Vorrei riportare qui la prima parte di un intervento intitolato: “La Rivoluzione Geopolitica Mondiale” (in: https://www.youtube.com/watch?v=GHD51GiXAno)  che il prof. Lucio Caracciolo ha tenuto al Pianeta Terra Festival il 4 ottobre 2025, perché contribuisce a chiarire bene alcuni aspetti del mondo attuale.

Il noto direttore della rivista Limes ha incominciato dicendo che, «quando il secolo prossimo gli storici affronteranno questi anni sono sicuro che li definiranno di rivoluzione. Una rivoluzione che è in corso, e quindi tutti sappiamo, per esperienza storica, che dare dei giudizi durante una rivoluzione e fare dei pronostici è una impresa abbastanza insensata, ma siccome è insensata ci provo».  

Quindi ha continuato dicendo che per prima cosa è importante analizzare ciò che è sparito è cioè l’impero americano, che è nato a partire dalla prima guerra mondiale, si è consolidato alla fine della seconda, ed ha dominato questo mondo senza dichiararsi un dominatore perché negli Usa non si sarebbe accettato di venir definiti degli imperialisti, in quanto la parola ‘impero’ collegava a quello britannico, contro cui gli USA avevano conquistato la loro indipendenza.

Ma l’’impero americano’ a differenza degli altri imperi, non si organizzava per guidare solo una parte della terra magari anche vasta, ma puntava ad un governo del globo, attribuito ad una vocazione religiosa e missionaria definita, dal presidente americano Wilson, come l’impegno americano a redimere il mondo.  Questo perché, alla fine del primo conflitto mondiale, gli Usa si presentavano come e credevano di essere una chiesa. Ed all’ interno di questa chiesa ne sono sorte altre che stanno dividendo gli States e che non comunicano fra di loro. Così, per venire all’ oggi, ci sono più americani che non si rispecchiano negli altri americani, di quanti ce ne siano che si sentono di appartenere alla stessa nazione.

In sintesi quello che dice Caracciolo è che dopo la prima guerra mondiale si era creata in America (Usa) la percezione di essere una grande nazione unita e tutti i cittadini seguivano gli stessi ideali e lo stesso pensiero, anche se con differenze individuali, che rappresentava quello idealmente democratico e da esportare. Ma poi, in questi ultimi anni, questa visione degli Usa come una ‘cosa sola’ è andata sgretolandosi ed al suo posto sono sorte tante chiese, ognuna con i suoi ideali. Per la verità, dico sempre io, non è che anche prima diversità interne non ci fossero, ma il sogno americano, quello a cui si tendeva, era uno. 

Ma poi, ha continuato Caracciolo, l’idea di un grande impero americano è andata sgretolandosi perché poteva reggersi solo su di una forte identità nazionale da parte degli abitanti degli USA. Ma ora il 70% degli americani non crede più nel sogno americano cioè nell’ idea che vivere nella società degli States permetta di avere delle opportunità e delle libertà non esistenti in altre parti del pianeta, che era stato il catechismo dell’America contemporanea.  

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Ma come era organizzato e cosa resta di questo impero? – si è chiesto Caracciolo. Come tutti gli imperi quello americano, successore di quello britannico, era e si viveva come marittimo e quindi dominatore delle rotte oceaniche e, di conseguenza, del commercio mondiale. E non bisogna dimenticarci che l’Italia, anche se noi italiani non siamo abituati a pensarlo, è un paese circondato dal mare, marittimo, ma su questo ritorneremo poi.

Questa idea di essere un impero globale e atto al controllo delle rotte commerciali per lo più marittime era tale in Usa che erano state pure predisposte delle carte geografiche, dei planisferi, ove su ogni oceano era siglato il gruppo di controllo americano, rappresentato da una flotta militare.  Del resto si sa che la forza militare oltre quella economica e del mito sono indispensabili per tenere insieme questo impero.

Invece, se si guarda all’ oggi, la situazione delle flotte americane è abbastanza tragica, tanto è vero che comprano fregate italiane. E chi è nato nel periodo in cui gli Usa venivano considerati una grande potenza, non riesce a rendersi conto di questa modifica della realtà. E al Pentagono hanno ben presente questa fine di un mito e ritengono di non essere più in grado di fare la guerra.  E questo è il punto di partenza per una analisi dell’oggi, che deve partire dalla constatazione che l’America non è più quella di un tempo.

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Un tempo gli States controllavano le rotte oceaniche, non certo gli interi oceani che sono ingestibili, bensì gli stretti: Panama, Gibilterra, lo stretto di Sicilia (ben più importante di quanto si creda), Suez, Bab el-Mandeb, Malacca, Taiwan ecc. che sono i luoghi a cui afferiscono le rotte globali e che sono, per loro natura, facilmente controllabili. Ma ora quegli stretti non sono più sotto il ferreo controllo americano tranne forse Gibilterra. E questo è un aspetto che rende bene l’idea della fine del sogno di un impero globale sotto l’ egemonia USA.

Pertanto io credo, che se questa è la realtà, i neo-cons Usa vogliano solo riproporre un sogno che ormai è infranto. Sembra ora anacronistico che una nazione possa pensare ad avere il potere globale sul mondo intero, ma il sogno americano fino a pochi anni fa era quello- ha continuato il direttore di Limes – e ci credettero anche oppositori degli Usa, tanto che se uno, ai tempi della guerra fredda, andava a parlare con dirigenti sovietici, sentiva che, tutto sommato, quell’impero occidentale, considerato un nemico, li affascinava.

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Ma ora, da un lato l’America desidera rinunciare al potere sull’Occidente per salvare, se ci riuscirà, se stessa, dall’altro ormai dimostra ben poca nostalgia per un impero che non era poi così malvagio. E questo è importante perché spesso, durante le rivoluzioni, ci sono dei passaggi culturali e psicologici che avvengono inavvertitamente, quasi senza essere presenti alla coscienza collettiva, ma che poi comportano degli effetti molto pratici.

Il fatto è che oggi, in USA, non si può neppure parlare più di una vera e propria società americana, ma sempre più di individui che coabitano in una nazione, e questo è aspetto dirimente. E se si sente cosa dichiarano gli esponenti più in vista dell’amministrazione Trump, in particolare il vice-presidente Vance, autore di un libro che in intitola “Hillbilly elegy” cioè “L’elegia del bifolco” ma pubblicato in Italia con titolo: “Elegia americana”, ci rendiamo conto di dove stanno andando gli ‘States’.

Questo ambizioso lavoro narra di un signore che viene dai monti Appalachi, dall’America profonda, da quell’ America che, negli anni ’60-’70, viveva in una situazione economico finanziaria non ricca ma dove i 100.000 dollari non te li toglieva nessuno, tanto che ogni abitante poteva avere la casetta, il barbecue e la macchina. Questa situazione viene vista dai trumpiani di oggi con grande nostalgia, anche se, per inciso, Trump, che è nato nel 1946, dice di avere nostalgia degli anni ’50. Però cosa rimpiangono un po’ tutti? Quell’America che, appena uscita dalla seconda guerra mondiale, produceva potenza militare ed economica e la metà del prodotto mondiale oltre Elvis Presley, e che mostrava di avere una certa felicità che teneva insieme gli americani e che si chiamava ‘il sogno americano’, che è sparito. Ed ora  in America vi è un vero e proprio cambio di regime. L’America che conosciamo, l’America dell’impero che sognava di cambiare i regimi ‘malevoli’, le dittature e quanto di peggio esisteva nel sistema mondiale e trascinarli verso il modello americano, è terminato. 

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Il momento topico di questa idea – che a differenza di quanto ora molti possono credere, era un’idea condivisa dalla maggior parte degli americani- è stato il 2000, quando un presidente piuttosto peculiare, l’unico che, assieme a Trump, non aveva fatto il servizio militare e cioè Bill Clinton, decise che, davanti alla crescita della Cina dal punto di vista economico e complessivo, gli Usa dovessero ‘adottarla’, quasi fosse un figliol prodigo a cui spiegare come fare, introducendola nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, cioè nel sistema economico – finanziario che gli Usa avevano costruito dopo il secondo conflitto mondiale e che ancora, in parte, esiste.

A questa organizzazione partecipavano pure altri paesi con posti gerarchicamente assegnati e con il dollaro come emblema. Ma l’idea di Clinton, considerato, per dirla all’ italiana, un presidente di centrosinistra e degli americani che la pensavano come lui era che, portando la Cina nell’ economia mondiale, la Cina sarebbe diventata un paese liberal -democratico. Infatti Clinton pensava che l’economia potesse condizionare le istituzioni, fino a determinarle, cosa che, purtroppo o per fortuna, secondo i punti di vista, non corrisponde alla realtà. Infatti la Cina ha sfruttato la scia americana e la fase della globalizzazione, ed è diventata una super-potenza economica, anche se presenta enormi limiti, ma non è cambiata, anzi, è diventata ancora più chiusa dal punto di vista politico di quanto non fosse.

Se infatti, nei primi anni del 2000, la Cina non si può dire che fosse propio un paese libero però vi era, al suo interno, una certa capacità e possibilità di discutere e confrontarsi, ora la situazione è leggermente diversa e si è instaurato al suo interno un regime delle alte tecnologie, dove tutto si regge sul riconoscimento facciale, dalla spesa che si fa al supermercato, all’ entrata in aeroporto. Insomma uno si sente di vivere in una situazione vagamente orwelliana e non certamente aperta.

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Gli anni che vanno dal 2000 al 2025 sono stati quelli del declino, prima più lento poi più marcato fino al crollo, del grande impero occidentale ed americano. C’ è una legge fisica che dice che più grande è l’impero più rapido è il suo crollo. Ed infatti non si può chiamare declino dell’America quello che si vede in questi anni, ma vero e proprio crollo. Ed ogni crollo determina una rivoluzione nella geopolitica mondiale. E se il muro portante si incrina e si fessura e poi cede, anche gli altri muri ne risentono in maniera decisiva. Ed il centro del sistema Occidentale sta finendo e sta cambiando, sta cercando di costruire una alternativa a sé stesso.

Il sistema che sta nascendo in Usa sotto l’emblema di Donald Trump, ma in realtà sotto un sistema più complesso che non dipende solo da lui e che continuerà, in altri modi, dopo di lui, è una monarchia non costituzionale plutocratica. Monarchia perché in America i poteri si vanno accentrando sempre più sul Presidente, molto oltre quello che è il dettato costituzionale. E, se è vero che la costituzione americana si basa sul principio che il popolo venga tenuto un po’ a distanza e che debba occuparsi solo di sé stesso e del proprio benessere, dovevano però esistere delle èlites responsabili.

D’altro canto bisogna riconoscere che la parola ‘democrazia’ non compare né nella dichiarazione di   indipendenza né nella Costituzione americane ed è diventata oggetto di discussione in Usa solo molto più tardi. Ma per ritornare al dunque, in Usa si va ora verso un accentramento di poteri alla Casa Bianca e sulla persona d Trump che è, fra l’altro, una persona non esattamente equilibrata e prevedibile, il che rende molto difficile costruire, anche negli USA, un percorso alternativo.

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E se è vero che c’è anche ora in America un centro, un leader riconoscibile ed un programma, non è però tutto così semplice oggi negli Usa. Per esempio il programma di Trump è stato scritto da un think tank conservatore di destra, molto influente, che ha avuto da Trump e dai suoi questo compito.

A questo punto, però, bisogna ricordare che quando Trump vinse le elezioni precedenti, che non pensava di vincere, si trovò proiettato alla Casa Bianca e dovette improvvisare piuttosto malamente. Questa volta, però, sapeva di vincere e aveva già preparato tutti quei famosi decreti che sta distribuendo ora, quasi fossero dei volantini, alle diverse agenzie, da quando si è insediato alla Casa Bianca, che sono poi quei famosi ordini esecutivi che qualcuno potrebbe immaginare derivino dal potere di uno zar. Ma vivendo ormai in un mondo fantasioso, ognuno interpreta questi diktat come vuole, ma certamente vanno tutti in un’unica direzione: quella di costruire uno stato molto più agile e controllabile, formato da persone fedeli.

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In questa nuova prospettiva, la qualifica conta molto poco. Infatti pochi giorni fa il Ministro o Segretario della Difesa, Hegseth, che è pure un noto ubriacone e presentatore televisivo che deve la sua carica semplicemente al fatto di essere amico di Trump e che è completamente disprezzato dai militari, aveva avvertito che tutti i generali ed ammiragli delle Forze Armate americane, ottocento in tutto, fossero convocati in una base vicina a Washington per una riunione di cui nessuno conosceva l’ordine del giorno. Questo provocò non poche speculazioni del tipo “L’America vuol andare in guerra” e via dicendo.  Ma poi si capì che non si trattava di niente di tutto questo.

Infatti all’incontro si presentò Hegseth, seguito da Trump che voleva controllare cosa sarebbe accaduto. Davanti a loro i vertici delle Forze Armate Usa. Ognuno può immaginare quanto azzardato fosse stato riunire quelle persone in un luogo solo: se uno avesse fatto esplodere una bomba, la catena militare americana sarebbe stata annientata assieme alla catena di comando che determina chi preme il bottone sull’arsenale atomico.

Quindi il Segretario alla Difesa prese la parola e disse ai convenuti che erano troppo grassi, che dovevano tagliarsi la barba, che dovevano fare quello che veniva detto loro. Ed i generali, un po’ facevano la faccia da militari, un po’ borbottavano, ma ad un certo punto intervenne Trump che disse che, se a qualcuno non andava bene quello che veniva detto, poteva andarsene.

Questo potrebbe apparire a noi come un fatto, per così dire, di ‘folklore’, ma nella realtà è accaduto nel paese che si considera in tutto e per tutto leader mondiale, ed è un episodio successo  in un contesto in cui l’America è divisa tra Democratici e Repubblicani, dove quasi non ci si sposa più, dove il 70% della popolazione non crede più nel sogno americano e un americano su tre soffre di depressione in senso clinico, per non parlare del dilagare della droga: in particolare del Fentanil.

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Ma qual era il messaggio politico del discorso di Trump e di Hegseth? L’America non può più occuparsi di Russia e di Cina (sottinteso perché non ne ha la capacità). Ma gli americani sono pienamente consapevoli che, ora come ora, una guerra contro Russia e Cina o contro una delle due la perderebbero, ma Trump ed il Segretario alal Difesa USA volevano far capire che il vero nemico ora è quello che sta dentro la Nazione, “the enemy from within”.  Per caprici, sarebbe come se da noi il Presidente del Consiglio dicesse. “Il mio nemico sono gli italiani o una parte definita di italiani”.

Ma chi sono i nemici “di dentro” per Trump? Sono quelli di sinistra, quelli dell’ideologia “woke”, marcatamente progressista, che porta alla consapevolezza delle ingiustizie sociali presenti nel paese, che lotta in nome dei diritti delle minoranze e che è invisa alla media e piccola borghesia americana che si è sentita defraudata, in un certo senso, del proprio rango e dei propri privilegi per non essere né nera, né ispanica, né cinese né quant’ altro, con ripercussioni a tutti i livelli, anche accademico universitario.  Ma che in Usa si parli dei “nemici di dentro” dà già l’idea della gravità della crisi e cambia completamente il quadro geopolitico. Infatti fino a qualche settimana fa, chiunque si occupasse un po’ di queste cose era convinto che la priorità degli americani, oltre ovviamente curare sé stessi, fosse quella di fermare l’ascesa della Cina. Ma fra qualche giorno sarà pubblicata la nuova strategia della sicurezza nazionale americana e, da quel che si dice, rispetto al passato, non viene più posto il problema della Cina che rischia di superare gli USA, ma viene posto il problema degli americani che rischiano di mettere in forse l’esistenza stessa dell’America.

Fin qui la prima parte dell’intervento di Lucio Caracciolo.

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Questo intervento interessantissimo del direttore di Limes  è stato tenuto il 4 ottobre 2025, ma poi il Piano della National Security Strategy Usa è stato pubblicato nel novembre 2025 e «segna una rottura radicale con il passato: dagli impegni multilaterali a un realismo transazionale che ridefinisce il ruolo globale degli Stati Uniti» come riportato in Alberto Evangelisti, “La National Security Strategy 2025: la nuova dottrina Trump e le sue implicazioni globali”, in: https://www.geopolitica.info/national-security-strategy-trump-implicazioni/.

Nello stesso articolo si legge che pure che «La base di partenza è una critica aspra verso le politiche estere post-Guerra Fredda, considerate origine di un globalismo dannoso per il tessuto economico statunitense. Secondo la Casa Bianca, le strategie passate sono state “liste di desideri vaghi” focalizzate su un dominio globale inutile, che hanno eroso la base industriale USA, sovraccaricato i contribuenti e favorito alleati definiti “parassiti”. Il documento promette un cambio di rotta: non più gli Stati Uniti come “poliziotto globale”, ma come potenza selettivamente interventista guidata dalla convenienza strategica immediata.

La NSS 2025 articola gli obiettivi americani su due livelli: domestico e internazionale. Sul fronte interno, la priorità è la sopravvivenza come repubblica sovrana, con enfasi sulla sicurezza dei confini (intesa principalmente come contrasto alle migrazioni di massa), un’economia dinamica e protetta, il mantenimento di capacità militari letali con un deterrente nucleare efficiente, e una base industriale forte sostenuta da una produzione energetica dominante ottenuta attraverso massiccia deregolamentazione.

Particolarmente significativa è l’enfasi posta sulla rigenerazione spirituale e culturale della popolazione americana, basata su concetti quali famiglie tradizionali, orgoglio nazionale e l’eliminazione delle politiche DEI (Diversity, Equity, Inclusion) da ogni ambito della società, comprese le forze armate. Questo aspetto tradisce la natura ideologica del documento, che mescola considerazioni strategiche con obiettivi di politica culturale interna.

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Sul piano internazionale, gli Stati Uniti aspirano a una stabilizzazione nell’Emisfero Occidentale per fermare migrazioni e cartelli, un Indo-Pacifico libero per garantire la sicurezza delle supply chain, un’Europa “sicura e fiduciosa” (ma meno integrata), e un Medio Oriente non dominato da potenze ostili e libero da “guerre eterne”. Il documento introduce inoltre il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe, finalizzato a escludere influenze straniere, in particolare cinesi e russe, dall’emisfero occidentale.

I principi cardine della nuova strategia includono il mantenimento della pace attraverso un uso calibrato e mirato della forza, abbandonando l’interventismo diffuso; il riconoscimento del primato delle nazioni sovrane a scapito delle organizzazioni internazionali (con particolare riferimento critico all’UE); e il mantenimento di un equilibrio di potere globale che eviti però la sovraestensione degli impegni americani.

Una priorità assoluta è la maggiore condivisione degli oneri con gli alleati: il documento richiede agli altri paesi NATO di arrivare al 5% del PIL in spese per la difesa (contro l’attuale media del 2,1%), segnalando chiaramente l’intenzione di ridurre il “peso” americano nel garantire la sicurezza europea. Sul piano economico, si enfatizza la necessità di commercio bilanciato, protezione delle supply chain critiche, reindustrializzazione tramite dazi, e preservazione del comparto finanziario USA come asset strategico. (…).

L’approccio verso l’Europa merita particolare attenzione: la NSS promuove la “grandezza europea” in contrapposizione al presunto declino del continente, auspicando una nuova stabilità con la Russia (inevitabilmente passante per la fine della guerra in Ucraina a condizioni potenzialmente favorevoli a Mosca) e opponendosi all’UE come istituzione sovranazionale, preferendo alleanze bilaterali con le cosiddette “nazioni sane”, quelle allineate alle posizioni dell’amministrazione Trump.». (Ivi).

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E termino questa prima parte dell’articolo dicendo che, secondo me, bisogna leggere e ascoltare interventi interessantissimi come quello di Lucio Caracciolo qui riportato a metà, (la prossima parte in un secondo articolo) per capire la politica americana oggi ed anche per comprendere che non possiamo essere ancora colonie degli Usa che chiedono e non danno. Ed il nostro governo si muova ad agire per gli italiani e non da servo e scopiazzone di altri. Inoltre noi abbiamo una costituzione e non vogliamo uno zar o una zarina che si prostra ad un capo estero per il nostro governo indiscusso, ma una Italia per gli italiani.  E gli italiani siamo noi. 

Laura Matelda Puppini

L’immagine che accompagna l’articolo si trova in:https://it.freepik.com/foto-gratuito/sfondo-bandiera-americana_2367834.htm#fromView=keyword&page=4&position=25&uuid=f1055c02-fd2b-4f55-b67a-768801ca4a07&query=Bandiera+americana+morta. L.M.P. 

 

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