Occidente in crisi di valori, società ed economia.
Ho trovato sul quotidiano “Avvenire” due articoli ed uno su https://strumentipolitici.it/, molto interessanti e condivisibili, che riporto qui per invitare ad una riflessione. Tutti parlano della società occidentale in crisi valoriale sociale e politica.
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Mauro Magatti. “Questo non è più il mio Occidente”.
«Dopo le tragedie del Novecento avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto. Oggi questa promessa è stata tradita. L’Europa riparta da quattro limiti
Questo non è il mio Occidente. Non lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura.
Non è il mio Occidente quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Dopo le tragedie del Novecento, avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni. Ma oggi questa promessa è platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo.
Non è il mio Occidente quello che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come “animali” e “pazzi bastardi”. Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile. Quando la parola si corrompe, facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione. È in questo slittamento semantico che si sviluppano i germi della barbarie.
Non è il mio Occidente quello che usa la violenza contro i migranti, che trasforma la vulnerabilità in colpa, che considera la dignità umana una variabile secondaria rispetto alla sicurezza o al consenso politico. Le donne e gli uomini che attraversano il mare o le frontiere non sono numeri, né problemi da gestire: sono persone, portatrici di diritti, di storie, di speranze. Trattarli come scarti significa tradire non solo i principi giuridici, ma la radice umanistica su cui si fonda la nostra civiltà.
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Non è più accettabile assistere passivamente a questo sfregio quotidiano. Non si tratta di singoli episodi, ma di una deriva profonda che investe il modo in cui l’Occidente si pensa e si presenta al mondo. Un Occidente che si riduce a potenza, che si legittima solo attraverso la forza, che smarrisce la propria vocazione universalistica, nega sé stesso. La sua credibilità, già messa a dura prova dalle contraddizioni interne, rischia di dissolversi definitivamente. In questo contesto, l’Europa ha una responsabilità storica. Non può limitarsi a seguire, ma deve ritrovare la propria voce, definendo con chiarezza i limiti entro cui intende operare. Limiti non come segni di debolezza, ma come espressione di una forza diversa: quella che nasce dalla capacità di autolimitarsi, di riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto.
Il primo di questi limiti è l’opzione preferenziale per la pace. Non una pace ingenua o retorica, ma una pace costruita attraverso la fatica della politica: negoziazione, compromesso, ricerca di soluzioni condivise, costruzione di patti. La pace non è mai data una volta per tutte; è un processo fragile che richiede intelligenza, pazienza, capacità di ascolto e di proposta. Rinunciare a questa via significa consegnarsi alla spirale della violenza, in cui ogni azione genera una reazione e ogni conflitto tende ad allargarsi.
Il secondo limite è il rispetto della legalità internazionale e il rafforzamento delle istituzioni che la incarnano. In un mondo sempre più interdipendente, nessuno può pretendere di agire come se fosse al di sopra delle regole. Senza un quadro condiviso, il rischio è quello dell’anarchia globale, in cui la forza torna a essere l’unico criterio. Rafforzare le istituzioni internazionali non è un atto di ingenuità, ma una necessità storica per evitare di precipitare verso scenari sempre più instabili e pericolosi.
Un terzo limite riguarda il linguaggio. Chi ha responsabilità pubbliche non può permettersi un uso sconsiderato delle parole. Le dichiarazioni, i discorsi, le prese di posizione contribuiscono a plasmare il clima culturale e politico. Uno stile misurato non significa debolezza, ma consapevolezza del peso delle proprie parole. Significa evitare la semplificazione aggressiva, il ricorso a stereotipi, la costruzione di nemici assoluti. Significa mantenere aperto lo spazio del dialogo, anche quando il conflitto è duro.
Infine, il quarto limite è il rispetto dei diritti umani, da rafforzare attraverso politiche concrete contro il razzismo, l’odio sociale, le disuguaglianze radicali. All’interno dei singoli Paesi così come nelle relazioni internazionali. Non può esserci credibilità esterna senza coerenza interna. E viceversa.
Mauro Magatti. 11 aprile 2026.
Da: https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/questo-non-e-piu-il-mio-occidente_107012
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Quasi in corrispondenza con il testo soprariportato, Avvenire pubblicava un articolo di Giovanni Scarafile intitolato: “L’Occidente si difende se si mette in discussione” di cui riporto parzialmente il testo sempre per farne oggetto di riflessione.
Sottotitolo: “La retorica della difesa rischia di tradire i principi occidentali quando trasforma libertà e dignità in strumenti di esclusione. Occorre un’idea di identità fondata su autocritica e sul confronto con l’altro, perché la sua grandezza sta nella sua complessità”.
«Come una cittadella nell’attesa dell’assedio, l’Occidente viene oggi raccontato attraverso una parola d’ordine unica e ossessiva, “difesa”, quasi che la sua identità potesse sopravvivere solo irrigidendosi, chiudendo le porte, diffidando di ogni presenza estranea e trasformando ogni differenza in un segnale d’allarme. Ci si descrive accerchiati da culture estranee, religioni d’importazione, alterità indistinte che premono ai confini, ma quando l’emergenza diventa la lingua madre della politica il pensiero si impoverisce, perché smette di distinguere, confonde il conflitto con la contaminazione, l’incontro con il cedimento, la ricchezza culturale con una proprietà privata da sorvegliare, e finisce per consegnare l’identità non alla sua forza generativa, ma alla paura costante della perdita.
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Il punto, naturalmente, non è negare che esistano conflitti tra visioni del mondo, né fingere che tutte le pratiche culturali siano compatibili con la dignità della persona, con la libertà femminile, con l’uguaglianza davanti alla legge, con la separazione tra potere politico e fondamento religioso, perché rimuovere questo dato significherebbe scambiare l’apertura con l’ingenuità e il dialogo con una rinuncia preventiva al giudizio. Proprio perché quei principi sono preziosi, però, bisognerebbe diffidare del modo in cui vengono branditi, poiché un valore, quando diventa un’arma identitaria, smette di orientare la comprensione delle situazioni concrete e serve soltanto a distribuire patenti morali, separando i civili dagli arretrati, i buoni dai cattivi, i nostri dai loro. Il cortocircuito logico e morale si consuma esattamente qui, poiché si pretende di salvaguardare l’Occidente smantellando proprio quelle virtù che ne hanno sublimato l’essenza oltre la mera forza bruta: l’attitudine all’autocritica, l’autolimitazione del potere e la fondamentale apertura a scorgere nell’altro un interlocutore etico dinanzi al quale legittimare la validità dei propri assunti.
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E così, mentre si invoca la libertà, la si riduce ad asfittico marcatore identitario; mentre si proclama la dignità umana, la si elargisce in via esclusiva a chi rientra nel perimetro del “noi”; o, infine, si celebra la ragione critica sospendendola non appena l’esame dell’altro si fa scomodo. In questo modo, da un lato, si simula di difendere l’universalismo e, dall’altro, lo si converte nel nome nobile di un privilegio escludente. In questo modo l’Occidente non viene protetto, bensì contraffatto, perché si trasforma in una maschera polemica e in un marchio di superiorità da agitare contro qualcuno, fino al paradosso per cui, nel tentativo di difenderlo dai nemici esterni, lo si consegna ai suoi carnefici interni: l’arroccamento difensivo, la paura, il narcisismo culturale e la degradazione dei principi in dispositivi di dominio.
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E, dunque, che cos’è veramente l’Occidente? Non basta rispondere con un catalogo di biblioteche, parlamenti, costituzioni, università, diritti e scoperte scientifiche, perché la sua storia contiene anche dominio coloniale, schiavitù, razzismo, guerre di religione, totalitarismi, stermini. Non può diventare una biografia edificante senza mentire su sé stesso. L’Occidente non è innocenza, purezza, superiorità naturale. È, quando resta fedele a ciò che ha prodotto di più esigente, capacità di interrogarsi, di non coincidere con la propria autocelebrazione, di sottoporre i propri criteri alla prova dell’estraneo e di riconoscere che chi ci sta di fronte non è una cosa, un ingombro, una massa da amministrare o respingere, ma un soggetto attraverso il quale anche noi diventiamo più comprensibili a noi stessi.
È qui che la retorica della difesa mostra il suo punto cieco. Chi parla così spesso crede di custodire una tradizione, ma ne sacrifica il nucleo più profondo, perché immagina l’identità come recinto, mentre una parte essenziale della cultura europea moderna l’ha pensata come rapporto. In Tzvetan Todorov questo motivo appare con particolare limpidezza: «Se rendere l’altro un fine è un valore legittimo, lo dobbiamo al fatto che l’essere umano è segnato da un’incompletezza innata, ha bisogno degli altri per esistere. Gli uomini dipendono gli uni dagli altri non soltanto per riprodursi e assicurare la propria sopravvivenza, come le altre specie, ma anche per diventare degli esseri coscienti e parlanti; scoprono di non poterne fare a meno, se vogliono realizzar-si: la felicità degli altri diventa la loro».
Questa frase sposta il discorso. Non dice che l’altro ha sempre ragione, non scioglie ogni differenza in una celebrazione sentimentale della mescolanza, non trasforma l’incontro in retorica obbligatoria della bontà. Dice qualcosa di più sobrio e radicale: l’umano non è autosufficiente, e ogni civiltà che dimentica questa incompletezza tende a diventare idolatrica. lo può essere la nazione, la religione, il mercato, la sicurezza, persino la libertà, quando la libertà viene separata dalla responsabilità verso chi non coincide con noi. L’Occidente migliore non è quello che ripete “noi siamo superiori”, ma quello che ha saputo inventare strumenti per impedire a chiunque, anche a sé stesso, di dirlo impunemente.
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Anche il dibattito sulla cosiddetta cancel culture va collocato qui, altrimenti resta prigioniero della caricatura. Esistono distorsioni, moralismi retroattivi, automatismi punitivi, riscritture pigre della storia, gesti simbolici che scambiano giustizia e cancellazione. Quando un’opera viene giudicata soltanto con il codice morale del presente, si perde la distanza storica e si produce conformismo, non coscienza critica. Ma anche la reazione opposta, che usa quegli eccessi per proclamare la necessità di proteggere la nostra civiltà dai nuovi barbari, è una semplificazione speculare. Da una parte si cancella ciò che disturba; dall’altra si sacralizza ciò che appartiene alla propria genealogia. In entrambi i casi si evita il lavoro più difficile: comprendere, distinguere, giudicare senza trasformare il giudizio in furore identitario. (…). ».
Giovanni Scarafile. Avvenire, 12 luglio 2026. Anche in: https://www.avvenire.it/
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Inoltre mi paiono interessanti alcune considerazioni di Fabrizio Pezzoni pubblicate il 2 settembre 2024 su https://strumentipolitici.it/, intitolato: Il collasso della civiltà occidentale-atlantica: la crisi Usa e la minaccia dei Brics”.
Allo stato attuale delle cose, si legge sul testo dell’articolo, si può parlare di un “modello culturale atlantico” che, per la connessione tra Europa e gli Stati uniti si è andato uniformando ai valori ed allo sviluppo sempre più egemonico degli stessi Stati Uniti. I quali hanno visto come strategia di dominanza solo quella bellica funzionale ad un’ economia in gran parte fondata sulla stessa industria che rappresenta il 50% delle spese globali in armi la cui lobby è dominante nella politica americana.
Ed ancora: «Nel governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia».
Dopo la caduta del muro di Berlino, «a distanza di poco più di due decenni vediamo come la curva di crescita del modello americano stia prendendo un andamento fortemente discendente. Come peraltro succede nella storia a tutte le civiltà che nel tempo sono cresciute, hanno raggiunto il punto di massimo, per poi procedere più rapidamente alla loro fine con un collasso sociale. Nel caso nostro, un collasso determinato da una disuguaglianza che non ha precedenti nella storia dell’uomo e diventa antagonista e contraria a quei principi universali a cui l’Occidente aveva basato le sue fondamenta».
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«ll modello culturale che si è formato è di tipo fortemente materialista che afferma un individualismo senza scrupoli morali ben lontano dal bene comune ma volto alla massimizzazzione dell’interesse personale espresso dalla quantità finanziaria di cui può disporre. Per questo motivo la crisi attuale è sempre, erroneamente, definita come economica perché il fine è sempre e solo quello economico ed ora siamo a raccogliere i cocci della nostra dabbenaggine».
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«Dopo avere raggiunto l’apice ed avere interiorizzato sentimenti di dominio, di supremazia invincibile, di arroganza e di miopia storica e culturale, nell’idea che la storia si fosse fermata allo zenit e con la convinzione suicida che quello stato di dominio non dovesse mai finire, l’Occidente si avvia verso il collasso.
Un collasso reso più rapido dalla crescita di un mondo contrapposto che si è evoluto e che trova nei Brics la sua massima espressione. I Brics rappresentano quasi il 40% del pil globale, superiore a quello del G7, e stanno proponendo un nuovo sistema di pagamento non fondato sul dollaro e contrario al sistema Swift. L’adesione a questo sistema può contare su 159 paesi su 193, ed è l’occidente a rischiare e non la Russia».
Altra causa del crollo dell’Occidente e del disastro sociale «è stata la finanziarizzazione dell’economia reale quando nel 1971 Richard Nixon cancellò la regola che aveva tenuto insieme il mondo occidentale cancellando il sistema del gold exchange standard. Un sistema che prevedeva che la stampa di nuova carta moneta fosse legata ad una determinata quantità di oro».
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«Un grosso pericolo derivante dalla situazione attuale ‘occidentale’ è quello dell’aumento delle povertà. La presenza nella società di troppo poveri e di troppo ricchi è indice di un sistema non sano e squilibrato che finisce per creare violenze e rivoluzioni». Quando la classe media è debole tende a prevalere l’oligarchia. L’oligarchia è portatrice di conflitti tra gli oligarchi stessi e tra gli oligarchi e il popolo».
«Le disuguaglianze hanno cominciato a separare i troppo ricchi dai troppo poveri. Con il modello finanziario che ha generato la maggiore disuguaglianza della storia».
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«Un altro indicatore dei disagio sociale e della disgregazione di una civiltà è la crescita di morti per arma da fuoco o per violenza fisica».
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«Si è creata così una disuguaglianza che sta frantumando la società. La disparità dei salari tra dirigenti ed operai è diventata abissale e crea ostilità e malcontento. Così si distrugge il bene comune. Ed ognuno pensa per sè. Si crea una crescente avversione verso il sistema che si vede corrotto. Una situazione dove non è secondario il ruolo svolto dai media che manipolano sistematicamente i fatti, spesso privilegiando in modo evidente chi è al potere».
In questa società occidentale «diminuisce la classe media che dovrebbe rappresentare l’architrave della società come suggeriva già Aristotele. La concentrazione della ricchezza ed il mantra del massimo profitto personale ha alimentato una sorta di inferno sociale con ostilità ed invidie ma soprattutto ha alimentato un moral hazard senza limiti».
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«Quale possa essere il destino di un’Europa suddita in modo suicida degli Usa, con una Presidente come la Ursula Von Der Leyen che rappresenta il passato ma che ha mostrato di non avere nè la capacità nè la cultura per affrontare in modo creativo un mondo che si sta rinnovando non è dato saperlo. L’Europa dovrebbe invocare una sua autonomia rispetto agli Usa e dimostrare una indipendenza che al momento non ha nelle sue élites».
«In conclusione si può osservare come la dinamica sociale, politica ed economica negativa degli Usa si rifletta poi sui paesi europei. Si tratta di una debolezza strutturale con patologie sociali in progressiva esplosione che difficilmente potrà essere risolta».
Fabrizio Pezzani – 2 settembre 2024. – https://strumentipolitici.it/il-collasso-della-civilta-occidentale-atlantica-la-crisi-usa-e-la-minaccia-dei-bric/.
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Proposizione di testi di Laura Matelda Puppini – L’immagine che accompagna l’articolo rappresenta un quadro dell’artista napoletana Federica Schiappa, intitolato “Il crollo del pensiero occidentale. Da: https://www.artmajeur.com/federica-schiappa/fr/oeuvres-d-art/15463333/il-crollo-del-pensiero-occidentale. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/occidente-in-crisi-di-valori-societa-ed-economia/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/08/CROLLO-15463333_il-crollo-del-pensiero-occidentale-50x70-2017-olio-su-tela-290.jpg?fit=720%2C519&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/08/CROLLO-15463333_il-crollo-del-pensiero-occidentale-50x70-2017-olio-su-tela-290.jpg?resize=150%2C150&ssl=1ETICA, RELIGIONI, SOCIETÀHo trovato sul quotidiano “Avvenire” due articoli ed uno su https://strumentipolitici.it/, molto interessanti e condivisibili, che riporto qui per invitare ad una riflessione. Tutti parlano della società occidentale in crisi valoriale sociale e politica. __________________________ Mauro Magatti. 'Questo non è più il mio Occidente'. «Dopo le tragedie del Novecento avevamo promesso...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia




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