-i-binari-della-ferrovia-1943-2023).
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E vi furono donne, anche in Carnia, che, dopo l’ 8 settembre fornirono vestiti borghesi ai militari in fuga o passati con i partigiani, come la madre di Giovanni Marzona; vi furono quelle che confezionarono indumenti, come le sarte dell’improvvisata sartoria nella miniera di Cludinico, guidate da Fiorenza Moradei segretaria di Rinaldo Cioni; quelle che cucinarono provvidenziali polente o che portarono, con estenuanti viaggi, cibi ai partigiani e spesso erano madri, sorelle, spose di guerriglieri per la libertà. E vi furono quelle che nascosero ricercati e ricercate, come per esempio Libera Strazzaboschi, donna tutta d’un pezzo di Pesariis, già portatrice carnica e operaia nei cantieri stradali nel corso grande guerra, che per settimane, nel lungo inverno 1944-1945, tenne nascosto in cantina il giovane garibaldino Balilla Nascimbeni, o come Catina, amica di Remo Colman, Volpe, che mise a disposizione dei partigiani del btg. Nassivera la sua stalla a Mione, perché potessero passare lì quei lunghi mesi invernali e che ospitarono partigiani, come per esempio Ida e Gioconda Danelon di Feltrone. E vi furono donne che dettero informazioni a partigiani, passando veloci ed avvolte nei loro scuri scialli, come Rachele Diana in Marchetti, donna timorata di Dio, che sussurrò a Mirko di non proseguire, perché vi erano i cosacchi ad attenderlo.
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Rachele Diana in Marchetti madre di Romano: una donna semplice ma di famiglia agiata che aiutò un partigiano. (Da Romano Marchetti).
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E non possiamo dimenticare le donne che composero la salma di Del Din e posero sopra la bara un cappello alpino, (e si dice, in un documento d’epoca, lo abbia fatto la dimenticata Lea Midolini come fu dimenticata Dirce Nascimbeni che urlò “presente” quando la bara scese nella fossa), che fecero volgere, presumiblmente con l’aiuto di Augusto Vidoni, poi passato di corsa alla resistenza osovana, a cassetta del carro funebre, il feretro di Renato Del Din, allora solo un bandito senza nome, verso la via principale e giungere al duomo. E non dobbiamo dimenticare il capitano dei carabinieri Santo Arbitrio, che non diede l’ordine ai suoi carabinieri di sparare sulla folla e fu immediatamente trasferito in Veneto dove si dileguò fino alla fine del conflitto.
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Ruolo della donna nella società carnica.
A causa dell’emigrazione maschile, le donne giocavano un grosso ruolo nella società carnica per molti mesi all’ anno a tal punto che, a Maiaso in comune di Enemonzo nella val Tagliamento, come ricorda Romano Marchetti nelle sue memorie, si trovavano addirittura casate indicate al femminile: ‘Chei di Beta’- quelli di Elisabetta; ‘Chei da Blancja’ – quelli di Bianca; ‘ Chei di Menia’- quelli di Domenica; Chei di Tranquilla’- quelli di Tranquilla. (9).
Inoltre l’economia carnica si reggeva pure sul lavoro nei campi e nei prati montani, affidato sempre alle donne, che iniziava sin da quando erano bambine. «Eravamo bambine, allora, e la giornata incominciava con nonna che ci veniva a chiamare: “Svegliatevi, bambine!”. “Emma, alzati!” E noi eravamo ancora piene di sonno. (…). Ci alzavamo verso le tre, le quattro del mattino, dipendeva da dove si doveva andare a far fieno, perché si doveva giungere sul luogo quando veniva giorno. E la nostra vita è trascorsa, in gioventù, tra falciare, spandere l’erba falciata e fare i covoni… E quando veniva sera, ci caricavamo di un bel fascio di fieno, e giù a casa, trottando … (…). E come se non bastasse, a casa ci attendeva la stalla, prima della cena. (…). Ed allora nessuna aveva tempo per riposare, e, lasciata la falce, si prendeva il rastrello, e se minacciava la pioggia, non ci si fermava neppure per mangiare un boccone. (…). E passavamo il nostro tempo, tra metà luglio e la Madonna di agosto, fra prati, montagna, sfalci e ‘mede’» (10).
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Emma Pellegrina in Gussetti. ‘gna Emma. (Foto di Laura Matelda Puppini).
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Noi donne passavamo le giornate festive facendo qualche lavoro di riparazione ai vestiti e biancheria (a comedâ) e lavando, e ci alzavamo più presto degli altri giorni della settimana per lavare e per pulire la casa, e poi si andava anche a Messa. E intanto il lavato si asciugava, e poi si aggiustava qualche vestito, perché con i bimbi c’ è sempre qualcosa da aggiustare, e poi si doveva stirare, e certe volte si andava anche a vespero. E si doveva andare alla stalla anche di domenica, perché le bestie mangiano sia “di fieste che di disdivuoro”, sia nei giorni festivi che lavorativi. – racconta ancora Emma. (11).
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E Mirca, figlia di Emma, racconta che le donne passavano l’autunno e l’inverno facendo legna e, se serviva, spostando fieno da uno stavolo all’altro, mentre in primavera sbriciolavano il letame sulla superficie dei campi, pulivano i prati, incominciavano a girare la terra ed a seminare. E ad un lavoro seguiva l’altro, secondo un calendario definito, e si fermavano solo per le necessità e quando serviva, per esempio per fare il bucato. (12). E da quanto ha raccontato Emma, dopo la prima guerra mondiale, le donne cercavano pure una coperta abbandonata dai militari per trarne un abito e raccoglievano tutto quanto poteva loro servire. (13).
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Impegno femminile per il pane.
Insomma le donne e le ragazze erano in Carnia lavoratrici e portatrici, tanto che Angelo Arboit, ispettore scolastico, avendo percorso la Carnia per vedere quale fosse la situazione dopo l’Unità d’Italia, si chiese come mai nelle famiglie non comperassero un asino invece di far fare certe fatiche alle donne. “A erin lavoradorias” – come dicevano un tempo, e dovevano pensare un po’ a tutto, fra fame, miseria, fatiche. Figurarsi in guerra. Ma allora possedevano anche un bagaglio di conoscenze dei tragitti e delle risorse ambientali che permise a loro ed alla loro famiglia la sopravvivenza anche quando per mangiare c’era poco o nulla, quando si sognava che almeno “germogliassero le erbe”. Ma allora vi era anche un minimo di carità cristiana e di senso della comunità ora inesistenti.
Inoltre furono sempre donne e giovanette carniche che si recarono sia nel corso della prima guerra mondiale che nella seconda in particolare dopo l’8 settembre 1943, in Friuli a cercare farina e alimenti per la famiglia ma anche, a pagamento, per i partigiani osovani di Livio, correndo rischi immani e talvolta utilizzando forme di baratto.
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Donne portatrici con la gerla. (autore Vittorio Molinari. Da archivio Vittorio Molinari).
Sia nella prima che nella seconda guerra mondiale, donne andarono in Friuli a cercare farina e cibo che o pagavano o barattavano con altro.
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Questa era la vita di gran parte delle donne in Carnia, segnata pure dai parti frequenti, da piccoli bimbi che morivano per un motivo o l’altro, da malattie che decimavano la popolazione e dalla fame e miseria che attanagliavano le famiglie in particolare durante la guerra. C’erano però anche famiglie che stavano meglio, famiglie di commercianti, albergatori, piccoli imprenditori impiegati, che davano pure in affitto i terreni a metà e persino, nei periodi di magra, ad un quinto. Ed accadde pure che commercianti e benestanti, in particolare nel corso della seconda guerra mondiale, nascondessero cibo ed altro tenendolo per sé o per poi, presumibilmente, venderlo a mercato nero.
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E c’erano anche, nel periodo della Resistenza, famiglie fasciste nei paesi carnici, c’erano spie anche per denaro ed erano donne e uomini, c’erano le malelingue come ovunque, quelli che cercavano solo il loro tornaconto e le ‘bigotte’ presenti nella canzone di Giorgio Ferigo, che la Carnia la conosceva bene, “Veh, Comeglians” … (14).
E sia Tersina che Walter Venier, come vedremo, ci hanno ricordato sia il tenente Foresti di Zuglio, zelante repubblichino, sia una donna che appartiene ad una storia per lo più qui dimenticata: quella delle donne che servirono il nemico: le collaborazioniste anche in armi, che credo però non fossero molte qui, in Carnia. Ella si chiamava ‘Mora’ ed era «una signorina di Arta molto impegnata», repubblichina sfegatata insieme al fratello (15), che pare abbia avuto parte anche nella morte di Giacomo De Mattia di Sutrio, fratello di Giovanni De Mattia Lupo osovano, spinto giù dal tetto di casa dove si era rifugiato.
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Donne arruolate nell’esercito repubblicano. Foto dalla copertina del volume: Ulderico Munzi, Donne di Salò, Sperling & Kupfer ed., 1999. (Da: https://www.ibs.it/).
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Ma anche alcune maestre (ed a Tolmezzo in particolare una di cui non ricordo però il nome) in epoca fascista, tentavano, dal racconto di mia madre, di estorcere ai bimbi informazioni sulle idee politiche delle famiglie per poi passarle a chi di dovere, e sicuramente vi fu anche un’anima nera al femminile mai indagata a sufficienza in Ozak ed R.S.I.
E c’erano preti e parroci, più o meno schierati. Ma dopo l’8 settembre 1943, moltissimi e moltissime, in Carnia come nell’ Italia occupata dai nazisti desideravano che la guerra finisse.
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Il contesto dei fatti ed alcune precisazioni su certe vulgate.
Onde evitare i soliti discorsi qualunquisti, frutto di disinformazione e da bar che girano spesso in Carnia, ricordo che qui, dopo l’8 settembre 1943 e il dissolvimento delle forze armate dovuto alla fuga al Sud del Re, di Badoglio e di alcuni generali che rivestivano alte cariche, come colui che doveva difendere la capitale, che invece fu difesa da militari presenti, carabinieri, gente del luogo che rallentò a Porta San Paolo l’entrata del nemico, alcuni carnici e non, che erano stati, prima dell’8 settembre 1943, militari del R.E.I., aderirono alla Resistenza perché non ne potevano più del fascismo, di cui avevano visto pure gli orrori, e delle sue guerre di conquista, ed andarono qui in Carnia partigiani pure giovani che non volevano arruolarsi obbligatoriamente nella leva tedesca per le classi 1923- 1924-1925 imposta il 22 febbraio 1944 da Friedrich Rainer, commissario supremo della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico. (OZAK), di cui faceva parte anche la Carnia, o lavorare per i tedeschi nella Todt. In un secondo tempo, poi detta leva fu ampliata al 1926 sicuramente.
Ma tutto questo non sarebbe successo se tutto fosse finito il 25 luglio 1943. E mi viene alla mente l’immagine delle ragazze slovene che Marchetti, ufficiale del R.E.I. finito a “coltivar patate” in Slovenia, aveva visto passare allegre su di un camion il giorno seguente, sventolando bandiere e pensando che, con la caduta di Mussolini voluta dal Gran Consiglio del Fascismo, la pace fosse alle porte.
E se non vi fosse stata la liberazione del Duce dalla prigione sul Gran Sasso e la volontà di continuare la guerra da parte di Hitler e del Terzo Reich ma anche dei gerarchi fascisti e di Mussolini stesso e forse anche di una parte agiata di italiani, non si sarebbe formata l’R.S.I. e la storia sarebbe andata diversamente. Ma con gli “E se …” non si va molto avanti.
Infine rammento che spesso, quando si parla di Carnia nel periodo della resistenza, si parla di ‘confine con l’Austria, ma l’Austria non esisteva più ed era stata assorbita nel Terzo Reich.
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La penisola italiana nel 1944, con evidenziate Ozak Ozav Rsi e con scritto Germania al posto di Terzo Reich. (Da: Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Zona_d%27operazioni_del_Litorale_adriatico).
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Ma ora ci troviamo a Formeaso di Zuglio ….
Però dato che ci troviamo in comune di Zuglio ritengo doveroso ricordare il comandante partigiano osovano Albino Venier, Walter, prima ufficiale del R.E.I nel settore ‘artiglieria di montagna’ e reduce di Russia ed i suoi fratelli che, giovanissimi, si unirono alla resistenza: Emidio Venier Peter e Luigi Venier Giorgio.
Le vicissitudini della famiglia Venier sono state globalmente pubblicate nel volume: Albino, Luigi, Teresina Venier, Una famiglia unita nel turbine della guerra, Aviani&Aviani ed., 2013. Ma ecco quello che poteva accadere ad una famiglia se i suoi figli avevano preso la via dei monti.
Questa la descrizione di Albino Venier della giornata del 15 agosto, quando i nazisti e collaborazionisti giunse a casa sua, per distruggerla, in quanto famiglia di partigiani.
«Alle nove della mattina una colonna di repubblichini e tedeschi passa il ponte di Zuglio. Qualcuno entra in casa mia. Finché ci sono gli ufficiali tedeschi si comportano stentatamente da educati. Passata la macchina degli ufficiali, tedeschi, cambiano scena. (…). Sei di loro rientrano in casa. Spaccano fuori tutto, rubano e saccheggiano. Le serrature che oppongono un po’ di resistenza vengono forzate con colpi di pistola. Ma madre, affranta, si siede su una sedia e lascia fare. Il babbo, ritiratosi in ufficio, ha le lacrime agli occhi. Terminata l’opera a pian terreno, salgono ai piani superiori e fanno altrettanto. Ancora qualche colpo di pistola a qualche serratura renitente. Vetri e specchiere in frantumi. Soldi, oro, argento, tutto depredano.
Ridiscendono. Un altro delinquente ha estratto al babbo tremila lire. (…). Disgraziato! Disgraziati! Il più accanito (ma forse accanita n.d.r.) eri tu, Mora! Con te voglio fare i conti personalmente – scrive Walter. – E poi c’eri tu, tenente Foresti, che hai dato ordine di incendiare la casa, la casa di mio padre, il quale nei lunghi anni del suo incerto lavoro e dello stentato vivere nel nostro Comune ti ha aiutato». (16).
Forse saputo l’accaduto, Walter si precipita a casa, e trova tutto distrutto ed i genitori disperati e sorretti da un po’ di cibo portato da gente del paese. Ed egli vede i genitori affranti «Quanto devono aver sofferto. Che schianti al cuore ogni colpo d’arma da fuoco, ogni vetro rotto, ogni minimo rumore di distruzione». (17). E da questo testo veniamo a sapere che facevano parte della spedizione punitiva pure la giovane nazista ‘Mora’ di Arta che era particolarmente feroce ma anche che vi era il tenete Foresti di Zuglio e un repubblichino di Terzo e che altre case del paese furono saccheggiate.
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La famiglia Venier. 1942. Seduto all’estrema sinista guardando: Albino Venier, poi il comandante osovano Walter, Emidio poi da partigiano Peter, è quello accucciato vicino ad Elio in abito talare, Luigi, poi da partigiano Giorgio, si trova seduto sopra Emidio ed accanto alla mamma Aurelia. Poi vi è papaà Luigi, l’ultimo a destra guardando, accanto Elio, già sacerdote, poi Monsignore a Roma. In alto Teresina con Tristano il figlio più picclo. Manca invece Nando, disperso in Russia. (Dal volume: Albino, Luigi, Teresina Venier, Una famiglia unita nel turbine della guerra, Aviani & Aviani ed. 2013, p. 5).
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E secondo Nuto Revelli, «I fascisti sono feroci nelle rappresaglie contro la popolazione, contro gli inermi. – scrive Nuto Revelli – I fascisti della Muti di Borgo San Dalmazzo li temiamo perché sono dei torturatori, crudeli, spietati, che terrorizzano la popolazione, incolpandola di connivenza, di essere amica dei partigiani». (18).
Ma ci fu chi, in Carnia, si trovò anche la casa, con tutto all’ interno, bruciata: così gli abitanti non fascistissimi di Forni di Sotto, quelli di Esemon di Sotto l’8 giugno 1944, quelli di Bordano il 21 luglio 1944… poi quelli di Collinetta … (19).
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E qui si potrebbe allacciare la storia di Elsa Fazzutti, Vera, raccontata dal medico Gino Pieri.
«Vera (…) è una donna del popolo, ma non è una donna comune. Ha trent’anni ed è un tipico esemplare delle donne di Carnia, alte, robuste, salde nel fisico e nel carattere, rotte alle fatiche del lavoro ed alle inclemenze delle stagioni; ciò che non impedisce a Vera di essere una donna piacente.
È sposata e ha una bambina di otto anni. Il marito è stato sorpreso all’estero dalla guerra ed è rimasto bloccato in Nordamerica.
Io l’ho incontrata in uno dei casuali incontri che provoca la professione, e mi fece subito l’impressione di un tipo femminile d’eccezione. Quando nel maggio scorso i tedeschi incendiarono Forni di Sotto […] pensai con rammarico alle sue probabili tribolazioni.
Due mesi dopo mi giunse un biglietto proveniente da Ampezzo; sua era la calligrafia, ma non il nome. Poche parole: «Sto bene e vi saluto. Vera.» Era quanto bastava per farmi comprendere che essa aveva voluto tranquillizzarmi sul suo conto, e che era passata con i partigiani (il cambiamento del nome era significativo)».
Quindi Vera lo venne a trovare e gli narrò che «Dopo quello che ci hanno fatto i tedeschi non si poteva più vivere. Certo avrete saputo quello che è successo il 26 di maggio. (…).
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Elsa Fazzutti Vera. (Foto da Erminio Polo).
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Quella sera io mi trovavo ad assistere una mia sorella che si era sgravata due settimane prima.
Quando ci hanno avvertito che si avvicinavano i tedeschi per la rappresaglia, ci siamo preparate a scappare via. Mia sorella, che era in stato di grande debolezza, agli spari è svenuta per lo spavento. Io me la sono caricata sulle spalle, mia madre ha preso in braccio il più piccolo, e portava per mano la mia figliuola. Siamo corse in un burrone che è vicino al nostro paese e non si vede dalla strada e solo chi lo sa lo trova. Sistemate così al sicuro la mamma, le sorelle ed i bambini, ho pensato di tornare in paese per prendere, se mi riuscisse, la culla del neonato, ma appena arrivata alle prime case, i tedeschi mi hanno puntato al petto il fucile intimandomi di tornare indietro.
Verso mezzanotte, quando pareva che tutto fosse tornato tranquillo e gli incendi cominciavano a spegnersi, mi sono recata in un casolare che mi ricordavo di aver veduto nelle vicinanze, e ho visto che non era incendiato; allora sono tornata a chiamare la madre e la sorella e così ci siamo rifugiati al coperto e abbiamo passato il resto della notte sdraiate a terra sulla paglia. (…).
Quando è avvenuto l’incendio del paese, io avevo già avuto occasione di incontrarmi con loro (i partigiani) e di fare ad essi qualche servizio; come la ricerca di viveri, la segnalazione della presenza dei tedeschi o di militi della repubblica, ecc. Dopo il disastro che colpì Forni, decisi di dedicarmi completamente al loro movimento. Così, dopo aver affidato la bambina a mia madre, ai primi di giugno partii con la banda di Aso (Italo Cristofoli della Val Pesarina), che contava una quarantina di partigiani. Siamo andati in montagna e ci siamo insediati in una casera. Io preparavo il mangiare, scendevo in ricognizione per vedere se si avvicinassero tedeschi, mi recavo a portar messaggi ai piccoli presidi partigiani delle vicinanze». (20). Quindi passò a fare l’aiuto infermiera e svolse altre mansioni, soffrendo pure nel vedere morire giovani partigiani che aveva conosciuto.
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Elsa Fazzutti Vera, assistente presumibilmente in una colonia elioterapica.
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E allora spesso la scelta della formazione partigiana a cui aderire non avvenne per un credo politico sconosciuto, ma per contiguità al paese che si lasciava. E vi erano basi garibaldine, come narra Marchetti ed osovane.
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Un secondo racconto quello di Teresina Venier. All’entrata dei cosacchi, donne subirono diverse angherie ed anche violenze. Il racconto della ragazza ci mostra cosa accadde ai primi di ottobre a Zuglio.
Teresina Venier racconta che il 7 ottobre (uno dei giorni in cui stavano entrando i cosacchi in Carnia) Albino avvisò lei e la madre che erano in pericolo come altri del paese, perché i tedeschi ed i fascisti collaborazionisti stavano giungendo a Zuglio per scovare partigiani ed aprire la via ai cosacchi. Il giorno seguente, dopo la Messa, la popolazione fu avvisata che i tedeschi ed i loro sodali stavano giungendo da Terzo. E pioveva, pioveva, in quei giorni di ottobre. Allora portarono alcune cose pesanti a casa di Arrigo Leschiutta, ma sua sorella Elsa non voleva ricevere per paura più nulla e così il maestro Luigi. Così nascosero due gerle di terraglie (piatti, scodelle terrine), da Pierina Leschiutta, in soffitta.
Tutti in quei giorni cercavano di fuggire verso Fielis, specialmente quelli di Terzo che con carretti portavano via più che potevano. Così anche Teresina e sua madre, non essendoci uomini in casa perché il padre con Tristano, il più piccolo dei Venier, erano distanti da casa, avendola, in quanto maschi, già abbandonata, caricarono le galline in una gerla, il poco che avevano da mangiare in un’altra, e cercarono di scappare verso valle, assieme a Lina ed Elena, ma il carico era molto pesante. Giunte a Cedarchis, trovarono il paese vuoto. Quindi procedettero fino al primo torrente, ma arrivata lì, Teresina decise di abbandonare la gerla, troppo pesante, e di ritornare indietro, mentre i partigiani sopra Cadunea sparavano sui cosacchi e aspettavano il momento opportuno per far saltare la galleria. Poi sentirono il boato di due grosse cariche … ma la galleria restò in piedi. (21).
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La casa di Zuglio era vuota, ed il papà e Tristano, rientrati dopo esser stati chiamati da un paesano, erano fuggiti di nuovo verso Valle pensando forse di trovarle lì. Così Teresia e la mamma si fermarono e chiesero ospitalità, verso le 4 del mattino, alla maestra Anna Cadorin, che era fascista, sempre di Zuglio. Pioveva forte, era buio, non c’era luce. Quindi si sentì, dalla notte, provenire qualche parola in tedesco. Erano loro. «La paura aumentò quando entrarono in casa e, non essendoci luce, si arrabbiarono. Guardarono in viso uno per uno, quando arrivarono vicino alla mamma si sentì un colpo di pistola. Credevo l’avessero uccisa. Restammo senza parole. Accompagnati dalla Cadorin andarono sopra, aprirono le stanze, cercando … dei Partigiani. Intanto noi si pregava. Che momenti! Partiti quelli ne vennero altri, forse un po’ più buoni» (22).
E Teresina ricorda che sua madre andava spesso alla finestra per vedere se avevano dato fuoco alla loro casa. Ma entrarono solo dal retro, buttarono tante carte nel cortile e poi se ne andarono. L’indomani le due donne trovarono però i soffitti lesi, lastre rotte, e il lastrone (pavimentale?) del salone a piano terra. Teresina prese due cosette che le servivano ed erano rimaste mentre passavano i tedeschi che accompagnavano i russi a cavallo ad occupare la Carnia e stavano andando verso Fielis.
A questo punto le due donne Venier ritornarono nella casa di Pierina Leschiutta, che aveva accettato di tenere le loro terraglie in soffitta. Ma in paese erano già giunti i cosacchi e nelle case, ormai, si vedevano solo ‘i rus’ con carrette e cavalli, ed era già stato dato l’ordine di sfollare il paese, che poi fu ritirato. «Noi si andava da una casa all’altra per vedere cosa si doveva fare. Non si capiva più nulla» (23).
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Cosacchi in Carnia. (Da archivio fotografico Anpi Udine).
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Nel frattempo arrivarono i russi (così venivano chiamati i cosacchi ed i caucasici occupanti) che incominciarono a insediarsi da padroni nelle case. In casa Venier arrivarono con una pecora, che volevano mangiare, e la madre di Teresina, temendo potesse accadere qualcosa di orrendo alla figlia, la mandò a rifugiarsi in canonica. E lì giunsero in breve anche una giovane, Tranquilla, con il piccolo Ermanno fra le braccia, terrorizzata, ed altre giovani.
Quindi l’indomani al mattino, il sacerdote celebrò la Santa Messa e disse precauzionalmente di consumare tutte le particole benedette. Ed anche durante la celebrazione non si sentiva che donne piangere, e tutte si chiedevamo cosa si potesse fare. Intanto i cosacchi procedevano ad occupare il paese, entrando nelle case e svuotando i loro carri che avevano pure letti.
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Poi fu dato ordine alla popolazione tutta di scendere in strada e fu riunita di fronte alla farmacia. Ma infine quasi tutti venero rimandati indietro, tranne 13 ragazze, tra cui Teresina, che vennero rinchiuse nel giardino. E tutte piangevano e salutavano i genitori.
Poi venne loro dato loro l’ordine dai cosacchi di partire e le giovani si incamminarono accompagnate dai militari russi e dalla maestra Cadorin, che prometteva che le avrebbe salvate, mentre il tenete cosacco diceva che sarebbero andata a lavorare in una fabbrica tutte insieme. (24). Ma nella realtà erano destinate a luoghi di lavoro nel Terzo Reich, fabbriche o fattorie, come accaduto ad altre giovani di Paularo. Le ragazze furono accompagnate alla caserma (presumibilmente Cantore) di Tolmezzo. E lì Teresina vide anche la terribile nazista di Arta ‘Mora’ che molto si dava da fare a vessare. E, giunta vicino a Teresina chiese se avessero anche quella dei tre fratelli partigiani.
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Teresina Venier. (Dal volume: Albino, Luigi, Teresina Venier, Una famiglia unita nel turbine della guerra, Aviani & Aviani ed. 2013, p. 357).
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Quindi tra la sera e l’indomani 5 ragazze vennero liberate da fascisti o molto cattolici tolmezzini, e la sera infine, venne un maresciallo tedesco con una figlia del sig. Larice e voleva farla uscire. Ma Teresina voleva portare con sé anche Elena e così la liberazione fallì. Restarono lì prigioniere per alcuni giorni, ma poi Elena se ne andò grazie ad un repubblichino. Poco prima di partire per Udine, Teresina fu invitata dalla signorina Moro a farsi in qualche modo male, per poter andare a farsi vedere dal medico. Questi le rilasciò un certificato che aveva la scabbia e mal di cuore. Quindi la signorina Maria Chiussi, la signora Moro e la moglie di Michele Gortani Maria Gentile, sua madrina, la fecero uscire e fu portata alla casa della signora Moro. (25).
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Da questo racconto veniamo a sapere che donne cattolicissime di Tolmezzo, di famiglia agiata, prestavano la loro opera per sostenere giovanette che potevano finire il Germania e semmai, dopo accurata selezione, farle liberare ed erano, secondo Teresina: la signorina Maria Chiussi, come già detto favorevole al fascismo inizialmente, la signora Moro non meglio identificata, Maria Gentile Gortani. Ma anche la fascista, secondo Teresina, maestra Anna Cadorin cercava di aiutare come poteva. Per quanto riguarda la signorina Chiussi, Marchetti dice che alla fine della guerra aiutò pure a salvare alcuni tolmezzini imprigionati. Insomma l’impressione è che dette Signore avessero la funzione di certificare la buona condotta ed il non essere di sinistra o comuniste di alcune giovani e delle loro famiglie, salvandole. E poteva anche giocare un ruolo l’avere un parente sacerdote, come per Teresina, che aveva pure un fratello prete.
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Ma per ritornare al racconto di Teresina, chi furono quindi le ragazze di Zuglio che, dopo varie liberazioni furono deportate? Maddalena Tommasi, di anni 16, Lirussi Giuseppina di anni 18, Olga Leschiutta, di anni 22 e Savina Nazzi di anni 19, (26) che forse non conoscevano nessuno che le potesse salvare. Ritornarono comunque vive dall’esperienza nel Terzo Reich.
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Analoga esperienza toccò, secondo Gianni Oberto, ad alcune giovani di Paularo, che furono in quel periodo deportate e inviate o in fattorie o in fabbriche a lavorare nel Terzo Reich. E una narrò pure che, per essere più produttive, veniva loro, farmacologicamente, bloccato il flusso mestruale. (27).
E Giacomo Sollero, Jacum l’infermir, mi narrava che, «quando sono stati presi tutti quelli di Paularo, donne e uomini, per rappresaglia perché dicevano che erano partigiani, il 10 giugno 1944, io ho fatto molto. Sa dove è la roggia di via Chiamue, a Tolmezzo? Beh, io ero dentro la roggia, e le donne si buttavano giù dalla finestra che era alta 8 metri. Chi riusciva a salvarsi bon, ed altrimenti finivano nell’acqua, ma nessuna è morta. Una sola si è rotta un braccio, che poi è andata monaca» (28).
Ma ben peggio accadde nei villaggi dei Balcani, in Grecia, in Etiopia per mano italiana fra stupri di massa all’egida della virilità del maschio latino, uccisioni distruzione di villaggi interi e via dicendo. (29).
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Cosacchi in erlustrazione in Carnia. (Da: Alberto Buvoli, Ciro Nigris, Percorsi delle Memoria Civile. la Carnia. La Resistenza, Udine, IFSML, 2004).
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Ho riportato questi due racconti dallo stesso volume per mostrare cosa poteva accadere alle donne in tempo di guerra, che era sopravvivenza innanzitutto, miseria, sostegno e preoccupazione per la famiglia. Ma in Carnia molte madri accettarono che i loro figli andassero partigiani, quando non si poteva stare solo a guardare. Ed erano quasi tutti carnici ed io ho schedato, su fonte sicura, oltre settecento partigiani per lo più carnici od operativi in Carnia, solo della Garibaldi, solo garibaldini.
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Ed è emblematica quella richiesta di benedizione alla madre di Ciro Nigris prima di allontanarsi dalla casa paterna per salire sui monti. E la madre gliela concesse senza fiatare, dicendogli solo: «Va mo’ frut!». (30).
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L’attuale malga Promosio. (Da: https://www.turismofvg.it/it/agriturismi/malga-promosio).
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Promosio.
Comunque, durante l’occupazione nazista, la vita in Carnia cercava di andare avanti. Ed ecco le malghe continuare ad essere attive, con malgari, bestie e produzione di latticini, a Lanza e Cordin come a Promosio, dove, quel 21 luglio erano giunte anche persone a prendere il quantitativo di prodotti dovuto per le mucche al pascolo. Così solo in quel luogo, vennero massacrate 16 persone dai nazisti, presumibilmente SS italiane fra cui Andrea Brunetti, proprietario della malga, ed altre 15 fra addetti alla malga o persone salite di buon mattino. Fra queste vittime innocenti due donne: Lidia Maier, incinta, di anni 30 di Casteons, in stato avanzato di gravidanza, e Adele Tassotti di 55 anni.
«Inoltre, fuori dalla malga, sulla via per raggiungere Paluzza, la banda di SS trucidò altre due donne inermi: Delli Zotti Massima di anni 53 con 3 figli a carico, e Tassotti Paolina, di anni 45 con 4 figli in tenerissima età a carico e, dopo averle violentate ed atrocemente seviziate, le finì a colpi di arma da fuoco e di pugnale, riducendone i poveri corpi in uno stato orrendo.
Le due donne portavano, sulle loro membra, molteplici i segni dei morsi, le ecchimosi prodotte dalle battiture eseguite con i calcioli delle armi, le graffiature ecc., nonché orribili squarci e profonde ferite di pugnale. Ad entrambe era stato confitto, in foro anale ed in vagina, un tappo di legno, come a rendere più completo e feroce lo scempio e l’oltraggio delle povere vittime, le cui vesti e membra, evidentemente per l’opposta resistenza e per la colluttazione, erano ridotte a brandelli. (31).
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Ragazze di Givigliana. (Foto Giuseppe Di Sopra).
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Donne spesso sole in Carnia nel turbine della seconda guerra mondiale.
Durante le 2 guerre mondiali gli uomini non poterono lavorare, e poco anche fra le due, perché lo stato predilesse aiutare le terre liberate, ed il pane mancava davvero. Inoltre se non erano disoccupati, gli uomini carnici erano soldati, carne da macello nelle diverse guerre, lasciando per anni le donne da sole e senza informazione alcuna, anche per lunghi periodi, sulla loro situazione, se fossero vivi o morti. E le donne si sostenevano fra loro e pregando la Madonna, cercando di sopravvivere sino alla fine del conflitto, che pareva non giungere mai. Ed avevano la certezza che essere militari del R.E.I. non fosse poi cosa priva di rischi se girava il detto “Alpin iò mame” – “Cjastron (ma anche ‘mone’) tu fi’”. E anche Elio Martinis diceva che anche prima di passare la visita di leva egli sapeva che «in guerra non si andava a ballare, ma per lasciarci la pelle». (32).
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Nel corso della seconda guerra mondiale e, sempre in Carnia, durante l’occupazione dei cosacchi, che mandavano dovunque i loro cavalli ed animali a pascolare e razziavano il fieno dai fienili a piacimento, le famiglie della Carnia, che vivevano grazie alla stalla, rischiarono di non poter più alimentare i propri animali e, se dominazione fosse continuata, sarebbe stato uno sfacelo. Ma per cosa fu l’occupazione cosacca della Carnia per le famiglie ed i villaggi, rimando alla lettura del volume di Michele Gortani, Il Martirio della Carnia (33), importantissimo per capire cosa accadde allora: furti stupri, uccisioni, torture… E, consideratosi ormai padroni della Carnia, presero per sé gran parte dell’ospedale ed anche il forno e il magazzino della Cooperativa Carnica di Consumo per far pane per le proprie famiglie. E facilmente requisivano le pecore per mangiarle.
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Così le donne, già allo stremo, anche durante la seconda guerra mondiale si trovarono in grandissima difficoltà a reggere la famiglia, segnata dalla mancanza degli uomini e le più giovani non potevano neppure più inserirsi da lavoratrici nell’ economia di guerra come accaduto nella prima guerra mondiale, quando donne sposate e ragazzine avevano fatto le portatrici carniche, che era un lavoro pagato dal Regio Esercito Italiano, come altre da operaio, e fra queste vi furono pure da donne carniche sempre per poter avere qualche lira per mangiare. (34). E vi furono pure ragazze e donne che si innamorarono di qualche militare, rimasero incinte e poi lui se ne andò, sia nella prima che nella seconda guerra mondiale. E certamente vi fu anche qualche figlio dello stupro in Carnia, poi magari fatto passare per proprio dal marito della donna e forse qualche aborto clandestino in più.
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Due volti della guerra: chi si è arricchita chi è povera. (Da: https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/eventi/il-lavoro-femminile-durante-la-grande-guerra).
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Le violenze sessuali sulle donne e giovanette carniche.
In particolare nel periodo dell’invasione cosacca, come accade in ogni guerra, più di una donna o ragazza venne brutalmente violentata. Su questo aspetto si è soffermato Fabio Verardo nel suo: “Offesa all’onore della donna. Le violenze sessuali durate l’occupazione cosacco – caucasica della Carnia 1944-1945, ed. IRSML, 2016. E si sa che persino di una bimba di 5 anni seviziata in Carnia. (35).
Ma quasi nessuna per pudore e vergogna testimoniò poi l’accaduto. E così Michele Gortani su questo argomento: «Depredazioni e saccheggi non si svolsero senza brutalità di ogni specie contro gli abitanti. Oltre un centinaio di violenze carnali tentate ed eroicamente evitate, e quasi altrettante compiute senza riguardo a condizioni né età, spesso in luogo pubblico o sotto gli occhi dei familiari, in un caso, a Trelli di Paularo, sotto forma di orgia collettiva». (36). Non solo: a Imponzo il povero don Giuseppe Treppo fu ucciso dalla soldataglia cosacca perché aveva cercato di difendere giovani parrocchiane e famiglie da violenze e stupri. (37).
Ma i casi accertati di violenza carnale che raggiunse, in alcune donne, una brutalità tale da impedire future gravidanze, solo in Carnia nel periodo dell’invasione cosacco – caucasico furono più di cento, come riportato sopra da Michele Gortani (38). Alcune poi non riuscirono ad avere più figli e rimasero menomate per sempre, tutte subirono traumi psichici tremendi ma continuarono ad andare avanti mentre mariti fratelli e forse figli cercavano di superare la tragedia familiare. Perché si colpivano le donne per colpire i maschi in quella che era ritenuta la loro proprietà più cara.
Ma anche altri tipi di violenza vennero fatte a famigle e madri in epoca cosacca: pensate come si potevano sentire due persone cattolicissime come mio nonno Emidio Plozzer e mia nonna Anna Squecco Plozzer ad avere in casa una ragazza cosacca che si prostituiva presumo per fame, essndo giunta sola in Carnia. Ed avevano dato pure ospitalità ad una amica di mia madre Andreina D’Orlando, che era rimasta senza un tetto perché la casa dei suoi era stata requisita dai cosacchi, come quella del socialista Livio Pesce e di altri ancora in tutta la Carnia. Ed in genere coloro che erano stati gettati letteralmente fuori casa erano antifascisti. Però molte famiglie pure cattoliche si trovarono in casa cosacchi che occupavano una stanza o due, che la facevano da padroni, che cucinavano urlavano, bevevano. E, secondo Gortani, allora oltre duemila persone restarono senza vesti, senza coperte, senza masserizie, senza biciclette e macchine da cucire ma anche senza bestiame e pollame. (39).
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Vittorio Molinari. Giovani italiane. (Da archivio Vittorio Molinari).
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Ma fu la guerra la sciagura italiana e si stava bene sotto Mussolini?
Ma non si creda che sotto il fascismo le donne e le ragazze stessero benissimo. Non solo il regime obbligò tutte al modello di “madre e sposa cattolica”, escluse le donne dall’insegnamento di lettere, latino, greco, storia e filosofia nei licei classici e scientifici, e da quello di italiano e storia negli istituti tecnici. Inoltre vietò alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie. A questi limiti si aggiunse l’aumento delle tasse universitarie per le studentesse, raddoppiate rispetto a quelle degli uomini. E il pensiero fascista sosteneva che le donne dovessero svolgere solo le attività in particolare professionali proprie del sesso femminile; riteneva la donna inferiore all’ uomo e, pure, che potesse raggiungere soddisfazione solo nella famiglia e facendo figli. Qualche eccezione era consentita alle amanti di qualche capo e capetto.
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Sotto il regime, bambine e ragazze di ogni ceto sociale, fino al matrimonio, vennero inquadrate nelle associazioni create all’uopo dal Partito Nazionale Fascista al potere, che avevano come scopo quello di far apprendere alle stesse non solo i principi della società fascista ma pure il modello fascista di donna, madre e sposa, e di indicare come dovessero comportarsi nel lavoro ed in ogni ambito della vita sociale, persino nella fecondità.
Ed alla “normazione della vita femminile” era collegata la normalizzazione della vita familiare di cui la donna era considerata il nume tutelare. Però, al contempo. non si può negare che la società italiana in particolare del centro- nord vedeva sempre più donne e giovanette occupate in fabbrica o a fare, se fortunate, le segretarie, togliendosi, in tal modo, dal continuo e diretto controllo familiare. Ma in Carnia i casi erano rarissimi.
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Piccole italiane. (Da: : https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/opera-nazionale-balilla-piccole-italiane/)
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Infine quella raccolta dell’oro alla patria, che privò le donne sposate dell’anello nuziale per loro importantissimo, che magari avrebbe potuto essere il solo ricordo del loro uomo, ma anche i mariti. Ed era così importante per la coppia che Giovanni Marzona mi ha narrato che, essendo a casa suo padre perché era ritornato dall’ Africa dove si era recato a lavorare, gravemente mutilato agli occhi, arrivarono i fascisti a chiedere la vera nuziale.
«Mio padre era di tendenze socialiste, e mio papà è stato uno di quelli che, nel 1938 (ma era il 1935 N.d.r.), quando sono venuti in casa a prendere la fede nuziale di mia mamma, non voleva dargliela. E mi ricordo che diceva che i fascisti volevano la fede, e poi, magari, utilizzavano quell’oro lì, per mandare in guerra suo figlio. E mi ricordo che non voleva dargliela. (…). Ed i fascisti lo hanno preso, e lo hanno messo in un angolo, e gli hanno dato l’olio di ricino e poi un fracco di botte, finché mia madre si è sfilata la fede dal dito e gliel’ha consegnata, ma non si può dire certo che abbia dato volontariamente l’anello nuziale alla Patria, bensì a causa della violenza subita da mio papà». (40).In genre però le coppie dovevano presentaris in un determinato luogo a consegnare la fede, ed il loro nome veniva da fascisti incaricati all’ uopo su di un apposito registro. Ma forse, se non ti presentavi, venivan oa cercarti in casa, come accaduto ai genitori di Giovanin Marzona.
Ed anche Leo Zanier, poeta di Comeglians ha scritto una poesia per ricordare il sequestro di oro, secchi di rame ed altro, fatto dai fascisti nel 1938, intitolata “han robât copât… che è scritta in friulano ma che vi leggo in italiano per tutti.
«le vere: per la PATRIA/ non ve le hanno restituite/ né i cancelli/ le ringhiere/ (perfino le reti metalliche) / segate a filo del muro/ per ordine del duce e del re/ per fare l’IMPERO/ né i secchi/ i bricchi/ le padelle/ i mestoli di rame/ portati piangendo/ e visti bucare/ sgomberare/ sbattere in un mucchio/ sulla piazza/ per la VITTORIA/».(41).
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Rappresentazione della consegna delle fedi d’oro alla patria. in cambio il fascismo dava una fede o vera che dir si voglia in ferro. (Da:https://www.comune.cinisello-balsamo.mi.it/pietre/spip.php?article372). Spesso le donne più abbienti, ma forse anche gli uomini, comperarono una vera da dare al Duce e mantennero quella delle nozze.
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La tessera del pane.
Poi, nel corso della seconda guerra mondiale, persino gli alimenti vennero razionati. E c’era la cosiddetta tessera del pane quella annonaria che limitava l’acquisto del pane e di altri generi alimentari, a quantità definite, sulla base, pure, dell’età. «Si mangiava poco durante la seconda guerra mondiale, l’alimentazione degli italiani venne regolata dalle tessere annonarie, da tutti chiamate le tessere della fame. Colori diversi per le differenti fasce d’età, verdi per i bambini fino a otto anni, azzurre dai nove ai diciott’anni, per gli adulti grigie. Segnarono la vita di grandi e piccini per un lungo periodo, tutti gli anni della tragedia bellica ed anche dopo, per altri quattro anni, fino al 1949. Il cibo quotidiano veniva distribuito da quei rettangoli di carta che gli uffici municipali dell’annona provvedevano a fornire ogni due mesi, uno per ogni membro della famiglia. Perciò le nostre mamme, numi tutelari dell’appetito familiare, ne divennero gelose vestali, e nelle loro mani si affidava il destino del desinare giornaliero, una sola volta al giorno.
Magri quantitativi per più magre razioni di cibo: duecento grammi di pane al giorno, pane nero fatto di poco grano e di legumi sfarinati, o pane giallo di granturco sfarinato, pane che si induriva, immangiabile, ma che pur bisognava mangiare. Guai a smarrire quelle carte, pena il digiuno. (…). Alle mamme, il compito di custodire quelle carte: che esse, sentinelle attente, andavano a depositare sotto il materasso, posto ritenuto più protetto di una cassaforte. E poi, lì depositate, si sperava di conservarle ben stese e stirate, pronte all’uso prima di andare in bottega per il prelievo quotidiano». (42).
E fu allora che nacque sia la canzonetta “Passano i commestibili, preziosi ed invisibili” sulla musica dell’Inno dei sommergibilisti (43), che il ritornello «duce duce come na fatt r’dusce, la d’ senza pane e la nott senza lusce». (duce, duce, come ci hai ridotto, il giorno senza pane la notte senza luce). (44).
Infine un vero tormento era per le donne e per le famiglie il non saper nulla dei loro cari in guerra. E spesso l’unica consolazione che avevano era la corona del Rosario che per esempio mia nonna Anna teneva sempre nella tasca del grembiule, ma anche rivolgersi a improvvisate indovine che predicevano il futuro magari leggendo i fondi del caffè (forse di orzo).Comunque anche l’aiuto reciproco aiutò a vivere.
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Oro alla patria. Attestato di consegna della fede, detta anche vera nuziale di un abitante di Mazara del Vallo. Sicilia. (Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Oro_alla_Patria).
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Fame e sete attanagliano la Carnia e sulla tessera del pane.
La situazione in Carnia fu peggiorata dal fatto che i nazisti, quando i partigiani iniziarono ad avanzare conquistando territori e creando una Zona Libera, come da indicazione del CLN nazionale e dal CVL che erroneamente allora pensarono che la vittoria degli alleati fosse vicina dopo la liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia. Infatti i nazisti risposero affamando la popolazione dei paesi occupati impedendo agli alimenti di giungere in loco e privando le famiglie della “tessera del pane” oltre che dei mezzi per spostarsi, essendo stati soppressi dai nazisti gli autoservizi pubblici ma anche il trasporto merci e il recapito della corrispondenza in tutte le valli della Carnia. Ed era stato posto il divieto di far passare in Carnia viveri, medicinali materiale di medicazione, indumenti e merci di qualsiasi specie. E persino alla Sepral, (Sezione provinciale per l’alimentazione) di Udine fu intimato di astenersi dal consegnare i generi alimentari razionati che spettavano alla popolazione (45).
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Ma già in precedenza gli ammassi, a cui erano costrette le popolazioni, per mantenere i nazifascisti non permettevano di mangiare a sufficienza alle famiglie carniche. Per questo i partigiani requisirono, con il consenso di casari, formaggio e latte nelle latterie che poi distribuirono alla popolazione (46), per questo violarono le cantine dei pochi ricchi che avevano accumulato ivi beni di prima necessità aspettando, magari, di venderli a mercato nero: perché la fame attanagliava tutti. Comunque il valore di queste requisizioni a privati fu risarcita, qualora le famiglie avessero mantenuto i buoni partigiani, dalla Prefettura nel dopoguerra. (47). E si può leggere on- line anche le famiglie carniche che ne beneficiarono.
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In compenso Tolmezzo, molto più piccola di ora ed ancora per lo più abitata entro il cerchio delle vecchie mura, in mano tedesca, rimase un breve periodo senza acqua a causa dei partigiani in guerra. E furono ancora una volta le donne ad andare al fiume, con immane fatica, per prenderla con secchi dal Tagliamento o alla sorgente, per esempio quella posta dietro l’albergo Roma, proprietà privata ma a cui i proprietari permisero l’accesso. Infine si tentò pure di pescare dall’acqua della roggia in piazza Centa.
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Tessera per il pane di Marco Candido. Febbraio 1918. (Da: archivio Alido Candido). Da questa immagine è chiaro che il razionamento alimentare era presente anche nella prima guerra mondiale.
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Donne partigiane combattenti in Carnia.
In questa situazione vi furono donne che aderirono alla lotta partigiana per scelta come ElsaFazzutti Vera, Andreina Nazzi Nina o Graziella De Crignis ed altre che salirono in montagna perché erano state individuate come persone che aiutavano la resistenza magari portando da mangiare ad un parente o per cercare la salvazza in quanto figlie o mogli o sorelle di un partigiano o di un comunista, come Lucia Cella Mira di Imponzo o Cesira Zagolin. Ma non posso elencarle tutte in questa sede. Bisogna comunque ricordare che nè osovani nè garibaldini, tranne rare eccezioni, avevano una ideologia politica di base essendo vissuti 20 anni sotto il fascismo.
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Il dopoguerra e nuovi protagonismi fino alla sindrome dell’ape regina.
Certamente il dopoguerra fu influenzato da una società di più larghe vedute sulla donna che finalmente anche in Italia aveva conquistato il diritto di voto. Ma gli uomini, anche i più aperti mentalmente, tendenzialmente ritornarono all’ idea della donna madre e sposa.
E veniamo velocemente all’oggi. Se si parla ora di parità di genere, ricordo pure che da un po’ di tempo si parla anche di “sindrome dell’Ape Regina”, concetto psicologico afferente a donne che manifestano personalità che cercano di assumere un controllo dominante e coercitivo sugli altri all’interno di un gruppo, copiando cosa vi è di peggiore nel comportamento maschile e pensando, così, di poter conquistare rispetto sociale in particolare se hanno raggiunto i vertici del potere politico, economico ed amministrativo, sacrificando pure alla posizione sociale la vita personale. Un’ esempio è presente nel film interessante anche se ritenuto una commedia leggera: “Il diavolo veste Prada”, di David Frankel, dove una bravissima Meryl Streep interpreta la donna considerata di successo che ha quindi sposato i principi della società che si regge sulla finanza.
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Immagine che raprresenta le più donne sparite per femminicidio. (Da: https://www.ilfoglio.it/giustizia/2025/05/29/news/il-reato-di-femminicidio-e-unoperazione-di-marketing-le-critiche-di-80-giuriste–116958).
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D ‘altro lato modelli attuati nella società odierna pare replichino modelli sociali spesso più vicini all’ ideologia nazista e fascista che altro, pongono un marcato accento sull’individualismo e sul possedere in primo luogo. Ed ecco, allora, anche la donna diventare un possesso personale per molti di qualsiasi ceto sociale, uno strumento di piacere da usa e getta, che deve piegarsi al volere soggettivo di chi vive o lavora con lei, fino al femminicidio a cui non ci si deve abituare mai, che ha dietro di sé il concetto: “Tu sei mia!!!!”, accompagnato da: “Io posso fare quel che voglio” che fa ritornare indietro nella morale e nella parità di diritti e di genere.
Pertanto ora come ora più che mai si impone una riflessione sui valori umani, prima di tutto e sui diritti dell’uomo e del cittadino in un contesto democratico quando viviamo in un’epoca dominata dal potere illimitato di Netanyahu e della gran parte degli abitanti di Israele che hanno perso ogni credibilità, onore, umanità, trasformandosi in bestiali assassini e di Trump che vorrebbe obbligare il variegato popolo americano a seguire il suo altalenante pensiero personale. Ed è anche il tempo di ricordare gli insegnamenti di Gesù di Nazareth per chi crede: «Ama il tuo prossimo come te stesso», e «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» che è poi un modo simile per ricordare quanto trasmesso in tutte le antiche religioni: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso». Ma è anche il tempo di riprendere in mano i principi dell’Illuminismo e della rivoluzione francese: «libertà, uguaglianza, fraternità».
Laura Matelda Puppini
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NOTE.
- Flaminia Giovannelli, La donna nei conflitti armati e nei processi di pace”, in: https://www.dizionariodottrinasociale.it/Voci/La_donna_nei_conflitti_armati_e_nei_processi_di_pace.html.
- Ibidem.
- Ibidem.
- https://storiedimenticate.wordpress.com/2019/08/27/atto-costitutivo-e-programma-dazione-dei-gruppi-di-difesa-della-donna/. Ho riportato i punti salienti di detto atto costitutivo nel mio: Resistenza, Zona Libera di Carnia e Friuli, donne e voto.
- Ibidem.
- Mirella Alloisio, Giuliana Godoli Beltrami, Volontarie della libertà. 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Mazzotta ed., 1981, p. 17.
- Ibidem.
- Ivi, pp. 17-18.
- Romano Marchetti – a cura di Laura Matelda Puppini – Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, IFSML e Kappa Vu, 2013, per ‘Chei da Blancja’ e per ‘Chei di Tranquilla’ vedi p. 344; per ‘Chei di Beta’ vedi p. 345, per ‘Chei di Menia’ vedi p. 14 e p. 345.
- https://www.nonsolocarnia.info/alido-candido-laura-matelda-puppini-intervista-a-gna-emma-in-che-volto-a-rigulat-prima-parte/.
- https://www.nonsolocarnia.info/alido-candido-laura-matelda-puppini-intervista-a-gna-emma-in-che-volto-a-rigulat-seconda-parte/.
- https://www.nonsolocarnia.info/alido-candido-laura-matelda-puppini-intervista-a-gna-emma-in-che-volto-a-rigulat-prima-parte/.
- Ibidem.
- In ‘Ve Comeglians’ del Povolar Ensamble, le cui parole sono state scritte da Giorgio Ferigo, egli descrive le donne molto praticanti e ossequienti dette anche ‘bigotte’ che si trovavano in ogni paese, in questo modo irriverente: “Ve, Comeglians le bigotte con il loro riso ruffiano, che si ungono la mano con l’acqua santa ogni giorno, serpenti che sputano e spelano ogni cristiano ma al tempo stesso pregano per la sua anima bisbigliando con la voce piena di ‘ruggine’ facendo rivoltare lo stomaco a quel povero Cristo appeso alla croce”.
- Albino, Luigi, Teresina Venier, Una famiglia unita nel turbine della guerra, Aviani&Aviani ed., 2013, p. 153 e p. 361.
- Albino, Luigi, Teresina Venier, op. cit., p.153.
- Ivi, pp. 154. Nelle pp. 153-154 sono descritte benissimo le sensazioni della famiglia e di Albino di fronte a quello scempio, ma non posso riportare il testo integralmente.
- Nuto Revelli, Le due guerre, Einaudi, prima ed. 2003, pp. 147- 148.
- Nel merito su www.nonsolocarnia.info l’articolo: Domenica 3 dicembre 1944. L’incendio nazifascista a Collinetta di Forni Avoltri.
- La storia narrata da Vera Elsa Fazutti si trova in: Gino Pieri, Storie di partigiani, Aviani & Aviani, 2014, pp. 168- 174.
- Albino, Luigi, Teresina Venier, op. cit., pp. 359.
- Ivi, 359-360.
- Ivi, p. 360.
- Ivi, pp. 360 – 361.
- Ivi, pp. 361-364.
- Ivi, p. 363.
- Gianni Oberto, 11 ottobre 1944 “Rastrellamento a Paularo”: testimonianze e documenti di alcuni deportati nei campi di concentramento della Germania, Chiandetti ed. 1994.
- “Storie paularine e carniche, da Giacomo Solero, detto Jacum l’infermîr., in: nonsolocarnia.info.
- Cfr. su nonsolocarnia.info il mio: In ricordo delle migliaia e migliaia di morti, torturati, asfissiati, ridotti alla fame ed alla sete, spellati vivi dall’iprite, rimasti senza nome, vittime dell’Italia fascista e delle donne stuprate dai maschi italici.
- Ciro Nigris, il comandante carnico garibaldino ‘Marco’. Resistenza, Costituzione attualità. Intervista di Jacopo Cipullo, Denis Guarente, Marco Martinis, anno 2001: parte seconda. In: nonsolocarnia.info.
- Dalla “Relazione di Virgilio Candido, segretario comunale di Paluzza, al Berater, da cui si recò il 10 agosto 1944 accompagnato dall’ingegner Rinaldo Cioni e dall’ingegner Franz Gnadlinger, e svolta alla presenza dei segretari comunali di Paluzza, Forni Avoltri, Rigolato, Ovaro e Lauco. Il fatto di andare a relazionare sull’eccidio della Val But al Betater ad Udine era stato autorizzato dal comando partigiano garibaldino carnico nelle persone di Ciro Nigris Marco e da Augusto Nassivera Nembo. (Copia della Relazione si trova in Irsml, Fondo Magrini, busta CLV fasc VIII – doc. vari. Questa Relazione è stata pubblicata anche in: Gianni Conedera, L’ultima verità, 2005, pp. 44-47. La copia non porta firma autografa dell’autore, il segretario comunale di Paluzza Virgilio Candido, né data, né le controfirme autografe delle persone indicate come garanti della veridicità di quanto riportato nello scritto, fra cui era prevista quella dell’ingegner Rinaldo Cioni, morto per mano cosacca, nell’eccidio di Ovaro, il 2 maggio 1945. Inomi delle donne si trovano in: Rodolfo Di Centa Rudy, Testimone oculare, (Valle del But (Carnia) 1944- 1945, ed. Chei di Somavile, p. 24- 25 e 29.
- Elio Mertinis, Amavo combattere in prima linea, davanti a tutti, in: “Voci della memoria” a cura del Liceo Classico “San Bernardino” di Tolmezzo, 2004, p. 69Michele Gortani, Il martirio della Carnia, Stab. Grafico ‘Carnia’, ristampa, seconda ed, Tolmezzo, 1980.
- Michele Gortani, Il martirio della Carnia, Stab. Grafico ‘Carnia’, ristampa, seconda ed, Tolmezzo, 1980.
- “Ragazze e ragazzi, uomini e donne, al duro lavoro per la guerra”, in: Laura Matelda Puppini, O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”, Andrea Moro ed., pp. 75-82.
- Michele Gortani, op. cit., p. 66.
- Ivi, p.46.
- Per don Giuseppe Treppo e la sua morte, vedi in particolare: Giannino Angeli, Tarcisio Venuti, Pastor Kaputt, Chiandetti ed., 1980. A p. 51 si legge che il prete, che era giovane ed attivo, il giorno 8, quello di arrivo dei cosacchi, cercò di difendere le donne dalla violenza bestiale dei nuovi arrivati e le famiglie dai soprusi, ed il giorno dopo fu visto, circondato da un gruppo di soldati, procedere a braccia alzata mentre veniva spinto e colpito con un calcio di fucile lungo un vicolo. Quindi fu portato in un orto, ancora picchiato e poi ucciso.
- Michele Gortani, op. cit., p. 46. Qui Gortani ritiene che vi fossero stati altri 100 casi di violenze sulla donna ma con lo stupro evitato, mentre Fabio Verardo, secondo Antonella Lestani, nel suo: “Offesa all’onore della donna. Le violenze sessuali durate l’occupazione cosacco – caucasica della Carnia 1944-1945, ed. IRSML, 2016, ritiene che i casi di stupro fossero stati molti di più, circa 250. Io però, sfogliando il volume, non ho trovato, sicuramente per limite mio, dove Verardo abbia riportato questo dato.
- Ivi, pp. 45-46.
- Giovanni Marzona. Io giovanissimo partigiano osovano del btg. Carnia. Intervista di L.M. Puppini. in: nonsolocarnia.info.
- Ho riportato questa poesia sia in originale che tradotta nel mio: Leo Zanier poeta festeggiato: in onôr in favôr -ahimè non in Carnia. La cultura non abita più qui?
- Domenico Notarangelo, Le tessere della fame, in: la-piazza.it, riportato in www.collezioni-f.it/.
- Cfr. il testo della canzone trasmessami da mia madre in: Passano i commestibili”, una canzone popolare dei tempi della guerra, che denunciava il mercato nero. In: www.nonsolocarnia.onfo.
- Domenico Notarangelo, op. cit.
- Michele Gortani, op. cit., p. 19.
- Archivio centrale dello Stato – PS – AR (Attività Ribelli) – b. 12. In detto archivio e fondo si trovano notizie giunte ai Prefetti sui prelievi partigiani di burro e formaggio in particolare a Rigolato, pagandolo a prezzo di ammasso, il 19 aprile 1944, a Salino di Paularo ed altri luoghi per tenere qualcosa per sé e distribuire il resto alla popolazione.
- “Danni di guerra partigiani”, 1945- 1978” Fondo in Archivio di Stato di Udine.
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L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta la situazione femminile di ogni guerra: donne ricche e donne tanto povere, ed è una di quelle inserite nell’ articolo. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/l-m-p-esserci-esperienza-civile-femminile-nel-conflitto-protagoniste-e-testimoni-formeaso-di-zuglio-18-luglio-2026/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/07/0donna02-1.jpg?fit=925%2C1024&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/07/0donna02-1.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIAPremessa Sabato 18 luglio 2026, organizzato da ArciMont, un gruppo di giovani a cui sono veramente grata per l'invito e che mi ha aperto il cuore, ho parlato del mondo femminile in epoca resistenizale e riporto qui l'intervento. _________________________ Bongiorno a tutte e tutti e grazie veramente per l’invito a...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia





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